sabato 24 giugno 2017

I denti di #Farinetti e il sorriso di Marta Fana – di Alberto Prunetti


Farinetti e Marta
Non guardo quasi mai la televisione e ci ho messo almeno un giorno per vedere il finto duello, con colpi telefonati, tra Porro e Farinetti, con l’irruzione – questa vera e tagliente – di Marta Fana, ricercatrice di economia a Scienze politiche a Parigi, che affonda accuse al padrone di Eataly. Accuse già comparse su libri, articoli e volantini sindacali, ma che nessuno aveva avuto il coraggio di scagliargli contro in diretta televisiva: sottomansionamenti, formazione pagata dai fondi europei e altre furbate a tutele decrescenti.
Com’è andata potete vederlo qui sotto. Porro ha dovuto ammettere che in realtà di fronte a una critica vera tocca prendere le parti di Farinetti mentre la conduttrice dava l’impressione di voler arginare un torrente che rifiutava di stare nelle briglie di contenimento.
La danza delle mozzarelleE poi il miracolo: mentre Marta parla, il sorriso di Farinetti si spenge. Il sorriso hungry and foolish si irrigidisce in una smorfia e gli occhi del padrone si fanno piccoli. Farinetti capisce che stavolta non c’è il solito tappeto rosso steso dalla Langa fino allo studio televisivo. E non trova altra via d’uscita che la minaccia, l’uso della querela per imbavagliare l’incauta ricercatrice che continua a snocciolare cifre e fatti. Cifre che parlano di diritti violati, di tutele ridotte, di operai sfruttati.
Il sorriso di Farinetti è d’ordinanza. È il sorriso del nuovo ricco, del padrone. È un po’ come il sorriso del self made man d’un tempo. Una dentatura che mi aveva già colpito, ingrandita quasi a sgranarsi, quando l’avevo vista sulla copertina de La danza delle mozzarelle, il saggio di Wolf Bukowski che passava sotto il rasoio della critica il progetto di Eataly: dietro allo storytelling renziano l’innovazione celava la valorizzazione di una merce per una nicchia di ricchi, a scapito dello sfruttamento di una classe di poveri. Poveri costretti a lavorare con tutele sempre più decrescenti nelle boutique del cibo, dove i denti del padrone manducano diritti. Diritti operai che si deterioravano con la stessa velocità di una crudité lasciata a languire sotto il sole spietato di ferragosto. In quel libro di Bukowski, le accuse di Marta Fana erano già state illustrate con dovizia di particolari. E nessuno degli avvocati di Farinetti si era mai fatto vivo per querelare.
Solo che i libri li legge poca gente. A togliere il sorriso di dosso al padrone, serviva qualcuno capace di fissarlo in televisione. Un bagno di realtà che a Farinetti non deve aver fatto piacere. Sempre più nervoso, si è rivolto a Marta Fana con modi paternalisti e autoritari (signorina, non ricordo il nome ecc.) mentre la ricercatrice replicava, candidamente, dicendo: «Io non ho niente.»
Qui Marta si sbaglia. Marta Fana e tutti quelli come lei, costretti ad andarsene da un paese che negli ultimi lustri ha distrutto lavori veri per sostituirli con lavoretti pagati col voucher dal tabaccaio, hanno ancora qualcosa da perdere. Hanno un sorriso sincero, che è la speranza di un mondo dove lavorare senza essere sfruttati o irrisi dal padrone di turno. Che al solito è un maschio che usa la propria autorità contro una giovane donna. «Una signorina», dice lui.
Ma il sorriso di Marta non è quello di Farinetti e del ceto imprenditoriale italiano da Briatore in avanti, non è lo strato artificiale di smalto che copre lo sfruttamento con lo storytelling abbagliante dell’innovazione. Non è il molare che macina le vite degli operai. Quel sorriso è bello come il movimento che abolisce lo stato di cose presenti. E nel video quel sorriso buca la cortina di minacce di querele di Farinetti.
A quel punto il programma si è risolto mettendo a nudo i veri rapporti di forza: dietro al paravento ideologico Porro e Farinetti vanno d’accordo come il gatto e la volpe. Porro usa la metafora dei soldi che non si trovano sugli alberi, già cara a Theresa May. Certo, i soldi non si trovano sugli alberi, si trovano nelle tasche dei ricchi, che li accumulano sottraendoli a ogni ora lavorata da dipendenti sottopagati e sfruttati. Mai vista tanta sincerità in tv.
Questa pagina della televisione italiana rimarrà, perché mette a nudo le contraddizioni dei nostri giorni che la fuffa dell’innovazione renziana aveva mascherato. E dietro il duello truccato e l’affabulazione dell’imprenditore simpatico e alla mano, ci fa vedere l’autoritarismo piccato del ceto padronale nell’epoca delle camicie bianche e dei collegamenti dalla Langa. Il capitale è sempre quello, non importa quale cipria usi. Marta Fana ha messo a nudo il re e gli ha tolto la maschera e il sorriso.
I denti

Non saranno invece le querele a togliere il sorriso a Marta. Il suo sorriso è un contrabbasso che spara sulla faccia del potere la contraddizione sociale. E più Farinetti aggrediva Marta, facendo finta di non sapere il suo nome e dandole paternalisticamente della signorina, come forse fa con i “suoi” operai, più le persone, i lavoratori sfruttati, i precari si riflettevano nello sguardo e nel sorriso di Marta. Più Farinetti perdeva le staffe, evitando di entrare nel merito delle accuse e usando la minaccia della querela come una museruola, più quelle accuse passavano di bocca in bocca, in un pubblico inorridito dall’arroganza padronale.
Lo spettacolo è finito e lo storytelling pure. Il duello era truccato e il re ormai è nudo.
Adesso sappiamo cosa mangiamo. Chiediamo il pane e le rose, i diritti sul lavoro e il sorriso della lotta.
Perché delle due l’una: o sorride Marta o ride Farinetti.
Se sorride la classe lavoratrice, si spenge il riso sulla bocca del padrone.
Alla fine la lotta di classe è tutta qui. E per farla ripartire, a volte basta un sorriso.

Rapina in banca, modello "Intesa" di Leonardo Mazzei


Le mani (non invisibili) sulle banche venete

Un euro privato contro 6 miliardi pubblici, come scambio ineguale proprio non fa una piega. Non devono averci messo molto i tecnici del sig. Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, a formulare la loro offerta d'acquisto per Veneto Banca e per la Banca Popolare di Vicenza.

La loro operazione sarà durata, sì e no, un paio d'orette. Lorsignori hanno preso due scatole, nella prima (denominata good bank) hanno messo la polpa - gli sportelli, i depositi, i crediti sicuri; nella seconda (denominata bad bank) hanno accatastato le ossa - i crediti deteriorati, quelli comunque considerati a rischio, le obbligazioni subordinate, i rischi connessi alle azioni legali. Per la prima si sono detti disposti a spendere nientemeno che la bella cifra di un euro. Per la seconda chiedono che lo Stato di euri ne sborsi 6 miliardi.

Naturalmente, di fronte a cotanta generosità, la stampa nazionale è già scattata come un sol uomo a ringraziare la munificenza del Messina: gli si dica subito di sì, che i mercati hanno fretta; si prepari la somma richiesta senza indugio, che si tratta di banche mica di pensionati. E, siccome - vedete le complicazioni della democrazia - per spendere quei soldi ci vuole una legge ad hoc, la si faccia subito, ovviamente per decreto, e che il parlamento esegua e zitto.

Ma al parlamento non solo questo si chiede. Oddio, "chiedere" è un verbo un tantinello inadeguato, perché il sig. Messina non chiede, ordina. E, tra le altre cose, l'ordine è quello di sfornare un'apposita legge per sterilizzare le cause legali, quelle presenti e quelle future.

Ma, signori, non c'era una volta il "mercato"? Secondo la leggenda, che ne dichiarava la sua sacralità, sarebbe stata la sua "mano invisibile" a risolvere tutto per il meglio. In fondo è quel che si dice al disoccupato: sei senza lavoro perché non sei riuscito a trovarne uno, dunque la colpa è tua, devi impegnarti di più e (soprattutto) devi abbassare le tue pretese in salario e diritti. A quel punto la mano invisibile del mercato interverrà ed avrai il tuo reddito, viceversa il "mercato del lavoro" ti punirà e morirai di fame. Ma sarà giusto così, perché «non esistono pasti gratis» (Mario Monti) e bisogna rieducarsi alla «durezza del vivere» (Tommaso Padoa Schioppa).

