venerdì 18 maggio 2018

Il contratto? Una cagata pazzesca…di Salvatore Prinzi da Contropiano.org


 
Sono notoriamente una persona misurata ma chi scrive che questo contratto di governo Lega/5 Stelle “non è male”, “ha una parte interessante”, “è contro l’austerità”, “dice quello che dovrebbe dire la sinistra”, o è in cattiva fede o si è rincoglionito. Per due motivi – taglio con l’accetta:
1. Letto da un punto di vista di classe, questo contratto non è l’espressione degli interessi proletari e nemmeno dei “ceti medi impoveriti”, ma di un pezzo del padronato italiano, della piccola e media borghesia (con qualche concessione alla grande), che vuole cooptare alcuni segmenti di proletariato dandogli le briciole.
Questa frazione della borghesia, in Italia storicamente egemone, ha fatto profitto per decenni non sulla capacità di competere, sull’innovazione etc, ma su evasione fiscale, condoni, inquinamento, cementificazione, facendo lavorare a nero e sfruttando manodopera (per lo più meridionale e immigrata) sottocosto.
 
Ovviamente con la crisi del 2008 i nodi sono venuti al pettine, questo modello di “sviluppo” italiano non ha retto alla rapida ristrutturazione degli altri capitalismi europei, e siamo stati più esposti a speculazioni (vedi seconda crisi del 2011) e a “cure” massicce (Fiscal compact, Fornero, Jobs Act etc).
Questo chiaramente ha prodotto malessere sociale diffuso, a cui si poteva rispondere in due modi: o da sinistra, con politiche di redistribuzione della ricchezza e intervento pubblico nell’economia, o da destra, attraverso un populismo che non è altro che una sorta di ritorno al passato – un po’ vecchia DC, un po’ Berlusconi e un po’ di “caro fascismo”.
Siccome la vecchia sinistra (PD-LEU) era fatta da quelli che hanno prodotto le infami “riforme”, e la Nuova Sinistra (quella di Potere al Popolo e dei movimenti sociali) nonostante la generosità è ancora giovane, piccola, disorganizzata e sconosciuta, il malessere non poteva che essere interpretato dai 5 Stelle e dalla Lega, che peraltro potevano beneficiare del senso comune di destra ,egemone da decenni nel paese.
Così, invece del capitalismo che parla inglese ci becchiamo quello cafone, ma nella sostanza per noi cambia ben poco. Il nemico del mio nemico NON è mio amico.
 
Il contratto Lega/5S infatti non attacca il vero problema del paese, ovvero la concentrazione della ricchezza in poche mani, la mancanza di una politica industriale etc, ma anzi fa una flat tax per i ricchi e dà giusto qualche briciola ai poveri (niente abolizione Fornero, un reddito di cittadinanza che è poco più di un sussidio di disoccupazione). L’unica libertà che rivendicano contro l’UE è quella di fare deficit, ovvero indebitarsi, con la stessa strategia di corto respiro che si ebbe negli anni ’80 o con Berlusconi. E non mi pare che all’epoca c’era chi diceva che Berlusconi andava “incalzato”, “apprezzato”, “sostenuto”… Il 14 dicembre 2010 fu chiarissimo in questo senso: basta ambiguità, in quel Parlamento abbiamo solo nemici.
 
2. La parte “sociale” del contratto non è separabile da quella penale e repressiva, che fomenta la guerra fra poveri, dà la caccia agli occupanti casa e mira a distruggere le forze sociali. I due interventi sono complementari. E’ una mossa tipicamente fascista: do qualcosina ad alcuni settori di lavoratori italiani per farli stare buoni, mentre tolgo un bel po’ agli altri e blindo la dinamica sociale. Poi si ritorna anche sugli italiani…
 
Ci sarebbero altre milioni di cose da dire ma mi fermo. L’unica consolazione in questa valle di lacrime è che la risposta che Lega e 5 Stelle danno alla crisi italiana ha il fiato corto. Stanno mettendo le basi per la loro fine.
A noi si pongono quindi due compiti:
1. resistere e fare vera opposizione, lottando ovunque e spingendo sulle domande sociali e istanze redistributive;
2. evitare che dal capitalismo cafone si ritorni a quello “politicamente corretto” di PD e soci.
Quando questi buffoni si sgonfieranno, cerchiamo di far trovare al nostro popolo un’alternativa vera.
 
PS per chiunque voglia resistere e preparare l’offensiva: ci vediamo il 26-27 maggio all’assemblea nazionale di Potere al Popolo a Napoli!

Questione palestinese e colonialismo ebraico: si può tollerare ciò che sta accadendo a Gaza? di Angelo D'Orsi

 
Non esiste più una “questione ebraica”, quella di cui parlava Karl Marx, a metà degli anni Quaranta, del secolo XIX. Ed è riduttivo parlare oggi di una “questione palestinese”, alludendo a una situazione che va chiamata col suo nome: l’ultimo esempio di oppressione coloniale, praticata, al di fuori di ogni legalità, da un avamposto euro-americano in Medio Oriente. Ed è ora di dire, a gran voce, basta!
Basta al ricatto dell’antisemitismo, l’accusa sfoderata ad ogni occasione dagli israeliani e dalle loro infinite estensioni mondiali, a cominciare dalle Comunità ebraiche sono ormai compiuta espressione, megafoni dei governi di Israele. È ora di smentire la narrazione corrente che vede lo Stato nato ai danni dei palestinesi nel maggio 1948, come un riflesso della Shoah, ossia un risarcimento allo sterminio di milioni di ebrei da parte dei nazisti. È ora, piuttosto, di fare un ripasso di storia, invece che un bagno di lacrime, che possono essere false e capziose, come aveva accusato Norman Finkelstein rivolta ad una studentessa che si era messa a piagnucolare mentre lui denunciava la politica israeliana: lui, ebreo, con i familiari sterminati in un lager, sul quale, in modo scientifico, è ricaduta l’accusa di “ebreo antisemita”, appena ha cominciato a denunciare “l’industria dell’olocausto”.
 
Ebbene il ripasso di storia ci dice che il sionismo precede la Shoah, ci dice che il destino dei palestinesi fu deciso nel 1916-17, dalla Gran Bretagna, prima con gli accordi segreti con la Francia, detti di Sykes-Picott, quando le due potenze imperialistiche si spartirono l’intera regione mediorientale, prendendosi il Regno Unito, appunto, la Palestina, la Francia, per esempio, la Siria (donde l’attenzione che da Sarkozy a Hollande fino al bellimbusto Macron, dedicano a quella nazione, per tenerla sotto controllo). L’anno successivo, il terribile e grandioso 1917, vide la famosa Dichiarazione Balfour, dal nome del ministro degli Esteri di Sua Maestà Britannica, nella quale, anche sulla base della fortunata predicazione sionistica precedente, veniva riconosciuto il principio di una “jewish home” in Palestina: “un focolare ebraico”. Nella dichiarazione si alludeva comunque alla necessità di salvaguardare i diritti delle popolazioni arabe preesistenti. Quei diritti finirono invece immediatamente nel dimenticatoio grazie a Hitler, e alla “soluzione finale”. La persecuzione nazista ha trasformato un intero popolo in vittima sacrificale, e questo, nel complice silenzio del mondo, negli anni della guerra mondiale, ha prodotto l’agghiacciante esito di trasformare quelle vittime in carnefici.
 
Con troppa facilità le Nazioni Unite, Urss compresa, riconobbero nel 1948 lo Stato di Israele, dopo una campagna di terrore portata avanti da gruppi ebraici in Palestina, alcuni inquadrati nelle forze armate britanniche, compresa quella “Brigata ebraica” che da qualche tempo si ridesta il XXV Aprile, pretendendo di partecipare alle manifestazioni, millantando un proprio ruolo determinante nella guerra di liberazione. Una Brigata che fu poi tra i protagonisti di quel sistematico tentativo di “pulizia etnica” ai danni dei palestinesi, come ha documentato, inoppugnabilmente, un altro intellettuale ebreo, israeliano, Ilan Pappe, costretto poi a lasciare la sua università (Haifa) e a trasferirsi in Gran Bretagna, dopo che intorno a lui – “ebreo antisemita”, naturalmente – si era fatta terra bruciata.
 
Da allora, da quel maggio 1948, Israele ha compiuto una costante politica di allargamento dei propri confini semplicemente con la forza del proprio esercito, e con l’aiuto decisivo degli Usa, sia delle amministrazioni sia delle lobbies ebraiche, determinanti nelle campagne elettorali statunitensi, in specie in quelle presidenziali. Davanti a loro, un mondo arabo frantumato, disorganizzato, con mezzi militari modesti e male gestiti, al quale peraltro della causa del popolo palestinese poco o nulla importa.
 
Alla fine lo spazio territoriale odierno israeliano è il doppio di quello di settant’anni or sono. Uno spazio acquisito illegalmente, dopo la prima acquisizione ottenuta con la violenza. Ma non è bastato. Mentre si facevano entrare ebrei di ogni parte del mondo, secondo un inquietante criterio etnico-religioso, per cercare di rafforzare una popolazione dai modesti tassi di natalità, si procedeva agli insediamenti di molti di costoro nelle zone, sempre più esigue, concesse ai palestinesi, che a un ceto punto furono violentate dalla costruzione del muro della vergogna, altra azione (e opera) illegale, ma tollerata dalle Nazioni Unite che pure ne hanno “deplorato” l’edificazione. Le oltre 70 risoluzioni dell’Onu contro atti dei governi israeliani non hanno sortito alcun effetto, e i governanti di Tel Aviv non si prendono neppure la briga di replicare ormai, giudicando, non a torto, quello delle Nazioni Unite, un rituale privo di valore.
 
La stessa politica messa in atto davanti alle condanne che sono seguite regolarmente agli attacchi micidiali, con bombardamenti a tappeto, perlopiù missilistici, contro Gaza, divenuta ormai, da tempo, un gigantesco campo di concentramento o come è stata definita “la più grande prigione a cielo aperto del mondo”. Nei territori palestinesi, come in Libano e in altri paesi limitrofi, esistono i “campi” del resto, dove sono stati rinchiusi i palestinesi della diaspora, che vivono in condizioni quasi sempre disumane, vivono in una situazione di “morte lenta”, come documentò in un suo reportage Edward Said. Proprio questo grande intellettuale palestinese-americano parlò anni fa del “vicolo cieco di Israele”, condannatasi per la propria protervia a combattere una guerra incessante, nel vano tentativo di sottomettere, soggiogare i popoli confinanti, condannata a dominare, nell’esacerbato timore di essere dominata, probabilmente dal fattore biologico, la natalità araba.
L’operazione “Margine protettivo” dell’estate 2014 è già quasi dimenticata, ma non dagli abitanti di Gaza, che hanno pagato un prezzo altissimo, in termini di vite, di sofferenza, di distruzione. Quali conseguenze ebbe quell’efferata azione durata tre settimane ai danni di Gaza? Nessuna. Israele si sta occupando della “ricostruzione”, arrivando, col massimo del cinismo, a lucrare anche sulle morti e sulle devastazioni da essa procurate.
 
