venerdì 21 luglio 2017

Cosa unisce e chi divide la sinistra di Giovanni Paglia, Deputato di Sinistra Italiana

                       
In questi ultimi mesi ho partecipato a molti dibattiti sull'unità della sinistra.
Ho sempre parlato delle cose che dovrebbero unirci: la difesa intransigente delle ragioni del lavoro, la tutela dell'ambiente, il rilancio del welfare a partire da un fisco che prelevi dai ricchi e non dai poveri, la lotta alla corruzione e ai privilegi.
    
Devo dire che chiunque fossero gli interlocutori mi sono sempre sentito a casa, al di là delle sfumature e di qualche ovvia differenza.
    
Pisapia lo fa per ragioni politiche evidenti, puntando oggi a puntellare senza se e senza ma il governo dei voucher e della genuflessione alle banche, per tenere aperta domani la strada dell'alleanza col Pd renziano. Imbarca in questa avventura di dubbia utilità ex democristiani di ogni risma, con preferenza per quelli di origine Udeur, e personaggi che rappresentano solo se stessi, ma utili a mettere in scena la pantomima dell'Ulivo che fu.
    
Pone un veto su Sinistra Italiana e sulla proposta di Montanari e Falcone, perché non ci deve essere traccia di chi in questi cinque anni si è opposto con rigore alle politiche renziane, fino alla vittoria referendaria.
   
Conta sull'appoggio di parte dei poteri immobili di questo Paese, il cui unico interesse è fare i propri interessi.
Potrei sbagliarmi ovviamente, ma mi sembra di non vedere nulla di diverso in un'operazione costruita a tavolino con l'intenzione di imporla a colpi di botte mediatiche, per normalizzare l'unico campo potenzialmente antagonista al neoliberismo di marca Bce.
Come procediamo?
Innanzitutto continuando con tenacia a costruire lo spazio dell'alternativa di sinistra, a partire dalle persone in carne e ossa che in questi anni hanno animato sui territori liste dalla medesima ispirazione e che ora si sentono vicine all'appello del Brancaccio.
Tutte le assemblee che si sono svolte in queste settimane si sono distinte per grande partecipazione, intensità e condivisione.
In secondo luogo tendendo la mano verso le compagne e i compagni di Mdp, che fatico a immaginare entusiasti di un percorso che li allontana dalla sinistra, per riportarli esattamente al punto da cui vengono. Forse non è loro chiaro in questo momento, ma certamente lo diventerà nei prossimi mesi, quando sarà evidente l'errore fatale di aver messo le chiavi del progetto in mano a chi dall'inizio ha come unico obiettivo la ricostruzione di un'alleanza con il Pd.
Infine non dimenticando mai che lo scopo del nostro impegno non è spostare lo zero virgola sul tabellone elettorale, ma riportare alla partecipazione politica gli sconfitti del neoliberismo, per riconquistare insieme a loro un futuro radicalmente diverso.
Sappiamo che non è facile, mentre monta forte l'onda di una brutta destra, ma sappiamo anche che quell'onda si arresta solo alzandone una più forte e contraria, non abbassando la testa per farla passare.

martedì 18 luglio 2017

La posta in gioco non è il governo ma una forza di sinistra

Cosa che prima era avvenuta solo a distanza e in modo separato. Il guaio è che con qualche variante è ancora quello che sta accadendo ora.
Le chance «da uno a dieci» di avere una «lista si sinistra capace di raccogliere il consenso di quei milioni di ex elettori che non votano più» – la domanda iniziale del Forum – sembrano assottigliarsi. C’è bisogno del classico colpo di reni e sarebbe bene avvenisse prima della cesura estiva, tracciando fin d’ora un road map che ci metta al sicuro da indecisioni e tentennamenti autunnali, che sarebbero letali.
I singoli hanno le loro responsabilità, passate e presenti, anche per quella sorta di irrigidimento autodifensivo generato da debolezza, ma sarebbe ingeneroso e fuorviante fermarsi a questo. Il nodo da sciogliere è che cosa si vuole ottenere con una presentazione elettorale. Va detto con nettezza che la posta in gioco non è il governo del paese. Dirlo con onestà non allontanerebbe voti. Anzi. Un obiettivo di simile natura è completamente fuori dalla portata di ciò che esiste a sinistra.
Non è poi così banale affermarlo, dal momento che dietro la ripetitività della formula del cosiddetto nuovo centrosinistra, si cela l’ambizione se non la convinzione della possibilità di ricoprire ruoli di governo seppure in forma subordinata. Un senso di responsabilità completamente travisato. Anche quando ce ne si rende conto, poi lo si nega nel passaggio successivo.
Ad esempio, D’Alema – persona attenta con le parole – afferma nel forum che la domanda è “volete o no che ci sia la sinistra?” Giustissimo, è esattamente questo l’interrogativo che dovremmo porre al nostro potenziale elettorato. Riguarda sia una lista che un eventuale soggetto politico. E’ un interrogativo che segna un’epoca, proprio perché la risposta è tutt’altro che scontata. Quindi ci si dovrebbe presentare a un simile appuntamento con l’intelligenza dell’umiltà che non significa affatto la dismissione di ruoli e responsabilità ma la loro giusta riconsiderazione alla luce delle attuali condizioni.
Ma poi lo stesso D’Alema ripropone il centrosinistra, la “bandiera gettata nel fango” da Renzi, negando quindi l’assunto iniziale. Invece qui bisogna scegliere. O si lavora per ricostruire una sinistra, di cui il passaggio elettorale può essere un primo atto, oppure ci si prepara ad essere come l’intendenza che segue e a un più che probabile fiasco elettorale. Obiettivo, esiti e credibilità della lista vanno assieme. Se non è chiaro il primo non si ottengono gli altri e viceversa. D’altro canto in questi dieci giorni – guardando per ora solo lo scenario nazionale, ma con la consapevolezza che agiamo in un ambito europeo interdipendente chiamato anch’esso tra meno di due anni a elezioni – alcune cose si sono venute chiarendo.
Se qualcuno avesse avuto qualche dubbio sulla vocazione centrista con sguardo fisso a destra del Pd – ed è la definizione più tenera – se li è potuti togliere. Basti pensare alla vergogna della rinuncia allo ius soli o alla stessa ipotesi di agitare la carta dell’allontanamento del fiscal compact per abbassare le tasse anziché per rilanciare la spesa sociale e per investimenti, malgrado si sia coscienti, o si dovrebbe esserlo, che gli effetti reflattivi della prima scelta sono ben inferiori alla seconda. Mentre la repentina conversione destrorsa del M5Stelle libera forze in attesa di una credibile rappresentanza che non andrebbero deluse.
La stessa rinuncia di Pisapia a candidarsi alle elezioni – un episodio in sé minore – è sintomatica di una irrisolta identità e autonomia. Era già chiara la differenza fra il Brancaccio e Piazza Santi Apostoli. Il primo era percorso dalla domanda “cosa proponiamo?”, la seconda da “chi siamo?”.
Questioni di per sé non confliggenti, ma che necessitano un ordine di percorso (crono)logico-politico per essere risolte. Per questa ragione conviene partire dal Brancaccio e necessita una maggiore e tempestiva presa di responsabilità da parte di chi vi ha dato vita e vi ha partecipato.
I tempi sono brevissimi e impietosi. A quell’appuntamento sono seguite assemblee di territorio e altre ne seguiranno. Così pure approfondimenti tematici. Come si vede una scelta ben diversa da quella di improbabili primarie non si capisce fra chi, con chi e per cosa, alla ricerca del nuovo o del perduto leader.
L’esperienza di altri paesi europei ci dice che non esiste un’unica formula o un modello di percorso per dare o ridare vita a una sinistra. Ma un principio di base, sì. Un principio che rifiuta di essere confuso con un generico e indistinto populismo, considerando quest’ultimo come un terreno di lotta fra destra e sinistra.
Sul tema dei migranti questo è di una chiarezza solare. Ed è il legame dialettico, cioè non monodirezionale, con persone e figure sociali, diffuse e/o organizzate, portatrici di pensiero, di idee, di bisogni, di diritti.
Solo questo può evitare la frantumazione sia del giorno prima come del giorno dopo la scadenza elettorale.
Certo ci vuole coraggio. E il coraggio non ama modelli né continuismi: è sempre originale.
ALFONSO GIANNI