Ma quel che vale per il disoccupato non vale per le banche. Queste ultime non possono fallire, specie le più grandi, secondo il principio Too big to fail. Principio che evidentemente mostra la totale fallacia dell'ideologia mercatista. Dunque, per dirla alla Woody Allen (ma la frase sembra rubata a Ionesco): «Dio è morto, Marx è morto, ma anche il mercato non si sente tanto bene».

Che l'ideologia mercatista faccia acqua da tutte le parti non può negarlo neppure il Sole 24 Ore, il che è tutto dire. L'editoriale di oggi di Marco Onado ha un titolo che dice quanto basta: «Come dare una mano alla "mano invisibile». Ecco un'ammissione certo più sincera di quanto siano disposti a riconoscere i liberisti di sinistra, per il quale il "mercato" - meglio, i "mercati" - hanno sempre ragione, e chi lo nega è un residuo ottocentesco.

Naturalmente per Onado, lo Stato deve intervenire solo quando ci sono fallimenti di "mercato" che il "mercato" non può correggere. Si tratta in tutta evidenza di una tesi assai interessata, che resta però interessante nella misura in cui ammette che il mercato non è onnipotente, che può fallire, che va corretto. Il che, trattandosi della divinità più adorata degli ultimi decenni, non è davvero poco.

Ma come realizzare la suddetta "correzione"? Per lorsignori la ricetta è nota: pubblicizzando le perdite e salvaguardando i profitti privati. E qui torniamo all'offerta di Intesa Sanpaolo per le banche venete.

Chi ci segue sa quali sono le nostre idee sulla crisi bancaria: le banche vanno sì salvate, onde evitare un pesante disastro per l'intera economia del Paese, ma vanno immediatamente nazionalizzate (leggi qui).

Questa nostra posizione è stata oggetto di diverse critiche, quasi avesse una mera matrice ideologica, o fosse comunque irrealizzabile a causa dei suoi costi per lo Stato. Ebbene, il caso delle banche venete, così come quello precedente di Mps, ci dimostra l'esatto contrario. Nazionalizzare non solo è possibile, è doveroso. E lo è non solo perché soltanto con il controllo pubblico del sistema bancario sarà possibile rilanciare l'economia, ma anche perché in caso contrario il ruolo dello Stato sarebbe solo quello di servitore di giganteschi interessi privati. Certo non è questa una novità, ma non si vede proprio perché si dovrebbe avallare la prosecuzione di questo andazzo, specie dopo il disastro che le banche private hanno prodotto.

Nel caso in questione ci ritroviamo con lo Stato chiamato a sobbarcarsi tutti i costi dell'impresa. E, contrariamente a quel che si vorrebbe far credere, la proposta di Intesa Sanpaolo va addirittura oltre al modello spagnolo con il quale, nei giorni scorsi, il Banco Santander si è fagocitato il Banco Popular. Il modello non è lo stesso perché il Santander si è perlomeno accollato l'onere della ricapitalizzazione, esattamente quello che invece il sig. Messina si è premurato di escludere tassativamente, chiedendo - meglio: ordinando - che a tal fine provveda lo Stato.

Bene, cioè malissimo, abbiamo già visto come Intesa Sanpaolo voglia portarsi a casa le banche venete - conquistando così una posizione di grande privilegio nel Nord-Est - all'esoso prezzo di un euro. Ora la domanda è questa: se l'operazione andrà davvero in porto, saremo di fronte ad una valutazione equa oppure davanti ad un'incredibile regalia? Se nel secondo caso dovrebbe esservi lavoro anche per la magistratura (ma su questo non ci illudiamo proprio), in un caso come nell'altro perché non nazionalizzare le due banche? Perché sborsare 6 miliardi per ripianare il passivo, per poi risparmiarne uno (di euri non di miliardi) per non nazionalizzarle?

E' da notare che l'offerta di Intesa non tutela neppure i risparmiatori, visto che il destino dei possessori di obbligazioni subordinate, appare destinato a restare alquanto incerto. Ancora meno tutela l'occupazione, visto che dei circa 10mila lavoratori attuali cinquemila dovranno andare a casa.

E allora, perché non nazionalizzare?
Domanda retorica, dato che in realtà la risposta è nota: perché comandano le grandi oligarchie finanziarie, perché il credo mercatista resta lì a dispetto dei suoi fallimenti, perché è su questo dogma che è stata edificata la schifosissima Unione Europea. Che pretende di dettar legge su tutto, ma sulle banche ancor di più.

Tuttavia, i fatti restano. Ed hanno la testa dura, anche se non come quella di chi ancora crede nel "mercato".

E i fatti di cui ci stiamo occupando gridano davvero vendetta. Il regalo al sig. Messina ed ai suoi azionisti è ributtante. La proposta di Intesa Sanpaolo non è una "offerta", è una rapina bella e buona. Ancor più grave se legalizzata con legge dello Stato. Vedremo se alla fine tutto ciò andrà in porto, ma il fatto che a questo punto si sia arrivati è la conferma più lampante di quanto la nazionalizzazione del sistema bancario sia necessaria quanto urgente.

martedì 20 giugno 2017

Il Raggio Verde



di Alessandra Daniele
La disfatta del Movimento 5 Stelle alle comunali è pesante, quanto impossibile da attribuire soltanto agli accrocchi di liste ciniche fra le quali PD e Forza Italia si sono mimetizzati per vincere.
I candidati sindaci del M5S hanno perso dovunque e contro chiunque.
Hanno perso a Palermo contro Leoluca Orlando, che è sindaco da quando Grillo faceva ancora Domenica In.
Hanno perso a Parma contro Pizzarotti, che gli ha inflitto il gol dell’ex.
Hanno perso a Genova, dove si sono inutilmente rimangiati la prima delle loro stesse regole
Hanno perso a Trapani contro due candidati entrambi inquisiti, per corruzione e pericolosità sociale.
Hanno perso a Verona contro la Lega, e la fidanzata di Tosi.
Fino a una settimana fa sembrava che i grillini avessero la vittoria in tasca, che nessuna delle cazzate irresponsabili che combinano potesse davvero danneggiarli.
Cos’hanno sbagliato?
Hanno cercato di sembrare responsabili.
Convegni coi lobbisti di Confindustria.
Aperture sull’Unione Europea.
Concessioni ai palazzinari romani.
Trattative sulla legge elettorale.
Col Cazzaro.
E Salvini.
E Berlusconi.
Questo genere di sputtanamento governista puoi farlo digerire agli elettori della Lega, non a quelli del Vaffa Day. Loro s’aspettavano che i grillini “aprissero il Parlamento come una scatoletta di tonno”, non che diventassero un ingrediente dell’insalata.
I grillini l’hanno capito. E sono subito corsi ai ripari.
Puntando agli elettori della Lega.
Con l’assunzione del complesso e variegato programma del Carroccio di Salvini:
“Basta negri”.
Dopo tanto barcamenarsi per rastrellare voti da destra a sinistra, dopo tanto negare l’evidenza di certe posizioni xenofobe, securitarie, antisindacali, complottiste, fino a negare la stessa esistenza di destra e sinistra (come fa la Lega), la lista cinica M5S s’unisce esplicitamente alle altre destre variamente fasciste nella caccia al capro espiatorio.
Non ha nessuna importanza se Casaleggio Jr. abbia o no incontrato personalmente Salvini o Meloni, è una sfumatura che solo i sofisti di Repubblica possono considerare dirimente, quando la convergenza di fatto è politica, e rende oggi particolarmente patetica la speranza del Fatto Quotidiano che Grillo potesse essere interessato a raccattare quei quattro stracciaculo degli scissionisti MDP, o quelli di Pisapia, oggi talmente disperati da evocare Prodi, già pratico di sedute spiritiche.
Virginia Raggi e Gianni Alemanno sono di fatto già uniti da un comune nemico.
Lo Straniero.
L’Invasore.
Il problema di Roma per loro non sono i palazzinari, ma i mendicanti. Lo stadio ecomostro si farà.
Il Movimento 5 Stelle è pronto per governare.
Gli mancano solo i voti, ma ha già deciso da che parte cercarli.
No, questa non è la sua fine, ma sicuramente per alcuni dei suoi elettori e dei suoi militanti è il tramonto d’una grande illusione.