E ora da settimane la protesta palestinese nella marcia del ritorno, che è culminata, dopo uno stillicidio di morti e di mutilati tra i giovani e giovanissimi (per ammissione di un generale israeliano i cecchini hanno l’ordine di sparare alle gambe, per far sì che i ragazzi perdano la possibilità di esser offensivi, e sono decine ormai coloro che hanno perso uno o entrambi gli arti inferiori), siamo giunti all’Armageddon: Trump e famiglia si recano a Gerusalemme, per sancire in una giornata dichiarata di festa, il trasferimento dell’ambasciata da Tel Aviv, mentre l’esercito “più morale del mondo” spara ad alzo zero: donne ragazzi bambini, vecchi; gente pacifica e militanti che gridano il loro diritto al ritorno. Fotografi e giornalisti, anche occidentali, sono stati colpiti. La fondazione di Israele non poteva trovare migliore sanzione. Uno Stato nato dalla violenza estrema, si autocelebra con la medesima violenza, moltiplicata; e due carnefici, Trump e Netanhyahu gongolano.
 
Il trasferimento dell’Ambasciata è un atto illegale che accetta e santifica un altro atto illegale: la dichiarazione di Gerusalemme “capitale unica eterna e indivisibile di Israele”. E il mondo cristiano si lascia scippare così una città sacra? E tutti i paesi arabi e islamici, a loro volta? Gli ebrei israeliani dettano legge, con l’orso americano alle spalle, e tutti piegano la testa. Ma chiediamoci se si possa ancora tollerare tutto questo.
 
Si può tollerare quello che sta accadendo? Si può tollerare che uno degli eserciti più potenti del mondo compia, indisturbato, un terribile massacro di gente inerme o armata forse di fionde e copertoni incendiati? Si può tollerare che un popolo, quello palestinese, privato della terra, dei beni, della memoria, della libertà, venga non solo schiacciato e oppresso, ma sterminato? Si può tollerare che i resistenti palestinesi che vogliono ritornare sulle terre a loro sottratte con la violenza e l’inganno, vengano bollati come “terroristi” e schiacciati come scarafaggi (espressione ricorrente fra gli ebrei israeliani che si riferiscono ai palestinesi di Gaza)? Si può tollerare che Israele violi ogni legge internazionale, che usi armi proibite agli altri Stati, che sfrutti l’Olocausto per legittimare il lento sterminio di un altro popolo? Si può tollerare che chi denuncia tutto questo venga chiamato “antisemita” e minacciato di sanzioni anche penali, in tutta Europa?
Si può tollerare il silenzio della “comunità internazionale”, davanti all’ultima spaventosa ondata di morti e feriti e mutilati, è diventato, infine, un timoroso belato di pseudo-protesta? Si può tollerare che i governanti di Israele, sostenuti dall’Amministrazione Usa, in un sfacciato gioco delle parti tra Netanhyau e Trump, sfidino il resto del mondo? Si può tollerare tutto questo carico di infamia, d’ingiustizia, di prepotenza contro il popolo oggi martire per antonomasia, quello palestinese? Quanti morti, quanti mutilati, quanti derubati dei loro beni e delle loro case, quanti internati in campi di concentramento dobbiamo ancora accettare, tra i palestinesi, quanti ulivi sradicati, quante case rase al suolo dai caterpillar, per dar vita a una azione internazionale, di popoli e di nazioni, contro Israele? Un’azione che non dovrebbe “rinunciare a nessuna opzione”, come amano dire i governanti israeliani, quando enunciano il proprio diritto/dovere di “difendere Israele”, in tutto il mondo, anche contro tutto il mondo. Ma il mondo, che fa? Non è tempo, infine, che gridi il suo “Basta!”?
 
* da “Alganews”

martedì 15 maggio 2018

Il ricatto dell’IVA di coniarerivolta.wordpress.com

ok ricatto
Negli ultimi trent’anni abbiamo assistito, in materia fiscale, ad una tendenza univoca molto chiara: lo spostamento del carico fiscale dai più ricchi ai più poveri e dai redditi di capitale ai redditi da lavoro. Questa tendenza è stata accompagnata da una sempre più sofisticata capacità di evasione ed elusione fiscale da parte dei redditi da capitale, in particolare i grandi capitali che possono essere esportati, legalmente o illegalmente, all’estero. In estrema sintesi: i lavoratori e i soggetti meno abbienti pagano sempre più imposte, i capitali e i soggetti più ricchi ne pagano sempre meno. Un dibattito politico ed economico fortemente impoverito, tuttavia, colpevolmente ignora questi aspetti: ad essere oppressi dal carico fiscale sarebbero esclusivamente solerti imprenditori, scoraggiati dal “fare impresa” e generare ricchezza per tutti da uno Stato oppressore e sanguisuga.
Proviamo a fare chiarezza ed un po’ di pulizia. Tra i temi più evocati nel dibattito politico e giornalistico di questi giorni un posto d’onore spetta senza dubbio all’IVA, l’imposta sul valore aggiunto. Se ne paventa un aumento a decorrere dal 2019 e i partiti politici si affannano a capire come poter scongiurare questo evento, previsto dalla clausola di salvaguardia presente nella legge di bilancio dall’ormai lontano luglio 2011. Secondo tale clausola, l’aumento dell’IVA scatta automaticamente nel momento in cui non si sono raggiunti gli obiettivi di contenimento del deficit previsti dalla Commissione europea. Ma procediamo per gradi.
Il carico fiscale, in generale, è quella quota del reddito nazionale di cui lo Stato si appropria attraverso tributi di vario genere. La percezione comune e la trattazione mediatica dell’argomento inducono a pensare che le imposte siano tutte uguali. La confusione è aumentata dal fatto che spesso si paventa l’aumento delle imposte, senza ulteriori qualificazioni, o se ne rivendica la loro riduzione in generale. Questo, però, offre un’immagine distorta. Se si adotta questa chiave di lettura, sembrano emergere solamente due posizioni possibili in tema fiscale: chi è a favore di più imposte per tutti e chi invece ne vuole di meno, per tutti. Così facendo, però, si perde completamente di vista l’impatto che la tassazione può avere sulla distribuzione del reddito: le imposte sono profondamente diverse, perché ciascuna di esse colpisce in maniera proporzionalmente diversa, più o meno accentuata, un segmento diverso della popolazione.
Per quanto riguarda l’IVA, quest’ultima gioca un ruolo dominante nella determinazione del carico tributario indiretto. Prima di spiegarne il significato specifico è opportuno richiamare brevemente la differenza tra un’imposta diretta e indiretta.
Un’imposta diretta colpisce direttamente la capacità contributiva del soggetto in questione. Ovvero l’individuo paga l’imposta sulla base delle sue entrate effettive e quindi della sua capacità personale di contribuire alle entrate dello Stato e al finanziamento della spesa pubblica. Per questo motivo l’imposta diretta colpisce il reddito, o al limite il patrimonio, in quanto si tratta di immediati indicatori del benessere dell’individuo e della sua possibilità di contribuire ai bisogni della collettività.
Un’imposta indiretta, invece, colpisce una manifestazione mediata di capacità contributiva degli individui. L’esempio più tipico sono i consumi. Vediamo meglio cosa implica un’imposta sui consumi con un banale esempio. Il signor X consuma un caffè il cui prezzo, al netto delle imposte, è pari a 1 euro. Il bene di consumo caffè, tuttavia, è gravato di un’imposta del 20%, cosicché il prezzo finale diviene 1,20 euro. Il consumatore nel momento dell’acquisto del caffè sta pagando una percentuale del suo prezzo, 20 centesimi, allo Stato. Viene quindi colpito dall’imposta non sulla base del suo livello di benessere economico, reddito o ricchezza, ma solo in quanto sta consumando un bene. Su quello stesso caffè, chiunque, anche un soggetto che ha un reddito di 100 volte superiore a quello del primo soggetto, pagherà sempre e comunque 20 centesimi di imposta. Un’imposta indiretta, insomma, non tiene conto in alcun modo della situazione economica del contribuente e colpisce a pioggia tutti, ricchi e poveri, alla stessa maniera. Come dicevamo, le imposte non sono tutte uguali. L’IVA è meno uguale delle altre.
In tempi di austerità, la ricetta imposta dalla Commissione europea a tutti i paesi membri è sempre la solita: riduzione del debito e del deficit da praticare tramite il conseguimento di avanzi primari di bilancio. Le entrate dello Stato devono eccedere le uscite per poter così drenare risorse per ridurre il debito e allo stesso tempo non creare nuovi deficit annuali. In concreto questo significa taglio della spesa e aumento delle imposte, con conseguenze restrittive sulla domanda e recessive sul prodotto nazionale.
L’austerità, tuttavia, non ha solamente finalità recessive. Ha anche una chiara direzione redistributiva immediata, che si manifesta a seconda di dove lo Stato decide di far ricadere l’onere degli aggiustamenti di finanza pubblica. Non sorprendentemente, l’austerità è stata consistentemente declinata in maniera tale da colpire in maniera sproporzionata il mondo del lavoro e le fasce di reddito più basse. Per i governi che applicano l’austerità, non è evidentemente sufficiente disciplinare la forza lavoro creando disoccupazione.
Non è insomma un caso se tutti i governi degli ultimi anni hanno contribuito a ridurre le imposte sui più ricchi e allo stesso tempo a spostare in modo graduale il carico dalle imposte dirette a quelle indirette. Tra queste ultime il primo imputato è proprio l’IVA. Nel corso degli ultimi trent’anni, a fronte di una riduzione progressiva delle aliquote IRPEF gravanti sui redditi più elevati e di una riduzione delle imposte sui redditi delle società di capitale (IRES), si è invece assistito ad un progressivo e inesorabile aumento dell’imposta sui consumi.
I due grafici che seguono mostrano inequivocabilmente quanto accaduto dagli anni ’80 in poi. Si riportano l’aumento dell’aliquota percentuale IVA dal 1973, quando ammontava al 12%, ad oggi e fino al previsto aumento al 25% nel 2021. Subito sotto si riporta invece il calo continuo dell’aliquota superiore IRPEF, che colpisce i redditi più elevati, scesa nello stesso lasso temporale dal 72% al 43% (senza tenere conto peraltro della drastica riduzione della distanza tra le fasce di reddito colpite dalle diverse aliquote).
grafico 1
grafico 2
Le imposte indirette, e tra queste l’IVA, negano a priori la possibilità di praticare il precetto costituzionale della progressività (art. 53 Cost.) in quanto, come dimostrato, ricadono a pioggia sull’intera platea dei contribuenti, indipendentemente dalla loro capacità contributiva. Ma c’è di più. È facile dimostrare che l’IVA non solo è palesemente non progressiva ma è persino manifestamente regressiva, ovvero colpisce i poveri in maniera maggiore dei ricchi, ovvero sottrae ai più poveri una percentuale di reddito maggiore di quella sottratta ai più ricchi. Il motivo è semplicissimo. Un soggetto che ha un reddito basso ne consuma per definizione una percentuale elevatissima. Dovrà infatti soddisfare i suoi bisogni primari e non avrà risorse aggiuntive, se non esigue, per alimentare i suoi risparmi. Al contrario, un soggetto abbiente avrà una propensione percentuale al consumo molto più bassa poiché una volta soddisfatti numerosi bisogni, dai più essenziali ai più superflui, continuerà ad avere soldi che deciderà di risparmiare. E così il più povero vedrà una quota consistente, prossima alla totalità del proprio reddito per i molto poveri, tassata dall’IVA, il più ricco invece solo la quota parte destinata ai consumi, mentre ciò che risparmia sarà esente da quell’imposta.
Ecco svelato il mistero dell’accanimento da parte dei commissari dell’austerità liberista sulla necessità di continui aumenti dell’IVA in tutti i paesi europei e in particolare in quelli maggiormente soggetti alla pressione di Bruxelles.
Torniamo all’Italia. Nel 2011 il governo Berlusconi, messo alle strette dalla Commissione europea, inserì nella legge di bilancio una clausola di salvaguardia, tale per cui il non conseguimento degli obiettivi sulla riduzione del deficit annuo avrebbe automaticamente fatto scattare aumenti progressivi dell’IVA. E così dal 20% l’IVA è scattata al 21% a gennaio 2013 e poi al 22% a ottobre dello stesso anno. Gli aumenti successivi sono stati congelati per quattro anni. Ma adesso la clausola è pronta a scattare. I nuovi aumenti previsti porterebbero l’IVA al 24,2% nel 2019 e al 25% nel 2021. Aumenterebbe anche l’aliquota per particolari tipi di beni di carattere artistico e culturale o legati a incentivi al risparmio energetico, che dal 10% passerebbe al 13% nel 2021. Incrementi fortissimi, in tempi molto ristretti, che non potranno che avere evidenti effetti regressivi sulla distribuzione del reddito e recessivi nel causare un calo dei consumi.
L’idea di dare luogo a massicci travasi di gettito dalle imposte dirette a quelle indirette è del resto un punto programmatico essenziale della visione liberista dell’economia, secondo cui le imposte dirette altererebbero le scelte dell’agente economico, disincentivando lavoro e investimenti e penalizzando la buona attitudine del ricco al risparmio virtuoso; mentre quelle indirette, se estese a tutti i beni e servizi, non sarebbero distorsive. Non è un caso che i più accaniti sostenitori dell’austerità liberista abbiano ufficialmente difeso un riequilibrio delle entrate dall’imposta sul reddito a quella sui consumi. Lo espresse a chiare lettere il governo Monti e ne ha fatto una bandiera programmatica il partito +Europa di Emma Bonino.
Proprio in questi giorni si discute di come poter bloccare l’operatività delle clausole di salvaguardia. Dentro la cornice dei vincoli europei attuali, cui l’Italia è volutamente legata mani e piedi, l’unica soluzione sarebbe recuperare altrove il gettito garantito dall’aumento dell’IVA. Si tratta di cifre consistenti: 12,5 miliardi per il 2019 e 20 miliardi nel 2020.
L’Unione Europea ha di fatto fissato un aut-aut dal sapore squisitamente liberista e austero: o si aumenta l’IVA o si tagliano le spese, che significa taglio alla spesa sociale in prima battuta. La barzelletta del taglio dei cosiddetti sprechi, oltre a non cambiare nulla in merito al significato recessivo delle prescrizioni di bilancio, viene usata come specchietto per le allodole per camuffare dosi da cavallo di tagli a pioggia alle componenti di spesa sociale più aggredibili, come avviene ininterrottamente da ormai molti anni (dalla sanità all’istruzione alle pensioni).
Le forze politiche oggi sull’arena discutono su come dimenarsi tra il taglio della spesa sociale e l’aumento di una delle imposte più inique del sistema fiscale italiano. Misure entrambe fortemente recessive, che comporterebbero un ulteriore calo della domanda e del prodotto, e gravemente inique, che andrebbero a palese detrimento delle classi subalterne.
La soluzione, a ben vedere, è molto più semplice anche se politicamente più impegnativa: rifiutare l’alternativa tra la padella e la brace e respingere i diktat sul pareggio di bilancio che stanno asfissiando le economie europee e incrementando disoccupazione, miseria e disuguaglianza.

