venerdì 31 dicembre 2010

Se nasce il Partito del lavoro

Con le posizioni sulla Fiat e su Marchionne il PD trova il suo nuovo punto di caduta. Ora, anche per chi non le vuole vedere, le cose sono tutte in chiaro: tra i lavoratori e Marchionne, D’Alema, Fassino e soci scelgono il leader della Fiat. L’area più moderata del partito è secca: guai a mollare il Lingotto per scegliere la Fiom, un partito “riformista” come il nostro non se lo può permettere (e stendiamo un velo pietoso sullo scempio che viene fatto del termine “riformismo”).
Il dado è stato tratto già molto tempo fa ma ogni occasione è buona per ricordarlo. Il PD ha cambiato natura alla sinistra tradizionale italiana, una volta espressione del mondo del lavoro, degli ultimi, dei subordinati, da guidare, magari, su posizioni moderate ma comunque scelti sempre come la propria base di riferimento. La sinistra “normale” che oggi conosciamo e che Berlusconi addita come un pericoloso covo di “comunisti” è invece una forza politica che guarda ai salotti, ai movimenti della buona borghesia, che vuole rappresentare le cosiddette forze di progresso individuate negli strateghi dell’economia globalizzata. Ieri De Benedetti, poi Passera e Profumo, oggi Marchionne. Tutta gente che si è arricchita anche con soldi pubblici per poi lanciare strali e maledizioni contro tutto quello che sa di pubblico o di Stato.
Questa natura non può essere più negata e nemmeno coperta dagli immancabili mal di pancia interni, dai contorsionismi e dalle esitazioni. La linea di marcia è piuttosto chiara, basti pensare a come si snoderà la campagna elettorale per le comunali di Torino con un Piero Fassino che cerca di dare lezioni agli operai dopo averli portati al disastro già nel 1980, durante i 35 giorni della Fiat.Il problema è che finora si è perso troppo tempo a cercare di tirare per la giacchetta un partito che ha occhi e interessi da tutt’altra parte. E allora ben venga l’ipotesi, finora solo sussurrata, di un “Partito del lavoro”, cioè di una forza politica che sappia rappresentare la battaglia della Fiom e quella dei ricercatori universitari, le esigenze del nuovo precariato, manuale e intellettuale con quelle delle nuove povertà. Se nascesse una forza del genere sarebbe certamente un fatto positivo perché è sul quel versante che nell’era berlusconiana si è accumulato un ritardo spaventoso. La solitudine della Fiom da un lato ma anche quella studentesca dall’altro lo stanno a testimoniare: lavoratori, precari, forze del lavoro in formazione sono espunti dal discorso politico maggioritario, collocati fuori dalla dialettica istituzionale e quindi appesi a una sorta di male esteriore da cui liberarsi finché si è in tempo.
Una forza politica “degli ultimi” è quello che oggi manca, in grado di dire con nettezza No a Marchionne, No alla cultura veicolata dai vari Bondi e Gelmini, No al presunto modernismo del Chiamparino di turno, Sì a una visione della società basata sulla giustizia sociale, l’equilibrio ecologico, la trasparenza e la democrazia partecipata. E, soprattutto, Sì a un legame vincolante con il mondo che si intende rappresentare rifuggendo dalla costante tentazione di perderlo per condurlo a tutti i costi a mediazioni non vantaggiose.
Se nascesse un simile partito muterebbe il panorama politico soprattutto sul piano dei contenuti perché una condizione, quasi sempre rimossa e riportata al centro dell’attenzione solo dall’ostinata iniziativa della Fiom, cioè il lavoro nelle sue molteplici espressioni, potrebbe finalmente dire la sua. E condizionare una politica tenuta ormai sottovuoto, separata dalla materialità della vita, riportata ai tempi del notabilato giolittiano, irritata dalle esplosioni sociali come si è visto in occasione del 14 dicembre e della rabbia studentesca.
Una forza politica di questo tipo sarebbe quindi utile, a condizione, ovviamente, di non riproporre stancamente la sinistra radicale che fu, magari con lo stesso personale politico riciclato, gli stessi automatismi e gli stessi errori. E a tal proposito il problema delle alleanze con il Pd si riproporrebbe tutto intero anche se, forse, sarà proprio il Pd con la sua “vocazione maggioritaria” o con la sua propensione neocentrista a risolverlo in anticipo. Ma sarebbe bene non attendere di “essere scaricati” per dire che si vuole costruire un futuro diverso.
Blog di Salvatore Cannavò

Vinti (Prc): “Con la Fiom il 28 gennaio. La Cgil proclami lo sciopero generale

Quanto è avvenuto con Pomigliano e adesso con Mirafiori dimostra che nel nostro paese è in corso un attacco senza precedenti al mondo del lavoro e ai diritti dei lavoratori.
L’amministratore della Fiat Marchionne è il paladino di questa linea dura contro il lavoro nell’interesse esclusivo dell’impresa, del profitto, del capitale finanziario che è i primo responsabile della crisi economica e finanziaria che da tre anni deprime l’economia mondiale e fa collassare paesi del ricco Nord del mondo come Irlanda e Grecia.
Marchionne, da un lato, impone un segno regressivo alle condizioni di lavoro in fabbrica: orari fino a dieci ore giornaliere ed oltre, distruzione della pause e del diritto alla salute, totale flessibilità della prestazione e dei turni, drastica riduzione del diritto di sciopero. Così il lavoratore diventa semplicemente una merce a disposizione dell’azienda da consumare come e quanto si vuole. Dall’altro lato, Marchionne sconvolge il quadro delle relazioni sindacali, cancellando di fatto lo Statuto dei lavoratori e il contratto collettivo nazionale di lavoro. Sotto attacco è la Fiom, unico baluardo per la difesa dei diritti dei lavoratori, che si vuole estromettere dalla rappresentanza all’interno della più grande fabbrica automobilistica italiana, con il supporto di Fim e Uilm, ormai sindacati di nome ma non più di fatto, supporto degli interessi personali e confindustriali, portatori di una cultura antioperaia.
È evidente che attorno alla Fiom bisogna costruire un movimento di solidarietà sociale e politico che dagli studenti ai movimenti costruisca una risposta in grado di durare. Per questo Rifondazione comunista e la Federazione della Sinistra lavoreranno perché lo sciopero del 28 gennaio sia una grande e forte risposta nei confronti dell’attacco di Marchionne e dei padroni alle conquiste del movimento operaio, in grado di contrastare l’offensiva del governo e di Confindustria finalizzata a smantellare le garanzie costituzionali del lavoro.
È sbalorditivo come ancora la Cgil non abbia proclamato lo sciopero generale per dare una risposta adeguata al livello dell’attacco in atto alla condizione operaia e allo svilimento della democrazia reale. Il prossimo 28 gennaio anche in Umbria contribuiremo a realizzare una grandissima mobilitazione regionale in sostegno della lotta della Fiom e dei lavoratori metalmeccanici, ma anche per sostenere la richiesta di un piano straordinario per il lavoro avanzata dalla Cgil regionale e anche dalla Federazione della Sinistra.
Per uscire dalla crisi ci vuole infatti un impegno straordinario sul lavoro. I numeri della crisi sono impressionanti: in Umbria ci sono circa 10mila lavoratori in cassa integrazione a zero ore di cui, per i due terzi, interessati dalla cassa integrazione in deroga, ma per capire quanto grave sia il quadro, nel periodo gennaio-novembre 2010 l’aumento della cassa integrazione in Umbria è superiore al 100%, rispetto ad un media nazionale del 35%.
La politica deve dare urgenti risposte a questa situazione insostenibile per il mondo del lavoro, fatta di posti di lavoro che si perdono, salari che non aumentano, potere d’acquisto delle retribuzioni che resta al palo, diritti che vengono cancellati:
Occorre, dunque, ridare centralità politica al lavoro. Riportare il lavoro, il mondo del lavoro, al centro dell'agenda politica: nell'azione di governo, nei programmi dei partiti, nella battaglia delle idee.
Questa è oggi la via maestra per la rigenerazione della politica stessa e per un progetto di liberazione della vita pubblica dalle derive, dalla decadenza, dalla volgarizzazione e dall'autoreferenzialità che attualmente gravemente la segnano. La dignità della persona che lavora deve tornare ad essere la stella polare di orientamento per ogni decisione individuale e collettiva.
Rifondazione comunista si batte per questi obiettivi, assieme al sindacato, e si augura che tutta la sinistra e le forze di opposizione si adoperino per sostenere la mobilitazione della Fiom, degli operai metalmeccanici e di tutto il mondo del lavoro per la dignità e i diritti.
Stefano Vinti,
Segretario regionale PRC Umbria

Dopo il PD anche l'IdV si prostra a Marchionne

La linea Marchionne spariglia il centro sinistra e chiarisce molto bene le posizioni politiche dei maggiori partiti.
Dopo il PD che sostanzialmente si schiera con i padroni tranne qualche voce isolata e piena di ambiguità giusto per non dare l'idea di un partito che di sinistra ormai ha ben poco, anche nell'IDV emergono distinguo e critiche dirette alla Fiom. E non dal Razzi di turno, ma niente meno che dal presidente del gruppo alla Camera, Massimo Donadi.
Se questo è l'asse principale che dovrebbe contraddistinguere l'alternativa al berlusconismo stiamo a posto.

