sabato 14 ottobre 2017

"Rosatellum" è il colore del "Porcellum".

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La legge elettorale in discussione in Parlamento concordata tra PD e Forza Italia con la benedizione degli alfaniani e della Lega Nord è un peggioramento delle leggi attuali uscite dalle sentenze che hanno dichiarato parzialmente incostituzionali il Porcellum e l’Italicum. L’armonizzazione delle due leggi poteva essere realizzata uniformando la soglia di sbarramento tra le due Camere al 3% e cancellando per la Camera dei deputati l’abnorme premio di maggioranza alla prima lista (diventato anche inutile perché nessuna otterrà il 40% dei voti) e l’obbrobrio dei capilista bloccati.
Al contrario la nuova legge colpisce come quelle precedenti il diritto degli elettori di scegliere i parlamentari e il principio di rappresentanza. Infatti impone liste bloccate per quasi i due terzi dei deputati e dei senatori, cancellando del tutto le preferenze e attribuendone la scelta interamente ai capipartito. Inoltre per circa un terzo dei parlamentari da eleggere nei collegi uninominali prevede delle coalizioni di cartone senza indicazione     di un simbolo, di un programma, quindi buone come specchio per le allodole e pronte ad essere disfatte il giorno dopo le elezioni per dare vita ad un’ammucchiata trasversale. Infine agli elettori è imposto un voto unico per il candidato nel collegio uninominale e una o più liste a questo collegate: se votano per una lista lo fanno anche per il candidato. Il voto per il candidato si trasferisce automaticamente a tutte le liste collegate, in rapporto percentuale ai loro voti.
Anche il principio di rappresentatività viene stravolto. Non vi è un premio di maggioranza esplicito, ma sono privilegiate le coalizioni o i partiti maggiori che conquisteranno gran parte dei seggi nei collegi uninominali e, grazie al voto unico, potrebbero utilizzare la propaganda del “voto utile” anche per i seggi attribuiti alle liste. Inoltre la soglia di sbarramento del 3% non impedisce alle liste civetta coalizzate che ottengano l’1% dei voti di far conteggiare i propri voti a vantaggio della coalizione, ottenendo in cambio qualche seggio parlamentare.
In realtà il nuovo sistema è stato escogitato per soddisfare le convenienze politiche dei partiti proponenti e dei loro leader e per danneggiare una lista unitaria di sinistra e il Movimento 5 Stelle, in vista di un nuovo patto governativo tra Pd e Forza Italia da realizzare dopo le elezioni.
Diciamo NO a questa nuova porcheria e rimettiamo al centro del sistema elettorale i cittadini senza imposizioni dall’alto e senza distorsioni della loro volontà.

Scheda
Collegi maggioritari.
Saranno 231 collegi, pari al 36% dei Seggi della Camera. I partiti si potranno coalizzare per sostenere un comune candidato.
Proporzionale.
Dei restanti 399 deputati, 12 continueranno a essere eletti nelle Circoscrizioni Estere, con metodo proporzionale. In Italia un deputato è eletto in Valle d’Aosta in un collegio uninominale; i restanti 386 deputati saranno eletti con metodo proporzionale in listini bloccati di 2-4 nomi. Le liste proporzionali sono bloccate, vale a dire che l’elettore non ha nessuna possibilità di scelta cosicché i candidati saranno eletti secondo l’ordine deciso dai capi dei partiti. Poiché sono possibili le pluricandidature, fino a cinque, i capi dei partiti e delle correnti sono praticamente certi della loro rielezione.
Il testo delega il governo a definire questi collegi plurinominali.
Le Circoscrizioni, importanti per il recupero dei resti, saranno 28. In Senato saranno 20.
Soglia.
Nella parte proporzionale la soglia a cui dovranno fare riferimento i partiti sarà il 3% sia alla Camera che al Senato. Per essere eletti a Palazzo Madama lo sbarramento si calcola su base nazionale e non più solo regionale.
Le (finte) coalizioni, vere protagoniste della legge, devono superare il 10%. I partiti che superano l’1% ma non il 3% regalano i loro voti all’intera coalizione.
Una scheda, voto unico.
Diversamente dal Mattarellum, in cui c’erano due schede (una per il collegio ed una per il listino proporzionale, con la possibilità di un voto disgiunto), con il “Rosatellum 2.0” ci sarà una scheda unica. In essa il nome del candidato nel collegio sarà affiancato dai simboli dei partiti che lo sostengono, così l’elettore non è più pienamente libero di esprimere la sua volontà .
Voto disperso.
I voti degli elettori che avranno barrato il nome del solo candidato del collegio uninominale saranno distribuiti proporzionalmente ai partiti che sostengono il candidato del collegio.
Barrando sul simbolo del partito il voto andrà al candidato del collegio e al partito per la parte proporzionale. Dunque gli elettori non avranno due voti, ma uno solo. Quindi, non potranno scegliere il candidato che preferiscono nel collegio uninominale e una lista di un altro partito nella parte proporzionale com’è non solo possibile e desiderabile, ma ampiamente praticato con la legge proporzionale vigente in Germania.
Sotto la soglia dell’1% i voti andranno dispersi.
Scorporo.
Non è previsto lo scorporo come accadeva invece nel Mattarellum.
In caso di pareggio il candidato più giovane vince.
Nel caso in cui due candidati in un collegio uninominale ottengano lo stesso numero dei voti «è eletto il più giovane d’età».
Le firme.
Viene dimezzato rispetto al testo originario il numero delle firme da raccogliere per tutti quei partiti o nuove formazioni che non sono in Parlamento o non hanno un proprio gruppo. Il numero di firme da raccogliere passa, dunque, da 1.500-2.000 a circa 750. Pure in questo caso solo per le prossime elezioni, anche gli avvocati abilitati al patrocinio in Cassazione potranno autenticare le firme per la presentazione delle liste elettorali.
Incontestabile il commento del professor Gianfranco Pasquino:
“Questa legge elettorale, che non esiste da nessuna parte al mondo, dicono che garantirebbe la governabilità. Non è affatto chiaro perché lo farebbe né che cosa sia la governabilità per i suoi sostenitori, a meno che si riferiscano alla fabbricazione di una maggioranza parlamentare ampia a sostegno di un governo. Tutto questo, però, sarà affidato alla formazione di coalizioni, difficilmente prima del voto, inevitabilmente dopo, in Parlamento che è quello che avviene normalmente in tutte le democrazie parlamentari, ma è stato a lungo demonizzato come “inciucio”, consociazione, Grande Coalizione, addirittura paventando, del tutto a sproposito, l’esito tragico di Weimar (1919-1933).
Nelle democrazie parlamentari la governabilità dipende e discende da una buona rappresentanza parlamentare delle preferenze e degli interessi, delle aspettative e degli ideali degli elettori. Stabile e efficace sarà quel governo prodotto da partiti e da parlamentari che rappresentano effettivamente i loro elettorati. Con la legge Rosato, gli elettori non avranno nessuna possibilità di scegliere i parlamentari, i quali, a loro volta, non avranno nessun interesse a rapportarsi ad elettori che non li hanno votati e dai quali non dipende la loro rielezione, tutta nelle mani dei dirigenti di partito che li hanno messi in testa nelle liste oppure in collegi uninominali “sicuri”. Credo che una legge elettorale che dà ai partiti e ai loro dirigenti più potere che ai cittadini-elettori sia sbagliata e, poiché democrazia significa “potere del popolo”, molto poco democratica. Darà cattiva e inadeguata rappresentanza politica e non contribuirà affatto alla governabilità.”.
RED.
da rifondazione.it