lunedì 14 maggio 2018

La decapitazione di Tommaso Biondi e harakiri dei 5 Stelle di Spoleto

Il populismo giustizialista è un mostro che  mangia anche i propri figli.
Come spiegare altrimenti il harakiri dei 5 stelle a Spoleto.
Ricordo, all’apparire dei 5 stelle sulla scena parlamentare un Grillo comiziante a Bologna che faceva l’elenco dei parlamentari da cacciare, colpevoli perché condannati dalla legge. Me lo ricordo elencare come si fa con la spesa al supermercato i parlamentari che avevano leso “sua maestà” la legge, mettendo assieme il politico mafioso e quello (Farina del Centro sociale Leoncavallo) che era stato colpito dalla “giustizia” per essersi difeso da una aggressione fascista.
Il giustizialismo populista è qualcosa di terribilmente reazionario e lo posso dire con cognizione di causa  avendo una conoscenza scientifica di un fenomeno politico ch ho studiato a fondo, fin dalla mia tesi di laurea sul peronismo, 38 anni fa.
Quando viene meno la cultura politica, rimane solo l’idea dell’ordine e dello stato di polizia.
Eppure sono secoli che coloro che hanno analizzato concretamente la realtà politica hanno reso palese che la legge non è la verità ma solo uno strumento di governo delle classi dominanti. Pensate al povero Giuseppe Mazzini, oggi ricordato in tutte le piazze del paese, morto in clandestinità a Pisa perché per lo Stato italiano era un terrorista.
La vicenda di Tommaso Biondi ha qualcosa di tragicomico. Di tragico ha l’aspetto tracotante dei censori grillini che eliminano il loro candidato a sindaco di Spoleto e con esso tutti i candidati 5 stelle della città perché colpevole del “delitto” di satira. Di comico c’è che il partito creato dal comico genovese e dalla Casaleggio associati che con la satira e l’attacco feroce ha ingrassato il portafoglio del fondatore e ha fatto le fortune politiche del “Movimento”, manda al patibolo il comico (nel senso dell’arte della comicità) Tommaso Biondi.
Come il Conte Ugolino che mangia i suoi cuccioli, i probiviri “romani” si sono mangiati Tommaso Biondi e tutti i cucciolotti spoletini.
Eppure Tommaso Biondi che è anche uomo d’arte, doveva conoscere la canzone di De Gregori la dove dice: “cercava la giustizia e incontrò la legge”, la legge grillina naturalmente.
La legge grillina però non è uguale per tutti, mentre manda a “morte” Tommaso Biondi,  assolve Salvatore Caiata parlamentare 5 stelle, padrone del Potenza calcio, accusato di riciclaggio, come perdona Dessì Emanuele, frequentatore degli Spada di Ostia, “picchiatore” di rumeni  e affittuario di casa popolare a 7 euro al mese. Lo stesso M5 stelle che oggi di fronte alla riabilitazione di Berlusconi è più muto di un abitante di Cinisi, cissà perché, chissà perché.
Aurelio Fabiani
Associazione culturale CASA ROSSA Spoleto

giovedì 10 maggio 2018

“Ci sarebbe da circondare il Parlamento. È necessaria una rivoluzione” di Moni Ovadia


intervista a Moni Ovadia di Giacomo Russo Spena
“Il Paese è sotto ricatto dei politici, delle loro smanie personali. Ci sarebbe da circondare subito il Parlamento e urlare: fuori dai coglioni, tutti!”. Moni Ovadia è sconcertato, desolato e raggelato. Ma anche preoccupato. “La gente non si rende conto della gravità della situazione - spiega - Una volta i nostri politici erano nani sulle spalle di giganti, ora abbiamo omuncoli sulle spalle di ominicchi”. Una classe dirigente, secondo lui, da azzerare, dove nessuno ha una visione di società: “Passano il tempo a starnazzare nei talk show o a cercare accordi di potere, in questo teatrino nessuno ha più un progetto di società per rilanciare il Paese”.
La sentiamo alquanto alterato. Ma con chi ce l'ha?
Con tutti. Alle prossime elezioni non voto, rifiuto la scheda. Che cosa vuoi più votare? E lo dico io che ho sempre creduto nei valori costituzionali e che in 72 anni di vita mi sono sempre recato alle urne!
Lei è sempre stato un artista impegnato e un uomo vicino alla sinistra... è diventato un disilluso?
Per niente, però di certo non credo che la sinistra possa rinascere dal Pd. Sentivo Renzi in televisione, ancora che pontifica e dà lezioni. Come se non avesse imparato la lezione, dopo le varie batoste prese: ha quasi dimezzato il consenso del suo partito. In fondo, se ci pensiamo bene, il suo progetto era quello.
In che senso, scusi? Renzi perché mai dovrebbe giocare a perdere?
È un uomo culturalmente di destra, oltre ad essere assetato di potere. Il suo modello è Macron. Di cosa siamo parlando? Il Pd renziano ha tagliato completamente le radici con la storia della sinistra e del movimento operaio. Il suo scopo era distruggere ciò che esisteva di sinistra nel Paese. Ci è riuscito.
Ce l'ha con la terza via blairiana? Con quel modello di socialdemocrazia che ha abbandonato le ragioni di giustizia sociale abbracciando privatizzazioni, deregulation ed austerity?
Quella stagione è finita. Ha causato solo disastri. Ma almeno in Inghilterra è arrivato un vecchietto, Corbyn, che sta raddrizzando le cose. Da noi non c'è nulla.
Alle scorse elezioni aveva espresso simpatia per Potere al Popolo, ha cambiato idea?
Almeno lì c'è freschezza umana, voglia di ritornare sui territori abbandonati, di sperimentare pratiche di mutualismo. Ma sono ben cosciente che parliamo di un progetto ultra minoritario e marginale.
Qual è il suo giudizio sul M5S? Non è l'unico che sta provando a contrastare la vecchia politica?
Ma ci si può fidare del M5S?
Me lo dica lei...
Guardavo con attenzione e rispetto al M5S, per la loro volontà di contrastare l'establishment e le rendite politiche. Ma si sta giocando malissimo la partita: Di Maio non ha dimostrato di incarnare il “nuovo che avanza” rispetto agli altri né di essere refrattario ai giochini di potere. Con la politica dei due forni il M5S mi ha ricordato in qualche modo la vecchia Dc.
Non aveva i numeri per governare da solo. Cos'altro doveva fare il M5S?
Dovevano smascherare il bluff delle varie nomenklature e invece si sono messi a trattare con lo status quo finendo per essere inglobati dal Sistema e dalle sue logiche. Di Maio doveva mantenere il punto sui temi programmatici, focalizzandosi su alcuni nodi come corruzione, evasione fiscale, reddito di cittadinanza ed Europa.
Ripeto, non avevano i numeri...
E allora, data l'indisponibilità degli altri partiti, si cambiava legge elettorale e poi subito al voto. E invece Di Maio si è prestato al peggior teatrino politico dimostrando di soffrire di bulimia da governo.

Intanto mentre il presidente Mattarella era orientato ad un governo “neutrale” che portasse il Paese verso nuove elezioni, M5S e Lega hanno chiesto altre 24 ore per trovare un'intesa. Lo crede possibile?
Sarà un disastro. La catastrofe. Il M5S perderà la sua credibilità. Ma poi al governo per fare cosa? Mica si capisce. Tra l'altro, è il modo migliore per riabilitare Renzi.
Moni Ovadia, come se ne esce da questo stallo politico?
Va trasformata la gente, ripensata la società. Ci vuole una rivoluzione antropologica. Bisogna ribaltare le logiche ultra liberiste, quelle che portano alla devastazione del pianeta e all'arricchimento di pochi a danno dei molti. I tempi saranno pure lunghi, non vedo però scorciatoie.
Cambiamo discorso. Ha attaccato il Giro d'Italia per aver deciso di fare la prima tappa, simbolicamente, in Israele. Lei ha parlato di “Italietta che si è prestata a questa ulteriore e ingiusta sceneggiata”. Non crede di esagerare?
E' da 70 anni che Israele perpetua ingiustizie nei confronti dei palestinesi e quello che più mi indigna è l'impunità internazionale. Può fare qualsiasi azione che viene sempre difesa e legittimata dalla comunità internazionale: siamo di fronte a gravi responsabilità degli Usa e alla pavidità dell'Europa. Per non parlare dell'Onu che sembra una banda di vigliacchi.