Roma, 30 dic. (TMNews) - "La vicenda aperta dagli accordi Fiat è assai complessa e nessuna delle parti in causa ha solo torti o ragioni. Non c'è dubbio che le vicende di Mirafiori e Pomigliano abbiano dimostrato l'importanza delle proposte di Italia dei Valori in materia di nuove regole per la rappresentanza sindacale. Ma da qui a sposare indistintamente le ragioni della Fiom ne passa. Per questa ragione, credo che prima di pensare a mettere addirittura in campo forme di resistenza comune e duratura sarà opportuno attendere l'esecutivo fissato per il prossimo 14 gennaio per un più approfondito confronto interno".
Lo dichiara in una nota Massimo Donadi, capogruppo di IDV alla Camera. "A mio parere, infatti, gli accordi di Mirafiori e Pomigliano, nell'ottica di un recupero di efficienza e di competitività dell'azienda, richiedono ai lavoratori sacrifici significativi ma sono oggettivamente in linea con gli standard dei principali stabilimenti europei", mentre "quel che è certo è che l'azienda, in ogni caso, ora dovrà metterci del suo, perchè l'organizzazione del lavoro incide solo in parte minoritaria sulla competitività dell'impresa: servono investimenti, e ancor più, una chiara politica industriale e finanziaria". "Quanto all'esclusione della Fiom dalla rappresentanza sindacale appare sicuramente incostituzionale ma ancor di piu' una scelta miope, in quanto rischierà di vanificare il contenuto degli accordi, dando vita ad una permamente conflittualità interna all'azienda. Ma anche dalle parti della Fiom, delle riflessioni andranno aperte perchè non è pensabile che un sindacato, così largamente rappresentativo dei metalmeccanici, si arrocchi pregiudizialmente sul fronte del no, rifiutando addirittura di partecipare al tavolo delle trattative e di prendere atto che la globalizzazione dell'impresa e del lavoro non può vedere lavoratori ed imprese come nemici su fronti contrapposti ma richiede necessariamente nuove e straordinarie capacità di confronto", conclude il presidente dei deputati di Idv

I NODI VENGONO AL PETTINE......

Altro che Scilipoti! Ieri la maggioranza dell’opposizione si è definitivamente arresa all’ex nemico.
A voglia Bersani a tentare di metterci una pezza, il fosso è stato saltato, il fiume è stato guadato, la montagna del moderatismo è stata definitivamente scalata. E direi che era anche ora, almeno tutto è più chiaro.
L’accordo Fiat non è solo una questione di Democrazia sindacale è un problema legato al modello di società, alle fasce sociali che si vogliono rappresentare, al per cosa e per chi fare politica.
Intanto si chiama accordo una cosa che non lo è, perché a Mirafiori e a Pomigliano non c’è stata negoziazione, ma solo la richiesta di mettere una firma sotto un pezzo di carta presentato da Marchionne. Prendere o lasciare. O firmate, o vado via dall’Italia e chi si oppone è fuori dalla fabbrica.
E’ già successo, ma non nel dopoguerra, nel 1925. E poi mi dite con che faccia quelli del Pd vanno in Parlamento a protestare contro Berlusconi perché non rispetta le regole?
Marchionne per non essere legato al contratto nazionale siglato da Federmeccanica, per superare tutte le norme e le leggi vigenti, si è inventato una nuova società. E il "Manager Sole" ha potuto dire “Il contratto sono io”.
Mi spiegate perché se il Nano aggira le leggi è (giustamente) uno scandalo e se lo fa Marchionne è una botta di modernità, una boccata di progresso, un nuovo modo di intendere le relazioni industriali?

giovedì 30 dicembre 2010

LE PRIMARIE DI MARCHIONNE, OBBLIGANO LA SINISTRA A RIPENSARSI

Alla fine sono state le primarie di Marchionne a sparigliare il PD, o almeno a rendere evidente a tutti quale sia l'impostazione del principale partito del centro “sinistra”. Il partito che a gennaio proporrà a tutte le forze dell'opposizione un piano programmatico con il quale sfidare Berlusconi dialogando con il terzo polo.
E' quindi sul terreno vivo della materialità della crisi e dello scontro sociale che si sta chiarendo dove si andrà a parare. Il Sì di Fassino e D'alema a Miraifori stanno aprendo una voragine che si amplierà sempre di più tra chi si oppone alla logica della globalizzazione liberista e chi invece accetta il suo ricatto. L'effetto Marchionne pertanto non ha soltanto impattato sul maggior partito dell'opposizione, ma ha anche impattato sul maggior sindacato italiano e contribuirà ad aprire una discussione a sinistra, di quelle vere.
A me pare che siamo di fronte ad un periodo lungo e duro per i lavoratori, in cui se è vero che il capitalismo in Italia e in Europa sta mostrando il suo volto più duro e feroce utilizzando la crisi per ristrutturarsi ed aumentare i profitti a danno dei diritti (sui media di regime si dice aumentare la produttività), esso continua a vincere perchè non c'è in campo nulla in grado di fornire alle doverose rivolte di queste settimane un programma comune in cui riconoscersi. Se siamo ottimisti possiamo vedere tutto questo come un'alba per la ripresa di nuovi conflitti, se siamo pessimisti possiamo vedere tutto questo come la fine delle ultime sacche di resistenza nel vecchio continente. Comunque sia, siamo di fronte ad una nuova prospettiva che obbliga la sinistra, non solo quella politica, ad una riflessione profonda sul proprio ruolo, in Italia e in Europa.
Come sostengo da mesi, la socialdemocrazia europea è sostanzialmente complice delle ristrutturazioni neoliberiste quando governa (Spagna, Grecia, Portogallo). L'internazionale socialista europea accetta con qualche timido mal di pancia la ricetta monetarista e la logica del nuovo patto di stabilità imposto dall'asse Franco-Tedesco. L'Europa insomma non è più un paese per riformisti e patti sociali, ma di controriforme a senso unico.
Il secondo dato è che la resistenza sociale e i conflitti si strutturano sul livello nazionale contro le politiche dei governi, anche se sempre più spesso la BCE-FMI e l'Europa stessa vengono identificati come avversari principali, un dato questo inedito se vediamo la storia recente. In questo quadro il movimento degli studenti ancor più di quello sindacale che ha cominciato con ritardo a strutturarsi contro le politiche di austerity, ha messo in campo a livello nazionale e continentale una risposta in grado di autoalimentarsi di piazza in piazza, costruendo un proprio simbolico e propri codici comunicativi.
Prima ancora di iniziare a discutere tra noi, ritengo che il terreno nazionale e continentale debba quindi essere assunto sempre come quadro di riferimento in termini strutturali, L'Europa infatti non è più il secondo tempo della politica nazionale, ma con il semestre europeo e il patto di stabilità revisionato, entra direttamente in campo dall'inizio, fin dalla costruzione delle finanziarie.
La prima domanda da farsi allora è come fare male agli interessi dei padroni, cioè come e con quali pratiche fare in modo che i prossimi scioperi si generalizzino sapendo che nella crisi non è facile lottare. Dovremmo su questo prendere esempio ancora una volta dalla capacità dei studenti dimostrata nel loro ultimo corteo di Roma, quell'andare dal centro verso la periferia ed i suoi bisogni come metafora del nostro agire verso tutte le figure sociali che vivono i morsi della crisi.
Io penso insomma che da qui al 28 gennaio non solo dovremmo invocare lo sciopero generale, ma lavorare perchè comunque vada, il paese si blocchi per davvero.
La seconda domanda invece è se abbia più senso pensare alla staticità dello spazio di conflitto che si è determinato o ad un suo dinamismo sul quadro politico dato. Faccio un esempio nelle prossime settimane assisteremo al dispiegarsi di nuove mobilitazioni di cui la Fiom sarà la spina dorsale, se Bersani dice che a Gennaio presenterà un programma alle forze politiche, perchè non presentare NOI (inteso come spazio pubblico comune di forze cooperanti ) un programma a Bersani costruito con tutte le forze in mobilitazione che stanno opponendosi a Marchionne e Berlusconi?
Aspettare che Bersani dia le carte per poi accomodarsi in bilaterali di partito è un errore enorme, occorre da subito chiedere a tutta la sinistra, di movimento, sindacale, sociale di trovare il coraggio, le forme e lo spazio per discutere in forma unitaria cosa vogliamo su lavoro, beni comuni, conoscenza, spese militari e come ci posizioniamo rispetto all'austerity europea.
Ognuno poi trarrà le dovute conclusioni su come proseguire rispetto alle risposte avute, ma un punto deve essere chiaro, se tutti dobbiamo lavorare per essere uniti contro la crisi ed essere utili nelle lotte, allora dovremmo provare ad esserlo anche per trovarne il modo di uscirne, magari costruendo un programma di sinistra.
Francesco Piobbichi,
www.controlacrisi.org