Asino chi legge elettorale

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Prima avevano promesso di fare una legge elettorale costituzionale e anzi il cerchio magico dell’asino d’oro Matteo Renzi si era riempito avidamente la bocca con il sistema tedesco per poi produrre un sistema che superficialmente gli rassomiglia, ma che nella sostanza ne è l’esatto opposto. In qualche modo avevano fatto intendere che il nuovo sistema sarebbe stato più proporzionale e invece le maggiori deformazioni sono rimaste intatte è sinergiche, comprendendo sia lo sbarramento, sia il premio di maggioranza che messi insieme permettono di fare del voto un pongo da manipolare come si vuole. Qualcuno si era illuso che i cittadini avrebbero contato di più, quanto meno nella scelta dei candidati e invece si sono trovati di fronte a un marchingegno senza alcuna possibilità di voto disgiunto (ovvero il cuore del complicato sistema elettorale tedesco) che ancora più di prima fa del Parlamento un’aula sorda e grigia di nominati e di pedine a progetto. Infine avevano promesso di non mettere la fiducia sul fascistellum o rosatellum che dir si voglia e invece l’hanno regolarmente fatto chiarendo molto bene quale sia il valore della loro parola: meno di quella di un bandito di strada. Di fatto si tratta di un altro referendum tradito, anzi del tutto ignorato da un Parlamento legale, ma illegittimo.
Che questa legge sia forse ancora più incostituzionale di quella precedente cassata per incostituzionalità non ci piove e lo hanno chiarito nei giorni scorsi alcuni tra i più eminenti costituzionalisti della repubblica a cominciare da Zagrebelsky per continuare con Pace, Carlassare, Calvano e Villone: quest’ultimo ha detto, ” il Rosatellum è della serie: piccole limature dell’Italicum e del Porcellum. Non è accettabile. Tutti i parlamentari o quasi tutti sarebbero nominati”. Ma chi se ne frega, intanto si va a votare con questa porcheria pasticciata, si occupano le poltrone, si salvano i culi flaccidi della casta e le loro rendite, si tengono in piedi i clan di potere, si rassicurano Parigi e Berlino che l’Italia rimarrà fedele nella sua strada al suicidio e che hanno già fatto conoscere il loro apprezzamento, soprattutto in vista dell’imminente trattato fiscale. Poi si vedrà come acconciarsi con i cittadini.  Tutto un coacervo di cose  che va sotto il nome di governabilità e che è sempre più distante dalla sostanza della democrazia. Del resto con questo giochino si potrebbe andare avanti all’infinito fino a che una rivolta non li fermerà.
Lo dico senza voler a tutti i costi esagerare perché ormai la strada verso una soluzione parlamentare di questa crisi terminale del Paese si fa molto stretta e impervia: è vero che c’è un’opposizione forte, quella dei cinque stelle, che cerca di fare le barricate contro l’approvazione militare della legge, ma lo fa perché si sente in qualche modo fregata nella sua  ascesa alla stanza dei bottoni, da Renzi, Berlusconi e altri ladri sparsi del centrismo: per il resto pare essere stata completamente risucchiata nel seno della governabilità padronale. Va bene l’Europa con i suoi trattati capestro che non consentono margini di manovra per le cose ventilate a singhiozzo in questi anni , va bene l’euro, va bene di conseguenza lo scippo di sovranità, va bene tutto tranne quel po’ di sindacati esangui rimasti a difendere blandamente se non episodicamente i diritti del lavoro come ha decretato Di Maio riprendendo una frase fatta del più ottuso bottegaismo di 40 anni fa del resto travasatosi nel berlusconismo.  Il signor Nessuno che vuol essere Qualcuno: davvero patetico se non fosse drammatico e badate che l’inconsistenza è la qualità meno compromettente che si possa trovare.  Ormai la vera opposizione al sistema oligarchico è assolutamente marginale, ridotta a nicchie sparse: tra le forze politiche che si spartiscono il condominio parlamentare  non si vedono più sostanziali differenze di progetto e di futuro, nonostante le liti strumentali. E’ la notte in cui tutte le vacche sono nere.
Non c’è dubbio che oggi, con la fiducia che terrorizza i deputati mercenari, il rosatellum verrà approvato, anzi c’è chi sospetta che la leggenda secondo la quale sarebbe stato arduo farlo passare, sia stata costruita proprio per poter ottenere il massimo silenzio possibile sulla vicenda. E del resto è anche abbastanza visibile che quel po’ di fogli e di siti che di solito fanno la conta dei peli puberali e si appassionano al complesso risiko parlamentare, tacciono o si occupano dell’argomento quasi di straforo e sempre con imbarazzo. Da domani si comincerà ad organizzare un nuovo referendum: ma intanto i colpevoli festeggiano.