Secondo lei, Israele si sta trasformando in uno Stato confessionale?

Questo vorrebbero gli ultranazionalisti e i fanatici religiosi. Prendo in prestito le parole del giornalista ed intellettuale Gideon Levy il quale ritiene che, a parte la parentesi degli accordi di Oslo, Israele non vuole, né ha mai voluto, la pace in Medioriente. Non hanno mai riconosciuto la dignità e i diritti dei palestinesi. Sperano spariscano nel nulla.
Cosa ne pensa, invece, dei venti di guerra tra Israele e Iran alla luce della rottura dell'accordo sul nucleare iraniano da parte di Trump?
Non credo si arriverà mai ad una guerra. Piuttosto sono pretesti per giustificare la tensione bellicista e per garantirsi il controllo dei Territori occupati. Nella West Bank vivono ormai 700mila coloni: è impossibile, ormai, realizzare il sogno dei due popoli e due Stati. Infine, posso dire un'ultima cosa sulla vicenda?
Prego...
Trovo indegno catalogare per antisemiti tutti coloro che osano criticare le politiche di Israele. Come trovo insopportabile e immorale l'uso propagandistico della Shoah. Sono ebreo e antifascista, so cosa ha rappresentato per noi la Shoah e, nello stesso momento, sono consapevole che Israele sta marginalizzando e perseguitando i palestinesi nell'indifferenza della comunità internazionale. Fanno quel che vogliono senza che nessuno intervenga.

mercoledì 9 maggio 2018

Schiacciare poveri e classi medie


Schiacciare poveri e classi medie
di  Francesco Gesualdi
 
La Corte dei Conti ha certificato che nel 2016 la spesa complessiva dello stato italiano ha totalizzato 829 miliardi coperti per l’86,5 per cento da entrate fiscali, ossia ricchezza prelevata ai cittadini, e per il restante 13,5 per cento da altre entrate come affitti, concessioni, vendite di immobili, indebitamento. 
Le entrate fiscali comprendono tre grandi categorie: i contributi sociali, le imposte dirette e le imposte indirette.
 
I contributi sociali sono prelievi sulla produzione, in parte a carico dei lavoratori, in parte dei datori di lavoro, e sono utilizzati per pensioni e altre provvidenze di carattere sociale. Le imposte dirette sono prelievi sugli introiti dei cittadini. Le imposte indirette sono prelievi sugli acquisti per beni e servizi.
L’analisi dei dati rivela che oggi i tre settori contribuiscono al gettito fiscale in misura quasi paritaria. Più precisamente nel 2016 i contributi sociali hanno rappresentato il 31 per cento del gettito fiscale, le imposte dirette il 35 per cento, quelle indirette il 34 per cento. Situazione piuttosto diversa da quella del 1982 quando i contributi sociali rappresentavano il 40 per cento di tutte le entrate fiscali, le imposte dirette il 35 per cento, quelle indirette il 25 per cento. Ma per capire come sia cambiata la politica fiscale in Italia, più che concentrarci sulla composizione del gettito fiscale, conviene focalizzarci sulla pressione fiscale, il valore che indica la porzione di prodotto nazionale assorbita dal prelievo. 
 
Nel 2016 la quota complessiva prelevata dalla pubblica amministrazione è stata pari al 42,9 per cento del Pil, il 10,5 per cento in più di quella prelevata nel 1982 quando era al 32,4 per cento. Ma l’aumento non è stato omogeneo per i tre canali. Per la verità la pressione fiscale dei contributi sociali è rimasta pressoché stabile nel tempo al 13 per cento del Pil. Il vero balzo in avanti l’hanno fatto le imposte indirette che dal 1982 al 2016 hanno visto aumentare la propria pressione del 6,1 per cento, passando dall’8,1 per cento al 14,4 per cento del Pil. Quanto alle imposte dirette, nello stesso periodo la loro pressione è aumentata solo del 3,6 per cento passando dall’11,2 al 14,8 per cento del Pil. Il lotto e il gioco d’azzardo ci hanno messo del loro per fare crescere il gettito delle imposte indirette, ma il ruolo principale l’ha svolto l’Iva, l’imposta sui consumi che rappresenta il 60 per cento dell’intero gettito indiretto. Lo dimostra l’andamento dell’aliquota ordinaria che è passata dal 18 per cento nel 1982 al 22 per cento nel 2016.

Un aumento odioso pagato principalmente dalle categorie più povere che per definizione consumano tutto ciò che guadagnano. Uno schiaffo che brucia ancora di più se consideriamo che sulle imposte dirette è stata operata una certa regressività a vantaggio dei redditi più alti. 
Si prenda come esempio l’IRPEF, l’imposta sul reddito delle persone fisiche che rappresenta il 73 per cento dell’intero gettito diretto. Quando venne introdotta, nel 1974, era formata da 32 scaglioni, il più alto dei quali al 72 per cento oltre 252mila euro. Una grande parcellizzazione dovuta non alla bizzarria dei parlamentari, ma al rispetto dell’articolo 53 della Costituzione che espressamente recita: “Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. 
 
Purtroppo non passò molto tempo e già si cominciò a picconare la progressività riducendo gli scaglioni e le aliquote sui redditi più alti. E se nel 1983 gli scaglioni erano già diventati 9, col più alto al 65 per cento oltre 258mila euro, nel 2016 li troviamo a 5 col più alto al 43 per cento oltre 75mila euro.
 
Il risultato è che se nel 1983 su un imponibile di 252mila euro, non da lavoro dipendente, si pagavano 143mila euro di IRPEF, oggi se ne pagano 104 mila, praticamente 40mila euro in meno. Al contrario chi guadagnava 13mila euro nel 1983, 3mila euro pagava allora e 3mila euro paga oggi.
Stante la situazione non deve sorprendere se l’82 per cento dell’intero gettito IRPEF è pagato da lavoratori dipendenti e pensionati. I ricchi sono stati favoriti non solo grazie all’accorpamento e all’abbattimento delle aliquote, ma anche perché non tutti i redditi concorrono al reddito complessivo su cui si calcola l’IRPEF. Un esempio è rappresentato dagli affitti su cui si può scegliere di pagare una cedolare secca del 21 per cento. Altri esempi sono gli interessi bancari o i dividendi obbligazionari, su cui si applica un prelievo secco del 26 per cento. 
 
E se è impossibile calcolare la perdita per le casse pubbliche di questa serie di favori accordati alle classi più agiate, di sicuro si può dire che contribuiscono ad aggravare le disuguaglianze perché favoriscono l’accumulo di ricchezza nelle mani di una minoranza. Basti dire che l’1 per cento più ricco degli italiani possiede il 21,5 per cento del patrimonio privato, mentre il 60 per cento più povero non arriva al 15 per cento. 
 
E poiché lo scandalo si fa sempre più grave, perfino l’OCSE invita a considerare l’introduzione di un’imposta progressiva sul patrimonio. In particolare sostiene che «ci potrebbe essere lo spazio per una tassa patrimoniale nei Paesi in cui la tassazione sul reddito da capitale è bassa e dove non ci sono tasse di successione». Un’esortazione che sembra diretta in maniera particolare all’Italia dal momento che non sono previsti cumuli, né per i redditi da capitale né per i valori patrimoniali, mentre l’imposta di successione è quasi inesistente. Se seguissimo il consiglio dell’OCSE, renderemmo un servizio non solo all’equità, ma anche alla sostenibilità dei conti pubblici da tutti invocata in nome del debito pubblico. Finalmente dalla parte dei cittadini più deboli come prescrive la Costituzione. 

martedì 6 marzo 2018

Elezioni – Bruciati 60 anni di storia della sinistra umbra

Di Ciuenlai - “Credevo che piovesse, ma no che grandinasse”. Il detto perugino rende benissimo l'idea di quello che è successo alla finta sinistra ( il Pd) in Umbria. In pochi anni, questi militanti della “ moderna gouche” (in realtà democristiani fradici), sono stati in gradi di delapidare un patrimonio politico, culturale e gestionale costruito in 60 e più anni di lotte, di conquiste, di sudori e di successi.
I numeri usciti dalle urne domenica notte, sono da brividi. L'Ex formazione di maggioranza relativa (sic) , che ha dominato questa regione per decenni, è risultata prima in soli 12 comuni; tutti piccoli o piccolissimi con due sole eccezioni sopra i 15 mila abitanti : Umbertide e Castiglion del Lago. Ha superato il 40% in un solo e piccolissimo caso (Paciano). Ha valicato l'asticella del 30% (percentuale usuale per tutti partiti della sequenza Pci e dopo Pci) in appena 10 comuni sui restanti 91.
Per capire la vastità e la profondità di un disastro, sostanzialmente irrimediabile, cercheremo di capire cosa è successo nelle ex zone rosse. In 12 comuni dove il Pci superava o aveva superato il 50% il Pd è arrivato addirittura terzo. Parliamo di pezzi da 90 come Bastia o di luoghi storici per la sinistra come Gualdo Cattaneo, Spello e Trevi. Ha pesantemente perso in roccaforti come Narni, Orvieto e Gubbio. E' Stato sonoramente sconfitto in 20 comuni (arrivando terzo in diversi casi) dove i comunisti andavano agevolmente sopra il 40%. Parliamo di “quisquiglie e punzillaccheri” come Città di Castello, Terni, Perugia, Spoleto, Corciano, Magione e Marsciano. In tutte queste zone mancano all'appello dai 20 ai 35 punti percentuali.
Il simbolo di questa Caporetto è l'uomo che, più di tutti, simboleggiava il potere e la potenza del Pd nella regione, il Sottosegretario agli Interni Giampiero Bocci che emulando il suo superiore, il Ministro Minniti, arriva terzo nel suo collegio, andando sotto in tutti i principali comuni della sua terra d'origine ; la Valnerina.
E' il risultato di una disastrosa gestione politica e amministrativa, di un sistema di Governo che ha portato l'Umbria a soffrire, più del resto del paese , della crisi. Le radici della disfatta partono da lontano e cominciano nella seconda metà degli anni 70 (nei prossimi giorni faremo un analisi storica dei come e perchè si è giunti a questo punto), ma hanno avuto una accelerazione rapidissima nell'ultimo periodo.
Gestire un articolato e vasto sistema di potere con sempre meno soldi pubblici a disposizione si è rivelata impresa impossibile E il buffo è che non hanno perso con dei marziani, ma con degli avversari del centrodestra che avevano battuto tante altre volte (Prisco, Zaffini, Nevi ecc.). Segno che la parola d'ordine era cambiare, con chi non importava.
Adesso devono ricominciare tutto daccapo, ma una volta tanto occorrerebbe farlo senza ripartire dagli sconfitti e facendo tesoro delle sconfitte, se no la prossima volta cominceranno a fioccare gli zero virgola. Le amministrative del 2019 non sono lontane. L'effetto Pasok è sempre dietro l'angolo e il Pd umbro sembra sulla buona strada.

martedì 6 febbraio 2018

"Un'umanità solidale è possibile".