L’odio per Matteo Renzi. In risposta a Massimo Recalcati


L’odio per Matteo Renzi. In risposta a Massimo Recalcati       
di Franco Berardi Bifo
Provate a immaginare che qualcuno vi dia un pugno in un occhio e come se non bastasse vi rubi il portafoglio. Provate a immaginare che alle vostre rimostranze costui vi rida in faccia e vi dica che siete dei vecchi scemi, così scemi e così vecchi da credere che ci vuole il gettone per telefonare. Perché odiarmi? dice il rapinatore.
Sulla prima pagina di Repubblica (dove se no?) Massimo Recalcati cerca oggi (17 luglio) di spiegarci perché quelli della sinistra non sanno far altro che odiare il bravo Matteo Renzi. La ragione per cui quelli della sinistra lo odiano è che lui ha mostrato che la sinistra è un cadavere. Ecco allora che quelli della sinistra (chi saranno poi questi della sinistra non s’è capito) si imbufaliscono come certe tribù dell’Africa nera (il paragone è di Recalcati).
Io non so se sono uno della sinistra, non so bene cosa voglia dire, e Recalcati non perde il suo tempo a spiegarmelo. Io preferisco definirmi come un lavoratore truffato dalle politiche del neoliberismo che hanno decurtato il mio salario di insegnante, hanno distrutto la scuola in cui insegnavo e mi hanno costretto ad andare in pensione diversi anni più tardi di quanto prevedeva il mio contratto.
Poi ecco un tipo che mi dice che per telefonare non occorre più il gettone. Sarà per questo che odio Matteo Renzi?
Si tranquillizzi lo psicoanalista Recalcati. Io non perdo il mio tempo a odiare Matteo Renzi, per la semplice ragione che c’è una sproporzione assurda tra il valore dei miei sentimenti (anche il sentimento di odio) e quell’arrogante piccoletto. Se proprio devo odiare qualcuno preferisco rivolgermi a quelli un po’ più grandicelli. Per esempio un tizio che si chiama Tony Blair.
Questo tizio si presentò una ventina di anni fa sulla scena d’Inghilterra, ve lo ricordate? Era brillante, giovane e certamente un po’ più intelligente del suo seguace di Rignano. Parlò di Cool Britannia, e inaugurò il New Labour. Margaret Thatcher, la donna che per prima ha detto che non esiste nulla che possa definirsi società, esistono soltanto individui in competizione per il profitto, disse di Toni Blair che il giovanotto non le dispiaceva perché stava continuando le sue politiche.
In cosa consistono le politiche di Thatcher e del suo allievo Blair? E’ presto detto: ridurre il salario, privatizzare i servizi sociali, sottomettere la scuola agli interessi delle grandi corporation, distruggere le organizzazioni dei lavoratori, prolungare il tempo di lavoro, rinviare i pensionamenti, di conseguenza sprofondare i giovani nella disoccupazione, e costringerli ad accettare lavoro senza garanzie e senza contratto.
Poi viene Recalcati e chiede: ma perché mai dovete odiarlo?
Matteo Renzi si presentò sulla scena dichiarando il suo amore per Blair, e dichiarando che la sua intenzione era ripeterne le imprese, seppure con venti anni di ritardo. Non c’è un solo milligrammo di novità nelle proposte di questo Renzi, la sola cosa nuova è l’arroganza. Tutto quello che lui propone è già stato sperimentato, realizzato, e quel che più conta è già fallito. Il 4 dicembre del 2016 la grande maggioranza dei giovani, non quelli della sinistra, non quelli che quando vogliono telefonare cercano un gettone, non quelli con la sveglia al collo che odiano perché sono dei cadaveri, ma la maggioranza dei giovani gli ha detto: vai a casa, non ti vogliamo più vedere.
In Inghilterra il signor Blair è oggi considerato un criminale di guerra. E’ lui che ha aiutato un texano non molto brillante a scatenare una guerra infinita tra le cui conseguenze (come sanno tutti) c’è la nascita di Daesh, la distruzione dell’Iraq e della Siria. Questo non impedisce al signor Blair di farsi oggi pagare, (pensionato di lusso) per occuparsi di un ufficio che come oggetto, per estrema ironia, ha proprio il Medio Oriente.
Recalcati mi scuserà se non mi sono soffermato a lungo sul suo beniamino toscano. Le imitazioni tardive non mi interessano molto. Io preferisco odiare l’originale.
fonte: Alfabeta2 

Uniti nel programma, il resto è la replica di un brutto film


Uniti nel programma, il resto è la replica di un brutto film
            
di Loris Caruso
Si può amare un film così tanto da non stancarsi mai di rivederlo. Ha meno senso riguardarlo a scadenza periodica dopo aver dichiarato di non sopportarlo. Ma la trama è nota, i personaggi familiari, alcuni passaggi accattivanti, e ancora una volta ci si siede a guardarlo: ciò che è noto rassicura.
La coazione a ripetere funziona è così: si rifà all’infinito la cosa che si giura di non voler fare. Si sa che non funziona, ma non si riesce a evitarlo.
Ogni volta che si avvicinano le elezioni succede la stessa cosa. Si apre un dibattito, di settimane o mesi, fatto di interviste, articoli, assemblee, incontri privati, messaggi incrociati, incentrato sulle forme in cui costruire una lista elettorale e sui rapporti tra partiti della sinistra. Si invoca l’unità. Si dice che si deve parlare di contenuti e non di tattica, ma non si avvia un confronto sui contenuti. Si accusa di minoritarismo chi non crede che parlare alle maggioranze sociali significhi unire diversi partiti in una lista elettorale.
Questa volta la situazione è anche più complessa che in passato.
I partiti e gruppi politici a cui viene chiesto di costruire una lista unitaria sono diventati sei: Campo progressista, Mdp, Possibile, Sinistra Italiana, Rifondazione, L’Altra Europa, per citare i principali. Tra questi c’è una parte rilevante del ceto politico responsabile delle principali scelte di governo degli ultimi vent’anni. Rispetto al passato, l’asse si è spostato in senso moderato.
I partiti alla sinistra del Pd si sono presentati insieme alle elezioni molte volte, dal 2008. Non è mai andata bene, a parte le europee del 2014. Perché, come se il passato non esistesse, si centra ancora una volta il dibattito sulla necessità di “unire la sinistra”?
Rimescolare l’esistente non fa guadagnare voti, non costruisce nuovi inizi, non apre orizzonti, non diffonde entusiasmi, non spiazza gli avversari, soprattutto quando tra i protagonisti ci sono volti che l’elettorato conosce da 20 anni. Siamo il paese in cui un partito che si è posto ‘da solo contro tutti’ e che non fa alleanze è arrivato al 25%. A sinistra si fanno ancora le somme sui risultati dei sondaggi.
Le nuove esperienze di sinistra cresciute in America Latina, Europa e Usa (da Chavez a Corbyn), sono nate come forze esterne, almeno nei loro leader, al circuito del ceto politico esistente.
Si pongono, soprattutto nella fase iniziale, come movimento di opposizione a tutto il sistema politico. Possono rivendicare di non aver mai gestito il potere, di non aver contribuito alle scelte di governo degli anni precedenti e di avere un nitido passato di opposizione a quelle scelte. Individuano una o più chiavi programmatiche e identitarie su cui impostare un discorso politico in grado di raccogliere e dare forma a domande fondamentali presenti nella società. Sono connesse a processi sociali reali. Si organizzano e comunicano in forme originali. Rappresentano visibilmente una rottura radicale rispetto alle politiche precedenti, a partire dalle biografie dei promotori.
Sono tutte caratteristiche che si sono dimostrate non sufficienti, ma necessarie, per costruire nuove forze dotate di consenso. E sono caratteristiche molto poco diffuse tra le formazioni alla sinistra del Pd.
L’iniziativa che più si avvicina a questi modelli è quella lanciata di Falcone e Montanari. Per sviluppare le sue potenzialità dovrà però smarcarsi con più forza possibile dal dibattito sull’”unità della sinistra” intesa come unità tra i partiti della sinistra, e soprattutto dagli attendismi e i politicismi che ne derivano.
Una lista unitaria da Pisapia a Rifondazione non è realistica.
Prima di tutto perché non la vogliono gli interessati. Pisapia non vuole fare una lista con la sinistra radicale, ha già lanciato segnali molto chiari in questa direzione. Di suo, escluderebbe anche Sinistra Italiana. Per D’Alema il nucleo della lista (e futuro soggetto politico) è Campo Progressista-Mdp, chi vuole ci stia a queste condizioni.
Buona parte di chi ha partecipato all’assemblea del Brancaccio, dall’altra parte, non vuole stare nella stessa lista di chi ha fatto la guerra nei Balcani e di chi rivendica, come Bersani, la globalizzazione dal volto umano, l’economia di mercato come valore e il pareggio di bilancio come principio.
Queste distanze, e il rischio di avvitarsi ancora per settimane su un discussione che riguarda più i mezzi che i fini e che non sembra avere una chiara via d’uscita, sono emerse anche nel Forum organizzato dal manifesto.
Prendere atto di questo significa guadagnare tempo perché, chi si avvicina di più ai modelli che si sono rivelati efficaci in Europa e nel mondo, riesca a costruire un progetto all’altezza delle sue intenzioni.
il manifesto, 18 luglio 2017