Il 14 tutti in piazza ad "alta voce" contro la povertà di Tomaso Montanari

.La politica non è più nella politica.

Se la politica è vedere, giudicare, agire per cambiare il mondo, allora la cosa più "politica" di questi giorni non è la battaglia parlamentare per la legge elettorale, ma la grande mobilitazione contro la povertà che domani, 14 ottobre, avverrà in tutta Italia.


A lanciarla è stata la Rete dei Numeri Pari "che prende idealmente il testimone dalla campagna Miseria Ladra ed è stata inizialmente promossa da Gruppo Abele, Libera e Rete della Conoscenza, e che unisce centinaia di realtà sociali diffuse in tutta Italia che condividono l'obiettivo di garantire diritti sociali e dignità a quei milioni di cittadini a cui sono stati negati (associazioni, cooperative, parrocchie, reti studentesche, comitati di quartiere, campagne, progetti di mutualismo sociale, spazi liberati, reti, fattorie sociali e semplici cittadini)".


Non sarà dunque, una giornata sulla povertà: ma con la povertà, dentro la povertà, contro la povertà. Esattamente quello che manca alla politica professionistica: la conoscenza reale delle cose che vuole cambiare.


E i promotori della manifestazione hanno ben chiara la direzione politica che hanno scelto di intraprendere: "Cinque anni fa, attraverso la modifica costituzionale dell'art.81 – imposta dalla governance europea e accettata supinamente da quasi tutto il parlamento – sono state "legalizzate" nel nostro paese le politiche di austerità. Le diverse culture che hanno dato vita alla Costituzione sono state schiacciate da una solo punto di vista, quello liberista. A cinque anni di distanza, sempre più cittadini e realtà sociali si rendono conto che le politiche di austerità introdotte con il pareggio di bilancio non ci mettono nella condizione di rispettare l'impegno di garantire i diritti fondamentali. Prima l'economia e la finanza poi i diritti. L'intangibilità umana che rappresenta il fine ultimo della nostra Carta, subordinato alle priorità di banche e finanza. Un attacco al cuore della democrazia di cui oggi intuiamo gli esiti. Siamo entrati in regime di "universalismo selettivo" come ci ha detto il governo, comunicandoci che, a parità di diritti, lo Stato non può soddisfarli tutti. In base a questi "principi" è stato tagliato il 90% del Fondo Nazionale Politiche Sociali e siamo gli unici a non aver introdotto una misura di sostegno al reddito come chiediamo da tempo attraverso la campagna per il "reddito di dignità". Le politiche sociali, gli investimenti per il lavoro, la scuola pubblica, la sanità, la casa, la difesa del territorio, non sono prioritari e soprattutto ci viene raccontato che non ce li possiamo più permettere".


I risultati di questa terribile stagione politica – di cui sono egualmente responsabili centrodestra e centrosinistra – sono impressionanti, rileva ancora la Rete dei Numeri Pari: "Raddoppiano i numeri della povertà relativa (9 milioni di persone) e triplicano quelli della povertà assoluta (5 milioni). Triplica anche il numero dei miliardari – 342 nel nostro paese – a riprova del fatto che il problema non è l'assenza di ricchezza o di crescita bensì di redistribuzione della ricchezza, modelli industriali scelti, regimi fiscali e politiche sociali. A causa dell'austerità e dei tagli alla scuola pubblica, oggi l'Italia è il peggiore paese per dispersione scolastica (17,6%), il peggiore per impoverimento della popolazione giovanile, quello che ha investito meno di tutti in istruzione e cultura, quello che ha il maggior numero di precari e con la peggiore distribuzione della ricchezza insieme alla Gran Bretagna. Tutto questo in appena otto anni".

Come presidente di Libertà e Giustizia, un'associazione di cultura politica che ha aderito alla rete dei Numeri Pari, credo che se vogliamo davvero difendere il progetto della Costituzione è da qui che bisogna partire. La Costituzione fu scritta da politici che, comunque la pensassero, erano profondamente inseriti nella vita reale, e in una vita sociale ancora largamente interclassista. Oggi viviamo in una somma di gated communities in cui i salvati non incontrano più i sommersi: una società separata strutturata in quartieri diversi, sanità diversa, scuole diverse, mezzi di trasporto diversi. Chi prende le decisioni semplicemente non conosce il mondo su cui quelle decisioni ricadranno.

È per questo che uno come me, una associazione di "salvati" come Libertà e Giustizia, ha bisogno di andare a scuola di realtà: non si può parlare di povertà, bisogna parlare con la povertà. Bisogna provare a "sentire", per poter capire: e per poi poter giudicare, e agire.

Con grande fatica sta forse nascendo un quarto polo politico ed elettorale, finalmente una Sinistra. È una cosa importante, perché senza una sinistra in Parlamento le cose, fuori dal Parlamento, andranno anche peggio.

Ma chi spera di rovesciare il tavolo delle diseguaglianze e cambiare radicalmente il volto sfigurato di questo paese sa che questo è solo un timido inizio. Citando san Paolo (lettera agli Ebrei, 1) possiamo dire che "non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura".

Ecco la città futura inizia domani, 14 ottobre, nelle piazze di tutta Italia.

FMI: Più tasse ai ricchi". - GENTILONI: il nuovo condono nel condono

L'Fmi sconfessa Trump e Macron: "Più tasse ai ricchi per ridurre disuguaglianze"

L'autorevole Fiscal Monitor del Fondo Monetario internazionale sostiene che l'aumento della pressione fiscale sui redditi più alti non frena la crescita. "C'è spazio per aliquote più alte di quelle applicate ora"
MILANO - Il Fondo Monetario internazionale si riscopre Robin Hood e lancia la sua ricetta "fiscale" per ridurre le disuguaglianze sociali: tassare i ricchi per aiutare i poveri. L'opposto rispetto alle riforme targate Donald Trump ed Emmanuele Macron.