LA STORIA SI RIPETE

Patto di Palazzo Chigi approvato sotto la presidenza del Duce il 21 dicembre 1923

La Confederazione Generale dell'Industria Italiana e la Confederazione Generale delle Corporazioni Fasciste intendono armonizzare la propria azione con le direttive del Governo Nazionale, che ha ripetutamente dichiarato di ritenere la concorde volontà di lavoro dei dirigenti delle industrie, dei tecnici e degli operai, come il mezzo più sicuro per accrescere il benessere di tutte le classi e le fortune della Nazione: riconoscendo la completa esattezza di questa concezione politica e la necessità che essa sia attuata dalle forze produttive nazionali: dichiarano che la ricchezza del Paese, condizione prima della sua forza politica, può rapidamente accrescersi e che i lavoratori e le aziende possono evitare i danni e le perdite delle interruzioni lavorative, quando la concordia tra i vari elementi della produzione assicuri la continuità e la tranquillità dello sviluppo industriale:
affermano il principio che l'organizzazione sindacale non deve basarsi sul criterio dell'irriducibile contrasto di interessi tra industriali ed operai, ma ispirarsi alla necessità di stringere sempre più cordiali rapporti tra i singoli datori di lavoro e lavoratori, e fra le loro organizzazioni sindacali, cercando di assicurare a ciascuno degli elementi produttivi le miglior condizioni per lo sviluppo delle rispettive funzioni, e di più equi compensi per l'opera loro, il che rispecchia, anche nella stipulazione di contratti di lavoro, lo spirito del sindacalismo nazionale: e decidono
a) che la Confederazione dell'Industria e la Confederazione delle Corporazioni fasciste intensifichino la loro opera diretta ad organizzare rispettivamente gli industriali ed i lavoratori con reciproco proposito di collaborazione;
b) di nominare una Commissione permanente di 5 membri per parte, la quale provveda alla migliore attuazione dei concetti su esposti sia al centro, sia alla periferia, collegando gli organi direttivi delle due Confederazioni perché l'azione sindacale si svolga secondo le direttive segnate dal Capo del Governo.

FIAT. La FIOM indice lo sciopero generale. Il documento del CC di ieri

Documento finale
Comitato Centrale 29 dicembre 2010
Il Comitato Centrale della Fiom considera la scelta compiuta dalla Fiat alle Carrozzerie di Mirafiori un atto antisindacale, antidemocratico ed autoritario senza precedenti nella storia delle relazioni sindacali nel nostro Paese dal dopoguerra, in contrasto con i princìpi ed i valori della nostra Carta Costituzionale.
L’obiettivo strategico della Fiat è chiaro: provare a cancellare in modo definitivo il sistema dei diritti individuali e collettivi nel lavoro, conquistati nel tempo con le lotte dalle lavoratrici e dai lavoratori del nostro Paese, tramite una libera ed autonoma azione di contrattazione collettiva ed affermare che questa è l’unica condizione per poter investire in Italia.
I contenuti dell’intesa imposta dall’Azienda alle Carrozzerie di Mirafiori saranno estesi anche aPomigliano rendendo evidente le volontà e la radicalità del gruppo Fiat:
-Le Newco servono per cancellare il Contratto nazionale, per azzerare i diritti nel lavoro sancitida accordi pregressi, per permettere alla Fiat stessa di uscire dal sistema di rappresentanzaconfindustriale.
-I sindacati vengono trasformati in soggetti aziendalistici e corporativi senza più alcun diritto acontrattare, che esistono solo se firmano e sostengono le ragioni e le posizioni dell’impresa. Chi non firma l’intesa non ha diritto di esistere e gli vengono negate tutte le agibilità sindacali, daipermessi sindacali al diritto di assemblea, alla trattenuta sindacale.
-Le lavoratrici e i lavoratori non hanno più il diritto ad eleggere propri delegati sindacali, perchéci saranno solo rappresentanti nominati in maniera paritetica dalle Organizzazioni sindacaliaderenti al Regolamento imposto dalla Fiat.
-Si peggiorano le condizioni di lavoro, di salute e di sicurezza nei luoghi di lavoro, riducendo lepause sulle linee di montaggio, assumendo la nuova metrica del lavoro Ergouas quale metodoindiscutibile e immodificabile, aumentando gli orari di lavoro e lo straordinario obbligatorio,derogando dalle leggi e dal Ccnl, aumentando le saturazioni dei tempi di lavoro e losfruttamento.
-Si riduce nei fatti il salario reale, cancellando la contrattazione aziendale sul salario, come avvenuto nel 2010 tagliando il Premio di risultato.
-Si introducono sanzioni e penalizzazioni che permettono all’azienda di non retribuire i primi giorni di malattia e di impedire il diritto di sciopero fino alla licenziabilità del dipendente.
È paradossale che la Fiat vincoli gli investimenti all’esito di un referendum da lei promosso, in cui siricattano sul piano occupazionale le lavoratrici e i lavoratori, chiedendo loro di uscire dal Ccnl, dalle leggi e dai princìpi e dai valori della Costituzione e di cancellarne le libertà sindacali.
Il Comitato Centrale della Fiom-Cgil conferma, come già deciso sull’intesa separata della Fiat a Pomigliano, la scelta di considerare inaccettabile e non firmabile il testo proposto dalla Fiat per le Carrozzerie di Mirafiori, giudica illegittimo sottoporre a referendum diritti indisponibili alla negoziazione tra le parti, a partire dalla libera scelta della propria rappresentanza sindacale con il voto, e considera un grave errore della Fim e della Uilm cedere al ricatto della Fiat, perché così si rinuncia a svolgere un ruolo contrattuale e si rischia di rompere con la storia e la natura confederale e solidale del sindacalismo italiano.
Se poi, nello stesso giorno, succede che il Governo fa approvare la riforma Gelmini, taglia i fondi per l’informazione e la cultura e sostiene le scelte della Fiat, è evidente che siamo in presenza di un attacco ai diritti, al lavoro ed alla democrazia che deve preoccupare tutte le forze che hanno a cuore la difesa della nostra Costituzione.
Per queste ragioni il Comitato Centrale della Fiom-Cgil decide di:
-Proclamare 8 ore di sciopero generale dei metalmeccanici con l’effettuazione di presidi e manifestazioni regionali per la giornata di venerdì 28 gennaio 2011, rivolgendosi anche a tuttele persone, le associazioni e i movimenti che hanno partecipato il 16 ottobre alla grande manifestazione di Roma.
-Lanciare in tutti i luoghi di lavoro e nel Paese una raccolta di firme contro gli accordi diMirafiori e Pomigliano, per un Contratto nazionale senza deroghe, per la libertà sindacale, per un lavoro stabile e con diritti ed a sostegno della Fiom e della lotta dei metalmeccanici.
-Organizzare in tutte le città momenti pubblici e permanenti di presidio, discussione ed informazione per il lavoro, il contratto, la democrazia e le libertà sindacali.
Inoltre il Comitato Centrale della Fiom dà mandato alla Segreteria nazionale di effettuare:
-Incontri con le forze politiche.
-Un’iniziativa aperta della Consulta giuridica.
-Organizzare in rapporto con le Fiom di Torino e di Napoli le iniziative più utili per dare continuità al proprio ruolo di rappresentanza e tutela degli interessi delle lavoratrici e deilavoratori del Gruppo Fiat.
-Un’estensione dell’azione contrattuale e giuridica per difendere il Ccnl del 2008 e le libertà sindacali, come deciso dai precedenti Comitati Centrali.
Il Comitato Centrale della Fiom esprime il proprio totale sostegno e la propria profonda solidarietà alle Rsu, ai delegati, ai militanti, agli iscritti della Fiom di Mirafiori e Pomigliano che per primi sono impegnati in questa difficile e durissima vertenza e si rivolge a tutte le lavoratrici e i lavoratorimetalmeccanici affinché con la loro mobilitazione ed azione collettiva si difendano le libertà sindacali, la dignità del lavoro e la democrazia nei luoghi di lavoro e nel Paese.
Approvato con 102 favorevoli e 29 astensioni