lunedì 17 luglio 2017

Povertà, l’Italia è allo sbando ma il governo gongola di Fabio Marcelli

  
Povertà, l’Italia è allo sbando ma il governo gongola
di fronte alla situazione economica che stiamo vivendo. Nell’ostinato tentativo di giustificare le proprie catastrofiche scelte politiche in perfetto allineamento con i desideri dei circoli dominanti a livello europeo e mondiale, costoro si appigliano a ogni minimo presunto incremento di qualche grandezza macroeconomica per gridare che avevano ragione loro. La realtà è esattamente l’opposto.
I dati relativi all’aumento della povertà assoluta e relativa sono chiarissimi, specie se scomposti evidenziando le situazioni particolarmente drammatiche delle categorie più vulnerabili: operai, famiglie con prole numerosa, coppie miste. Il tutto sullo sfondo di una situazione che, come ricordava molto opportunamente qualche giorno fa Luigi Ferrajoli, ha visto lo spostamento dal lavoro al capitale di 240 miliardi di euro negli ultimi anni. Le politiche devastanti condotte, in un crescendo di criminale scelleratezza, da tutti i governi degli ultimi anni, hanno assecondato in modo spudorato la lotta di classe dei ricchi contro i poveri e queste sono le conseguenze, mentre il lavoro, che è anche valore costituzionale fondamentale, viene umiliato e precarizzato in ogni modo (si veda jobs act, voucher, ecc.).
Non c’è futuro per i giovani, costretti in massa a cercare lavoro all’estero. Scuola, università e formazione sono abbandonate. In compenso si fomentano illusori percorsi scuola-lavoro che costituiscono in qualche caso l’occasione per agevolare le tendenze di padroni molestatori che approfittano delle giovani apprendiste, com’è successo di recente a Monza.
L’ambiente è un altro capitolo nero. Stiamo arrivando completamente impreparati all’appuntamento con le sfide del cambiamento climatico. Non solo i governi abbandonano le energie rinnovabili per rispondere alle pressioni delle lobby del fossile, come dimostrato dallo scandaloso appoggio di Renzi, Napolitano & C. all’affossamento del referendum sulle trivelle e all’appoggio a grandi opere come il Tap. Vengono smantellati, con ottusità burocratica che da tempo ha superato i limiti della follia, i presidii necessari a contenere gli incendi appiccati in molti casi dalle mafie. Continua intanto la cementificazione selvaggia, preludio di nuovi disastri idrogeologici. Invece degli indispensabili Canadair vengono comprati i dispendiosi F-35, inutili strumenti di morte.
La guerra fra poveri è l’ultima risorsa di questi governi fallimentari. E ci puntano a quanto pare anche taluni candidati a sostituirli, come Matteo Salvini ma anche buona parte dell’attuale gruppo dirigente nazionale a Cinquestelle. Il percorso dell’alternativa passa com’è ovvio da ben altre parti. Bisogna essere consapevoli del fatto che ci troviamo di fronte a un governo che, come quelli che lo hanno preceduto, è in tutto e per tutto espressione dei poteri forti, come finanza, Confindustria, ecc. Il principale problema è costituito dall’applicazione testarda e cieca del verbo neoliberista, e fanno certamente ridere le patetiche contorsioni di Renzi ed altri che si riscoprono improvvisamente contrari al fiscal compact dopo che l’hanno subito e rigorosamente applicato per anni.
Certamente si tratta di un neoliberismo un po’ bastardo, all’italiana, che prevede anche lo stanziamento di miliardi di euro, a spese del contribuente, a favore delle banche gestite con criteri di pura opportunità politica e personale. Ma un neoliberismo puro in natura non esiste. Tutti sono accomunati dalla fede nelle virtù salvifiche del mercato e dei poteri economici lasciati a se stessi. Quelli stessi che ci stanno portando da tempo alla rovina totale e che i governi loro asserviti aiutano mobilitando ingenti risorse pubbliche sottratte alle popolazioni, mediante meccanismi di redistribuzione fiscale al contrario e il debito pubblico che alimenta ingenti interessi, per non parlare delle vere e proprie truffe che prendono il nome di derivati e simili.
Ma il problema non è solo italiano, è globale. E per risolverlo ci vogliono forze che, radicate fortemente nel tessuto sociale e nel popolo, sappiano avere un respiro globale. Altrimenti rischiamo nuovi deleteri burattini del capitale, magari travestiti da populisti. Non ci sono scorciatoie alla costruzione di percorsi alternativi basati sull’auto-organizzazione dal basso. che dovrebbero trovare adeguata espressione anche a livello elettorale. Noi blogger indipendenti abbiamo un ruolo non trascurabile di informazione e chiarimento delle prospettive, in un quadro informativo dominato dalle bugie e dalla narcosi diffuse da giornaloni e televisione.