L'outing dell'Fmi arriva nel tradizionale (e autorevolissimo) Fiscal Monitor di Washington. I toni, nello stile della casa, sono felpati e accademici. Ma la sostanza è chiara: le migliori prassi economiche consigliano di applicare ai contribuenti ad alto reddito aliquote decisamente superiori rispetto a quello attuali, che sono in costante calo". Molti studi - ammettono gli uomini di Christine Lagarde - sostengono che un giro di vite fiscale sui ricchi può danneggiare la crescita. Tesi che il Fondo rigetta senza se e senza ma: "I risultati empirici non supportano alcuna ipotesi di questi tipo, almeno per aumenti di progressività della pressione tributaria non eccessivi".

L'Fmi, come ovvio, non fa nomi di singoli paesi e non punta il dito contro nessuno. La diagnosi del Fiscal monitor è però senza appello: le economie più avanzate - è la sintesi - hanno vissuto negli ultimi tre decenni un deciso aumento delle disuguaglianze. E la colpa è del netto aumento della ricchezza in mano all'1% più ricco della popolazione. Una montagna d'oro che in qualche modo gode di un trattamento erariale privilegiato e non solo per l'accessibilità dei Paperoni alle più svariate (e non sempre legali) forme di ottimizzazione fiscale: l'aliquota massima media dei Paesi più industrializzati dell'Ocse - calcola un blog di Vito Gaspar, responsabile degli studi tributari dell'Fmi - è crollata dal 62% del 1981 al 35% del 2015.

Lo studio del Fondo, come ovvio, ha rapidamente trovato una sua lettura politica. Il Partito laborista di Jeremy Corbin ne ha già fatto un manifesta per le sue proposte fiscali: un'aliquota del 45% per chi ha un reddito superiore alle 80mila sterline (poco meno di 100mila euro) che sale al 50% oltre alle 123mila. In direzione opposta si sono mossi invece Parigi e la Casa Bianca, individuate da molti come il bersaglio dello studio del Fondo: Donald Trump ha appena annunciato una serie di tagli alle tasse i cui maggiori beneficiari sarebbero proprio i più benestanti. Il piano Macron prevede invece un taglio della cosiddetta "tassa sulle fortune", una sorta di colpo di spugna sulla "patrimoniale" che gravava sui beni dei francesi più ricchi.


 

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Rottamazione cartelle esattoriali, così a metà corsa si scopre che si poteva anche non pagare in tempo

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Anche questa volta arriva puntuale un decreto del governo che cambia le carte in tavola e permette di tornare in gioco anche a chi non ha versato la prima o la seconda rata della rottamazione. Un ripescaggio - o meglio, un vero e proprio condono nel condono -  teso a salvare qualcuno buttando a mare ciò che resta della credibilità dello Stato e che fa infuriare tutti coloro che hanno pagato puntualmente e con sacrificio.

L’Italia non è un Paese per “fessi”. Lo dimostra una volta in più il governo Gentiloni che in fretta e furia, con un bel decreto, ha deciso di riaprire le danze per la rottamazione delle cartelle esattoriali. Sulle prime si potrebbe pensare a un provvedimento positivo, volto a estendere i vantaggi della rottamazione (cancellazione di sanzioni e interessi di mora) anche all’anno in corso, mantenendo le stesse regole e gli stessi criteri stabiliti per il primo provvedimento. Un punto fermo era l’impegno che, una volta effettuata la definizione agevolata, il debitore dovesse puntualmente onorare le cinque rate massime previste e che l’eventuale omissione o ritardato pagamento anche solo di una rata avrebbe determinato l’immediata perdita dei benefici garantiti dalla rottamazione. Un patto, insomma, per onorare il quale molti contribuenti hanno fatto salti mortali o si sono addirittura indebitati.

Cittadini onesti ma “fessi”, perché è ormai risaputo che pagare entro le scadenze in Italia non “paga”. Infatti anche questa volta arriva puntuale un decreto del governo che cambia le carte in tavola e permette di tornare in gioco anche a chi non ha versato la prima o la seconda rata della rottamazione. Un ripescaggio – o meglio, un vero e proprio condono –  teso a salvare qualcuno buttando a mare ciò che resta della credibilità dello Stato e che fa infuriare tutti coloro che hanno pagato puntualmente e con sacrificio le due rate. “Si poteva non pagare”: è questo il messaggio che il governo manda ai cittadini. Un messaggio che, di condono in condono, è uguale a se stesso da decenni, ma poco importa: le elezioni premono e bisogna fare in fretta, salvando soprattutto i grandi bacini di voti.
Roma e le case popolari dell’Ater sono uno di questi. L’Ater è controllata dalla Regione Lazio (guida Pd) e ha un debito con il Comune di Roma (amministrato dai 5 Stelle) di circa 500 milioni di euro per imposte non pagate. Ater ha aderito alla prima rottamazione, ma non è poi riuscita a pagare se non parzialmente (32 milioni su 64) la seconda rata scaduta il 2 ottobre. Stando alle regole, l’agenzia regionale avrebbe perso ogni beneficio e si sarebbe trovata debitrice dell’intero importo comprensivo di sanzioni e interessi di mora. Un guaio “politico” forse ancor prima che finanziario, cui il decreto del governo pone immediato rimedio: l’inadempiente Ater può riprendere la rottamazione da dove l’aveva interrotta come se nulla fosse accaduto, il Comune ci rimette qualcosa ma con la rottamazione – cioè con un debito ridotto – è più probabile che Ater riesca a pagare qualcosa piuttosto che con un debito “pieno”, posto che la Regione non pare disposta a farsi carico del problema. Quello di Roma è solo un caso che viene in mente perché è storia di questi giorni, ma quante Ater esistono in Italia? E quanti furbacchioni pubblici e privati riceveranno un ingiusto beneficio dal decreto del governo Gentiloni?