Potere_al_popolo
Potere al popolo chiama alla mobilitazione contro chi sta soffiando sul razzismo per distogliere dal vero male di questa società, lo sfruttament.
Livorno, Milano, Pavia, Torino, Bussoleno, Salerno, Napoli, Pesaro, Roma, Benevento, Padova, Firenze: queste le città nelle quali gli attivisti di Potere al Popolo! si sono dati appuntamento nei giorni scorsi per dare vita ad azioni di solidarietà e per rompere il clima di paura e diffidenza che sta monopolizzando il dibattito pubblico italiano. Il 10 febbraio Potere al popolo sarà presente al corteo antirazzista di Macerata.

"La retorica che molte forze politiche stanno agitando ormai da mesi fa leva sugli istinti peggiori con l’unico scopo di ottenere un tornaconto politico; l’invasione dei clandestini, la minaccia alla “nostra” cultura, la sostituzione etnica sono tutti temi agitati a sproposito per fomentare la guerra tra poveri e distrarre l’attenzione dal vero problema: l’impoverimento generalizzato aggravato da dieci anni di crisi e da politiche che non hanno fatto che peggiorare la situazione", si legge in una nota.

Secondo Potere al Popolo, la diffusione di contratti di lavoro sempre più precari, la distruzione dello stato sociale, il taglio dei servizi essenziali e l’aumento delle tariffe hanno fatto in modo che anche chi ha ancora uno straccio di lavoro si trovi sempre più spesso in condizioni di indigenza. 5 milioni di persone, in Italia, vivono in condizioni di povertà assoluta; 13 milioni devono rinunciare alle cure mediche perché costretti a sopravvivere con la pensione minima o senza continuità di reddito.

La risposta che il governo ha dato a questa emergenza è stato il decreto Minniti sul decoro urbano, il quale, più che porre un argine alla povertà, ci sembra scateni una vera e propria guerra ai poveri, allontanandoli dai centri cittadini e non curandosi dei loro destini. Gli ultimi frutti di questi provvedimenti e del clima che essi alimentano sono sotto gli occhi di tutti: le ronde urbane contro gli immigrati, le retate all’esterno della stazione di Milano e nel centro di Torino e , ultimi, i drammatici fatti di Macerata, dove un fascista si è aggirato per la città dando letteralmente la caccia all’immigrato a colpi d’arma da fuoco.
Viola Carofalo, capo politico e portavoce nazionale di Potere al Popolo: “Per rispondere a tutto questo abbiamo deciso di mostrare che un’umanità diversa esiste. Un’umanità solidale, generosa, accogliente, cosciente che solo lavorare insieme per ricostruire legami e riconoscimento reciproco può invertire il corso della barbarie nella quale vorrebbero costringerci. C’è un’unica distinzione di razza che riconosciamo e combattiamo: quella tra chi sfrutta e chi è sfruttato. Non sono i poveri, i senza fissa dimora, gli indigenti ad essere indecorosi. In un mondo nel quale un’esigua percentuale della popolazione detiene la totalità della ricchezza a scapito della maggioranza, sono povertà e sperequazione ad essere inaccettabili”.

mercoledì 31 gennaio 2018

Un percorso nella filosofia politica di Lenin tra classe, partito e Stato di Marco Riformetti