"Una lista o un progetto politico?". Intervento di Roberto Musacchio

Ci sono discussioni che fanno venire in mente il vecchio "Catalano" della fortunata trasmissione di Renzo Arbore. "È meglio essere belli, ricchi e felici o brutti, poveri e tristi?" Tradotto: "È meglio una sola lista che supera il 10% e cambia le sorti del Paese o due o più liste che falliscono il quorum e affossano la sinistra?"
Ho un poco banalizzato ma forse neanche troppo. E, già che ci sono, mi tolgo il sassolino e aggiungo che messa così la discussione della tanto vituperata lista Arcobaleno sembra un esempio di alta politica. Ricordo che anche allora si era al termine di una fase politica, anche se non di un vero e proprio ciclo. L'affermazione della autosufficienza veltroniana "svoltava" rispetto all'ormai esausta esperienza del governo tra Ulivo e Prc. Che aveva logorato in primo luogo il Prc stesso, anche se in realtà si sarebbe dimostrato con gli anni che il logoramento era della stessa idea di Sinistra e in fondo del Paese. Alla mossa veltroniana si provò a rispondere con una scelta a suo modo significativa: ricollocare all'opposizione tutto ciò che restava fuori dell'orizzonte del nuovo PD. La mossa non riuscì. Fu gestita male. Ma erano anche esauriti i materiali su cui si fondava. Per giunta per ancora un periodo l'autosufficienza di Veltroni evoco' nuovi spazi da occupare nel quadro sistemico del maggioritario che ha caratterizzato questo venticinquennio.
Ora a me sembra che noi si sia alla chiusura non di una fase ma di un intero ciclo politico. E non solo in Italia. In tutta Europa i sistemi politici hanno collassato a fronte dell'impatto con la costruzione dell'Europa reale. In Grecia si è affermata una forza come Syriza, mentre il Pasok è imploso. In Spagna è finito il duopolio e si è imposto Podemos. In Inghilterra la Brexit ha portato addirittura la GB fuori dalla UE e ha chiesto ai partiti di ripensarsi in radice cosa che in particolare Corbyn ha saputo fare non a caso contro Blair. In Francia socialisti e gollisti, in particolare i primi, sprofondano e Macron riforma il sistema politico trasferendone il centro nel governo mentre Melenchon lo fa dall'opposizione e "dal popolo". Solo in Germania Merkel continua a regnare ma ci si può aspettare una debacle della Spd. Il Portogallo ci dà speranze perché esce dai memorandum e le sinistre alternative pesano significativamente mentre un partito socialista prova a salvarsi cambiando.
Certo la nuova fase che si apre è tutt'altro che stabile. Anzi si può parlare di una "stabile instabilità" che caratterizza la rotta dell'Europa in acque sempre più procellose sia nei mari interni che negli oceani. Migranti, crisi sociali, nuova torsione nazionalista della globalizzazione (ossimoro proprio per ciò inquietante). Le classi dirigenti europee non sanno fare altro che riproporre la continuità "con ammuina". La continuità delle politiche liberiste e ademocratiche riproposte da tutti i recenti documenti ufficiali UE. Le ammuine di Renzi sul Fiscal compact o di Macron (assai squallide) sui migranti e con Trump.
In tutto ciò in Italia si discute "alla Catalano". Rispetto alla famigerata lista Arcobaleno non c'è neanche la volontà, almeno teorica perché tale si dimostrò fosse allora, di ricollocarsi all'opposizione di tale situazione e di trovare i materiali per farlo. Senza dei quali una crisi profonda come quella della sinistra in Italia non ha chance di reicontrare consenso. Certo la situazione italiana resta la più confusa su come si svilupperà la crisi del sistema politico qui caratterizzato da una lunghissima e mai risolta era di passaggio al bipolarismo. Travolto dall'insorgere del terzo polo grillino e, soprattutto, dalla crisi politica e democratica. Qui non c'è ancora un prevalente tra nostalgici dei vecchi equilibri, "nuovisti" rapidamente invecchiati, schegge espulse e incerte su dove e perché ricollocarsi. Le uniche cose certe sono che comunque, con ammuina o no, si dovrà ubbidire alla UE e che sarebbe meglio per questo che continui a non esserci una sinistra.
Infatti, nella discussione alla Catalano, non c'è accordo neanche sul tema del discorso. Si vuole fare la sinistra o il centrosinistra? Non voglio qui ricordare il vecchio "nomina sunt consquentia rerum" ma certo è difficile cavarsela con una scorciatoia programmatica. Fare la sinistra significa prendere atto della crisi del vecchio sistema e delle ragioni di essa che si chiamano Europa reale, crisi democratica, globalizzazione e misurarsi in una nuova impresa di reinvenzione e di nuovo innesto. Fare il nuovo centrosinistra significa rattoppare il sistema. E non mi si dica che il tema è il governo perché il pilota automatico ci dice che solo una totale alternativita ' può permettere di affrontarlo. Ora, tutte le esperienze europee dicono che si afferma chi si inventa il nuovo e non chi rattoppa. Per altro in Italia c'è una discussione che sarebbe surreale in tutta Europa. Tra chi sta al governo e chi si oppone ad esempio. Vero è che la lunga fase di transizione ha compromesso un poco tutti e reso assai serio un problema di credibilità. Ma se è vero che qui non ci sono né vecchie glorie rimaste pure come Corbyn o Sanders o nuovi leaders come Tsipras o Iglesias è anche vero che la fase precedente è segnata da conflitti in cui pure si provarono ad agire punti di vista diversi, e sconfitti, e forze nuove esistono in una società sfinita ma non vinta.
Per questo l'assemblea del Brancaccio a me sembra fuori dal discorso alla Catalano. Come lo era L'Altra Europa con Tsipras che ottenne un risultato minimo ma significativo proprio guardando e praticando un altro paradigma politico.
Precisamente quello europeo che è il contesto del far politica oggi. Quando si parla delle elezioni italiane a me viene da chiedere: "Ma ci siamo accorti che sono un turno di quelle che stanno definendo gli assetti europei e che dopo quelle tedesche si concluderanno in Italia". E mi viene da aggiungere: "Ma lo sapete che subito dopo ci saranno le elezioni europee del 2019 e che i soggetti europei stanno già, giustamente, discutendo di come affrontarle?" Mi verrebbe infatti da dire: rovesciamo. Decidiamo come si va alle elezioni europee ed avremo una soluzione per come si va a quelle "nazionali". Anche perché sarebbe ben strano che dopo il voto nazionale si dovesse ricominciare da capo per quello europeo. Io lavoro perché alle europee ci sia una proposta che, a partire dal Partito della Sinistra europea e dal Gue, raccolga tutte le forze che si muovono da decenni ad oggi per un'altra Europa, dai movimenti a Diem. Vedo, col necessario interesse, una crisi profondissima dei socialisti europei che porta Hamon ad uscire dal Psf. Ma, non a caso, Hamon, che pure era meno compromesso ed aveva un bel programma, è stato surclassato da Melenchon. Dico Europa perché io credo che di fronte alla crisi dei sistemi politici la risposta stia nell'affrontare le cause. E questo significa ad esempio costruire soggetti politici europei veri che facciano la battaglia per liberare l'Europa. I Partiti non si inventano a tavolino e tanto meno sommando spezzoni di ceto parlamentare. I Partiti sono funzioni dei processi storici. Quello della liberazione della Europa lo è e diventa sempre più comprensibile ai popoli. Serve un Partito per questo obiettivo. In Italia Prc, Altra Europa con Tsipras e Sinistra Italiana fanno parte del Partito della Sinistra europea. Moltissimi movimenti vivono sulla dimensione europea. Da qui può partire una costruzione che non sia alla Catalano. La costruzione non solo di una lista ma, finalmente, di un progetto politico.