martedì 10 ottobre 2017

MOVIMENTO POLITICO E SOCIALE PER L'ALTERNATIVA

La sinistra di alternativa: civica, civile, partitica e sociale
Tomaso Montanari e Anna Falcone

E' importante l’elemento centrale che viene fuori dalla conferenza stampa tenuta a Roma ieri da Tomaso Montanari e Anna Falcone: il civismo come realtà politica della partecipazione singolare dei cittadini che non fanno parte di forze politiche unito però alle forze politiche stesse. Piena dignità collaborativa ed equipollente per tutte e tutti: mi sembra questo un principio che si può tradurre in un dato di fatto, quindi anche in uno schema di attuazione della politica del futuro “Quarto polo”.
La ragione fondante sembra quella di unire la sinistra e, al contempo, di mettere i cittadini nella condizione di riappropriarsi di un concetto esteso della politica non banalizzata nella ristretta dicitura della “casta”, così tanto usata e abusata terminologia a scopo denigrante di un revisionismo attualistico delle istituzioni stesse rese uguali nei molti, ma comunque soli, aspetti negativi per cui hanno indecorosamente brillato negli ultimi decenni.
Semmai, cittadini e politica diventano nel progetto esposto da Montanari e Falcone una reinvenzione che non guarda al passato nostalgico di vecchi schemi parlamentari, ma che ha come punto di riferimento, dopo il 4 dicembre, non soltanto più la difesa della Costituzione della Repubblica quanto la sua valorizzazione come programma fondante la lista civica e politica nazionale di sinistra di alternativa che si andrà costruendo.
Condivido le aspettative che sono state illustrate da un punto di vista unitario che focalizzi la sua attenzione non sui tatticismi tra partiti ma sull’obiettivo davvero impegnativo (e per questo forse anche molto stimolante) di attrarre un consenso non soltanto in chiave elettorale ma sociale. Il tutto in una dinamica di idee e di progetti che ha alcuni punti fissi oltre l’abbraccio del testo costituzionale: l’archiviazione definitiva di qualunque progetto di centrosinistra e l’alternativa netta, senza se e senza ma, alle tre destre rappresentate dal PD, dai Cinquestelle e dal centrodestra classico, quello più schiettamente politico anche nel suo essere “destra” di facciata.
E’ evidente che una dimensione di questa natura impone non tanto a Rifondazione Comunista o a Sinistra Italiana di ripensarsi dentro al Quarto polo, quanto ad un Movimento Democratico e Progressista che all’atto della sua nascita aveva come obiettivo dichiarato da D’Alema, Speranza, Bersani e Rossi di ridare vita ad un centrosinistra che fosse il competitor naturale del PD alla guida del Paese.
E’ altresì evidente che, operando una necessaria critica politica, la missione di Articolo 1 – MDP è fallita in questo senso, tanto che le contraddizioni che impedivano una chiara comprensione della collocazione ideal-programmatica del movimento citato oggi sembrano venire meno proprio per l’impossibilità di gestire la creazione autonoma di un nuovo centrosinistra escludendo il PD.
Prende più corpo, invece, l’ipotesi di un mascheramento del renzismo da pseudo-corrente di sinistra che si apre all’idea della formazione di una coalizione in vista delle elezioni del 2018. E, se Renzi esclude qualunque rapporto con MDP, non altrettanto fa il ministro della giustizia Andrea Orlando che oggi, dalle colonne de “La Stampa”, incalza il suo partito (e segnatamente la cosiddetta “sinistra interna”) a riprendere un terreno di dialogo con MDP sulla legge elettorale e sullo Ius soli.
E’ evidente che si tratta di una corda di salvataggio lanciata a chi ha detto di voler chiudere la porta verso ogni ipotesi di sostegno della maggioranza di governo (peraltro finora sostenuta) se non fosse stata cambiata la manovra di bilancio su alcuni punti come, ad esempio, la redistribuzione delle risorse destinate alla sanità pubblica.
Dunque, la formazione del Quarto polo non è ancora un ambito politico definito: è giusto che sia così, che sia un “divenire”. Un processo di formazione che eviti magari le storture degli anni passati, gli inciampi frettolosi sulla composizioni di raffazzonate liste improvvisate per concorrere comunque alle politiche.
Ed è giusto che il dibattito sia profondo, che arrivi e che parta (soprattutto) dai territori per comprendere davvero ciò che si intende costruire e per farlo in modo tale da non trovarsi separati il giorno dopo il voto.
Per questo il richiamo alla dualità civismo-organizzazioni politiche, ad una interazione che diventi vicinanza per entrambi e scambio quindi anche culturale, è essenziale per ridare senso e fiato ad una idea di sinistra di alternativa che ha bisogno di un substrato ideologico oltre che programmatico. I programmi senza le idee non sono che astrazioni, dettami senza un punto certo di riferimento.
Le prossime settimane saranno interessanti perché ci obbligheranno a fare i conti non soltanto col tempo che passa ma soprattutto con l’impellenza di una risposta che oggi nessuna sinistra riesce a dare ad esempio ai lavoratori dell’ILVA, a quella che, finalmente, qualche operaio del porto di Genova – parlando della sua presenza in corteo con i lavoratori della siderurgia – ha definito “solidarietà di classe”.
Era da tanto tempo che non si sentiva più la parola “classe”. Compito della sinistra vera, di alternativa è sostenere questa solidarietà e farlo nell’ambito dei valori costituzionali e anche di una più alta aspirazione al cambiamento sociale, al capovolgimento dello stato di cose presente.
MARCO SFERINI
 
 
Per una sinistra larga, civica e partecipata
 
Pubblichiamo di seguito il documento letto da Tomaso Montanari e Anna Falcone nella conferenza stampa che si è tenuta oggi nella sala della Stampa Romana che fa il punto della situazione politica in seguito alle vicende di questi giorni e rilancia con forza l’inizia del percorso per un’alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza.
 