lunedì 19 giugno 2017

PISA.. CHI? di Ciuenlai

 Mi pare chiaro. il grande circo mediatico al soldo dei potenti, ha deciso che Pisapia è il capo della nuova sinistra e che Prodi è il federatore del Centrosinistra. Ce li propinano tutti i giorni. Pisapia qua, Pisapia là, Renzi ama Pisapia, Prodi qua, Prodi Là, Renzi incontra Prodi e via imbonendo. E tutto questa gran da fare è propedeutico all'unica paura che i potenti hanno. Riavere, anche in Italia una vera sinistra con un progetto – programma alternativo al liberismo imperante.
Hanno paura della fine del pensiero unico. E, allora non contenti di aver occupato la tradizione scalando il Pd, non contenti di aver fatto fare al Governo del centrosinistra quello che non era mai riuscito agli esecutivi di destra, ora provano a mettere il cappello su questo processo, mettendo in campo i loro “campioni”, Prodi e Pisapia (e contorno). Se a sinistra è rimasto ancora un po' di buon senso, bisognerà cominciare a fregarsene dei “suggerimenti” del “nemico” e andare per la nostra strada costruendo una discussione aperta sul progetto – programma prima e sulla leadership dopo. Sgombrando il campo da due concetti che i soggetti “suggeriti” ci propinano tutti i giorni :
Sinistra di Governo – La sinistra di Governo non esiste. Esiste la sinistra punto! La collocazione di un partito (Governo e opposizione) deriva dai voti presi e dalle alleanze che riesce a costruire sulle sue idee. Qualsiasi soggetto politico, anche quello di Cicciolina, si presenta alle elezioni con l'ambizione di vincerle e di governare. Ma l'allocuzione non è neutra. Viene messa in campo per giustificare lo spostamento a destra dell'asse della proposta “ Se no non si vince” (passare da Corbyn, per una lezione veloce su come una proposta “radicale” seriamente ancorata ai temi ella socialità può far saltare il banco della politica).
Partito di centrosinistra – Non esiste. Un partito è “parte” e in quanto tale ha valori ed ideali che si riferiscono a quella parte. La cosiddetta “contaminazione” porta all'attuale Pd., che non mi sembra un gran risultato per la sinistra. Non si può confondere un partito con una coalizione. (quanta sinistra c'è in una soggetto con dentro Tabacci, Letta, Prodi, Bindi e Boccia?). Partiti differenti possono trovare punti in comune e creare un “rassemblement” elettorale per governare il paese. Ma la coalizione è una cosa e il partito è un'altra. “La contaminazione” è stato un intelligente processo da parte delle forze moderate, con il quale si è svuotato il Pd di qualsiasi riferimento all'idea di socialismo. Un processo che ha permesso di far fare il “lavoro sporco”, a chi avrebbe dovuto contrastare tutte quelle “schiforme” che hanno distrutto i diritti sul lavoro e il welfare.
E allora, per la serie “uno vale uno”, se Pisapia e Prodi vogliono partecipare (ma ne dubito) a questo processo benvenuti, se no se ne tornassero a fare la “sinistra di Governo”, con i liberisti alla Renzi. Contaminassero lui, perchè noi abbiamo bisogno in vece di levarci quella puzza di “moderatismo”, quella paura di presentarci per quello che siamo, che ancora ci tarpa le ali.

Per una coalizione civica nazionale di sinistra di Tomaso Montanari

Il testo che ho pronunciato oggi al Teatro Brancaccio, a Roma.
«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale, e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese».
    
L'articolo 3 della Costituzione della Repubblica. Il cuore del progetto che uscì dall'antifascismo e dalla Resistenza.
Ecco il nostro punto di partenza. Ma è anche il nostro punto di arrivo: l'attuazione dell'eguaglianza sostanziale, l'inclusione, la persona umana come misura di tutte le cose.
    
Questa la bussola, questa la mèta. Questo il metro per costruire una vera coalizione civica di sinistra.
L'inclusione è una prospettiva rivoluzionaria, in una Italia in cui imputiamo ai migranti come una colpa, addirittura come un reato, l'essere nati altrove. Abbiamo ridotto ad un problema contabile – di quote e flussi – la questione centrale di questo tempo: una migrazione di massa che ci interpella senza sosta circa la qualità della nostra democrazia, circa la realtà della nostra Costituzione, e anzi circa la nostra stessa umanità. È a Lampedusa, è nel disastro umano e democratico di Ventimiglia – non qua a Roma – che si capisce cosa vuol dire essere eguali, o non esserlo.
    
Partiamo dalla Costituzione perché – lo sappiamo tutti – non saremmo oggi qua senza la lunga battaglia culminata nella straordinaria vittoria del No, lo scorso 4 dicembre.
Ma bisogna essere molto chiari. Ci è stato spesso rimproverato che il No non fosse un progetto politico. E oggi ci si dice che non esiste un popolo del No. È vero. Hanno ragione: non esiste un popolo del No, esiste un popolo della Costituzione. Un popolo che sente proprio, e urgente, il progetto della Costituzione. E che ora vuole attuarlo.
    
Abbiamo capito che con quella riforma costituzionale non erano in gioco solo singoli articoli. Era revocato in dubbio un intero progetto. Erano messi in discussione i principi fondamentali della Carta.
Abbiamo detto no ad una oligarchia. Abbiamo detto no alla formalizzazione della oligarchia della finanza e delle banche. E abbiamo detto no perché volevamo dire un grande Sì: un Sì alla democrazia.
E la nostra idea di democrazia è quella che Michel Foucault leggeva in Aristotele: «La risposta di Aristotele (una risposta estremamente interessante, fondamentale, che entro certi limiti rischia forse di provocare un ribaltamento di tutto il pensiero politico greco): è che è il potere dei più poveri a caratterizzare la democrazia».
Ebbene, oggi è vero il contrario. Il potere è saldamente nelle mani dei più ricchi.
E, come ha scritto Tony Judt, «i ricchi non vogliono le stesse cose che vogliono i poveri. Chi dipende dal posto di lavoro per la propria sussistenza non vuole le stesse cose di chi vive di investimenti e dividendi. Chi non ha bisogno di servizi pubblici (perché può comprare trasporti, istruzione, e protezione sul mercato privato) non cerca le stesse cose di chi dipende esclusivamente dal settore pubblico. ... Le società sono organismi complessi, composti da interessi in conflitto fra di loro. Dire il contrario (negare le distinzioni di classe, di ricchezza, o di influenza) è solo un modo per favorire un insieme di interessi a discapito di un altro».
Oggi tutto il sistema serve a perpetuare una radicale negazione della democrazia, bloccandoci in gated communities: gruppi divisi per censo e ben recintati, culturalmente, socialmente e materialmente. Gruppi dai quali è impossibile evadere.
Oggi si parla di una Sinistra rancorosa. Se ci si riferisce ai regolamenti interni di un ceto politico autoreferenziale e rissoso, sono d'accordo. Non sono d'accordo, invece, se ci si riferisce alla sacrosanta rabbia che in molti proviamo per questo stato delle cose. Una indignazione che è la molla fondamentale per ridiscutere i fondamentali di una politica profondamente corrotta, in tutti i sensi.