martedì 11 luglio 2017

Ibrahim, 24 anni, morto di appendicite e di razzismo, di Francesca Fornario

  
Ibrahim, 24 anni, morto di appendicite e di razzismo
 
Marco si è sentito male domenica, mentre era con suo fratello e gli amici. Un ragazzo gentile di 24 anni che parlava cinque lingue, impegnato come volontario per tradurre le informazioni ai richiedenti asilo. Si lamentava per i forti dolori all’addome. I crampi che provoca l’appendicite quando si infiamma. È corso in ospedale, dove lo hanno subito dimesso. «Ma io sto malissimo, mi fa male la pancia!», ripeteva. Non gli hanno creduto.
Nelle ore successive i dolori aumentano. La sera, Marco non riesce più a stare in piedi. Suo fratello e i suoi amici lo portano alla farmacia di turno, quella di Piazza Garibaldi, a un passo dalla stazione centrale di Napoli. Il farmacista si rifiuta di aprire la porta. Vede il ragazzo contorcersi per il dolore. Lo pregano di chiamare un’ambulanza. Attendono per più di un’ora, mentre Marco è riverso a terra, ma l’ambulanza non arriva. I ragazzi corrono alla fermata dei taxi più vicina, quella di Piazza Mancini. Per accompagnare Marco in ospedale servono dieci euro per la corsa. «Eccoli!», dicono, ma il tassista si rifiuta di caricarli. «Per piacere, sta malissimo!». Niente da fare. I ragazzi sollevano Marco e lo scortano a un’altra farmacia. Il farmacista osserva il ragazzo e gli suggerisce di acquistare farmaci per quindici euro. Marco inghiotte i farmaci, torna a casa, vomita.
Suo fratello e i suoi amici tentano di nuovo di chiamare un’ambulanza, invano. Si rivolgono a Mauro, che è medico. Telefona anche lui: «Non possiamo mandare un’ambulanza per un ragazzo che vomita». «Ma sta male – li supplica Mauro – è urgente!». Ricostruisce i fatti parlando al telefono con i colleghi, spiega i sintomi. Marco rantola, ha quasi perso conoscenza. «Niente ambulanza, dovete portarlo a farsi visitare alla guardia medica. Nel caso, poi, l’ambulanza la chiamano loro». Suo fratello e gli amici lo prendono in spalla, corrono disperati verso Piazza Nazionale. Fermano una volante dei Carabinieri ma nemmeno quelli vogliono caricare Marco in macchina. Si rimettono a correre.
Quando arrivano a destinazione Marco non risponde più. I medici capiscono che bisogna chiamare un’ambulanza e operarlo al più presto, ma il più presto era prima.
Poco dopo l’arrivo in ospedale, Marco è morto.È morto perché non si chiamava Marco ma Ibrahim Manneh e veniva dalla Costa D’Avorio, come l’abbiamo ribattezzata noi europei nel 1500, quando abbiamo razziato tutti gli elefanti della zona portandoli all’estinzione.
La denuncia è partita dai suoi amici: gli attivisti dello sportello medico e legale gratuito dell’Ex Opg Occupato. Stamattina hanno convocato una conferenza stampa per denunciare questa incredibile storia di razzismo, ingiustizia e malasanità. Non è la prima che denunciano: in un anno di attività ne hanno seguite tante.
Quella della ragazza shrilankese alla quale, dopo il parto, non consentivano di riconoscere sua figlia perché non aveva i documenti. «Se entro dieci giorni non riconosci il bambino che hai partorito, vieni denunciato per abbandono di minore». I documenti li aveva persi nell’incendio che aveva distrutto la casa. I Carabinieri non avevano accettato la denuncia di smarrimento perché la ragazza non aveva i documenti. «Ora la bimba ha otto mesi, si chiama Violetta».
Quelle delle decine di ragazzi bisognosi di cure mediche urgenti e intrappolati anche loro in un Comma 22: per ricevere cure urgenti servivano i documenti che arrivavano dopo mesi. «Abbiamo aperto un tavolo con la prefettura e abbiamo ottenuto una circolare ministeriale che chiarisce che non c’è bisogno dei documenti per essere curati».
Quella delle decine di minorenni soli che arrivano dalla Libia con i segni della tortura addosso: «Li legano, li gettano a terra, li percuotono sotto i piedi e sulle gambe con i bastoni chiodati fino a spaccargli le ossa. Un ragazzo che abbiamo appena visitato ha perso un occhio per una manganellata». Siccome sono ferite cicatrizzate, all’ospedale non vengono refertate, quando invece sarebbe necessario per ottenere asilo politico.
Quella di Chek, che rischiava di finire come Ibrahim. «Per mesi lo hanno ricoverato e dimesso senza fargli analisi. Solo grazie al nostro intervento e dopo molte insistenze hanno acconsentito a fargli un emocromo e una elettroforesi dell’emoglobina che ha confermato il nostro sospetto: Chek ha un’anemia falciforme omozigote. Adesso sarà seguito da un centro specialistico e curato in modo adeguato ma se fosse morto, chi avrebbe spiegato perché ai suoi genitori? Chi spiega il perché per i tanti figli che muoiono attraversando deserti e mari?».
L’ambulatorio popolare dell’Ex Opg va avanti grazie a una rete di medici volontari. «Molti di loro non hanno alcuna appartenenza politica», spiega Mauro Romualdo, che voleva partire come medico volontario per l’Africa ma poi l’Africa l’ha trovata a Napoli. Ci sono specialisti di medicina generale, il ginecologo Enrico che lavora in una struttura convenzionata, l’ortopedico Francesco detto Ciccio, un primario in pensione, una pneumologa, una psichiatra del Policlinico, specializzandi in Infettologia, medicina interna legale, infermieri e psichiatri allo sportello di ascolto e sostegno psicologico. L’ambulatorio si è costituito grazie alle donazioni, come i due ecografi arrivati da un ginecologo in pensione. «Sono tante le gravidanze che abbiamo seguito. Da poco è nato Denis, il figlio di una ragazza cinese. «Non parlava italiano, ci capivamo traducendo sul telefono». Per questo, all’Ex Opg ci sono anche i corsi gratuiti di italiano. «Vengono a farsi visitare anche tanti abitanti del quartiere e delle altre zone di Napoli. Un napoletano che non sapeva leggere e scrivere sta imparando qui». Il controllo popolare della salute, lo chiamano.
Garantire le cure mediche ma anche l’istruzione, l’assistenza legale contro lo sfruttamento e il lavoro nero, il doposcuola, l’asilo, perché le cure non sono solo le medicine, cura è prendersi cura, capire i bisogni, ascoltare. Per salvare Ibrahim sarebbe bastato ascoltarlo e invece è morto di razzismo: un male incurabile, sebbene la ricerca stia facendo passi avanti e passi indietro. Passi indietro a Chioggia, passi avanti a Napoli, all’Ex Opg, dove si aiutano gli immigrati a casa loro, cioè qui.

Migranti e fascismo, il M5S sempre più a destra di Paolo Flores d'Arcais


Dalla rincorsa al salvinismo-melonismo sulla questione migranti al rifiuto di sostenere la legge contro l'apologia di fascismo. Grillo, Casaleggio jr. e Di Maio hanno finalmente scelto la collocazione politica del Movimento: la destra, anche lussuosamente becera, a cinque stelle.

Oltre cinque mesi fa
scrivevo su questo sito: "il Movimento 5 stelle deve scegliere: tra destra e sinistra. Non nel senso dei partiti e delle forze organizzate che vengono presentate con queste etichette, sia chiaro, poiché anzi uno dei due motori del rapido, dilagante, tenace affermarsi elettorale del movimento è aver dichiarato che “destra e sinistra sono tutti eguali, noi siamo oltre” (l’altro motore è l’alternativa alla Casta, imponendo un tetto di due mandati rappresentativi e uno stipendio da cittadino medio ai deputati). Ma certamente nel senso dei valori, degli interessi, dei grandi orientamenti programmatici, poiché quell’antica contrapposizione (giustizia e libertà contro oligarchia e privilegio) diventa anzi più stringente – etica e perfino “antropologica” – proprio col tramonto delle ideologie dominanti nel secolo scorso".

Da allora nel M5S è stato tutto un rincorrere il lepenismo (in Italia il salvinismo-melonismo). Sui migranti, ma qui il salvinismo-melonismo è diventata l'ideologia ufficiale del PD, alias PDR Partito Di Renzi. E sulle radici storiche e simboliche, cruciali nel determinare un'identità: Di Maio che arriva all'oscenità di infangare Berlinguer mettendogli accanto il fucilatore repubblichino Almirante, e oggi il movimento di Grillo e Casaleggio jr. che rifiuta di sostenere una legge in realtà moderata contro l'apologia di fascismo (reato già esistente ma rottamato da vergognosi distinguo e menefreghismi, è il caso di dirlo).

Fino al cachinno lurido perché spacciato da libertario. M5S "provvedimento liberticida". Salvini: "Le idee non si processano". Quelle fasciste e razziste si processano eccome, severamente e sistematicamente, perché non sono idee ma ipso facto, se vogliamo difendere la nostra civiltà, istigazioni a delinquere.

Insomma, Grillo Casaleggio jr. e Di Maio (e tutti gli altri belando: uno vale uno) hanno scelto: la destra, anche lussuosamente becera, a cinque stelle.