FIAT: I PRETI BENEDICONO IL RICATTO DEI PADRONI

Come al solito quando lo scontro di classe si manifesta, le posizioni vengono fuori nella loro limpidezza. Il giornale dei vescovi accusa di immobilismo la Fiom e si schiera con il modello "democratico e partecipativo" del ricatto mafioso di Marchionne.
D’altra parte il messaggio francescano non ha mai attecchito né in Vaticano né nella CEI (Conferenza Episcopale Italiana), preferendo quest’ultimi il rapporto stretto con il “potere” alla condivisione della povertà predicata da Francesco


FIAT: 'AVVENIRE', NESSUN DIRITTO CONCULCATO, CGIL SCELGA COSA VUOLE ESSERE Roma, 30 dic. (Adnkronos) - «Il nuovo contratto per la Fiat di Pomigliano rappresenta allo stesso tempo la chiusura di una fase storica e il potenziale detonatore di una serie di cambiamenti». Lo scrive 'Avvenire', nell'editoriale di prima pagina. Il quotidiano dei vescovi punta il dito sulla Cgil: «Occorre che la Cgil in particolare scelga quale sindacato vuole essere da grande, un'organizzazione che negozia, che sta in campo con le proprie proposte e alla fine è capace di stringere delle intese a favore dei propri rappresentati, oppure una confederazione immobile, isolata, in definitiva impotente, che si fa costantemente condizionare dall'ala estrema». Per 'Avvenire', «nell'intesa per Pomigliano, così come per Mirafiori, non viene conculcato alcun diritto fondamentale dei lavoratori, la democrazia non è affatto posta in discussione, semmai 'esaltata' dal ricorso al referendum. Più semplicemente, dopo anni di immobilismo, il cambiamento di scenario nell'industria automobilistica sta facendo emergere le contraddizioni del nostro sistema, obbligando a compiere una scelta netta di modello tra conflitto e antagonismo da un lato; riformismo e partecipazione dall'altro. E a ben guardare, è la stessa sfida che attraversa come una faglia sotterranea la gran parte dello schieramento politico».

Fiat, el paso doble della restaurazione

Gli accordi siglati dalla Fiat relativi alla riorganizzazione dei siti produttivi italiani pone delle questioni ineludibili dal punto di vista sindacale come anche sul piano politico.
1. In primo luogo, questi accordi ci dicono chiaramente che cosa è oggi la democrazia politica in questo paese. Sono decenni che la politica non riveste un ruolo di mediazione dei conflitti e di interessi contrapposti. Oggi la politica è semplicemente l’arte dell’imposizione di un interesse particolare, spacciato come generale. Prima si schiacciavano i diritti in nome della competitività, della flessibilità come strumento di crescita, del controllo dell’inflazione e del debito pubblico. Ora con la crisi l’approccio è diretto: o la borsa o la vita! Anche i modi si sono fatti espliciti: con la forza o con la corruzione. Dal regime economico al regime politico tutto si compra (dai sindacati ai partiti); chi pretende politica viene zittito. Per i migranti e il precariato in generale, così come per gli studenti, non c’è mediazione che tenga. E se la tensione sale? Allora si rispolvererà la tradizionale ricetta del bastone e della carotina: da un lato si apre un’interlocuzione formale con una sponda istituzionale che però non ha alcun potere deliberativo-legislativo – ad esempio il presidente della Repubblica, com’era già successo per i licenziati di Melfi –, dall’altro si mette in cantiere la sospensione dei diritti democratici, com’è di fatto avvenuto con gli accordi separati di Mirafiori e Pomigliano o con l’idea dell’allargamento del regime Daspo ai manifestanti.
2. In secondo luogo, i due accordi sanciscono in modo definitivo la frattura all’interno del sindacato confederale. Cisl e Uil sono ormai del tutto subalterne a una logica di concertazione prona alle compatibilità aziendali, e accampano giustificazioni in nome della tenuta dell’occupazione e della necessità di adeguare i ritmi di produzioni e di sfruttamento ai modelli organizzativi della Germania e degli Usa (dimenticando – elemento di non poco conto – che lì il salario è il doppio di quello italiano). La Fiom si trova da sola a tener duro su principi inalienabili connaturati alla propria esistenza, rischiando grosso: l’estromissione al tavolo delle relazioni sociali avrebbe per lei ripercussioni enormi. La Cgil, come al solito, all’apparenza tiene il piede in due scarpe, dà un calcio al cerchio e uno alla botte, bussa ad ogni porta, alza il volume mediatico, ma la verità è che il sentiero è segnato. L’elezione di Camusso a segretaria generale propende infatti per una politica concertativa e, nel concreto, tendenzialmente a-conflittuale. Se non avrà il coraggio ora di dare un segno di discontinuità – magari uno sciopero generale, vero – il sindacato più grande d’Italia perderà anima e consenso.
3. Se a Pomigliano non c’è stata trattativa ma un diktat stile “prendere o lasciare”, a Mirafiori si nega la visibilità e l’agibilità politico-sindacale del sindacato riottoso. È il preludio di un nuovo modello di governance delle relazioni industriali che riprende e allarga ciò che già avviene a livello istituzionale. Regime politico e regime economico non sono altro che due facce della stessa medaglia.
4. Infine tutto questo ci porta a ciò che Sanprecario.org ripete come un mantra da alcuni anni. La condizione di precarietà è generalizzata; non riguarda solo chi è contrattualmente precario con un rapporto di lavoro atipico: riguarda anche chi ha un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Perché chiunque sa che basta un niente – una delocalizzazione, una ristrutturazione, una dichiarazione di stato di crisi (più o meno presunto) – a far sì che da un giorno all’altro un lavoro stabile si trasformi in lavoro precario. Tuttavia, tutto ciò ci ricorda che la precarietà non riguarda solo l’intermittenza di lavoro o il rischio di chiusura, ma anche le condizioni di lavoro e di salario: aumento dei turni, spostamento della pausa mensa a fine turno, obbligo di straordinario, non pagamento della malattia.
E via col liscio…
Blog di San Precario

Nasce «Lavoro e libertà» Ecco come e dove aderire

Molte adesioni ci sono arrivate ieri dopo la pubblicazione dell'appello per la costituzione dell'associazione «Lavoro e libertà». L'appello - che nasce con l'obiettivo di «ridare centralità politica al lavoro, riportarlo al centro dell'agenda politica, nell'azione di governo, nei programmi dei partiti, nella battaglia delle idee», perchè questa è oggi «la via maestra per la rigenerazione della politica stessa e per un progetto di liberazione della vita pubblica dalle derive e dall'autoreferenzialità che attualmente gravemente la segnano» - è stato firmato da Fausto Bertinotti, Sergio Cofferati, Gianni Ferrara, Luciano Gallino, Francesco Garibaldo, Paolo Nerozzi, Stefano Rodotà, Rossana Rossanda, Aldo Tortorella e Mario Tronti.
Per aderire si può inviare una mail a fgaribaldo@gmail.com

mercoledì 29 dicembre 2010

"Lavoro e libertà"con la FIOM

Una nuova associazione per promuovere l'unità intorno alla resistenza tenace della FIOM.
In attesa delle risposte della GCIL...
di Fausto Bertinotti, Sergio Cofferati, Gianni Ferrara, Luciano Gallino, Francesco Garibaldo, Paolo Nerozzi, Stefano Rodotà, Rossana Rossanda, Aldo Tortorella, Mario Tronti