sabato 7 ottobre 2017

Che Guevara, perché parlarne ancora, cinquant’anni dopo di Antonio Moscato

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Rallentata l’ondata di pubblicazioni che riempivano un vuoto dopo anni di oblio, è possibile e necessario ricollocare Guevara fuori dal mito e dalla retorica del “guerrigliero eroico” ma sfortunato. Dissolta la nuvola di pubblicazioni di terza mano, rimangono alcune grandi biografie frutto di un lavoro reale tra cui spicca per completezza quella di Paco Ignacio Taibo II, che ha potuto far fruttare i molti rapporti con stretti collaboratori del Che stabiliti nei suoi lavori precedenti su Santa Clara e sul Congo.
1 C’è poco da chiarire invece sulle circostanze della morte di Guevara: conta poco se l’ordine di ucciderlo a freddo è partito da Washington o da La Paz. Conveniva a molti impedire che in un processo pubblico potesse spiegare le ragioni della sua scelta. Invece rimangono da chiarire le ragioni della solitudine del Che negli ultimi sei mesi, senza medicine, senza radio, senza modesti walkie talkie per mantenere il contatto con la seconda colonna; senza che si tentasse, come fu fatto con altri nuclei di guerriglieri in quegli stessi anni, di far arrivare boliviani pratici della zona per aiutarlo ad uscire da quella regione ostile.
2 Era rimasto in ombra un altro elemento decisivo: perché il Che aveva lasciato Cuba, che egli amava e dove era amatissimo. Eppure si chiarisce facilmente se si riflette sul testo di bilancio della spedizione nel Congo, finalmente pubblicato nel 1994 in tutto il mondo (tranne che a Cuba, che ha dovuto aspettare altri cinque anni). Appare chiaro che a quell’impresa – già avviata da altri – Guevara si era dovuto aggiungere, dopo la critica ai “paesi socialisti” complici dell’imperialismo, divenuta inevitabilmente pubblica perché pronunciata ad Algeri. Era abbastanza esplicita da suscitare l’ira di Mosca, come ammise anche Raúl Castro nell’atto di accusa contro la “microfrazione” di Aníbal Escalante. Anche l’impresa di Bolivia non era una iniziativa personale del Che: con lui erano partiti diversi membri del CC del partito comunista cubano. Casomai resta da chiarire come mai in entrambi i casi le informazioni raccolte dai servizi cubani erano risultate poco fondate: per il Congo in ritardo di almeno sei mesi, per la Bolivia del tutto sbagliate.
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3 Anche se Guevara non ha contribuito all’arricchimento del marxismo come Lenin, Rosa o Trotskij, è apparso giustamente un gigante rispetto alla maggior parte dei dirigenti comunisti o socialisti della sua epoca, perché ha “riscoperto” alcuni semplici pilastri del marxismo dimenticato o occultato: la necessità dell’indipendenza del partito comunista, il rifiuto della collaborazione interclassista, l’autorganizzazione del proletariato, l’internazionalismo. Era difficile farlo in un epoca in cui invece dei classici del marxismo in tutti i partiti comunisti si studiava sui “brevi corsi” tradotti dal russo, che assicuravano un indottrinamento fideistico. Per questo, senza troppe polemiche, il Che ha dovuto lasciare una Cuba che cominciava ad essere assimilata allo stile sovietico su molti terreni, compreso quello della “doppia verità”. Il gruppo dirigente cubano, per sopravvivere in un mondo ostile, e non solo per le pressioni sovietiche, stava imboccando una strada che in pochissimi anni l’avrebbe portata a tacere sugli errori e sui crimini di ogni governo “amico”, a partire da quello del Messico (il massacro di piazza Tlatelolco nel 1968, ignorato dalla stampa cubana, segue di appena un anno la morte del Che). Ma avrebbe taciuto anche sulle illusioni di Salvador Allende sulla evitabilità di un conflitto necessario per difendersi anche con le armi in caso di inasprimento del conflitto.
4 Grande merito del Che è la comprensione tempestiva della crisi strisciante dell’URSS e dei paesi che ne avevano dovuto seguirne il modello, e in particolare la Cecoslovacchia. Grazie all’apporto di molti consiglieri cechi e anche sovietici, Guevara aveva saputo passare dal primo entusiasmo ingenuo dopo il primo viaggio in quei paesi (quando si autodefinì egli stesso “Alice nel continente delle meraviglie”) a una critica puntuale della crisi sociale ed economica che li minacciava e che sarebbe venuta alla luce in Cecoslovacchia pochissimi anni dopo la sua morte, trascinando con sé gran parte dei militanti comunisti educati al culto dell’URSS e al fideismo.