Occorre rovesciare il tavolo della sinistra, per tornare a guardare le cose dal punto di vista di chi è caduto a terra: non da quello di chi è garantito.
Noi oggi siamo qua per fare nostro questo punto di vista. Il punto di vista di chi è caduto, di chi non si è mai alzato.
Quando è stato chiaro che ciò che pure si continua a chiamare 'sinistra' sarebbe stata sotto il controllo di una oligarchia senza alcuna legittimazione dal basso, e intimamente legata al sistema, abbiamo detto: 'basta'. Se l'unica prospettiva della sinistra era tornare ad allearsi, in qualunque forma, al Pd di Matteo Renzi, ebbene noi non avremmo nemmeno votato.
Io ed Anna Falcone abbiamo deciso di invitarvi a venire qua oggi, quando l'ennesimo amico ci ha detto che alle prossime elezioni politiche non avrebbe votato. Quando noi stessi ci siamo confessati un identico stato d'animo.
Milioni di persone ­– tra cui moltissimi giovani – che il 4 dicembre erano andati ai seggi per dire no a quel progetto di oligarchia, ora non vedono niente a cui dire sì con un voto. Nessun progetto di giustizia ed eguaglianza. Solo giochi di potere: autoreferenziali, incomprensibili. Senza futuro: morti.
E «lasciate che i morti seppelliscano i morti», dice il Vangelo.
Tutti questi giochi sono basati su un assunto, un dogma, una certezza: che ormai in Italia voti solo il 50% dei cittadini. E sulla cinica consapevolezza che quel 50% che vota è la metà più garantita, più protetta. Quella che ha qualcosa da perdere. E che, invece, nel 50% che non vota ci sono i sommersi. I disperati. I disillusi. Gli scartati, di cui nessuno si cura.
Ebbene, l'idea che ci ha condotti oggi qua è molto semplice: costruire una grande coalizione civica nazionale e di sinistra capace di portare in Parlamento questa metà di Italia.
Con il suo dolore, le sue ferite, le ingiustizie patite. Ma anche con il suo progetto, la sua voglia di riscatto, la sua fame di futuro. La sua fantasia.
Abbiamo difeso con i denti una Repubblica parlamentare. Abbiamo rigettato il disegno di uno strapotere del potere esecutivo.
Ebbene, siamo coerenti: è il Parlamento il centro della vita democratica.
Una delle ragioni della decadenza della nostra democrazia è l'umiliazione perpetua del Parlamento, cristallizzata in sistemi elettorali che l'hanno consegnato alla cieca fedeltà a pochi capi.
E allora: è venuto il momento di lavorare sulla rappresentanza, non sul feticcio della governabilità.
In questi giorni siamo stati rimproverati perché non pensiamo ad una sinistra di governo. Vorrei rispondere con chiarezza e con forza.
In questi ultimi vent'anni la sinistra italiana ha scambiato i fini con i mezzi: il governo è diventato un fine, e ci siamo dimenticati a cosa serviva, governare.
E invece il governo è un mezzo, è uno strumento, per attuare un progetto: e noi oggi vogliamo lavorare al progetto, portando in Parlamento l'energia, la sofferenza, la visione di questo Paese.
È questo l'unico voto veramente utile: quello che costruisce rappresentanza democratica, portando in Parlamento l'altra metà dell'Italia. Un grande progetto di inclusione e di attuazione della sovranità.
Sia chiaro. Sappiamo bene che è nelle città che si gioca la partita più carica di futuro.
La distruzione delle economie dei comuni, la verticalizzazione elettorale delle figure dei sindaci, l'alienazione dello spazio pubblico, il massacro dei tessuti urbani hanno fatto delle cento città italiane altrettante fabbriche della diseguaglianza e della infelicità.
Ma dove è il pericolo, là si trova anche il rimedio: ed è da quelle stesse città che sono partite mille esperienze di rinnovamento: molte delle quali oggi sono rappresentate tra noi. Si tratta di esperienze cruciali, la vera novità della scena politica italiana. Penso – per esempio – all'esperienza delle coalizioni civiche di sinistra di Padova e di Catanzaro. Quel che conta in questi esempi è la qualità di una partecipazione intensa e lucida, che ha tenuto insieme partiti, associazioni e cittadini. Tanti cittadini: cittadini che avevano da anni rinunciato alla politica. Ecco il punto: riunire, federare, far dialogare, mettere insieme, cucire tutte queste esperienze di partecipazione civica, facendole sfociare in Parlamento, centro della comunità civile italiana.
Basta guardare a queste esperienze sparse per tutta Italia per comprendere che siamo di fronte ad una rottura con la formula del centro-sinistra. Ma non è questione di sigle, né tantomeno si tratta di escludere un'area politica. È questione di storia, di fatti.
È ai governi di centro sinistra che dobbiamo lo smontaggio sistematico del progetto della Costituzione. La prima riforma costituzionale votata dalla sola maggioranza parlamentare è stata la riforma del Titolo V della Costituzione sul finire della prima legislatura dell'Ulivo.
È stato un governo di centro sinistra a decidere una guerra illegittima sia per la Carta dell'Onu, sia per la nostra Costituzione.  
L'approccio restrittivo all'immigrazione è stato introdotto dalla legge Turco-Napolitano.  
L'avvio della precarizzazione dei rapporti di lavoro la dobbiamo alla riforma Treu.
L'abbandono del ruolo dello Stato nell'economia (e dunque nella vita dei cittadini) è avvenuto in forza delle privatizzazioni incontrollate e delle spesso altrettanto incontrollate liberalizzazioni volute da governi di centro sinistra 
La mancanza di una seria legge contro la concentrazione dei mezzi di informazione è frutto di scelte compiute durante la prima legislatura dell'Ulivo 
Il colpo finale alla progressività fiscale è venuto dalla stessa area politica. La "federalizzazione" dei diritti, che oggi ne impedisce l'uguale attuazione su tutto il territorio nazionale (pensiamo alla sanità!), è iniziata con le riforme di Franco Bassanini.  
L'infinita stagione della distruzione della scuola e della aziendalizzazione dell'università porta anche la firma di Luigi Berlinguer 
E l'espianto di fatto dell'articolo 9 della Costituzione – quello che protegge ambiente e patrimonio culturale – non lo si deve a Lunardi o a Bondi, ma ai governi Renzi e Gentiloni, con lo Sblocca Italia e la riforma Franceschini.
 
Infine, il completo abbandono del Mezzogiorno d'Italia a se stesso: una delle macro-diseguaglianze più atroci e insopportabili. Un abbandono sancito dalla cinica alleanza tra il Pd e il peggio dei governi regionali del Sud: basti pensare allo scandalo della Campania.

Quando noi diciamo che è finita la stagione del centro sinistra, diciamo che bisogna rompere con tutto questo: bisogna rompere con una sinistra alla Tony Blair, che fa il lavoro della destra. Con un Renzi indistinguibile da Berlusconi.
Bisogna finirla con un centro sinistra che ha sostanzialmente privatizzato il rapporto tra il cittadino e i suoi diritti, sterilizzando e di fatto abrogando i principi fondamentali della Costituzione. Come ha scritto Luciano Gallino, la «"costituzione" non scritta, ma applicata da decenni con maggior rigore di molte Costituzioni formali, ... [è] volta a cancellare le conquiste che la classe lavoratrice e le classi medie avevano ottenuto nei primi trenta o quarant'anni dopo la guerra». Gallino ha spiegato che il primo articolo di questa legge – virtuale, ma ferrea – fatta propria in Italia dal centro sinistra dice che «lo Stato provvede da sé a eliminare il proprio intervento o quantomeno a ridurlo al minimo, in ogni settore della società: finanza, economia, previdenza sociale, scuola, istruzione superiore, uso del territorio».
Alcune personalità politiche che hanno contribuito a questo smontaggio dello Stato oggi non stanno con il Partito Democratico di Matteo Renzi (erede naturale di quelle politiche), ma dicono di voler partecipare ad un processo unitario a sinistra. «Ci siamo dimenticati dell'uguaglianza», ammette Romano Prodi nel suo ultimo libro: chi la pensa così, è benvenuto. Non c'è alcun bando, alcuna proscrizione, alcuna esclusione.
Ma deve essere chiaro che la rotta è invertita. Che la rotta è diametralmente opposta a tutto questo.
Non chiediamo un'abiura rispetto al passato (e come potremmo? a che titolo?): ma dev'essere chiaro che qua vogliamo costruire un futuro diverso.
Lo stesso vale, sia chiaro, per le posizioni espresse al referendum del 4 dicembre. Nessuno è bandito perché ha votato sì. Ma nel momento in cui il Pd e Forza Italia annunciano che nella prossima legislatura riproveranno a manomettere la Costituzione, bisogna che ci sia un impegno esplicito e non derogabile: chi sta da questa parte la Costituzione vuole attuarla, non rottamarla.