Abbiamo deciso di costituire un'associazione, «Lavoro e libertà», perché accomunati da una comune civile indignazione.
La prima ragione della nostra indignazione nasce dall'assenza, nella lotta politica italiana, di un interesse sui diritti democratici dei lavoratori e delle lavoratrici. Così come nei meccanismi elettorali i cittadini sono stati privati del diritto di scegliere chi eleggere, allo stesso modo ma assai più gravemente ancora un lavoratore e una lavoratrice non hanno il diritto di decidere, con il proprio voto su opzioni diverse, di accordi sindacali che decidono del loro reddito, delle loro condizioni di lavoro e dei loro diritti nel luogo di lavoro. Pensiamo ad accordi che non mettano in discussione diritti indisponibili. Parliamo, nel caso degli accordi sindacali, di un diritto individuale esercitato in forme collettive. Un diritto della persona che lavora che non può essere sostituito dalle dinamiche dentro e tra le organizzazioni sindacali e datoriali, pur necessarie e indispensabili. Di tutto ciò c'è una flebile traccia nella discussione politica; noi riteniamo che questa debba essere una delle discriminanti che strutturano le scelte di campo nell'impegno politico e civile. La crescente importanza nella vita di ogni cittadino delle scelte operate nel campo economico dovrebbe portare a un rafforzamento dei meccanismi di controllo pubblico e di bilanciamento del potere economico; senza tali meccanismi, infatti, è più elevata la probabilità, come stiamo sperimentando, di patire pesanti conseguenze individuali e collettive.
La seconda ragione della nostra indignazione, quindi, è lo sforzo continuo di larga parte della politica italiana di ridimensionare la piena libertà di esercizio del conflitto sociale. Le società democratiche considerano il conflitto sociale, sia quello tra capitale e lavoro sia i movimenti della società civile su questioni riguardanti i beni comuni e il pubblico interesse, come l'essenza stessa del loro carattere democratico. Solo attraverso un pieno dispiegarsi, nell'ambito dei diritti costituzionali, di tali conflitti si controbilanciano i potentati economici, si alimenta la discussione pubblica, si controlla l'esercizio del potere politico. Non vi può essere, in una società democratica, un interesse di parte, quello delle imprese, superiore a ogni altro interesse e a ogni altra ragione: i diritti, quindi, sia quelli individuali sia quelli collettivi, non possono essere subordinati all'interesse della singola impresa o del sistema delle imprese o ai superiori interessi dello Stato. La presunta superiore razionalità delle scelte puramente economiche e delle tecniche manageriali è evaporata nella grande crisi.
L'idea, cara al governo, assieme a Confindustria e Fiat, di una società basata sulla sostituzione del conflitto sociale con l'attribuzione a un sistema corporativo di bilanciamenti tra le organizzazioni sindacali e imprenditoriali, sotto l'egida governativa, del potere di prendere, solo in forme consensuali, ogni decisione rilevante sui temi del lavoro, comprese le attuali prestazioni dello stato sociale, è di per sé un incubo autoritario.Siamo stupefatti, ancor prima che indignati, dal fatto che su tali scenari, concretizzatisi in decisioni concrete già prese o in corso di realizzazione attraverso leggi e accordi sindacali, non si eserciti, con rilevanti eccezioni quali la manifestazione del 16 ottobre, una assunzione di responsabilità che coinvolga il numero più alto possibile di forze sociali, politiche e culturali per combattere, fermare e rovesciare questa deriva autoritaria.
Ci indigna infine la continua riduzione del lavoro, in tutte le sue forme, a una condizione che ne nega la possibilità di espressione e di realizzazione di sé.La precarizzazione, l'individualizzazione del rapporto di lavoro, l'aziendalizzazione della regolazione sociale del lavoro in una nazione in cui la stragrande maggioranza lavora in imprese con meno di dieci dipendenti, lo smantellamento della legislazione di tutela dell'ambiente di lavoro, la crescente difficoltà, a seguito del cosiddetto "collegato lavoro" approvato dalle camere, a potere adire la giustizia ordinaria da parte del lavoratore sono i tasselli materiali di questo processo di spoliazione della dignità di chi lavora. Da ultimo si vuole sostituire allo Statuto dei diritti dei lavoratori uno statuto dei lavori; la trasformazione linguistica è di per sé auto esplicativa e a essa corrisponde il contenuto. Il passaggio dai portatori di diritti, i lavoratori che possono esigerli, ai luoghi, i lavori, delinea un processo di astrazione/alienazione dove viene meno l'affettività dei diritti stessi.
Come è possibile che di fronte alla distruzione sistematica di un secolo di conquiste di civiltà sui temi del lavoro non vi sia una risposta all'altezza della sfida?Bisogna ridare centralità politica al lavoro. Riportare il lavoro, il mondo del lavoro, al centro dell'agenda politica: nell'azione di governo, nei programmi dei partiti, nella battaglia delle idee. Questa è oggi la via maestra per la rigenerazione della politica stessa e per un progetto di liberazione della vita pubblica dalle derive, dalla decadenza, dalla volgarizzazione e dall'autoreferenzialità che attualmente gravemente la segnano. La dignità della persona che lavora diventi la stella polare di orientamento per ogni decisione individuale e collettiva.
Per queste ragioni abbiamo deciso di costituire un'associazione che si propone di suscitare nella società, nella politica, nella cultura, una riflessione e un'azione adeguata con l'intento di sostenere tutte le forze che sappiano muoversi con coerenza su questo terreno.
su Il Manifesto del 29/12/2010