sabato 8 luglio 2017

La nuova sinistra c’è. Manca la lista. Il forum al manifesto

Il forum con D’Alema, Fratoianni, Falcone, Acerbo, Asor Rosa e Villone. Identità, programma, unità. Per parlare a chi resta a casa e a chi ha cambiato partito. In questa delicata fase che precede le prossime tempeste elettorali, cerchiamo di capire se le iniziative al Brancaccio e a piazza Santi Apostoli abbiano isolato i protagonisti o al contrario abbiano mescolato le carte
Il manifesto lavora, non da oggi, per la costruzione di un processo unitario della sinistra, a volte anche spingendo il cuore oltre l’ostacolo. Lo abbiamo fatto avventurandoci in un dibattito, largo e partecipato, dal titolo «C’è vita a sinistra», per contrastare la penosa coazione del «pochi ma buoni», quella sindrome tafazziana che spinge la sinistra a riprodursi per scissioni infliggendosi una sconfitta dopo l’altra.
A volte ci sembra di combattere una battaglia donchisciottesca perché di fronte alle nostre divisioni, da un lato c’è una destra aggressiva e dall’altro un partito renziano neocentrista: liberale sui diritti civili, liberista sui diritti sociali.
In questa delicata fase che precede le prossime tempeste elettorali, cerchiamo di capire se le recenti iniziative – l’assemblea del Brancaccio e la manifestazione di piazza Santi Apostoli – abbiano avuto l’effetto di recintare e isolare i protagonisti in campo, o al contrario siano stati positivi tentativi di mescolare il panorama e allargare l’orizzonte. (norma rangeri)
IL MANIFESTO Quante chance ciascuno di voi, da uno a dieci, si sente di dare alla possibilità che alle prossime elezioni ci sia una lista di sinistra capace di raccogliere il consenso di quei milioni di ex elettori che non votano più?
ANNA FALCONE Guidata dall’ottimismo della ragione, mi sentirei di rispondere otto possibilità su dieci. Aver aperto un dibattito e averlo reso plurale ha fatto sì che le diverse anime si siano potute esprimere, magari in maniera critica ma comunque orientata alla convergenza. Certo, adesso non abbiamo posizioni comuni. L’appello che ho sottoscritto con Montanari partiva proprio dall’esigenza di dare una risposta positiva al titolo del dibattito promosso da voi: c’è vita a sinistra. Sì, ce n’è così tanta che non si può pensare di organizzarla secondo schemi vecchi. C’è un vasto popolo che vorrebbe poter votare qualcosa di serio a sinistra, non una realtà che faccia da stampella prima o dopo le elezioni a qualcosa di altro che non ha nulla più a che vedere con la sinistra. Per questo il programma deve essere ambizioso, capace di fare un vero e proprio upgrade alla democrazia.
Dobbiamo diventare un’area politica adulta, che non si limita a dire con chi vuole fare l’alleanza dopo le elezioni, ma che punta realizzare per questo paese un orizzonte nuovo. Se non c’è questa ambizione sarà difficile, non perché manca la volontà ma semplicemente perché non raccoglieremo il consenso dei nostri potenziali elettori.
NICOLA FRATOIANNI Dobbiamo intensamente lavorare perché si raggiunga l’obiettivo di una sola lista a sinistra del Pd, oggi direi che le possibilità sono insieme zero e dieci. Mi spiego. Attorno a noi c’è una domanda molto forte e generalizzata di unità. Questa volta, ci dicono, per favore dateci una cosa da votare, una cosa unica, evitate di metterci di fronte alla scelta tra due o persino tre opzioni che esprimono parzialità insoddisfacenti.
Allo stesso tempo le stesse persone ci dicono fate una cosa seria, che sia credibile per una radicale discontinuità. Non voglio fare un ragionamento su quel che è stato per distribuire patenti, al contrario penso che sia utile una sorta di condono reciproco: la politica non è un insieme di biografie fisse.
Avanzo però due punti. Il primo: la sinistra socialdemocratica ha fatto poco i conti con il riformismo. Che è diventato sempre di più il contrario di quello che era, cioè la costruzione graduale di un miglioramento nelle vite delle persone, un allargamento dei diritti. Il riformismo è diventato invece il terreno sul quale costruire mediazioni regressive. L’altro tema riguarda il governo. Si è confusa sempre più la cultura di governo, e cioè l’ambizione a misurarsi con la risposta alla complessità dei problemi, con la cultura dello stare al governo, l’idea cioè che il governo sia il fine al quale sacrificare tutto il resto nel nome del meno peggio. Nel frattempo le primarie americane o il risultato di Corbyn in Inghilterra ci parlano di una risposta diversa. Risposta diversa che bisogna avere la forza di proporre con chiarezza non solo per la campagna elettorale ma anche per anche per il dopo. Non sto proponendo di dire «mai un’alleanza di governo», sarebbe una sciocchezza. Penso per esempio al caso di Padova dove la coalizione che noi abbiamo sostenuto, che ha fatto addirittura l’apparentamento con il candidato poi vincente del Pd, è andata molto bene. Perché ha ricostruito un rapporto di forza.
MASSIMO D’ALEMA Noi abbiamo la fortuna di avere poco tempo. Si impongono delle scelte. Con ogni probabilità avremo una legge proporzionale, con una soglia di sbarramento che io spero sia sfidante e dunque molto utile per noi per rimuovere velleità di separazione. Sarebbe anche un modo di mettere l’elettore di fronte alle sue responsabilità: volete o no che ci sia la sinistra? Registro poi che c’è una convergenza sulle questioni programmatiche di un arco di forze abbastanza significativo. Date queste premesse, penso che sia doveroso, ma anche altamente probabile, che si vada verso una lista consistente, capace di porsi l’obiettivo di esercitare un peso reale nella vita politica italiana. Cosa che si può fare solo traguardando un risultato elettorale a due cifre.
Intorno a questo ci sono una serie di problemi, alcuni di medio-lungo periodo ma ugualmente importanti. Perché quando si parte per un viaggio bisogna avere un’idea dell’itinerario, non solo della prima tappa che nel nostro caso sono le elezioni. Se facessimo un cartello elettorale che si sfascia all’indomani del voto avremmo realizzato la catastrofe definitiva per la sinistra italiana. Che ciò non accada dipende anche dal modo in cui vengono poste determinate premesse. Fare una lista elettorale è certo un’operazione da condurre con rapidità, però siamo di fronte a una questione molto più grande, al problema della ricostruzione della sinistra molto al di là dei confini del nostro paese.
La sinistra non si è riavuta dalla crisi dell’orizzonte in cui si è costruita in occidente nel corso del secolo che abbiamo alle spalle, l’orizzonte dello stato nazionale, del compromesso sociale, del welfare. Oggi viviamo in uno scenario completamente diverso, quello della globalizzazione e della sua crisi. La destra appare spesso più convincente nel dare risposta al grande problema del nostro tempo che è il bisogno di protezione della gente. La base sociale della sinistra, tutto il mondo dei più deboli, è passato dall’altra parte e non solo in Italia.
Se noi vogliamo ragionare sul progetto ambizioso di una grande forza di sinistra non chiusa, che raccoglie anche una parte del mondo cattolico democratico, l’espressione «centrosinistra» non dobbiamo demonizzarla. Certo non deve essere riferita alla ripetizione di esperienze del passato, ma tanto più adesso che Renzi abbandona quella bandiera nel fango in favore di una prospettiva centrista, noi dobbiamo raccoglierla. Se non lo facessimo gli daremmo una mano.
FRATOIANNI Per restare alla tua metafora, temo che il fango abbia cambiato irrimediabilmente la bandiera del centrosinistra. Su questo non sono d’accordo con te.
D’ALEMA Bisogna riflettere su questa questione, ma non si tratta di essere più o meno d’accordo, è così. Dobbiamo collegare un’assai prossima operazione elettorale, fondamentale, con una riflessione di medio e lungo periodo su cosa è sinistra. Con l’obiettivo della creazione di una forza politica, non un cartello, certo con caratteri nuovi perché anche sulla forma partito c’è molto da pensare e innovare. Non basta invocare Corbyn.
MAURIZIO ACERBO Noi lavoriamo con il massimo impegno affinché ci sia una lista unitaria a sinistra, la proponiamo da anni, non so però se sia la stessa lista a cui pensa D’Alema.
Una lista pacifista, antiliberista ed ecologista c’è in tutti i paesi europei. In Italia no perché da noi la forza dell’ideologia neoliberista è tale che molti di quelli che dovrebbero concorrere con noi a fare quello che i compagni di Podemos fanno in Spagna, Syriza fa in Grecia e Mélenchon fa in Francia continuano a ragionare in termini di centrosinistra.