Mano invisibile della rivoluzione 1 500x5501. La Rivoluzione
Quello tra Lenin e la Rivoluzione d’Ottobre è un legame molto profondo:
Se Marx fosse morto senza aver partecipato alla fondazione della Prima Internazionale egli sarebbe sempre Marx. Se Lenin fosse morto senza aver potuto costruire il Partito Bolscevico, senza aver potuto dispiegare la propria guida nella rivoluzione del 1905 e, più tardi, in quella del 1917, senza aver potuto fondare l’Internazionale Comunista, non sarebbe stato Lenin1.
Ma il legame di Lenin con la rivoluzione oltrepassa il crocevia storico e politico dell’Ottobre. Anche quando sembra lontanissima, la rivoluzione è sempre il punto di riferimento costante rispetto al quale Lenin misura ogni scelta
Proprio l’attualità della rivoluzione, che è l’idea fondamentale di Lenin, è anche il punto che lo collega decisivamente a Marx. Poiché il materialismo storico, come espressione concettuale della lotta di liberazione del proletariato, poteva essere afferrato e formulato teoricamente solo in quel determinato momento storico in cui la sua attualità pratica fosse venuta all’ordine del giorno della storia2.
Tutta la riflessione di Lenin è infatti concentrata su un punto apparentemente semplice eppure denso di significato: il compito dei rivoluzionari è ‘fare la rivoluzione’, agire per fare avanzare il processo rivoluzionario. E questo, tanto che la rivoluzione sia ‘all’ordine del giorno’, tanto che la rivoluzione appaia lontana, come spesso era accaduto nei lunghi giorni del confino e dell’esilio.
2. La filosofia
Come noto, Lenin non è stato un filosofo. I suoi studi di filosofia sono gli studi un autodidatta, anche se di un autodidatta molto particolare, sia per intelligenza che per ‘pignoleria’; una pignoleria che spinge Lenin ad affrontare lo studio attraverso un immenso sforzo di approfondimento teorico. Basti pensare allo studio sull’imperialismo3: «[...] è l’epoca dei Quaderni sull’imperialismo (t. 39): 148 opere, 232 articoli in 4 lingue, un migliaio di pagine stampate»4.
È dunque assai più arduo di quanto non possa apparire a prima vista liquidare le considerazioni di Lenin, tanto più che esse si appoggiano ad un ‘sostrato filosofico’ composto da due elementi molto solidi: la dialettica di Hegel ‘rovesciata’ e la concezione materialistica della storia che ne costituisce una delle più importanti applicazioni.
Anche se Lenin non è mai stato un filosofo ha offerto comunque un grande contributo alla filosofia e in particolar modo alla filosofia politica. Il fatto che l’‘accademia’ abbia spesso snobbato questo contributo (specialmente a partire dalla caduta del muro di Berlino, in ossequio al nuovo clima culturale da ‘fine della storia e delle ideologie’) significa solo che spesso la filosofia politica accademica ha meritato l’accusa che Lenin le aveva rivolto ovvero di essere soprattutto produzione di ideologia e legittimazione del potere.
Non è dunque un caso se negli annali della filosofia politica troveremo nomi come quelli di Platone o Machiavelli o Hobbes o Spinoza e di tanti altri più o meno noti (Arendt, Rawls, Strauss, Schmitt…), ma raramente troveremo il nome di Lenin. E il perché è presto detto: tra i tanti ‘filosofi politici’ che vengono studiati ogni anno da migliaia di studenti in tutto il mondo non se ne troverà uno che non ambisca al ruolo di ‘consigliere del principe’ e che non desideri suggerire al potere come realizzare efficacemente i suoi propositi (primo tra tutti, la propria riproduzione). Lenin, al contrario, intende essere il ‘consigliere del popolo’ che lotta per abbattere il potere e interrompere la sua riproduzione.
Ecco dunque il punto: stanno su lati opposti della barricata i ‘filosofi politici’ accademici e il non filosofo Lenin. E dunque la rimozione di Lenin non è per nulla una rimozione filosofica ma è, innanzitutto, una rimozione politica.
Ci si rende ben conto che tra Lenin e la filosofia ufficiale non ci sono soltanto malintesi e conflitti di circostanza, e neppure le reazioni di suscettibilità offesa dei professori di filosofia che si sentono dire in faccia da un semplice figlio di maestro, piccolo avvocato diventato dirigente rivoluzionario, che essi sono, nella loro massa, soltanto degli intellettuali piccolo borghesi, degli ideologi la cui funzione nel sistema d’educazione borghese è d’inculcare alle masse della gioventù studentesca i dogmi, critici e postcritici quanto si vuole, dell’ideologia delle classi dominanti. Tra Lenin e la filosofia ufficiale c’è una relazione intollerabile nel vero senso della parola: quella per cui la filosofia imperante è toccata nel vivo del suo rimorso: la politica5.
È dunque proprio in quanto mette a nudo il carattere ideologico della filosofia accademica – il cui ruolo è, in definitiva, quello di concorrere alla riproduzione del modo di produzione capitalistico6 – che la filosofia accademica respinge Lenin senza neppure tentare di annacquarne il messaggio come tenta sistematicamente di fare con Marx. Del resto, Lenin è colpevole della più imperdonabile di tutte le colpe: avere mostrato concretamente che la rivoluzione è possibile e che quell’alterità rivoluzionaria che ogni giorno viene negata nelle aule universitarie di tanto in tanto emerge carsicamente dal sottosuolo magmatico della società reale.
Lenin si è occupato in diverse occasioni di filosofia. Gli approfonditi studi giovanili (e mai interrotti) su Marx ed Engels nonché gli studi su Hegel, Feuerbach, Aristotele, la dialettica... raccolti nei pur frammentari Quaderni filosofici7 ne sono una testimonianza. Così come ne è un esempio la sua difesa del materialismo attraverso la critica dell’idealismo empirio-criticista8.
E sebbene considerasse la filosofia ‘ufficiale’ come una forma molto sofisticata di ideologia, Lenin la tenne sempre in alto conto, così come si deve tenere in conto un nemico temibile; lo dimostrano, tra gli altri, due fatti.
Il primo fatto riguarda la scelta, apparentemente inspiegabile, di intensificare gli studi filosofici (e soprattutto gli studi sulla filosofia di Hegel9) proprio all’indomani di un evento politico di importanza storica come il tracollo della socialdemocrazia internazionale di fronte all’esplosione della prima guerra mondiale10:
La scelta, solitaria e, quantomeno in apparenza, altamente improbabile, di Hegel, e più precisamente della Scienza della logica, quale terreno privilegiato, e quasi esclusivo per il periodo decisivo dall’agosto al dicembre 1914, di questa rottura deve essere esso stesso inteso come un incontro tra molteplici serie di determinazioni eterogenee, alle quali solo l’effetto retrospettivo dell’incontro conferisce unitarietà e convergenza11.
Il secondo fatto è in realtà un’osservazione che Lenin annota nei suoi appunti di studio sulla dialettica
Aforisma. Non si può comprendere a pieno Il capitale di Marx, e in particolare il suo primo capitolo, se non si è studiata attentamente e capita ‘tutta’ la logica di Hegel. Di conseguenza, dopo mezzo secolo, nessun marxista ha capito Marx!12.
Si tratta, per l’appunto, di un aforisma; ma un aforisma che assume un significato del tutto particolare perché l’importanza che Lenin attribuisce alla conoscenza della dialettica hegeliana si ricollega idealmente all’importanza che Marx attribuisce alla Scienza della logica di Hegel.
Si è definitivamente preso atto dell’esistenza di una stratificazione interna anche per quanto riguarda l’interpretazione di Hegel: si sono individuate sostanzialmente due letture, la prima giovanile, direttamente influenzata dalla sinistra hegeliana e dalla temperie culturale del Vormärz; la seconda risalente al 1857, periodo in cui Marx scrive il primo grande abbozzo complessivo della teoria del modo di produzione capitalistico; Marx asserisce che rileggere la Scienza della logica gli è stato di grande aiuto per quanto riguarda il metodo [cfr. lettera ad Engels del 16 gennaio 1857]13.
3. Tre punti
Dal momento che la filosofia politica di Lenin è sparsa in un contributo molto vasto14 è possibile scegliere al suo interno focalizzazioni e percorsi diversi. Noi abbiamo scelto di percorrere, sia pure in forma estremamente sintetica, il percorso che lega i 3 temi del partito, della classe e dello Stato.
La scelta di individuare tre punti focali nel nostro percorso non è arbitraria solamente rispetto alla scelta dei punti, ma anche nel senso che i punti scelti non sono isolabili, bensì strettamente correlati gli uni agli altri.
Si pensi ad esempio al rapporto tra classe e partito. Si possono analizzare a lungo i vari elementi che segnano il percorso di sviluppo dell’organizzazione rivoluzionaria marxista in Russia, a cominciare dal distacco con la tradizione populista rivoluzionaria degli anni ‘70 per arrivare alla costituzione del POSDR15 e, più avanti, delle frazioni bolscevica e menscevica; ma un punto che deve restare sempre ben fermo è che la teoria leninista del partito è strettamente collegata alla teoria leninista delle classi e questa, a sua volta, è strettamente collegata alla teoria leninista della coscienza. E il tutto è strettamente collegato al mondo storico e politico concreto entro cui Lenin opera.
4. La classe
Come è noto, le pagine in cui Lenin espone con maggiore forza la propria riflessione sul rapporto tra classe e partito sono contenute all’interno del contributo scritto in vista del II Congresso del POSDR e intitolato Che fare?16 – come l’opera del famoso poeta populista degli anni ‘60, Nikolaj Gavrilovic Černyševskij – un congresso nel quale il movimento marxista russo, già indebolito dai colpi della repressione zarista e soprattutto dall’influenza della tendenza economista, finirà per fare, per dirla con le parole di Lenin, «un passo avanti e due indietro»17.
In realtà, già da tempo la riflessione di Lenin si sviluppa sulla base di alcuni punti cruciali: la lotta contro l’egemonia populista all’interno del movimento rivoluzionario, la lotta contro lo spontaneismo, la lotta per l’autonomia politica del proletariato dalla borghesia.
Quella contro il populismo è la prima grande battaglia politica condotta da Lenin il cui obbiettivo polemico non è tanto il populismo rivoluzionario degli anni ‘70 – quello della Narodnaja Voljia18 per intenderci – quanto piuttosto il populismo liberale che ne ha preso il posto. Ci sono molte questioni che dividono i populisti dai marxisti: il ruolo della tradizionale comunità rurale russa – l’obsčina – nella costruzione del socialismo, la possibilità che possa invertirsi la linea di sviluppo del capitalismo russo19, la sopravvalutazione della tattica ‘terroristica’ rispetto a quella insurrezionale... Ma per quanto ci interessa in questa sede la linea di frattura tra Lenin e le concezioni populiste riguarda soprattutto la teoria delle classi e del processo rivoluzionario in Russia.
Per i populisti la rivoluzione sociale può appoggiarsi solo sui contadini che costituiscono la parte più povera e più numerosa della popolazione. Al contrario, Lenin pensa che i contadini – e specialmente i contadini poveri – siano importanti, ma non decisivi per l’esito del processo rivoluzionario perché li ritiene incapaci di scrollarsi di dosso concezioni che, in definitiva, sono espressione di un mondo che sta già tramontando a causa di uno sviluppo capitalistico che in Russia è certamente arrivato tardi, ma viaggia a gran velocità bruciando le tappe. Le città e i distretti industriali e minerari stanno diventando la destinazione di grandi masse di ex-servi della gleba liberati20 e in breve tempo diventeranno l’epicentro del processo rivoluzionario.
Come si sa, Lenin aveva ragione e i populisti avevano torto. Quando la rivoluzione arriverà saranno soprattutto gli operai delle nuove grandi fabbriche e le masse urbane, assieme ai soldati, a determinare il corso degli eventi; nel loro complesso, i contadini svolgeranno spesso un ruolo apatico, quando non apertamente contro-rivoluzionario, come del resto farà il Partito Socialista Rivoluzionario, loro principale espressione politica. Solo le componenti più povere del mondo rurale accetteranno l’alleanza con i lavoratori e sempre comunque con la speranza di realizzare il proprio sogno piccolo-borghese – la proprietà privata della terra – ciò che sarà fonte di grandi problemi nel tentativo di costruzione del socialismo.
Il secondo fronte di battaglia politica Lenin lo apre contro lo spontaneismo e costituisce uno degli elementi più importanti e controversi del suo pensiero. Il punto centrale è il seguente: le masse popolari non riescono a sviluppare spontaneamente una coscienza politica indipendente.
Abbiamo detto che gli operai non potevano ancora possedere una coscienza socialdemocratica. Essa poteva essere apportata soltanto dall’esterno. La storia di tutti i paesi attesta che la classe operaia, con le sue proprie forze solamente, è in grado di elaborare soltanto una coscienza tradeunionista, vale a dire la convinzione della necessità di unirsi in sindacati, di condurre la lotta contro i padroni, di reclamare dal governo questa o quella legge necessaria agli operai, ecc... La dottrina del socialismo è sorta da quelle teorie filosofiche, storiche ed economiche che furono elaborate dai rappresentanti colti delle classi possidenti, gli intellettuali. Dal punto di vista della posizione sociale, i fondatori del socialismo scientifico contemporaneo, Marx ed Engels, erano degli intellettuali borghesi21.
L’idea che la coscienza politica possa essere portata solo ‘dall’esterno’ è stata spesso deformata e usata per dipingere Lenin come un uomo che non ha fiducia nelle potenzialità delle ‘masse’ e pensa che esse debbano essere comandate dai ‘capi’ attraverso l’apparato del partito22.
Ma le cose non stanno così, anzitutto perché ‘l’esterno’ di cui parla Lenin non è l’esterno della classe, ma è essenzialmente l’esterno della logica della semplice rivendicazione immediata, quella che noi chiameremmo logica sindacale.
La coscienza politica di classe può essere portata all’operaio solo dall’esterno, cioè dall’esterno della lotta economica, dall’esterno della sfera dei rapporti operai-padroni. Il solo campo dal quale è possibile attingere questa coscienza è il campo dei rapporti di tutte le classi e di tutti gli strati della popolazione con lo Stato e con il governo, il campo dei rapporti reciproci di tutte le classi23.
La coscienza politica della classe – intesa come volontà di trasformazione rivoluzionaria dell’esistente – non si forma spontaneamente, ma solo attraverso la fusione del movimento operaio con il socialismo scientifico:
Con questa fusione la lotta di classe degli operai si trasforma in lotta cosciente del proletariato per la sua emancipazione dallo sfruttamento operato ai suoi danni dalle classi abbienti e si sviluppa la forma suprema del movimento operaio socialista: il partito operaio socialdemocratico autonomo. L’avere indirizzato il socialismo verso la fusione col movimento operaio è il maggior merito di Marx ed Engels: essi hanno creato una teoria rivoluzionaria che ha spiegato la necessità di questa fusione e posto ai socialisti il compito di organizzare la lotta di classe del proletariato24.
Una volta che questa fusione tra intellettuali borghesi e classe si sarà realizzata nel partito, sarà proprio questo a promuovere la formazione di quelli che a quel punto saranno intellettuali rivoluzionari non borghesi.
È significativo che per Lenin il ‘maggior merito’ di Marx ed Engels sia stato quello di aver propugnato il superamento dei ‘socialismi primitivi’ che mendicavano riforme dall’alto o confidavano illusoriamente nella capacità di diffusione di esempi dal basso e di aver invece indirizzato le energie verso la costituzione della classe in partito. E del resto, in effetti, Marx ed Engels hanno impegnato molte delle proprie energie nella costruzione di organizzazioni rivoluzionarie: dalla Lega dei comunisti degli anni ‘40 all’Associazione internazionale dei lavoratori degli anni ‘60 all’unificazione della socialdemocrazia tedesca negli anni ‘70.
Il terzo elemento sul quale Lenin concentra il proprio discorso politico è quello della battaglia contro il cosiddetto ‘marxismo legale’25, per l’autonomia politica della classe; il tema, in sostanza, del partito.
5. Il partito
Lenin, lo abbiamo detto, è convinto che la classe lavoratrice sia in grado di sviluppare al più una coscienza di tipo economicistico e di promuovere lotte soprattutto di tipo sindacale e rivendicativo; di conseguenza, lo sviluppo della coscienza politica della classe può determinarsi solo in congiunzione con il socialismo scientifico che, in origine, è ‘portato alla classe’ da intellettuali di estrazione sociale e culturale borghese. Ma una volta che questa fusione del movimento operaio con il socialismo scientifico si è realizzata essa prende forma in un partito politico che deve essere in grado di produrre i propri intellettuali e anzi di essere esso stesso intellettuale collettivo26, per dirla à la Gramsci. Per Lenin, dunque, il partito non è mai una semplice forma organizzativa, ma l’espressione tangibile della coscienza politica del proletariato. Questo punto è essenziale per capire molte cose del rapporto tra Lenin e l’idea del partito come necessità storica e politica.
Per Lenin i lavoratori hanno bisogno di un proprio partito politico indipendente; questo partito deve essere composto di ‘rivoluzionari di professione’ che dedicano le proprie migliori energie alla lotta rivoluzionaria; il partito dev’essere capace di garantire la propria ‘continuità’ e quindi proteggere il proprio gruppo dirigente e il proprio sistema di collegamenti con la classe; il partito deve essere formato da quadri e militanti, non da semplici aderenti; tutti devono essere impegnati in una qualche organizzazione legata al partito; etc. Si potrebbe proseguire a lungo, ma sarebbe comunque impossibile esaurire la questione in modo davvero efficace soprattutto perché è qui impossibile analizzare le argomentazioni con cui Lenin sostiene le sue proposte; e queste argomentazioni sono altrettanto interessanti dei risultati perché costituiscono una importante lezione di dialettica.