È il futuro che ci sta a cuore: non la resa dei conti con il passato.
E, allora, cosa vogliamo per il futuro? Provo a dire tre cose concrete, che indicano la direzione.
Vogliamo applicare l'articolo 53 della Costituzione, quello che impone la progressività fiscale: sia per i redditi, che per i patrimoni.
Negli ultimi decenni sono state aumentate le tasse ai poveri per poterle diminuire ai ricchi. Occorre invertire la tendenza. Le tasse vanno ridotte a chi ne paga troppe: ai redditi bassi e ai redditi medi; vanno aumentate a chi ne paga poche: ai redditi alti e altissimi. Solo allora una lotta senza quartiere all'evasione fiscale potrà avere successo. Ci vuole una seria imposizione patrimoniale. E occorre ripristinare una seria imposta di successione. Perché una seria progressività fiscale realizza due obiettivi: consente di raccogliere le risorse necessarie a sostenere e incrementare lo stato sociale e opera una redistribuzione della ricchezza.
Come ben sappiamo, la Costituzione è fondata sul lavoro, nel senso che indica una precisa prospettiva di trasformazione della società. È la rivoluzione promessa di cui parlava Piero Calamandrei. Ed è per questo che la disoccupazione sfigura le vite delle persone e contemporaneamente mina la tenuta della democrazia. Per questo la Costituzione non sarà attuata finché non ci sarà parità di retribuzione tra uomini e donne.
Solo ieri siamo scesi in piazza, con la CGIL, per denunciare il vero e proprio inganno costituzionale compiuto dal governo Gentiloni sui voucher: un atto grave nel merito, e ancor più grave perché aggirando e contraddicendo un referendum già convocato distrugge, dall'alto e dall'interno delle istituzioni, quel rispetto della legalità costituzionale che è il presupposto minimo per il funzionamento della nostra democrazia.
La Costituzione costruisce i rapporti economici su un equilibrio tra capitale e lavoro. Ma oggi il capitale spadroneggia sul lavoro. Lo Stato per primo abusa del precariato (nella scuola, negli ospedali, nelle biblioteche, nei musei). Bisogna tornare a un rapporto più equilibrato. La prima cosa da fare è reintrodurre una disciplina il più possibile unitaria dei rapporti di lavoro: bisogna tornare a un contratto, tendenzialmente unico, a tempo indeterminato. A tutele uguali per tutti.
E poi l'ambiente: come ha detto con forza Barack Obama, siamo probabilmente l'ultima generazione che può ancora fermare l'autodistruzione del genere umano.
L'Italia non l'ha capito. La media del nostro consumo di suolo è del 7% annuo, contro il 4,1 medio dell'Unione Europea. Matteo Renzi e Maurizio Lupi, con lo Sblocca Italia, hanno slegato le mani ai signori del cemento e delle grandi opere (dal Tav in Val di Susa al fantasma ricorrente del Ponte sullo Stretto), con un'idea di sviluppo distruttiva e tremendamente vecchia.
Invece, l'unica vera opzione è UGO: l'Unica Grande Opera utile, e cioè il risanamento del territorio italiano. La prevenzione antisismica, la cura idrogeologica, la conservazione programmata del patrimonio culturale, che con il territorio è indissolubilmente fuso.
Una vera spending review dei conti pubblici, ma orientata sui valori fondamentali della Costituzione (e dunque in primis rivolta a comprimere una sempre crescente spesa militare), è la premessa necessaria per finanziare questa immensa opera: capace di dare lavoro a centinaia di migliaia di persone, e di farci risparmiare i miliardi che buttiamo per riparare alle continue catastrofi ambientali in gran parte provocate da noi stessi.
È venuto il momento di ricostruire lo Stato, e il suo ruolo.
Uno stato capace di fare l'interesse di tutti. Bisogna mettere fine "al sistematico sacrificio degli interessi pubblici più sacrosanti (la salute, la difesa del paesaggio e del patrimonio artistico, l'ordinato sviluppo urbanistico, l'onesto rispetto della legge e dell'equità) agli interessi privati, di parte, di corrente, di gruppi e uomini nella lotta per il potere": sono parole di Enrico Berlinguer, pronunciate nel 1974.
Oggi l'interesse pubblico – anzi direi la possibile felicità pubblica – parte dalla scuola, dalla conoscenza, dalla cultura. Uno dei tratti più torvi del potere berlusconiano e renziano è stato, ed è, il disprezzo per la conoscenza, e il connesso travisamento del ruolo della scuola.
La scuola ha un unico compito: formare il cittadino sovrano di domani, e creare uguaglianza. Non produrre clienti, consumatori o schiavi. E ogni bambino perduto è un cittadino perduto. L'ultima rilevazione dell'Istat dà la dispersione scolastica al 14,7%, con picchi del 24% in Sicilia o in Sardegna. La media europea è dell'11%, l'obiettivo per il 2020 è del 10%. Di fatto oggi in Europa percentuali più alte ci sono solo in Spagna e Portogallo, Malta e Romania.
Nell'Italia di oggi l'analfabetismo funzionale (cioè la condizione di chi avendo letto un testo, non è in grado di riferirne correttamente i contenuti) è al 47%.
La Costituzione impone alla Repubblica di promuovere «lo sviluppo della cultura e la ricerca»: il progetto è quello di una redistribuzione di massa di una conoscenza continuamente rinnovata dalla ricerca, l'obiettivo è formare un cittadino consapevole, attivo, critico. Una società critica, una società del dissenso non è un ostacolo allo sviluppo: è una condizione essenziale per la democrazia.
Ma le politiche degli ultimi decenni, con un'accelerazione finale, sono andate in direzione diametralmente opposta. La cosiddetta cultura, e con essa il patrimonio culturale e la 'buona' scuola: tutto è stato messo al servizio di una generale de-intellettualizzazione del Paese, al servizio di un assopimento collettivo della coscienza critica, al servizio di una nostra radicale metamorfosi da cittadini in clienti, consumatori, spettatori. Invertire la rotta è la prima condizione per cambiare lo stato delle cose: anzi per immaginare che cambiarlo sia possibile.
 
Sappiamo bene che perché lo Stato italiano provi ad attuare il progetto della sua Costituzione bisogna ridiscutere i fondamenti dell'Unione Europea.
Non c'è dubbio che gli obiettivi dei trattati europei divergano in modo anche radicale da quelli che la nostra Costituzione ci impone. Questo oggettivo scontro finora ha piegato la Costituzione: fino al punto da farci inserire il pareggio di bilancio nell'articolo 81. Ebbene, anche su questo è ora di invertire la rotta. L'Italia è il più autorevole di un grande gruppo di paesi che può e deve chiedere una profonda revisione dei trattati. Mentre da subito bisogna attuare i punti più avanzati dei trattati attuali: per esempio l'articolo 3 del Trattato di Lisbona, che mette tra gli obiettivi dell'Unione la piena occupazione. Per far questo occorre costruire una sovranità europea, una vera politica europea. È questo l'unico europeismo che può darci ancora Europa e, domani, più Europa. Perché, sia chiaro, l'Italia non ha futuro fuori dall'Unione Europea. Ma questa Unione Europea va cambiata dalle fondamenta.
 