I problemi vanno un po’ oltre l’anti-renzismo. Io spero che si sviluppi una grande forza politica del centrosinistra europeo ma in Italia non vedo nessun Corbyn e nessun Sanders. Persone che diventano degli eroi popolari perché per 30 anni hanno tenuto fede agli ideali della loro gioventù opponendosi al neoliberismo e alla guerra.
Bisogna rendersi conto che Renzi non è il frutto del destino cinico e baro ma è l’esito del percorso che c’è stato nel Pd, in quel centrosinistra che non ha abolito il cumulo dei vitalizi né è stato capace di accettare la sfida di Grillo su Rodotà presidente della Repubblica.
Non sono d’accordo con D’Alema, non è passata a destra la base sociale della sinistra, sono stati i dirigenti della sinistra che per quella base sono passati dall’altra parte. E allora è ovvio che i più deboli, quelli che stanno in basso quando non ha punti di riferimento vanno da tutte le parti.
Nel Regno Unito gli stessi che avevano votato per la Brexit sfogando a destra la loro rabbia sociale, hanno votato Corbyn spostando a sinistra l’asse del paese. Rifondazione comunista e Sinistra italiana dovrebbero allora lavorare alla costruzione di una grande forza politica riconoscibile di sinistra. Anche perché se non ci fosse un’altra sinistra rispetto a quella di piazza Santi Apostoli, condanneremmo la gente a scegliere tra l’astensione e il voto al Movimento 5 Stelle.
Ci viene proposto di essere una ruota di scorta invisibile al progetto di Pisapia e Bersani? No grazie. Dopo di che non escludo che, come in Spagna e in Portogallo, la sinistra possa poi sfidare le forze socialdemocratiche a governare insieme.
Ma dopo che è stata capace, com’è in Spagna e Portogallo, di costruire una prospettiva autonoma. Sto parlando di formazioni politiche che hanno il venti per cento.
D’ALEMA È chiaro il modo in cui Acerbo intende il processo unitario: anziché una lista ne vuole fare due.
IL MANIFESTO Per costruire un processo unitario ciascuno deve essere disposto a mettere in discussione la sua verità, non nei principi e nei valori ma nei programmi. Altrimenti ciascuno pensa di fare la rivoluzione a casa sua e intanto gli equilibri del paese si spostano a destra.
La discussione che c’è stata poco fa sulla «bandiera» del centrosinistra dimostra che, al contrario di quanto invocato da Fratoianni, sono proprio la storia recente e persino le biografie a rendere faticoso il processo unitario, assai più che la discussione sui programmi. La differenza con D’Alema è nel giudizio sul centrosinistra che è stato. È vero che una difficoltà del genere si amplifica nel momento in cui il processo è tutto giocato a livello di vertici, però nelle due occasioni in cui si è tastato il polso agli elettori, Brancaccio e santi Apostoli, non si sono fatti certo passi in avanti. E allora perché non approfittate della grande occasione offerta dalla legge elettorale che, è praticamente certo, sarà proporzionale con soglia di sbarramento almeno al senato alta, e avanzate una proposta politica unitaria e di sinistra contro Renzi e il suo partito semi personale? Senza dubbi o sfumature. Il problema del centrosinistra magari verrà dopo, magari non verrà mai. E sarà diverso affrontarlo con una forza elettorale consistente che solo una lista unitaria alternativa al Pd, auguriamocelo, può conquistare.
FALCONE Non è questione personale, Pisapia, Fratoianni o chi altro, ma di coinvolgimento delle persone. La metà degli italiani ha rinunciato a partecipare alla dinamica democratica, c’è rifiuto della democrazia meramente rappresentativa. A questo punto il primo obiettivo è di farli partecipare.
E allora noi abbiamo la forza di costruire insieme un grande incontro nazionale, di convocare una convention? Servono coraggio, metodo democratico e credibilità e quest’ultima non è data soltanto dalle biografie, ma dalla capacità di stringere un patto, un vincolo forte su un programma innovativo.
FRATOIANNI Il dissenso con Massimo D’Alema sul centrosinistra forse ha anche a che fare con la storia recente ma in realtà io penso che se andassimo in giro nel paese a chiedere chi ci governa oggi la risposta sarebbe «il centrosinistra». Perché Renzi non ha affatto rinunciato a quella parola, lui dice «il centrosinistra sono io», o meglio, «senza di me non c’è il centrosinistra». Quello che oggi è assente in questo paese è una sinistra degna di questo nome.
Certamente servirebbe cominciare a discutere del programma. Sabato ho scritto una lettera aperta a Pisapia, alla quale non ho ricevuto risposta. Non è che mi sia offeso ma così l’interlocuzione è difficile. Fischiare Gotor al Brancaccio è stato certamente un grave errore e io l’ho applaudito per le cose che ha detto ma i fischi non mi spaventano perché arrivano quando ci si confronta. Dico che dobbiamo passare al merito delle questioni.
Per esempio, se riparte il dibattito sulla legge elettorale io penso che la sinistra debba battersi per una legge elettorale proporzionale. Sul lavoro, vogliamo dire che si cambia strada e si propone la reintroduzione ed estensione a tutti dell’articolo 18? Siamo d’accordo su una misura universale di sostegno al reddito? Sulla riduzione del tempo di lavoro? E poi, a proposito di protezione, cosa diciamo sulla casa, la sanità, la scuola e l’istruzione universitaria?
Da queste questioni può partire lo sforzo di ricostruire un punto di vista sul mondo. Potremmo scoprire che costruire un programma chiaro e condiviso è molto più semplice del previsto. Oppure che ci sono differenze non componibili tra noi ma almeno in questo caso sapremmo perché non è possibile una lista unitaria, cosa che io considererei una sconfitta. Un’ultima cosa per non eludere il tema della leadership che certo si pone. Non ne abbiamo una che si impone perché tutti la riconoscono e allora dobbiamo trovare un percorso democratico per sceglierla. Sono pronto da subito a tutte le tappe che vogliamo.
D’ALEMA Se noi facciamo una convention per discutere di tutte queste cose temo che sarebbe un evento assai confuso, andrebbe per lo meno preparato. Quanto a Mdp, noi abbiamo ampiamente avviato questa discussione. Abbiamo fatto un’iniziativa programmatica e abbiamo delle idee sulle quali ci siamo già confrontati. Vorrei dire una cosa sulle biografie. Giuliano Pisapia è stato deputato di Rifondazione comunista, candidato sindaco di Milano di Sel contro il candidato Pd, che ha battuto, se c’è uno che dovrebbe avere delle obiezioni su Pisapia sono io, non voi.
FRATOIANNI Io non ho posto questo problema.
D’ALEMA Vogliamo fare una discussione sul centrosinistra? La faremo. Io sto organizzando un convegno scientifico sul tema, sarà una cosa molto significativa e importante.
ALBERTO ASOR ROSA Questo in genere si dice a posteriori.
D’ALEMA Allora farò una cosa che ha l’ambizione di essere significativa e importante, va bene?
ASOR ROSA Questa è una deviazione dalla tua tonalità caratteriale dominante, ma noi l’apprezziamo molto.
D’ALEMA Pisapia ha parlato in piazza Santi Apostoli. Ha fatto un discorso nel quale ha detto che è per il ripristino dell’articolo 18. Che è contrario alla parola d’ordine «meno tasse per tutti» perché chi ha di più deve pagare di più. Ha detto che bisogna tassare i patrimoni, cosa che spesso fa paura anche a sinistra.
È stato molto netto, certo con il suo tono, nel dire che ci vuole una discontinuità rispetto all’esperienza di questi anni. A me pare una buona base di discussione. Non sono un fan di nessuno, sono un dalemiano critico.
ASOR ROSA A questo crediamo poco.
D’ALEMA Sono critico, moderatamente critico. Ma comunque quando parliamo di Pisapia non stiamo parlando di una quinta colonna della reazione in agguato. Santi Apostoli non è stata una manifestazione oceanica, vero, d’altro canto è stata organizzata in pochi giorni per un pomeriggio di luglio. Ma sicuramente ha fatto fare un salto di qualità a questo progetto, ne hanno parlato giornali e telegiornali, ha preso quota nella larga opinione pubblica.
Pisapia ha preso atto che la sua ipotesi iniziale di creare una forza che potesse condizionare il Pd attraverso un rapporto coalizionale sta perdendo consistenza. Di conseguenza si sposta, e lo ha detto chiaramente, verso la creazione di una forza politica in competizione con il Pd di Renzi sulla base di un programma più avanzato. E abbiamo molte idee convergenti su fisco, lavoro, Europa che vanno senz’altro approfondite, aggiungerei che dobbiamo avere una proposta forte sul mondo giovanile per i tre milioni che né studiano né lavorano.