Accordo separato a Mirafiori, Fiom e movimenti

Neo vescovo e sindaco torinesi saranno soddisfatti per lo scontato pacco regalo: l’accordo separato – cioè senza firma Fiom – tra Fiat e Fim, Uilm, Fismic, Ugl e Quadri per il futuro dello stabilimento di Mirafiori. Non c’è stato neanche uno straccio di trattativa tra le “controparti”. Inezie a parte il testo dell’accordo è sostanzialmente quello imposto da Marchionne col ricatto di ventilati investimenti che dovrebbero portare a più del raddoppio (?!) delle auto prodotte nello stabilimento torinese secondo le previsioni di una ripresa del mercato globale dal 2012 (?!). L’accordo ricalca il ricatto imposto ai lavoratori di Pomigliano: 18 turni alla settimana, primi due giorni di malattia non pagati, 120 ore straordinarie obbligatorie, turni “avvicendati” di dieci ore, pause cancellate sulle linee, orario mensa a fine turno quindi con mezz’ora in più di lavoro, misure anti-assenteismo. In più e di peggiorativo c’è però il piano di costituire una newco (propriamente una joint venture con Chrysler) con la quale la Fiat va oltre le stesse deroghe al contratto nazionale fuoriuscendone in vista di un contratto auto specifico che recepisce in pieno l’accordo di Pomigliano.
A suggellare il tutto, la cancellazione della rappresentanza sindacale… non “di servizio”: chi non firma è fuori dalle Rsu di fabbrica, si spera così di de-fiommizzare i posti di lavoro. (Chiosa però il giornale della Confindustria: “in un periodo di forti tensioni sociali, la mancata presenza del secondo sindacato nello stabilimento simbolo dell’industria italiana non è di poco conto”).
Non poteva mancare la sanzione “democratica”: il referendum tra i lavoratori previsto per gennaio. Quello stesso istituto che gli inqualificabili Bonanni e Angeletti escludono categoricamente come strumento di consultazione dei lavoratori/trici ora va bene se si va a votare col fucile alla schiena…
La vicenda Mirafiori acquisisce dunque un significato generale. Primo, per il quadro sindacale a venire. La situazione presuntamene eccezionale addotta per Pomigliano diviene la nuova norma ben oltre la stessa Fiat. E’ la fine del modello di relazioni industriali incentrato sul contratto collettivo sostituito dall’appartenenza del singolo lavoratore all’impresa con l’appendice di una rappresentanza sindacale sempre più svuotata e rigorosamente aziendale. E’ la stessa direzione in cui sta operando il ministro Sacconi con il collegato lavoro, il Libro bianco sul welfare e la cancellazione in vista dello Statuto dei Lavoratori.
Secondo. La vicenda è l’ennesima riprova che l’unica strategia di “uscita” dalla crisi globale ai piani alti del potere è quella di sfruttare la stessa crisi prodotta da lor signori per farla pagare una seconda volta a chi sta in basso col peggioramento delle condizioni di vita. Ma attenzione: questa volta lo “scambio” proposto non ha contropartite reali in termini di rilancio della crescita comunque intesa. Si tratta in realtà di saziare una finanza sempre più onnivora a spese della vita sociale produttiva e riproduttiva.
Si guardi alla sostanza complessiva dell’operazione diretta da Marchionne: sta riuscendo nel capolavoro di smembrare l’ultima industria di peso italiana per singole aziende, che è poi il corrispettivo reale della fine del contratto nazionale. Ciò deve permettere da un lato la definitiva fuoriuscita degli Agnelli dall’auto, a conferma del carattere oramai pienamente redditiero delle “famiglie” del capitalismo nostrano, e dall’altro di appropriarsi dei pezzi migliori residui da collocare in dollari sui mercati finanziari senza alcun riguardo per i destini industriali qui tanto evocati. In effetti, dove sono i piani industriali per la “Fabbrica Italia”? Cosa si è visto finora a Pomigliano? Non è evidente che mister maglioncino cerca una scusa per abbandonare gran parte delle produzioni italiane? Se il sospetto è stato espresso anche da qualche pezzo grosso della Confindustria…
Ecco ciò cui plaudono politici, preti, sindacalisti, giornalisti e zerbini vari. Del resto, non è un’anomalia italica ma il tratto fondante del capitalismo globale reale e del suo più recente ciclo politico, ben personificato qui da noi dal Berluska. Un ciclo entrato in crisi. Non è un caso se lo stesso Marchionne, da manager da tutti decantato, riscuota sempre meno consenso non solo tra gli operai ma tra le gente. Sempre meno credibili le promesse di grandiosi investimenti da parte di un finanziere che i soldi (altrui) è abituato a prenderli più che a metterli. Un crollo di consensi pari a quello che si sta verificando verso l’intero quadro politico e che la piazza del 14 a Roma ha finalmente messo a nudo.
E’ questo quadro complesso che rende l’opposizione della Fiom qualcosa di più, potenzialmente, di una ancorché dignitosa ma isolata resistenza su vecchie trincee. La Fiom col il suo no senza mediazioni al terreno imposto da Marchionne (attenzione: non a ogni mediazione possibile su basi differenti) e alla distruzione del contratto nazionale sta a suo modo prendendo atto e segnalando la trasformazione del modello di sviluppo capitalistico e la sua accelerazione nella crisi globale. Ed è costretta, nell’assenza oramai strutturale di sponde politiche istituzionali e a fronte di una Cgil sempre più inebetita, ad assumere l’azione sindacale come terreno politico.
Qui incontra la novità di questi mesi. Sta emergendo nel paese una corrente di passioni finalmente non tristi, uno sdegno attivo trasversale ai diversi soggetti sociali che dapprima, il sedici ottobre, ha verificato di esserci e poi lo scorso quattordici ha sancito un passaggio di fase con l’emergenza, confusa quanto si vuole, di un soggetto sociale, quindi potenzialmente politico, nuovo in grado di catturare consenso non nonostante ma grazie alla propria multiforme radicalità.
Un soggetto alla ricerca di nuove strade. La Fiom sta cercando di aggrapparsi a questa spinta. Coi suoi limiti, sa di non poter puntare solo sulla mobilitazione sindacale classica ma di dover aprire a quanto di dinamica reale di conflitto si agita nel paese. Il rapporto con studenti, giovani, precari diviene indispensabile per costruire una risposta efficace non solo sulla questione operaia ma rispetto al quadro complessivo di risposta alla crisi.
Vedremo se ai propositi rilanciati ieri all’assemblea delegati di Torino dal segretario generale Landini – costruire un percorso unitario aperto a nuove alleanze sociali e al movimento di questi mesi, rilanciare in questa prospettiva lo sciopero generale – seguiranno comportamenti fattivi e aperture concrete sui territori e verso il movimento in tutte le sue sfaccettate dimensioni e sensibilità, senza pretese di selezionarne i “rappresentanti” più consoni.
Studenti da un lato e metalmeccanici dall’altro hanno in questo momento un obiettivo immediato: come non far passare sul campo quanto previsto a tavolino dal Ddl Gelmini e dagli accordi separati Fiat.
Una “guerriglia” che però ha vitale necessità di non richiudersi sul proprio ambito, sui propri problemi. Ma di agganciare una strategia generale e unitaria i cui elementi sono stati abbozzati da questa prima ondata di antagonismo reale. Non è il caso di ripetere che non abbiamo davanti una riedizione tipo operai e studenti uniti nella lotta. Al contrario, bisogna “uscire” dalle università e dalle fabbriche verso l’insieme del rapporto sociale. In gioco è la costituzione in fieri di un nuovo soggetto composito, produzione e riproduzione strettamente intrecciate, che ha già iniziato a fare i conti con quanto di potenzialmente altro può emergere da una risposta in prima persona alla crisi.
di Raffaele Sciortino,
fonte: UniNOMADE 2.0

Marcegaglia, l'azienda che abbassa gli stipendi

Contratto capestro per 200 neoassunti
La situazione è difficile. Ma appellarsi al buon cuore della Confindustria di Emma Marcegaglia per arginare il ciclone Marchionne, come fa Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, sarebbe come chiedere al Gatto & la Volpe di mettere al sicuro i risparmi di una vita.
Basterebbe andare a vedere cosa sta succedendo proprio nelle aziende di famiglia del presidente di Confindustria per cambiare immediatamente strategia e interlocutore. Il gruppo Marcegaglia (diretto da Steno, padre di Emma) ha intenzione di assumere 200 nuovi lavoratori negli stabilimenti di Casalmaggiore (Cremona), Gazoldo degli Ippoliti (Mantova) e Ravenna, con contratti di apprendistato per un massimo di 42 mesi. In tempi di crisi sembra una buona notizia, ma c'è un problema. «Vogliono assumere questi nuovi lavoratori - spiega Mirco Rota, segretario generale della Fiom Cgil Lombardia - senza applicare gli accordi integrativi sottoscritti negli anni tra l'azienda e le rsu, accordi che prevedono condizioni economiche migliori rispetto a quelle del contratto nazionale di lavoro». Assumono, ma abbassano i salari, da 1.300-1.400 euro al mese si passerebbe a poco più di 1.000 euro, una miseria che verrebbe rimpolpata con aumenti graduali solo dopo dieci anni di lavoro. Infatti, i lavoratori che dopo i 42 mesi di apprendistato saranno assunti matureranno l'intero salario soltanto del 15% per ogni anno per i primi 5 anni, mentre il sesto anno del 25%.Tanto per dare l'idea dell'ingordigia padronale - e stiamo parlando di un'azienda che storicamente ha sempre concesso aumenti ai lavoratori - non si possono non sottolineare le condizioni già vantaggiose del contratto di apprendistato (che da qualche anno si può utilizzare anche per i laureati e che di fatto consente al padrone di cacciare un lavoratore anche dopo tre anni e mezzo).
Durante questo contratto, l'azienda non è obbligata a versare i contributi, riconosce esclusivamente le maggiorazioni di salario per il lavoro notturno e straordinario, e in più può inquadrare i lavoratori con due livelli inferiori rispetto alla loro qualifica (è la fine che fa il povero laureato di cui sopra...). Evidentemente non basta mai, anche in casa dei signori Marcegaglia.
La proposta di taglio del salario per i nuovi assunti verrà discussa il 12 gennaio nello stabilimento mantovano, anche se per i rappresentanti della Fiom c'è poco da discutere. «Sarà un no secco - dice Mirco Rota - perchè applicare quelle condizioni significherebbe cedere al ricatto, e così facendo si verificherebbe un abbassamento del salario di tutti i lavoratori che verranno assunti da aziende che non sono in crisi. La verità è che anche in un'azienda dove si era sedimentata una contrattazione sempre positiva è in atto un tentativo di cambiare registro a danno dei lavoratori».Quando si dice che la «filosofia» Marchionne è destinata a fare scuola, forse si pecca di ottimismo.