Può essere dunque interessante studiare il modo in cui Lenin pone le questioni. E possiamo farlo utilizzando come case study un singolo problema – il problema del rapporto con la tattica ‘terroristica’ – che era di grande rilevanza per il nascente movimento marxista e che riassumeva diverse questioni: il rapporto con il populismo rivoluzionario, il rapporto con l’economismo, il rapporto con lo spontaneismo, il rapporto con l’attività legale...
Per sviluppare il nostro studio porteremo due esempi: uno contenuto nel Che fare? ed uno relativo agli anni successivi alla rivoluzione del 1905.
Primo momento. Nel Che fare? Lenin ha parole apparentemente dure per il ‘terrorismo’ anche se non condanna l’omicidio politico in sé, perché è convinto che la questione delle forme di lotta – siano esse l’azione terroristica o l’azione parlamentare – sia sostanzialmente una questione di tattica, non di principio27; del resto le idee politiche di Lenin, come si sa, non erano improntate alla ‘nonviolenza’ e comunque ogni processo rivoluzionario deve necessariamente fare i conti con il problema dell’uso della violenza.
Lenin condanna le tendenze ‘terroristiche’ che si agitano all’interno del marxismo rivoluzionario soprattutto perché ritiene che esse siano espressione di una forma mascherata di spontaneismo:
[...] in generale, tra gli economisti e i terroristi esiste un legame non accidentale, ma necessario, intrinseco, del quale dovremo ancora occuparci parlando della educazione dell’attività rivoluzionaria. Gli economisti e i terroristi della nostra epoca hanno una radice comune: la sottomissione alla spontaneità di cui abbiamo parlato nel capitolo precedente come di un fenomeno generale e di cui esamineremo ora l’influenza sull’azione e sulla lotta politica.
A prima vista, la nostra affermazione può sembrare paradossale, tanto grande sembra la differenza tra coloro che antepongono a tutto la ‘grigia lotta quotidiana’ e coloro che propugnano la lotta che esige la massima abnegazione: la lotta di individui isolati. Ma non si tratta per niente di un paradosso. Economisti e terroristi si prosternano davanti ai due poli opposti della tendenza della spontaneità: gli economisti dinanzi alla spontaneità del ‘movimento operaio puro’, i terroristi dinanzi alla spontaneità e allo sdegno appassionato degli intellettuali che non sanno collegare il lavoro rivoluzionario e il movimento operaio, o non ne hanno la possibilità. È infatti difficile, per chi non ha più fiducia in tale possibilità o non vi ha mai creduto, trovare al proprio sdegno e alla propria energia rivoluzionaria uno sbocco diverso dal terrorismo28.
Nella misura in cui i ‘terroristi’ intendono far leva sull’indignazione popolare per suscitare la rivolta trasformano l’azione ‘terroristica’ in qualcosa di diverso da una semplice ‘forma di lotta’; la trasformano in una strategia che in ogni momento ha sé stessa come obbiettivo (si pratica l’azione ‘terroristica’ per condurre altre persone sul terreno dell’azione ‘terroristica’ facendo leva propagandisticamente sulla soddisfazione che le masse provano nel vedere eliminati i personaggi ad esse invisi).
Spesso, questa strategia dell’azione ‘terroristica’ si afferma tra i rivoluzionari quando essi non hanno fiducia che le masse possano sollevarsi e si pensa che esse abbiamo bisogno di essere ‘stimolate’ con azioni esemplari.
Secondo momento. Il riflusso che segue il tentativo rivoluzionario del 1905 apre all’interno del movimento rivoluzionario russo un duro scontro sulla tattica da seguire. Tra i bolscevichi si affermano progressivamente le idee degli otzovistiche considerano ininfluente l’azione legale e propugnano l’adozione di una tattica di tipo ‘terroristico’ – diciamo, neo-populista – basata su un programma di omicidi politici mirati nei confronti di personaggi odiati dal popolo (in questo senso, potremmo dire, essere populisti significa dare simbolicamente in pasto al popolo ciò che il popolo desidera avere in pasto). Tra gli esponenti più importanti della frazione otzovista c’è Aleksandr Bogdanov, uno dei massimi dirigenti del partito e del suo apparato illegale (nonché importante scienziato a cui si deve l’introduzione della tecnica delle trasfusioni di sangue29).
Era giusto sessant’anni fa, nel 1908. Lenin stava allora a Capri, in compagnia di Gorki, di cui apprezzava la generosità e ammirava l’ingegno, ma che trattava tuttavia da rivoluzionario piccolo-borghese. Gorki l’aveva invitato a Capri per discutere di filosofia con un gruppetto d’intellettuali bolscevichi di cui condivideva le tesi, gli Otzovisti. 1908: era l’indomani della prima Rivoluzione d’Ottobre, quella del 1905, il riflusso e la repressione del movimento operaio, lo smarrimento fra gli «intellettuali», anche fra gli stessi intellettuali bolscevichi. Buona parte di quest’ultimi aveva formato un gruppo, conosciuto nella storia con il nome di Otzovisti. Politicamente gli otzovisti erano estremisti, per misure radicali: ritiro (otzovat’) dei rappresentanti dalla Duma, rifiuto di tutte le forme legali d’azione, passaggio immediato all’azione violenta. Ma queste affermazioni estremiste mascheravano posizioni teoriche di destra. Gli Otzovisti si erano lasciati conquistare da una filosofia alla moda, o da una moda filosofica, l’«empirio-criticismo», di cui il celebre fisico austriaco Ernst Mach aveva rinnovato la forma30.
Contro gli otzovisti Lenin conduce una battaglia politica fatta anche a colpi di saggi filosofici – come Materialismo ed empiriocriticismo, che intende essere un’accorata difesa del materialismo e della dialettica –. Ma di questo si è già pur lapidariamente detto.
Oltre a questo è interessante osservare che, nello stesso momento in cui è attaccato dagli otzovisti, Lenin deve fronteggiare anche l’opposizione di un’altra tendenza – detta dei liquidatori – i quali, al contrario degli otzovisti, propugnano lo smantellamento (la liquidazione, appunto) dell’apparato illegale-clandestino del partito. Lenin combatte dunque su due fronti: il fronte che vuole l’adesione completa alla lotta armata, la completa illegalità, l’abbandono di ogni tattica legale (a cominciare dalla presenza all’interno delle nascenti istituzioni russe) e il fronte che vuole l’abbandono completo della lotta armata, la completa legalità, l’abbandono di ogni tattica illegale.
Lenin compie una scelta apparentemente singolare: rifiuta la deriva militarista del partito bolscevico, ma si oppone allo smantellamento dell’apparato militare. In questi due esempi si mostra il ‘metodo di Lenin’ (qui, applicato al tema del partito): tenere assieme ciò di cui la classe ha bisogno oggi (sfruttare anche quegli esigui spazi di agibilità che lo zarismo ha dovuto concedere allo sviluppo del capitalismo in Russia) con ciò di cui la classe avrà bisogno domani (non rinunciare a nessuno degli strumenti necessari per produrre la rottura rivoluzionaria – e all’appuntamento dell’Ottobre, infatti, i bolscevichi si presenteranno addirittura con due apparati armati: quello costruito attraverso la propaganda nell’esercito in guerra e quello costruito negli anni della clandestinità).
Tattica e strategia. Immanenza della rivoluzione. È questa la lezione di Lenin. Anche sul partito.
6. Lo Stato
Lenin tratta dello Stato in vari contributi, il più noto dei quali è senza dubbio Stato e rivoluzione e non è dunque arbitrario scegliere questo testo del 1917 come punto di riferimento.
Stato e rivoluzione è un testo caleidoscopico e ‘visionario’ nel quale si possono identificare almeno tre piani: il piano dello Stato ‘in senso stretto’, il piano della democrazia, il piano del comunismo. Questi piani non sono distinti nettamente, ma sono piuttosto intrecciati e rimandano l’uno all’altro. Qui, attraverso numerose citazioni, Lenin ripropone i punti cardine della teoria marxista dello Stato e lo fa evidenziandone il carattere pienamente politico e non formalistico.
Il primo punto è decisivo: lo Stato e i suoi apparati non sono elementi neutri ma, al contrario, espressione dell’inconciliabilità tra le classi sociali e del dominio della classe dominante
Lo Stato è il prodotto e la manifestazione degli antagonismi inconciliabili tra le classi. Lo Stato appare là, nel momento e in quanto, dove, quando e nella misura in cui, gli antagonismi di classe non possono essere oggettivamente conciliati31.
Per Marx lo Stato è l’organo del dominio di classe, un organo di oppressione di una classe da parte di un’altra; è la creazione di un “ordine” che legalizza e consolida questa oppressione, moderando il conflitto fra le classi. Per gli uomini politici piccolo- borghesi l’ordine è precisamente la conciliazione delle classi e non l’oppressione di una classe da parte di un’altra32.
Di conseguenza, lo Stato non è semplicemente un asettico terreno sul quale combattere per l’egemonia (secondo una lettura che potrebbe condividere, ad esempio, Pierre Bourdieu33). Al contrario, lo Stato è il terreno sul quale è proprio il potere che cerca di collocare lo scontro perché quivi possiede tutti gli strumenti, materiali e intellettuali, per imporsi con maggiore facilità.
Il fatto che lo Stato non sia un ‘campo neutro’ ha almeno due implicazioni fondamentali: la prima è che non si tratta solo di ‘conquistare il potere statale’ bensì di operare per la distruzione della macchina statale borghese e per la sua sostituzione con una nuova macchina statale socialista capace di gestire la fase di transizione che deve condurre alla nascita della futura società comunista; la seconda implicazione è che se lo Stato borghese è la forma che assume a livello istituzionale la dittatura della borghesia allora lo Stato socialista è la forma che assume a livello istituzionale la dittatura del proletariato.
Lo Stato, miei cari, è un concetto di classe. Lo Stato è un organo, uno strumento di violenza di una classe su un’altra. Fino a quando esso è la macchina della violenza della borghesia sul proletariato non vi può essere che una sola parola d’ordine proletaria: distruzione di questo Stato. Ma quando lo Stato sarà proletario, quando esso sarà lo strumento della violenza del proletariato sulla borghesia, noi saremo completamente e incondizionatamente per un potere forte e per il centralismo34.
[…] è evidente che la liberazione della classe oppressa è impossibile non soltanto senza una rivoluzione violenta, ma anche senza la distruzione dell’apparato del potere statale che è stato creato dalla classe dominante35.
Vero è che, a ragionare in termini ‘politically correct’, mai parola fu scelta peggio di ‘dittatura del proletariato’. Chi può volere una dittatura, sia pure ‘proletaria’ ovvero diretta dalle organizzazioni dei lavoratori? Messi di fronte alla scelta di una delle due parole ‘democrazia’ e ‘dittatura’ – usata generosamente dalla borghesia la prima e dai marxisti la seconda – chi non sceglierebbe la prima, chi non respingerebbe la seconda? Chi vorrebbe una dittatura se potesse scegliere una democrazia?
Eppure, una scelta tanto linguisticamente infelice nasconde una straordinaria onestà intellettuale che merita di essere sottolineata. Possiamo partire da ciò che il senso comune – che ama la democrazia e ripudia le dittature, e giustamente – definisce ‘democrazia’ ovvero, alla fin fine, la ‘regola della maggioranza’ (e, certo, anche il rispetto delle regole comuni che però, ovviamente, sono approvate a maggioranza). E si badi bene: con un criterio già molto blando come questo, neppure Atene si sarebbe potuta definire ‘democratica’ dal momento che innestava la ‘regola della maggioranza’ su una platea composta da un’esigua minoranza sociale che escludeva dai diritti politici le donne (più o meno la metà della popolazione), gli schiavi (più o meno 3/4 della popolazione) e gli immigrati di prima generazione. E in ogni caso, come narra Erodoto36, la ‘democratica’ assemblea di Atene poteva decidere a maggioranza l’eliminazione di tutti gli abitanti della città ribelle di Mitilene e questo ci aiuta a comprendere che l’accezione necessariamente positiva che attribuiamo al concetto di democrazia dovrebbe essere ripensata, specialmente nella misura in cui si limita ad esprimere una forma di legittimazione del potere e prescinde dai contenuti delle decisioni effettivamente assunte. Purtroppo, quella della ‘Democrazia’ è in larga misura una vera e propria ideologia37 che meriterebbe, anche grazie anche agli strumenti critici del marxismo, di essere decostruita.
Questo ragionamento non deve tuttavia suggerire che Lenin sottovaluti in qualche modo il problema della conquista della maggioranza; al contrario, uno dei temi fondamentali del suo discorso politico riguarda proprio la formazione di coalizioni sociali (necessarie anche in virtù del fatto che il proletariato industriale non è classe maggioritaria nella Russia ‘pre’ e ‘post’ rivoluzionaria)
Il potere statale, l’organizzazione centralizzata della forza, l’organizzazione della violenza, sono necessari al proletariato sia per reprimere la resistenza degli sfruttatori, sia per dirigere l’immensa massa della popolazione – contadini, piccola borghesia, semi-proletariato – nell’opera di «avviamento» dell’economia socialista38.
La nuova forma di organizzazione politica e istituzionale – la ‘dittatura’ del proletariato - deve dunque essere usata per reprimere i nemici e per sviluppare l’alleanza con le classi potenzialmente amiche nel processo di costruzione del socialismo.
D’altra parte, riconoscere che in una società ancora divisa in classi lo Stato esprime gli interessi generali delle classi dominanti equivale a constatare che il discorso di Platone – Trasimaco nella Repubblica il giusto è l’utile del più forte anche quando il ‘più forte’ non è che la maggioranza di un sistema democratico – ha una sua forza oggettiva (che infatti Platone-Socrate, in definitiva, sembra non riuscire a smontare del tutto).
Il problema del perché poi le masse possano appoggiare movimenti che esprimono gli interessi economici e politici di segmenti di società sempre più di élite – qualche anno fa, il movimento Occupy Wall Street aveva lanciato lo slogan ‘We are the 99%’39 – è in effetti un problema; anzi, è il problema dei problemi, ma ha più a che fare con il tema della coscienza politica delle masse che non con quello del carattere più o meno democratico dello Stato. Del resto, la schiavitù non cessa di essere tale anche se gli schiavi si rassegnano e non si ribellano; e quello nazista non diventa un partito democratico solo perché nel 1932 aveva ottenuto il consenso di quasi il 40% degli elettori tedeschi. Come insegnano i plebisciti francesi per Luigi Bonaparte, si possono ‘eleggere’ anche gli imperatori – ovvero i poteri assoluti – anche se questo può apparirci singolare.
Lenin ha riproposto in modo magistrale la concezione marxista dello Stato e ha tentato di avviare il processo di costruzione del socialismo nelle difficilissime condizioni che hanno seguito l’Ottobre. Il risultato non ha corrisposto alle aspettative? È vero. Ma bisogna anche riconoscere che questo accade a tutte le rivoluzioni
[…] la sfasatura tra programmi e risultati è propria di ogni rivoluzione. I giacobini francesi non hanno realizzato o restaurato la polis antica; i rivoluzionari americani non hanno prodotto la società di piccoli agricoltori e produttori, senza polarizzazione di ricchezza e povertà, senza esercito permanente e senza forte potere centrale; i puritani inglesi non hanno richiamato in vita la società biblica da loro miticamente trasfigurata40.
Questo significa minimizzare i problemi emersi? Certamente no. Al contrario, significa ribadire che bisogna sempre ‘andare a lezione’ dalla storia reale e ribadire il monito leniniano del fare sempre l’analisi concreta della situazione concreta. Ma significa anche riconoscere che non esiste alcun sillogismo in base al quale dedurre che ciò che non ha funzionato una volta debba non funzionare per sempre.
7. Conclusione
Sui temi che abbiamo affrontato in questo contributo si è discusso per decenni in tutto il mondo. Dire cose innovative era molto difficile. Il tentativo che si è inteso fare è stato quello di mostrare come il pensiero politico di Lenin – la sua filosofia politica – sia ancora oggi un terreno molto fecondo di riflessione che merita di essere recuperato, anche per comprendere meglio gli esiti storici di quello che è stato chiamato ‘socialismo reale’ e dei quali Lenin è stato certamente un protagonista, sia pure nella fase iniziale.
Senza Lenin il ‘900 è letteralmente impensabile così come è impensabile ogni trasformazione radicale dell’esistente; il fatto che venga operata sistematicamente la rimozione intellettuale di un uomo che ha concorso in modo decisivo al realizzarsi di eventi che hanno scosso – e le cui ‘onde lunghe’ forse ancora scuotono – il mondo, in fondo non è che il segno dello straordinario arretramento del dibattito politico odierno, ormai incapace di criticare l’esistente e di pensare il non (ancora) esistente.
Fare ‘tabula rasa’ di tutti i pensatori autenticamente rivoluzionari è ovviamente una comprensibilissima strategia politica delle classi dominanti (guai far sapere che cambiare il mondo è possibile); è un po’ meno comprensibile sul piano intellettuale, ma in fondo chi chiede, oggi, agli intellettuali di rendere conto del proprio coraggio