Abbiamo gli elementi su cui aprire una discussione nel paese un confronto su un certo numero di punti programmatici. Immagino comitati promotori ai quali partecipano le forze politiche ma anche i cittadini e le associazioni, non vedo scogli insormontabili lungo questo cammino. È meglio che il processo parta con un manifesto programmatico di sette-otto punti, magari esposti in modo problematico, che con un’iniziativa nazionale che può invece arrivare alla fine.
Intanto nessuno si deve fermare nell’organizzazione delle proprie forze, sperando che a un certo punto decideremo di conferirle a una forza comune. Agli elettori dobbiamo dare l’idea di essere in condizione di costruire una formazione politica a due cifre, in grado di incidere. Perché la gente non chiede la luna, chiede che siamo in grado di fare qualcosa di quello che proponiamo. Ed è disamorata dalla politica. Non è che se diciamo «noi siamo la sinistra» allora tutti si accodano commossi dietro le nostre bandiere. A Genova ha votato il 35% e c’era la lista di sinistra, che è andata male.
La percezione di forza è essenziale, la capacità di attrazione è proporzionale alla massa. È un principio della fisica ma anche della politica.
ASOR ROSA Le priorità oggi sono più politiche che programmatiche. Il nostro fondamentale avversario è Matteo Renzi. Più di Berlusconi, Salvini e Grillo che sono avversari dichiarati, Renzi va invece smascherato. Se esce dalle prossime elezioni rafforzato, di tutti i discorsi che abbiamo ascoltato non resterà traccia per anni.
Per evitare che questo accada bisogna che ci sia una lista unitaria. Altrimenti le sinistre sono destinate a una matematica sconfitta. Il problema del programma è importante, ma vorrei dire che anche la formazione di una lista elettorale unitaria fa parte di un programma politico strategico, non è una cosa separata di cui si possa discutere separatamente o peggio posteriormente. Non funziona che siccome siamo d’accordo su tutto dunque facciamo la lista unitaria, né siamo in Inghilterra, dove Corbyn rappresentava comunque una forte componente unitaria laburista. Siamo in Italia e le condizioni dello scontro sono assai più complicate.
A proposito del famigerato centrosinistra, a Fratoianni dico che in Italia non c’è prospettiva di governo senza lavorare per un centrosinistra. È matematico. Una sinistra sola e separata non arriverà mai a governare. La scelta di non scegliere la strada di un governo possibile è assolutamente legittima, anche fortemente comprensibile, ma è un’altra cosa. E Renzi è il massimo avversario del centrosinistra, tutto quello che immagina, pensa e dice volge in direzione contraria al centrosinistra.
D’ALEMA Basta vedere l’aggressione a Prodi, nella quale non lo seguirei.
ASOR ROSA Se ci si batte contro Renzi ci si batte per un centrosinistra diverso. La domanda quindi non è se possiamo farlo con Renzi, questione che ovviamente non si pone perché è impossibile. La domanda autentica è se la sconfitta di Renzi possa restituire oppure no quel che resterebbe del Pd a una prospettiva di centrosinistra.
Sconfiggere Renzi dovrebbe significare anche recuperare una parte di quelle forze a una prospettiva di governo di centrosinistra. Se le cose stanno così, per fare la lista unitaria basterebbe il massimo dei consensi possibili.
Non la totalità. Bisogna che ci siano quelle sette o otto cose intorno alle quali le discriminanti siano chiare ma non dirimenti. Nel senso che chi ha delle riserve su questo o su quel punto può non essere estraneo alla prospettiva della lista elettorale comune. Bisogna avere il senso delle opportunità e dei limiti storici.
MASSIMO VILLONE Se si dovesse votare oggi, ve lo dico da cittadino elettore, non voterei per nessuno di voi. Perché nessuno di voi mi ha convinto, vorrei che fosse chiaro. Naturalmente spero che la situazione cambi nel poco tempo che abbiamo. Per riprendere la domanda iniziale di Norma, direi che abbiamo cinque possibilità su dieci che si faccia questa lista unitaria, ma se non si fa per settembre-ottobre vuol dire che non si fa più. A quel punto saremo già nella battaglia elettorale.
Io credo che in questo paese ci sia una domanda di sinistra, ci siano esigenze di sinistra ma questo non significa necessariamente che ci debba essere un soggetto politico di sinistra che li rappresenta. E non basta una convention a risolvere questo problema, non c’è nulla di più ingannevole di confrontarsi con qualche centinaio o migliaio di entusiasti.
Il problema sono sempre i milioni che stanno fuori. Io ancora sto cercando di capire perché Pisapia ha dato un assist a Renzi con quella proposta di partecipare alle primarie, personalmente non sono tanto disposto a metterlo da parte. Come pure il suo sì al referendum costituzionale.
D’ALEMA Ma Renzi ha risposto di no alla proposta di primarie.
VILLONE Il problema è nel fatto che Pisapia glielo abbia proposto. Dici che l’ha fatto apposta per farsi rispondere di no? Allora io non sono abbastanza sofisticato. Aggiungo che la questione della legge elettorale non è detto che sia chiusa, possiamo immaginarne una perfettamente coerente con le sentenze della Consulta e omogenea tra camera e senato, ma che stermina la sinistra. Non possiamo far conto che tutto vada come noi pensiamo debba andare e bisogna essere pronti a sopravvivere con qualsiasi legge elettorale. Arrivare a due cifre è una condizione di sopravvivenza. Ma dove si trovano questi voti? Si può grattare qualcosa dal Pd ma non tanto. Nemmeno dal M5S si prenderà tanto, vorrei che non ci facessimo illusioni.
Bisogna allora andare sui giovani e sugli astenuti. Bisogna fare una campagna mirata. Per esempio Corbyn ha proposto di azzerare le spese per l’Università. Non basta dire ai giovani «farò qualcosa per te», devi avere una proposta credibile che dica cosa, come e con quali risorse. Altrimenti vanno nella protesta dei 5 Stelle. Anche il non voto è ormai consolidato e non è facile convincere uno che da tre giri elettorali non va alle urne a votare per te.
Conclusione: non possiamo fare una campagna elettorale generica dai toni blandi. Servono proposte mirate e forti e soprattutto contro il Pd. Perché il Pd farà inevitabilmente la campagna contro la sinistra.
ACERBO Sul fatto che la lista unita non può essere un elemento del discorso politico strategico sono molto d’accordo con Asor Rosa.
ASOR ROSA E questo mi preoccupa un po’.
ACERBO Probabilmente fai bene a preoccuparti. Perché dal mio punto di vista non ci può essere un accordo politico strategico con chi non è alternativo al partito socialista. Mi sembra molto difficile che in Italia si possa pensare a una confluenza solo sull’obiettivo di battere Renzi. Il tentativo c’è stato, nella convocazione dell’assemblea del Brancaccio, ma Pisapia ha risposto che non c’erano le condizioni. La sua leadership non mi pare che possa raccogliere i giovani e il popolo del no, tantopiù che lui ha votato sì.
Io sono preoccupato perché Fratoianni, Falcone ed io rischiamo così di perdere altri mesi e veder sfumare la possibilità che ci sia una lista di sinistra e dei movimenti che vada oltre il 5%. E voglio dire meno male che Mélenchon non si è ritirato quando Hamon glielo chiedeva. Oggi in Francia ci sono due gruppi a sinistra del partito socialista che hanno più parlamentari di Le Pen. Hanno avuto il coraggio di portare avanti una proposta di sinistra-sinistra, cosa che dovremmo fare anche in Italia.
*** Il forum si è svolto nella redazione del manifesto il 6 luglio scorso dalle 11 alle 14. Servizio fotografico di Ginevra Lucidi. Editing del testo a cura di Andrea Fabozzi, Matteo Bartocci e Micaela Bongi. Le enfasi in grassetto sono della redazione.
Al forum hanno partecipato Massimo D’Alema (Mdp,presidente della Fondazione Italianieuropei), Nicola Fratoianni (segretario nazionale di Sinistra italiana), Maurizio Acerbo (segretario nazionale di Rifondazione comunista), Anna Falcone (avvocata, già vicepresidente del comitato del No al referendum costituzionale, il 18 giugno scorso ha promosso insieme a Tomaso Montanari l’assemblea del teatro Brancaccio), i professori Alberto Asor Rosa e Massimo Villone