A un mese dalla scomparsa di Paolo

È già passato un mese dalla scomparsa del compagno Paolo Vinti. Una scomparsa che ha colpito duramente la nostra comunità politica e l’intera città di Perugia. Mi permetto innanzitutto di ringraziare per la quantità e la qualità delle celebrazioni e dei loro significati che hanno trovato naturalmente il loro posto nell’emozione, nella riflessione e nell’amore. Le numerose iniziative svolte e che si svolgeranno, i ricordi di tanti amici e compagni, hanno infatti suggellato il riconoscimento di Paolo come punto di riferimento per la cultura e la politica di Perugia. Forse è successo e sta succedendo di più nel tessuto sociale, qualcosa che ancora non è del tutto comprensibile. Sicuramente in tante e in tanti si sono riconosciuti e si riconoscono in Paolo, nella sua capacità quotidiana di superare le differenze tra vita e politica, tra vita e cultura, tra vita e passione. Con la parola, con la poesia, con la musica. Paolo è stato per la gente, fra la gente, con tutti, a partire dagli ultimi, con la curiosità e l'umiltà dei suoi sorrisi, delle sue battute, delle sue analisi. Una ricerca originale e costante per l'avanzamento degli ideali di pace, uguaglianza, libertà, indicando sempre l’esigenza del cambiamento. Ecco, il cambiamento. Paolo ci ha offerto la certezza che le cose possono cambiare attraverso il suo realismo ammantato di sogno. Certo, non possiamo dimenticare la dimensione umana di quanto è accaduto, i volti dolorosi, l’incredulità. Perché Paolo è stato davvero un animatore pubblico del dibattito cittadino e la sua scomparsa è stata altrettanto pubblica, ma è andata oltre le bandiere, gli inni e i saluti. Perugia ha tributato e sta tributando a Paolo una piena e pubblica legittimazione dell’uomo e dell’intellettuale tra le intelligenze che maggiormente hanno influenzato la cultura e la politica cittadine. Perugia, e non solo, hanno ancora tanto da consegnare alla memoria dell' uomo e del compagno che tanto ha dato alla città. Andremo avanti anche nel nome di Paolo nella nostra battaglia per la trasformazione della società.
Enrico Flamini,
Segretario Provinciale Prc Perugia

Il dovere morale e politico della Cgil - Anteprima Liberazione del 29.12.10

Accordo storico. Così giustamente è stato definito il testo che Marchionne ha imposto ai sindacati complici e alla Confindustria. Se si usa questo aggettivo però bisogna avere il coraggio di accettare i paragoni con i fatti del passato. Ce n’è solo uno adeguato. Il 2 ottobre 1925 Mussolini come presidente del Consiglio, la Confindustria e i sindacati corporativi, nazionalisti e fascisti, firmarono a Palazzo Vidoni un patto sociale che eliminava le commissioni interne e il diritto dei lavoratori a scegliersi liberamente le proprie rappresentanze.
Il patto di Mirafiori fa la stessa identica cosa. Vengono, per la prima volta dal 1945, eliminate nella più grande fabbrica italiana le libertà sindacali. I lavoratori non potranno più liberamente scegliere a quale sindacato associarsi e non potranno più votare le proprie rappresentanze. Come all’epoca del fascismo i sindacalisti di fabbrica saranno esclusivamente nominati dalle organizzazioni sindacali complici dell’azienda e come allora potranno essere chiamati “fiduciari”. Mai nella storia del nostro Paese si era giunti a tanto. Neppure negli anni cinquanta, nei momenti più duri della guerra fredda e della repressione antisindacale, in Fiat erano state cancellate le elezioni delle commissioni interne. Ora lo si fa e lo scopo è quello di mettere fuorilegge in fabbrica la Fiom e con essa qualsiasi libertà e diritto dei lavoratori.
D’altra parte, solo con una forma di autentico fascismo aziendale è possibile imporre le condizioni di lavoro che Marchionne pretende in Fiat. Orari fino a dieci ore giornaliere ed oltre, distruzione della pause e del diritto alla salute, totale flessibilità della prestazione e dei turni. Il lavoratore diventa semplicemente una merce a disposizione dell’azienda da consumare come e quanto si vuole. Autoritarismo, repressione, fascismo aziendale sono pertanto funzionali ad impedire che le lavoratrici e i lavoratori si ribellino a queste condizioni barbare che si vuol loro imporre.
La gravità di quanto avvenuto a Mirafiori è stata colta dalla segretaria della Cgil Susanna Camusso che ha parlato di autoritarismo di Marchionne. Ma poi la sua denuncia si è fermata a metà, cercando un equilibrio con la presa di distanza dalla Fiom. Se quello di Marchionne è un atto autoritario fa bene la Fiom ad opporvisi e non si capisce quali compromessi sarebbero stati possibili.
D’altra parte ancor più contraddittoria è la richiesta che la segretaria della Cgil rivolge a Emma Marcegaglia e alla Confindustria per un nuovo accordo sulle regole. Ma se la Confindustria ha detto di sì a Marchionne che ha stracciato l’accordo sulle rappresentanze sindacali, quale nuova intesa è possibile con essa? Davvero Susanna Camusso si illude che la Confindustria possa sconfessare l’accordo di Mirafiori, con il suo vice presidente Alberto Bombassei che da pochi giorni è entrato nel consiglio di amministrazione di Fiat Industrial?
Le illusioni di Susanna Camusso nei confronti della Confindustria sono le stesse di coloro che negli anni venti speravano che gli industriali avrebbero sconfessato il fascismo. L’accordo del 1925 li smentì, così come l’accordo di Mirafiori smentisce le illusioni di oggi.
La Cgil deve rimproverarsi di avere rinviato e poi cancellato dalla sua agenda lo sciopero generale. La scelta di non farlo ha rafforzato Marchionne e la sua presa autoritaria anche su quella parte del mondo delle imprese che non condivide le sue scelte. Se oggi ci fosse già in atto un grande movimento di lotta confederale, se la Cgil avesse interrotto le inutili e dannose trattative sul patto sociale, Marchionne e i suoi sarebbero più deboli e contestati nel padronato.
La fase delle parole e degli appelli alle buone intenzioni si è conclusa il 23 dicembre a Mirafiori. D’ora in poi solo la mobilitazione, lo sciopero generale, la costruzione di un programma economico e sociale alternativo alla regressione barbara che vuole imporre il regime padronale di Marchionne, solo questa è la via democratica per uscire dalla crisi. Il patto di Mirafiori segna non solo uno spartiacque sindacale e sociale, ma anche un passaggio decisivo per la politica. Cisl e Uil hanno scritto una pagina vergognosa della loro storia sottoscrivendo che la Fiom può essere messa fuorilegge in fabbrica.
Ora è chiaro che attorno alla Fiom bisogna costruire un movimento di solidarietà sociale e politico che dagli studenti ai movimenti costruisca una risposta in grado di durare. La Cgil ha il dovere morale e politico di mettere tutta la sua forza dentro questo movimento.
Quanto all’opposizione la politica del “ma anche” sprofonda oggi più che mai nel ridicolo e nell’inutile. Già il sindaco di Torino, accettando la messa fuorilegge della Fiom, ha valicato il Rubicone nell’estraneità rispetto alla storia e alla cultura della sinistra italiana. Chi approva quell’accordo è dall’altra parte, sta con Marchionne e alla fine con Berlusconi. Dopo Mirafiori anche la sinistra italiana dovrà ridefinirsi: le alleanze che dovrebbero andare dagli amici di Marchionne fino alla Fiom e ai lavoratori che perdono la democrazia sono un insulto al buon senso.
Dopo Mirafiori c’è prima di tutto da ricostruire una sinistra che sappia dire no ai padroni e al loro regime.
Giorgio Cremaschi,
presidente Comitato Centrale FIOM