5 Le Critiche al manuale di economia dell’Accademia delle scienze dell’URSS, ribattezzate da Borrego Quaderni di Praga perché completate in quella città, rimasero inedite per quaranta anni, nonostante il Che le avesse preparate minuziosamente per la pubblicazione. Da alcuni economisti cecoslovacchi come Valtr Komarek era stato aiutato a capire i punti deboli del “modello sovietico” imposto a tutti i paesi “socialisti”, ma in quella bellissima città non poté incontrare nessuno dei suoi amici e compagni locali, perché dovette vivere da clandestino, senza contatti. Secondo lo stesso Fidel la permanenza in quella città “aumentava i rischi” per i suoi progetti, e per questo lo convinse a tornare, di nuovo clandestinamente, a Cuba. Ma quelle riflessioni critiche sulle strozzature dell’economia sovietica sarebbero state preziose se pubblicate immediatamente, o almeno al momento del crollo dell’URSS; ora, rilette attentamente, servono quasi solo come testimonianza di un itinerario intellettuale. La fine dell’URSS è lontana, e chi aveva creduto nella sua eternità non vuole ammettere che era possibile prevederne il declino, come il Che fu capace di fare.
6 Il ritardo nel pubblicare altri scritti già preparati dal Che, come i Pasajes de la guerra revolucionaria, Congo, ha avuto conseguenze gravi già per le successive imprese cubane in Africa, celebrate ancor oggi sorvolando sulle caratteristiche dei regimi che hanno puntellato (Angola, Mozambico ed Etiopia, soprattutto) e su quelle dei dirigenti dei movimenti di liberazione che si erano formati giocando sulla concorrenza tra URSS e Cina, come Laurent Désiré Kabila, su cui il Che aveva espresso un giudizio severissimo non ascoltato, e che diventerà poi trent’anni dopo presidente della Repubblica Democratica del Congo.
7 La tardiva pubblicazione di gran parte degli inediti ha avuto una scarsa incidenza nel dibattito cubano di oggi. Pesa la inesorabile estinzione per ragioni anagrafiche di alcuni dei tenaci cultori del Che come Fernando Martinez Heredia, tollerati dopo gli anni di silenzio forzato ma a condizione di ricorrere a un linguaggio poco comprensibile ai non addetti ai lavori. Ma si deve anche al fatto che le ricette di Guevara, come quelle di Lenin nel cosiddetto “Testamento politico”, erano già in ritardo sulla trasformazione del paese, che era già in gran parte avvenuta. La sua sconfitta nel dibattito del 1963-64 non era casuale, era il riflesso del consolidamento di una burocrazia sempre più consapevole dei suoi interessi, ben diversi da quelli che pretendeva (e pretende) di rappresentare.
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8 Pesa molto il nuovo isolamento di Cuba nel continente. Sono già stati sconfitti i governi progressisti in Argentina e soprattutto in Brasile, uno dei paesi chiave per il progetto bolivariano grazie alle sue dimensioni e le sue risorse, e non è facile che altri ne prendano il posto in questa fase. Cuba sostiene il governo del Venezuela, ma le sue difficoltà non sono un’invenzione dei media ostili: Caracas ha dovuto ridimensionare drasticamente le forniture di petrolio. L’isola quindi è sola di fronte agli Stati Uniti, per giunta guidati non più da un Obama (di cui era peraltro lecito dubitare all’inizio delle trattative per riprendere i rapporti diplomatici) ma da un bruto imprevedibile come Trump. Tanto più perché utilizzano largamente l’argomento del comportamento non ineccepibile del governo Maduro, principale anche se ormai insufficiente puntello esterno di Cuba. Lo stesso rapporto privilegiato instaurato tra Cuba e Venezuela (sul piano economico, ma anche politico e ideologico, e con un forte legame personale tra i due fratelli Castro e Chávez) era stato utile e prezioso soprattutto per l’isola, ma a Caracas evocava il rischio di un’assimilazione a Cuba, che spaventava per la sua rigidità ideologica e il permanere delle pesanti difficoltà economiche della popolazione, e forniva argomenti alle opposizioni ostili a una maggiore integrazione nell’ALBA. E di fatto era stata dimenticata e comunque poco ascoltata un’altra delle indicazioni di Guevara, che pensava già cinquant’anni fa a coordinare i movimenti, più che gli Stati di un presunto “campo progressista”…
9 Un’altra “riscoperta” di Guevara che allora sbalordì il mondo e fu alla base del suo fascino tra i giovani, è che la verità è rivoluzionaria, che bisogna dire quel che si pensa e fare quel che si dice. Era scontata in Lenin, Trotskij, Rosa, Gramsci, ma era stata dimenticata nei decenni in cui la maggior parte dei partiti comunisti abbellirono con frasi rivoluzionarie una collaborazione di classe non diversa da quella praticata dalle socialdemocrazie. Sembra poco ma è tantissimo, per la sinistra smarrita e afona in tutto il mondo. Basterebbe questo per rendercelo indispensabile.