È su tutto questo, e su molto altro ancora, che dobbiamo e vogliamo discutere insieme, da oggi in poi. Ed è importante, anzi decisivo, decidere come farlo. Se le idee, i nodi, le prospettive che oggi proveremo a delineare vi sembreranno quelli essenziali, vitali, da domani può partire un vero processo costituente, dal basso.
Non c'è nulla di stabilito, di deciso. Non un nome (alleanza popolare per la democrazia e l'eguaglianza è solo una goffa didascalia esplicativa di un progetto), non un programma, non una leadership, non candidature. Ciò che vorremmo è un'alleanza capace di portare in Parlamento la parte sommersa di questo Paese. Un'alleanza tra cittadini, associazioni, comitati e partiti.
Su questo punto bisogna essere chiari. Un vento impetuoso soffia oggi in Italia contro l'idea stessa di partito. Noi non siamo d'accordo. Non crediamo alla favola che oppone una società buona ai partiti cattivi. Sentiamo invece il dovere di distinguere: tra partito e partito, e nella società stessa.
Sappiamo quanto i partiti in sé siano cruciali nel funzionamento del sistema disegnato dalla nostra Costituzione.
Pensiamo che il Partito Democratico di Renzi sia ormai un pezzo della destra. Perché fa politiche di destra: e di destra non sempre moderata. Lo diciamo con grande dolore, e con profondo rispetto per una gran parte dei suoi militanti. Ma dovremmo collocare un partito che lavora per aumentare la disegugaglianza (si pensi al Job's act)?
Lo diciamo una volta per tutte: chi partecipa a questo processo costituente di una nuova sinistra partecipa alla costruzione di una forza radicalmente alternativa al PD.
Pensiamo che il Movimento 5 Stelle sia prigioniero di un'oligarchia imperscrutabile. E vediamo che nella sua agenda – sempre più spostata a destra, con tratti preoccupanti di xenofobia e intolleranza – non c'è posto per la parola eguaglianza.
Ma vediamo anche che ci sono partiti diversi. Possibile e Sinistra Italiana hanno subito risposto a questo appello. La loro adesione non ci ha sorpreso: eravamo stati accanto in mille battaglie, non da ultimo in quella per il No.
E hanno risposto anche Rifondazione Comunista, e tante esperienze politiche di partecipazione, tra cui per esempio Dema, l'Altra europa per Tsipras e molte altre.
Naturalmente se fossimo convinti che la forma partito è sufficiente, oggi non saremmo qua: non si tratta di rifare una lista arcobaleno con una spruzzata di società civile.
C'è forte l'esigenza di qualcosa di nuovo, e di qualcosa di più grande. Lo dico con le parole di Gustavo Zagrebelsky: è necessaria la «più vasta possibile unione che sorga fuori dei confini dei partiti tradizionali tra persone che avvertano l'urgenza del momento e non siano mosse da interessi, né tantomeno, da risentimenti personali: come servizio nei confronti dei tanti sfiduciati nella politica e nella democrazia».
Altri partiti non hanno ancora deciso se partecipare. Articolo 1-Movimento Democratico Progressista ci ha chiesto di parlare: ascolteremo tra poco, e con grande attenzione, il senatore Miguel Gotor.
Abbiamo invitato Giuliano Pisapia, e il suo Campo progressista: la risposta è stata che «non ci sono le condizioni». Non ci pare un buon inizio. Ma è una risposta che aiuta a spiegare perché oggi siamo qua: perché temiamo che nessun'altro voglia parlare alla metà del Paese che non vota.
Il nostro obiettivo finale rimane una sola lista a sinistra: e aspettiamo, il primo luglio, una risposta chiara. Una risposta sulle cose, non sulle formule.
In questi giorni, le migliaia di persone che hanno aderito a questo invito hanno espresso due sentimenti contraddittori: entusiasmo e paura. L'entusiasmo di chi diceva: «Sono felice di poter tornare a votare!». La paura di chi teme che anche questo tentativo fallisca, come tutti quelli ­– generosi e coraggiosi – che l'hanno preceduto. Non li elenco: tutti li conoscete, molti di voi ne portano ancora le cicatrici.
C'è chi teme che questo mondo sia troppo magmatico per unirsi anche solo in una lista. C'è chi teme che i partiti controllino questo processo, come burattinai da dietro le quinte. Entrambi questi rischi esistono. E l'esito di questo processo dipende tutto da quanti saremo, e da quanto determinati saremo.
Vogliamo costruire una vera 'azione popolare', come direbbe Salvatore Settis.
Ma ci riusciremo solo se la partecipazione senza tessere sarà così ampia da superare di molte volte quella degli iscritti ai partiti. Una lista di cittadinanza a sinistra: questo vogliamo costruire.
Qualcosa ci assicura che anche questa volta non finirà male? No, niente ce l'assicura: se non il nostro impegno.
In una politica che si fonda sull'esibizione della forza, sull'arroganza e sul marketing del nulla noi diciamo al Paese: siamo poveri, siamo piccoli, siamo a mani nude, siamo pieni di limiti e avviati su un sentiero irto di ostacoli.
Ma vogliamo mettere insieme tutte queste nostre debolezze: perché sappiamo che Davide può rovesciare Golia. Anche questo abbiamo imparato, il 4 dicembre.
In una sinistra gremita da leaders senza popolo, noi siamo un popolo che non cerca un leader, ma partecipazione e condivisione.
Sappiamo, sentiamo che ci dobbiamo provare: che non possiamo rassegnarci all'astensione. Che rimarrebbe, dopo un fallimento, l'unica possibilità.
Ma non vogliamo rassegnarci ad una passione politica che escluda a priori il tema della rappresentanza parlamentare. Se vogliamo che il mondo cambi, dobbiamo portare in Parlamento chi vuole cambiare il mondo.
Da oggi dobbiamo costruire luoghi per decidere. Questo mare di idee, sofferenze, speranze, conoscenze deve sapersi organizzare. Deve saper decidere, dal basso e in modo trasparente: scegliendo un programma chiaro e forte, in dieci punti.
In pratica, dobbiamo da domani avviare un percorso sul territorio, con assemblee che consentano il censimento e la raccolta delle energie disponibili e una sorta di carovana che attraversi l'Italia definendo i nodi del programma.
Chi sottoscrive questo progetto dovrà riunirsi in assemblee territoriali capaci di eleggere una assemblea nazionale che definisca progetto, nome, simbolo e struttura organizzativa di questa coalizione. E un regolamento e dei criteri per far emergere le candidature.
Io credo che queste ultime andranno scelte non al centro, ma collegio per collegio, circoscrizione per circoscrizione. Non con la truffa delle primarie aperte a chi passa, né con manovre occulte di centri organizzati di potere: ma in modo partecipato e veramente democratico.
Dobbiamo decidere con un processo in cui ogni cittadino conti a prescindere dalle tessere che ha o non ha in tasca. Un percorso che dovrebbe portare – lo ripeto – ad una grande lista civica nazionale, di sinistra e per l'attuazione della Costituzione.
Se vogliamo che un processo come questo giunga in porto, ci sarà bisogno di una partecipazione più larga, e anche di una partecipazione nuova, di un altro modo di fare politica. Non basato sul leaderismo, ma sulla comunità.
È per questo che io, personalmente, non mi candiderò a nulla. E mi auguro che saremo in tanti, ad impegnarci fino in fondo, ma senza candidarci.
È infatti vitale che esista una cerchia di cittadini attivi e partecipanti, ma capaci di tenere alto il senso critico. Prendendo parte, anche appassionatamente, ma senza smorzare la critica.
Lo dico oggi per bloccare sul nascere un prevedibile tormentone. Ieri la Stampa ha, per esempio, scritto che «Tomaso Montanari e Anna Falcone ... si candidano a diventare la faccia fresca e "presentabile" della sinistra radicale, quella che dalla sconfitta della Sinistra Arcobaleno del 2008, ha cambiato più volte sigle ma non le percentuali elettorali, sempre ferme al 3 per cento».
Ecco, è esattamente il contrario. Non solo perché le nostre facce non rappresentano e non contano nulla. Ma perché questa 'cosa' nasce per ambire a percentuali a due cifre: perché ambisce a recuperare una parte dell'astensione di sinistra. E se dovesse ridursi a una lista arcobaleno con davanti le sagome della cosiddetta 'società civile' sarò il primo a dire che il tentativo è fallito.
Riuscirà se ci sarà una travolgente azione popolare. Così travolgente da non aver bisogno né di narrazione né dell'attenzione dei giornali: perché sarà un realtà. E così plurale da avere tanti volti da rendere impossibile isolarne alcuni.
Se oggi siamo qua è perché crediamo che questa azione popolare possa prendere vita: perché è l'unico mezzo per uscire da questo gorgo di infelicità. Perché – lo ha detto don Lorenzo Milani – «sortirne da soli è avarizia, sortirne tutti insieme è politica».
Un amico, militante del Movimento 5 Stelle, mi ha sorpreso in questi giorni, scrivendomi: «Una volta – molto tempo fa – chiesero a Vittorio Foa cosa desiderasse per Natale: la risposta fu" una destra democratica". A noi grillini non farebbe schifo una sinistra fedele ai suoi ideali e alla Costituzione, tanto per cambiare...».
Una sinistra fedele ai suoi ideali, e alla Costituzione: ecco, è proprio quella che da oggi vogliamo provare a costruire.
Tutti insieme.

venerdì 16 giugno 2017

Dal Brancaccio verso una sinistra autonoma e popolare di Luca Pandolfi

                                                            
                        