Note
1 T. Cliff, Lenin 1. Building the Party, in Id., Strategy and Tactics (Lenin Learns from Clausewitz), London 1977, cap. XIV, p. 254.
2 G. Lukacs, Teoria e prassi nella personalità di un rivoluzionario, 2a ed., Torino 1976, p. 13 (corsivo mio).
3 Cfr. Lenin, L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, in Id., Opere complete, vol. 22 [dicembre 1915-luglio 1916], Roma 1966.
4 G. Labica, Lenin, lo Stato, la dittatura e la democrazia, in Lenin e il Novecento, a cura di R. Giacomini e D. Losurdo, Napoli 1997, p. 221.
5 L. Althusser, Lenin e la filosofia, comunicazione presentata il 24 febbraio 1968 a Parigi alla Société Française de Philosophie, Milano 1972.
6 L. Althusser, Ideologia e apparati ideologici di Stato. Note per una ricerca, in Id., Freud e Lacan, Roma 1977, pp. 65-123.
7 Cfr. Lenin, Quaderni filosofici, in Id., Opere complete, vol. 38, Roma 1969.
8 Cfr. Lenin, Materialismo ed empiriocriticismo, in Id., Opere Complete, vol. 14 [1908], Roma 1963.
9 Una posizione estrema (e poco condivisibile) a questo proposito è quella di Kevin Anderson in K. Anderson, Lenin, Hegel, and Western Marxism. A Critical Study, Champaign 1995, p. xv:
«I will argue that Lenin’s post-1914 work, especially on the dialectic, places him closer to Key Hegelian or ‘Western’ Marxists such as Georg Lukacs and the members of the Frankfurt School than to orthodox Marxists, including Soviet Marxist-Leninists».
10 Come è noto, l’Internazionale Socialista (la II Internazionale) si divise sul voto ai cosiddetti ‘crediti di guerra’ che furono sostenuti da quasi tutte le sue sezioni nazionali, annichilendo il principio fondamentale su cui era nato il movimento socialista: l’internazionalismo.
11 Cfr. S. Kouvélakis, Lénine, lecteur de Hegel, «Période», 2016, http://r>evueperiode.net/lenine- lecteur-de-hegel/
12 Cfr. Lenin, Quaderni filosofici, cit., p. 167.
13 R. Fineschi, Marx e Hegel. Contributi a una rilettura, Roma 2006, p. 17.
14 Le Opere complete di Lenin pubblicate dagli Editori Riuniti negli anni ‘50-‘60 constano di 45 volumi di circa 500 pagine l’uno.
15 POSDR, Partito Operaio Social-Democratico Russo. Fu il primo partito marxista in Russia, fondato nel 1898 a Minsk.
16 Cfr. Lenin, Che fare? Problemi scottanti del nostro movimento, in Id., Opere Complete, vol. 5 [1901-1902], Roma 1958.
17 Cfr. Lenin, Un passo avanti e due indietro (La crisi del nostro partito), in Id., Opere Complete, vol. 7 [settembre 1903-dicembre 1904], Roma 1959.
18 Cfr F. Venturi, Il populismo russo, in Id., Dall’andata al popolo al terrorismo, vol. III, Torino 1977.
19 Su questo tema Lenin scrisse, durante il confino siberiano, uno straordinario testo di vera e propria sociologia storica, Lo sviluppo del capitalismo in Russia. Cfr. Lenin, Lo sviluppo del capitalismo in Russia, in Id., Opere Complete, vol. 3 [1896-1898], Roma 1956.
20 Cfr. ibid.
21 Lenin, Che fare? Problemi scottanti del nostro movimento, cit., p. 346.
22 Cfr. E. Rutigliano, Linkskommunismus e rivoluzione in Occidente, Bari 1974.
23 Lenin, Che fare? Problemi scottanti del nostro movimento, cit., pp. 389-390.
24 Lenin, I compiti urgenti del nostro movimento, in Id., Opere Complete, vol. 4 [1898-1901], Roma 1957, pp. 259-260.
25 Cfr. G. Migliardi, Lenin e i menscevichi. L’Iskra (1900-1905), Milano 1979, p. 90: «È nota come ‘marxismo legale’ quella corrente del marxismo russo che, alla fine del secolo XIX e all’inizio del XX, si ispirò al ‘revisionismo bernsteiniano’ e in una certa misura lo precorse nella revisione del marxismo. I suoi principali rappresentanti furono P. B. Struve, M. I. Tugan- Baranovskij, S. N. Bulgakov, N. A. Bulgakov, N. A. Berdjaev e S. L. Frank. Il ‘marxismo legale’ sosteneva che il socialismo poteva essere raggiunto con riforme graduali nel quadro di un governo costituzionale liberale. Tutti i suoi rappresentanti aderirono successivamente a partiti liberali e conservatori. Il termine ‘marxisti legali’ deriva dal fatto che essi avevano spesso la possibilità di pubblicare legalmente le loro opere e di intervenire pubblicamente».
26 Cfr. A. Gramsci, Quaderni dal carcere, ed. critica dell’Istituto Gramsci, a cura di V. Gerratana, 4 voll., Torino, 1975 (rip. 2014).
27 Lenin, L’estremismo malattia infantile del comunismo, in Id., Opere complete, vol. 31 [aprile- dicembre 1920], Roma 1967, pp. 23, 25.
28 Lenin, Che fare? Problemi scottanti del nostro movimento, cit., cfr. in particolare il cap. III, §. d) Che cosa hanno in comune l’economismo e il terrorismo?, pp. 387-388.
29 Bogdanov troverà la morte proprio a seguito di una trasfusione con sangue infetto che egli aveva provato su sé stesso.
30 Cfr. L. Althusser, Lenin e la filosofia, cit.
31 Lenin, Stato e rivoluzione, in Id., Opere complete, vol. 25 [giugno-settembre 1917], Roma 1967, cap. I, La società classista e lo Stato, § 1, Lo Stato, prodotto dell’antagonismo inconciliabile delle classi, p. 366.
32 Ivi, p. 367.
33 Cfr. P. Bourdieu, Sullo stato, Milano 2013.
34 Lenin, I bolscevichi conserveranno il potere statale?, in Id., Opere complete, vol. 26, Roma 1966, p. 102. Questo articolo fu scritto da Lenin prima dell’Ottobre – ovvero prima della conquista del potere politico da parte dei bolscevichi – in risposta alle accuse di alcuni giornali (quello cadetto, quello socialista-rivoluzionario e quello ‘metà bolscevico, metà menscevico’, la Novaia Gizn).
35 Lenin, Stato e rivoluzione, cit., p. 368.
36 Cfr. Erodoto, Storie, Milano 2008.
37 Cfr. L. Canfora, La democrazia. Storia di un’ideologia, Milano 2004.
38 Lenin, Stato e rivoluzione, cit., p. 382.
39 Cfr. N. Chomsky, Siamo il 99%, Roma 2012.
40 D. Losurdo, Fuga dalla storia? La rivoluzione russa e la rivoluzione cinese oggi, Napoli 2012.