La sinistra e Montanari: “Attuare la Costituzione”

Quarto polo. La tappa fiorentina del giro d'Italia di 'quelli del Brancaccio' e della Rete delle città in Comune, per una lista di sinistra nel segno dell'attuazione della Carta repubblicana: "Compreso il titolo III". Cioè il modello economico 
Al di là delle dichiarazioni ad effetto – “il nostro programma non è di stare al tavolo, ma di ribaltarlo” – che pure muovono l’applauso di Sant’Apollonia, è il filo del ragionamento di Tomaso Montanari che non mostra smagliature, almeno agli occhi di (quasi) tutta una platea fatta di attivisti di partiti, comitati e associazioni, e per fortuna anche di curiosi, compresi molti under 40. La tappa fiorentina del giro d’Italia “Cento piazze per il programma”, lanciato dall’ “Alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza”, cioè ‘quelli del Brancaccio’, e dalle “Rete delle città in Comune”, non offre risposte definitive su un programma di sinistra che, appunto, è un work in progress. Ma segna comunque gli assi cartesiani di un rassemblement, non solo elettorale, “che intende ricostruire la sinistra con un percorso di partecipazione democratica dal basso, e che ci veda tutti sulla stessa rotta, nella stessa direzione”.
Quale direzione? La risposta dello storico dell’arte tiene insieme una provocazione e un giudizio politico: “Alla fine di questo percorso faremo una nuova assemblea a Roma, al Brancaccio. Io vorrei farla il 19 novembre, e non perché quel giorno c’è un’iniziativa politica che vuol fare D’Alema. Lo vorrei fare quel giorno perché, nel 1944, in quel teatro un discorso memorabile lo fece Emilio Lussu, sulla ricostruzione dello Stato dopo vent’anni di fascismo. E lo Stato, negli ultimi 25 anni, è stato di nuovo smontato, pezzo per pezzo”.
In realtà la futura assemblea novembrina del Brancaccio dovrebbe svolgersi una settimana più tardi. Anche per la sensibilità che si deve a chi sta organizzando un percorso politico parallelo. Difficilmente convergente però, se Montanari davanti alle telecamere di La7 osserva: “Le politiche di centrosinistra hanno provocato tanti disastri”. Parole che si accompagnano, pensando alla “sua” Toscana, all’invito rivolto ad Enrico Rossi in un auditorium che ben conosce, e denuncia, la reale natura delle scelte sanitarie e infrastrutturali della Regione: “Lo dico all’amico Rossi: va bene un percorso comune, ma solo se si cambia rotta sull’aeroporto di Firenze, sull’inceneritore, sul sottoattraversamento dell’alta velocità, sulle politiche sanitarie”.
Il diretto interessato si schernisce: “Questo progetto non ha un leader. Credo sia finito il tempo in cui le case si costruivano dai tetti”. Ma i riflettori sono comunque per lui, Tomaso Montanari. Eppure l’auditorium ascolta con attenzione, in sintetici interventi di cinque minuti scanditi da Giulia Princivalli e Alberto Mariani, le parole assai critiche – vedi nuova possibile legge elettorale – di Alberto Cacopardo dei comitati per il “No” al referendum del 4 dicembre. Poi Tommaso Fattori, di Sì Toscana a Sinistra, pronto a rilevare: “Occorre nettezza, radicalità, credibilità: appena un mese fa uno dei leader di Mdp (Pierluigi Bersani, ndr) ha preso pubblicamente le distanze da Jeremy Corbyn sulla rinazionalizzazione dei servizi pubblici. E non dimentichiamo che, senza interconnettersi con il ‘campo di gioco’ europeo, non saremo mai in grado di difendere le nostre scelte politiche dai diktat dell’Ue come il pareggio di bilancio. Dobbiamo imporre la nostra agenda e non inseguire quella degli altri, come abbiamo fatto con i referendum sull’acqua e i servizi pubblici”. Poi disattesi.
Ancora, Massimo Torelli dell’Altra Europa, con un secco intervento a colpi di tweet sul modello coniato da Pablo Iglesias di Podemos. E, fra Dimitri Palagi (Prc), Serena Pillozzi (Si), Serena Spinelli (Mdp) e Miriam Amato (Al), c’è il prof di liceo Andrea Bagni: “ Per chi ha meno di 30 anni, la dimensione della politica è stata terra bruciata fino al 4 dicembre scorso. Non deludiamoli di nuovo”. Chiude Montanari: “Ricordiamolo sempre, il governo è un servizio, non un fine: al governo ci andremo quando avremo la forza di imporre un progetto. Di attuazione della Costituzione, compreso il titolo III”. Il modello economico
RICCARDO CHIARI

Decoro urbano di Luigi Altea




 
L’abitatore di questa dimora non fissa, e utilizzatore del giaciglio in attesa di sgombero, è un uomo.
Semplicemente un uomo.
La foto, di sabato 23 Settembre, non lo ritrae soltanto per il doveroso rispetto della privacy.
Il diritto alla riservatezza appartiene a tutti, anche a chi è esposto, notte e giorno, ad occhiate indaginose o a sguardi infastiditi.
Lorenzo, con la sua bella barba incolta, con gli occhi intelligenti e vivi, seduto accanto alla sua piccola libreria non fa una brutta figura.
Tra lui e i suoi libri non c’è incompatibilità.
Osservandolo non si avverte quella discrasia che appare evidente, invece, quando vediamo certi “potenti” della politica, fare sfoggio d’improbabile sapienza, seduti in favore di telecamera, davanti a lussuose librerie, stracolme di libri intonsi…
Il viso luminoso e arguto di Lorenzo fa tutt’uno con i suoi migliori amici: i libri che ha cura di disporre accanto al giaciglio, sulla soglia della vetrina in disuso di una banca, da lui immaginata come mensola naturale e pregiata.
La dimora di Lorenzo è situata, pro tempore, sotto i portici di un lussuoso stabile, all’angolo di un grande incrocio, che i milanesi si ostinano a chiamare Piazza…
Girando per Milano si incontrano tante, tantissime altre persone che vivono l’emarginazione estrema, accampate per strada.
Mi ha colpito particolarmente Lorenzo perché su quella lastra di marmo, tirata a lucido, avrebbe potuto disporre i suoi pochi viveri: un po’ di pane, di formaggio, qualche lattina di birra… E proteggerli, tenendoli il più lontano possibile dal calpestio dei passanti, frettolosi e distratti.
Avrebbe cioè potuto utilizzarla come tavolo su cui consumare i miseri pasti, o come piccola dispensa da raggiungere facilmente, durante la notte, per servirsi da bere…
Con tutta evidenza, però, Lorenzo non vive di solo pane.
Seguendo la gerarchia delle sue priorità, ha assegnato quello spazio privilegiato e più sicuro a quanto possiede di più prezioso: i libri.
Non so perché, vedendolo, ho pensato subito ad alcuni ministri e ministre di oggi e di ieri, nei confronti dei quali ho anche mentalmente pronunciato qualche battutaccia, che la vergogna m’impedisce di riferire…
Però non riesco a tacere la banalissima constatazione che, se c’è chi insegue facili o immaginari titoli accademici, per vestire con minor disagio i panni di ministro, c’è anche chi, fortunatamente, apre e legge un libro per il solo impagabile ed onorevole gusto d’indossare dignitosamente l’abito di uomo…
Lorenzo custodisce gelosamente la sua storia.
Resterà quindi inappagato il mio desiderio di conoscere, almeno in piccola parte, i suoi pensieri, le sue riflessioni su di lui, su di noi, sul mondo, sull’esistenza…
Chi sono i suoi santi, se ci crede e se ne ha…
Come immagina il paradiso, se riesce ad immaginarlo e se ci crede…
Gli uomini del ministro di polizia, quando arriveranno per togliere l’ingombro, ci vadano leggeri su quelle due braccia che sorreggono amorevolmente un libro…
Sappiano indirizzare altrove i getti dei loro idranti, perché lì c’è anche una libreria…
E sotto quell’apparente involucro di macerie, si muove qualcosa, c’è ancora vita, c’è tanta vita.
C’è il decoro umano di una persona che legge e che pensa.