di domenica al Teatro Brancaccio di Roma, che fa seguito all'appello lanciato da Anna Falcone e Tomaso Montanari giorni addietro, apre una grande speranza nel nostro Paese: costruire in alternativa al Pd ed alle destre – due facce della stessa medaglia nel processo di conversione ordoliberista delle nostre società – una forza di sinistra in grado di "riconnettersi sentimentalmente" con i ceti popolari, quelli che hanno pagato duramente in questi anni il prezzo della crisi e della sua scellerata gestione, da parte delle stesse forze, economico-finanziarie e politiche, che l'hanno causata.
Operai, precari, giovani, ceto medio impoverito, intelligenze e saperi mortificati, il Mezzogiorno tradito e il Nord frustrato nelle sue aspettative di ripresa. Il Paese reale, in sofferenza, che ha riversato milioni di voti sul Movimento 5 Stelle, pensando di investire sul cambiamento. Ora è tutto più chiaro: Grillo, in questi anni, ha fatto da stampella al sistema, drenando e sterilizzando il dissenso, largo, profondo, che, comunque, ancora è vivo nella nostra società. Fino alla deriva para-xenofoba e securitaria attuale.
Sofferenza sociale e dissenso: è in questa direzione che bisogna guardare, parlando un linguaggio di verità e di concretezza, aprendosi all'ascolto, alla comprensione, entrando in sintonia con le "ragioni del popolo". Reddito, lotta alla precarietà, dignità del lavoro, diritto allo studio, contrasto alla criminalità organizzata, sicurezza.
Libertà e uguaglianza, sostanziale, come sancito dalla Costituzione.
Lo Stato dovrà concretamente occuparsi della rimozione degli ostacoli "di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese", mettendo in discussione gli assurdi vincoli di bilancio derivanti dalla nostra partecipazione all'Unione economica e monetaria europea. Le persone vengono prima dei conti pubblici. Ci sono diritti che nessun vincolo di finanza pubblica può limitare, comprimere, negare. Bisogna dirlo forte, gridarlo, assumendo pubblicamente, solennemente, l'impegno che mai e poi mai, in futuro, il diritto al lavoro, alla salute, allo studio, potrà essere sacrificato sull'altare del risanamento dei bilanci bancari. Quello che è accaduto in questi anni: il conto della crisi, partita dal settore bancario, è stato portato ai cittadini: una montagna di debiti privati è diventata d'incanto una montagna di debito pubblico, caricato sul groppone dei popoli. Basta! A costo di rompere con l'attuale quadro comunitario e le sue regole.
Perché il progetto sia credibile, nondimeno, non basteranno soltanto nuove parole d'ordine, innovazione nel linguaggio e nella comunicazione, un certo rinnovamento del personale politico, punti programmatici chiari: bisognerà additare pubblicamente i responsabili delle politiche che in questi anni hanno aggredito, tagliato, modificato geneticamente, il welfare state, gli esecutori materiali della strage di diritti perpetrata a danno dei lavoratori, dei giovani, dei migranti, i Quisling del capitale finanziario, del potere reale.
Politicamente, questo significa dichiarare, inequivocabilmente, la propria alternatività al Pd ed ai cespugli che gli gravitano intorno. Ma non basta. Significa che il "centrosinistra", cui qualcuno ancora impudentemente allude, non solo è una formula improponibile, vuota, ma un'esperienza, consumata, alla quale una nuova sinistra può solo imputare un pezzo, nemmeno tanto trascurabile, di responsabilità nel processo di ristrutturazione capitalistica iniziato qualche decennio addietro e nella manomissione, spoliazione, del welfare universalistico.
Non possono esserci ambiguità su questo versante. Fuori e contro il Pd, quindi, bando a manovre tese a riproporre alleanze improbabili, soluzioni compromissorie e bocciate dalla storia.
Avanti, con convinzione.

lunedì 12 giugno 2017

"Il nuovo filo rosso che può unire le sinistre". Intervento di Gianluca Schiavon


Non capita sovente che in pochi giorni. a fronte di una legge elettorale di dubbia costituzionalità, una parte significativa delle borghesia riflessiva italiana si interroghi sulla tenuta del sistema democratico italiano e sul futuro di una proposta elettorale di sinistra. E lo faccia non in base alla collocazione topografica del singolo dirigente politico, in un centrosinistra immaginario, ma in base a poche parole d’ordine e a un testo normativo: la Costituzione repubblicana.
Lo storico dell’arte moderna Tommaso Montanari e la giuspubblicista Anna Falcone sono due intellettuali militanti che hanno contribuito con la loro mobilitazione volontaria a sconfiggere il disegno di stravolgimento dei poteri e dei diritti avanzato da Renzi e Boschi.
Rappresentano una generazione che fuori e oltre, ma non contro, le soggettività politiche, sindacali e l’associazionismo classico (ANPI e ARCI) hanno fatto prevalere e, persino, reso egemone la difesa della Costituzione antifascista su un’ideologia della modernizzazione decisionista. Sono consapevoli del fatto che sul sì e sul no il 4 dicembre si è definitivamente strappata la foto dell’album di famiglia che ritraeva il gruppo dirigente della sinistra apparentata – salvo qualche defezione – dagli anni settanta ai giorni nostri.
Forti, dunque, di questa consapevolezza hanno scritto per il manifesto un appello di grande semplicità che getta le basi per una aggregazione politica a sinistra sans phrase: senza aggettivi né paletti, senza quarti di nobiltà né rendite di posizione. Un’aggregazione fondata sul dovere di rimuovere gli ostacoli alla libertà e all’uguaglianza tra i cittadini e di far partecipare le lavoratrici e i lavoratori all’organizzazione del Paese che abbia l’ambizione di compendiare la dottrina sociale della chiesa, ribadita a sfinimento dal papa, e il pensiero di Lelio Basso e di Massimo Severo Giannini sintetizzato nell’art. 3, comma 2, della Costituzione. Una lista da costruire affinché non accada più che la sinistra vada al governo per fare la destra, non perché è alleata alla destra, ma perché è diventata essa stessa destra liberale, in qualche caso, persino illiberale, così trasformando il suo elettorato e la sua base in una tifoseria.
Un approccio opposto a quello di Giuliano Pisapia – il quale, non a caso, è stato a favore delle principali scelte di Renzi – secondo il quale il problema del PD non si iscrive nella sua natura, ma nell’alleanza con Alfano oggi e, domani, con Berlusconi. Un’ambizione opposta a Pisapia federatore del centrosinistra cioè estensore o facilitatore di un patto d’acciaio tra gruppi dirigenti del PD e di altre forze più modeste volto a governare l’Italia attuale ristretta nel perimetro dei vincoli e dei trattati europei e transnazionali che hanno contribuito a ferire o disapplicare la Costituzione.
Il centrosinistra di Pisapia è la riedizione dell’accordo strategico tra la sinistra sconfitta di Benoît Hamon a la postsinistra liberale di Emmanuel Macron. Nell’appello per un’alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza e, seppur in maniera più sfumata, anche nell’appello di Libertà e Giustizia si riscontra un punto di vista più affine a quello del repubblicanesimo progressista di Jean Luc Mélenchon.
L’alleanza sperata da Falcone e Montanari non esclude nessuna forza politica, culturale, di autorganizzazione sociale, a differenza di quanto pare fare Giuliano Pisapia il quale, secondo i retroscena dei principali quotidiani, esclude dal suo percorso finanche le forze parlamentari Sinistra Italiana e Possibile.
L’aggregazione elettorale di sinistra costituzionale, per essere appetibile, deve avere una soglia di accesso bassa, a prescindere dalle divergenze passate. Tutti i soggetti politici che vi parteciperanno devono mettersi a disposizione e cedere sovranità avendo l’ambizione di governare per cambiare l’esistente e, quindi, senza alleanze con le forze che approveranno la legge elettorale.
Solo se l’assemblea del 18 giugno darà seguito all’appello e produrrà una lista unitaria di sinistra può cominciare ad esaurirsi il ciclo di crescita del Movimento 5 Stelle: perché le esigenze popolari hanno cominciato a trovare una diversa e nuova risposta e, al contempo, perché è emerso, non dal casting della Casaleggio associati, una nuova leva di rappresentanti istituzionali delle vittime della precarietà e dell’autosfruttamento.
La rappresentanza al progetto di sinistra senza aggettivi non esaurisce, evidentemente, la necessità di ribaltamento del rapporto di classe tra il capitale e la forza a lui antagonista, né di ricomposizione dei soggetti sociali che compongono questa forza. Le basi per concorrere al progetto non paiono, tuttavia, incompatibili alla costruzione anche in Italia di un soggetto che abbia l’ambizione di rifondare il pensiero e l’organizzazione della trasformazione e del superamento del capitalismo.

"La vera battaglia da condurre è quella su welfare e pubblico impiego. Ecco perché..." di Federico Giusti


Un nutrito gruppo di delegati di base riunito sotto il cartello di Pubblico impiego in movimento, ha dato vita ad un convegno nazionale tenutosi a Milano il 10 Giugno.
Veniamo da anni difficili nei quali lo stesso sindacato di base ha subito non solo profonde trasformazioni ma anche pericolose involuzioni e un deficit di democrazia interna, anni nei quali le iniziative unitarie su temi rilevanti e strategici sono stati ben pochi.
E' assolutamente legittima la ricerca di un ambito di confronto serio, poi nell'immediato futuro valuteremo se alle parole seguiranno i tanto attesi fatti.
La strada da percorrere nel pubblico impiego è forse la piu' complicata perché i 3 milioni e 200 mila dipendenti sono per antonomasia i meno conflittuali, in certi settori prevalgono logiche clientelari e di subalternità ai dettami governativi e agli accordi sindacali sottoscritti dai cosiddetti rappresentativi.
La riduzione da 11 a 4 comparti è avvenuta senza reali risposte, eppure questo accordo, sottoscritto dalla stessa Usb, avrà ripercussioni negative sul salario di tanti\e quando si tratterà, con il prossimo contratto nazionale, di uniformare le retribuzioni.
Pensiamo poi al fatto che ad oggi non esistono stanziamenti certi per i rinnovi contrattuali e sulla stampa leggiamo notizie che sembrerebbero smentire l'ottimismo dell'accodo autunnale che aveva promesso aumenti medi di 80 euro. La stessa direttiva Madia per il rinnovo dei contratti da poco uscita non fa luce sull'importo dei fondi a disposizione , si capisce che per il 2017 e il 2018 non c'è ancora una effettiva copertura e dovremo attendere le prossime manovre economiche del Governo. Ma peggio ancora per la sanità e gli enti locali, questi aumenti contrattuali potrebbero sancire anche ulteriori sacrifici per enti ai quali i Governi hanno sottratto per anni fondi promettendo loro un risarcimento mai arrivato.
Ora sappiamo che questi aumenti non sono affatto scontati, potrebbero arrivare per i salari piu' bassi scatenando una guerra intestina al pubblico impiego.
Basta calcolare la inflazione Istat per comprendere che se nel 2009 uno stipendio era pari a 1400 euro, oggi dovrebbe essere non inferiore a 1570, quasi 170 euro di perdita che non sarebbe certo compensata con 80 euro magari dilazionati in piu' anni. Ma la cifra perduta è sicuramente maggiore se pensiamo al secondo livello di contrattazione e all'aumento dei costi in generale che le attuali buste paga non riescono piu' a reggere.
Neppure la certezza della perdita salariale ha spinto i\le dipendenti del pubblico impiego a delegittimare Cgil cisl uil e sindacati autonomi, da qui bisogna ripartire con una analisi aggiornata mettendo in discussione anche il nostro stesso operato.
Nel nostro Paese, da almeno 30 anni, si parla di riforme, un cantiere perennemente aperto che ha determinato interventi del legislatore su materie un tempo oggetto dei contratti con il blocco della contrattazione dichiarato illegittimo due anni fa costantemente aggirato da pseudo intese tra sindacati e Governi che hanno permesso la approvazione dei decreti Madia, la riduzione dei fondi alla sanità, il rinvio dei rinnovi dietro alla retorica della stabilizzazione dei precari che escluderà gran parte degli stessi.
In questi giorni il Miur ha diffuso i dati di una inchiesta sulla edilizia scolastica, ebbene nella stragrande maggioranza delle province italiane quasi il 90% degli edifici scolastici non è a norma di legge, la metà dei plessi presenta problemi strutturali che la scarsità di risorse a disposizione degli enti, provincia in primis, non consente interventi adeguati. Dai dati miur si evince che il piano straordinario del Governo Renzi sulla edilizia scolastica è stato un flop.
Il tema della edilizia scolastica è l'ennesima riprova del fallimento della Legge Del Rio, tra i lavoratoratori e i cittadini si è sviluppata una forte indignazione che tuttavia non ha prodotto concreti percorsi di opposizione.
Davanti a noi si prospetta il rinnovo dei contratti con le innumerevoli insidie già evidenziate, uno strumento utile per guadagnare consensi nelle elezioni rsu del Marzo 2018 ai sindacati maggiormente rappresentativi che poi sono gli stessi ad avere taciuto di fronte ad anni di blocco contrattuale.
In questi giorni, mentre in Gazzetta Ufficiale pubblicano i decreti Madia, stanno completando l'opera di smantellamento delle aziende partecipate
La condizione perchè una società non sia dismessa è quella di avere un fatturato medio superiori ai 500 mila euro in questa prima fase transitoria. C'è poi la possibilità di ripianare le perdite delle partecipate impiegando, da parte degli enti proprietari delle società, accantonamenti che dovranno rispettare comunque i limiti della quota di partecipazione.
Il decreto legislativo che modifica il Testo unico sulle partecipate (dlgs n.175/2016) sta per essere approvato dal Governo e viene previsto un piano di razionalizzazione che altro non è se non la riduzione delle aziende e del personale in esso impiegato. Liquidare società comporta anche ricollocare il personale e questo avverrà a discapito di nuova occupazione, a discapito della stabilizzazione dei precari. Sono previsti tempi stretti per liquidare, o fondere\sopprimere le società, pensare che sia il fatturato di una società a determinare la sua sopravvivenza ci sembra un parametro alquanto discutibile
Infatti, fino al 2019 sopravviveranno le società partecipate con fatturato superiore a 500 mila (e non più sopra la soglia di 1 milione inizalmente prevista) e un occhio di riguardo sarà concesso a favore delle società produttrici di servizi quali trasporti, acqua ed energia, aziende che in questi anni hanno avuto una gestione profit a prescindere dal carattere pubblico delle quote azionarie, aziende che tra fusioni ed accorpamenti sono diventati colossi con fatturati rilevanti.
La collaborazione sindacale ha permesso non solo di rinviare di oltre due anni il rinnovo dei contratti rispetto alla sentenza della Corte costituzionale che ne imponeva il rinnovo ma anche la riproposizione dei decreti Madia sostanzialmente identici a quelli che sempre la stessa Corte aveva bocciato giudicando irregolare la procedura seguita dal Governo.
L'accordo sindacati e Governo ha quindi svolto un ruolo fondamentale facendoci perdere ulteriore potere di acquisto e consentendo al Governo di approvare i decreti madia tra i quali anche il sistema di valutazione del personale
Su questo tema bisogna intenderci bene perché il secondo livello di contrattazione è nato per impedire la erogazione della quattordicesima in busta paga demandando alla rsu il compito di trattare sul salario accessorio. Peccato che a colpi di decreti legislativi le materie contrattate sono state prima concertate e poi solo oggetto di una informazione togliendo alla rsu ogni effettivo potere di contrattazione
Il salario accessorio è diventato sempre piu' risicato e sottoposto a regole ferree con interventi continui della Magistratura contabili miranti a contenere le dinamiche contrattuali generali ed individuali.
Sempre il salario accessorio dipende dai fondi della produttività soggetti a decurtazioni "di legge" e al sistema della performance sul quale il Governo sta concentrando la sua ultima offensiva in nome delle priorità strategiche delle pubbliche amministrazioni .
Per dirne una, negli enti locali, le priorità saranno gli obiettivi di mandato dei sindaci che avranno mano libera anche nello smantellamento delle dotazioni organiche favorendo l'assunzione di alcune figure giudicate essenziali anche quando non sono necessarie per la macchina comunale e la sua ordinaria gestione
Paradossalmente oggi il cittadino è sempre piu' scontento dei servizi pubblici ma coinvolgerlo nella valutazione dei dipendenti pubblici, di cui sa ben poco, non determinerà miglioramenti effettivi. Del resto sono proprio gli strumenti mediatici a giustificare processi di privatizzazione, tagli agli organici , riduzioni salariali
La sfida che abbiamo davanti è quindi particolarmente ardua perché mancano strumenti di analisi comuni sui processi che hanno caratterizzato il pubblico impiego da 30 anni ad oggi
I precari sono soggetti deboli e ricattabili e per lo piu' non conflittuali, i dipendenti della Pa hanno interiorizzato, a torto, l'assurda convinzione che i bassi salari siano compensati dalla certezza del posto fisso quando invece tra i disegni del Governo c'è l'intento di favorire la licenziabilità dei\lle dipendenti pubblici.
In questi anni, la spesa per i dipendenti pubblici in Italia è scesa ai minimi storici e se confrontiamo i dati con quelli europei si capisce che abbiamo salari bassi, organici insufficienti e una macchina pubblica in costante ritardo e affanno.
Avere una idea di quale servizio pubblico vogliamo è di fondamentale importanza per lanciare una offensiva che metta insieme l'aspetto rivendicativo specificamente sindacale con alcune istanze (per esempio impedire la chiusura di ospedali e ambulatori, la cancellazione di linee del trasporto pubblico locale o delle ferrovie, non svendere l'accorpamento delle camere di commercio come riduzione di sprechi, tornare a denunciare con forza la legge del Rio) perchè la difesa del pubblico, non dimentichiamolo mai, ha bisogno del diretto coinvolgimento dei cittadini e di una iniziativa conflittuale della forza lavoro.