I silenzi e le contraddizioni del Pd di fronte a Marchionne

Ottimo. Benino. Inaccettabile. E se fosse... Tre posizioni (o trecento) sono peggio che una. E il Pd - di fronte all'accordo di Mirafiori che facendo carta straccia degli elementari diritti sul lavoro diventa la questione politica che riguarda tutti - ancora una volta è maestro nel non procedere (in disordine sparso).
Se il giuslavorista Pietro Ichino, senatore del Pd, quasi si mette a fare salti di gioia auspicando che la Fiom adesso non si trasformi in un «maxi-Cobas», il sindaco Sergio Chiamparino, pur arrivando a dire che «si tratta di un'intesa positiva non solo per la fabbrica ma per l'interà città», fuori tempo massimo - e con il sottofondo di Piero Fassino - ha almeno il buon cuore di augurarsi che «nella gestione dello stabilimento venga coinvolto anche chi non ha firmato». Poi c'è Stefano Fassina, il responsabile dell'Economia del partito, uomo di Bersani, che senza se e senza ma parla apertamente di «accordo regressivo che apre alla negazione della democrazia sindacale». E ancora Cesare Damiano, capogruppo Pd in Commissione lavoro alla Camera ed ex ministro, che definisce «opportuna» la filosofia di Marchionne a proposito dell'aumento dei carichi di lavoro e, nello stesso tempo, «inaccettabile la clausola che conferisce la possibilità di avere rappresentanti sindacali nei luoghi di lavoro soltanto se firmatari dell'accordo». Come se una cosa fosse indipendente dall'altra.
Ma la sintesi, come si conviene ad ogni segretario che si rispetti, tocca a Bersani, che cerca invano di non perdere l'equilibrio su un'infilata di se e anche : «L'iniziativa della Fiat è molto forte. Se porterà, come spero, a sollecitare una riforma, che ci vuole, dei meccanismi di partecipazione e di rappresentanza del mondo del lavoro, sarà un fatto che avrà un esito buono; se invece porterà, come è anche possibile, ad una disarticolazione dei rapporti sociali, allora sarà un fatto molto negativo». Morale? «Ne discuta il parlamento».
Insomma, forse è poco per immaginare il primo partito dell'opposizione impegnato a contrastare un accordo che, per dirla con Susanna Camusso, non un Cobas, significa un ritorno agli anni Cinquanta (ma senza i '60 alle porte).
Logico che tocchi al ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, suonare la carica per spingere «un accordo che farà scuola». Ecco il dito nella piaga: «All'interno di cornici di carattere generale, l'azienda è destinata ad essere il luogo nel quale si stabiliscono accordi che devono consentire alle parti di condividere il futuro e la crescita dell'azienda: fatiche ma anche risultati». E tocca ancora a Stefano Fassina (sarà la linea?) attaccare Sacconi, «in una fase così difficile per l'economia dire che l'accordo farà scuola è da irresponsabili».
Dentro quella «scuola», caldeggiata da un ampio fronte antidemocratico che non si limita al governo Berlusconi, non finiranno solo i lavoratori della Fiat, eppure è presto per capire quale politica riuscirà ad aggregare forze in grado di mettere in piedi una mobilitazione generale (che non è «solo» uno sciopero), per contrastare un modello di sviluppo che non prevede un futuro decente per le persone che lavorano. Pezzetti del Pd, forse. Il Prc, che chiama alla mobilitazione generale. Il Pdci, che parla di «medioevo» e «accordo indegno di un paese civile». E l'Italia dei Valori, «è un accordo illegittimo perché vìola il principio costituzionale secondo cui i sindacati devono essere liberi e autonomi». Questo è quanto. L'impressione è che ora tocchi alla Cgil fare politica, e sindacato.
di Luca Fazio,Il Manifesto

La lezione del conflitto

Siamo al contraccolpo della spallata fallita. Scampato il pericolo della bocciatura parlamentare, Berlusconi e Bossi, Tremonti e Sacconi dilagano. L'università è sfigurata, la stampa libera ha un bavaglio che la soffocherà, il lavoro è messo in riga, pronto per il nuovo che avanza grazie a Marchionne e Bonanni.
Può darsi sia il crepuscolo del piduismo in salsa berlusconiana, anche se la popolarità della cricca al potere non scema. Di certo è un tramonto velenoso. Devastante. Cupo come l'ultima macabra stagione del fascismo repubblichino, al quale il protagonismo dei Gasparri e dei La Russa rimanda.
Ci stiamo avvitando con rapidità vertiginosa in una crisi generale di inedite proporzioni. I dati sulla povertà di massa, la disoccupazione giovanile e la precarietà del lavoro dipendente mettono nero su bianco il senso di un'intera fase storica durata almeno due decenni, nel corso della quale i poteri forti hanno riconquistato con gli interessi il terreno perduto con le lotte degli anni Sessanta e Settanta.
Ma se la destra trionfa, ciò accade anche per l'inerzia e l'inconsapevolezza del progressismo democratico.Torniamo alla mancata spallata del 14 dicembre. Tutti facevano il tifo per Gianfranco Fini, inopinatamente assurto al rango di eroe dell'Italia democratica. Chi sia Fini ce l'hanno ricordato in questi giorni i documenti pubblicati da WikiLeaks sulle vicende seguite all'assassinio di Calipari. Ma perché tanta voglia di illudersi? Perché tutto questo bisogno di dimenticare? Forse perché non c'è molto altro in quei paraggi (parliamo del Palazzo) in cui riporre qualche speranza. Questo è il punto.
C'è più o meno mezzo Paese che sogna un nuovo 25 aprile ma non sa a che santo votarsi.La si giri pure come si vuole, ma questo fatto suona come il più impietoso atto d'accusa nei confronti del Partito Democratico. Che non solo non è in grado di rappresentare l'ansia di liberazione che pervade quello che un tempo chiamavamo «popolo della sinistra», ma ne impedisce l'espressione, ne frustra le potenzialità, ne devia l'energia verso sentieri interrotti. La stessa scena dell'incontro tra gli studenti e il presidente della Repubblica lo dimostra. Si va al Quirinale perché non si scorge in nessuna delle forze politiche presenti in Parlamento chi voglia davvero ascoltare e raccogliere le ragioni della protesta.
Dire tutto questo sarà poco corretto politicamente, ma le cose stanno in questi termini e la verità non va sottaciuta. È questo il nodo oggi al pettine. Venticinque anni di radicamento dell'ideologia neoliberale hanno stravolto la «sinistra moderata», che ora non riesce a prendere congedo dalla gestione reazionaria della crisi sociale e civile del Paese: dalla logica dei tagli alla spesa, del primato dell'impresa, della privatizzazione dei beni comuni. Anche l'ultimo ignominioso capitolo della distruzione dell'università pubblica sta dentro questo discorso.La destra si è ripresa tutto il potere reale: il comando sull'economia e sul lavoro, il controllo delle risorse, il monopolio del discorso pubblico. Ma ancora oggi, come se nulla fosse, chi dovrebbe contrastarla ciancia di modernità e di merito, di guerre democratiche e di libero mercato.Sul filo di lana, sale sui tetti e urla nell'aula del Senato. Crede forse che la nostra memoria si sia a tal punto indebolita da cancellare il ricordo delle cose dette e scritte in tutti questi anni e ancora negli ultimi mesi in tema di università, dalla legge sull'autonomia che ha trasformato gli atenei in aziende al famigerato 3+2, dall'idea delle Fondazioni universitarie alla proposta di aprire i consigli di amministrazione alle imprese, dalla messa ad esaurimento del ruolo dei ricercatori all'idea della concorrenza tra università, come se si trattasse di fabbriche di salumi e non di una istituzione chiamata a svolgere un servizio pubblico fondamentale per l'intera cittadinanza?
Come uscirne? È senz'altro giusto dire che il Pd «dovrebbe sbrigarsi» e impegnarsi nella «battaglia generale» per la salvezza della democrazia italiana. È altrettanto sensato augurarsi che lo stesso coraggio dimostri la Cgil, che ancora tituba, rimandando a tempi migliori la proclamazione dello sciopero generale, come se tempi migliori potessero sopraggiungere senza mobilitare nello scontro tutte le forze ancora disponibili. Ma intanto questi giorni hanno impartito una lezione che sarebbe diabolico non imparare a memoria.
Due mesi fa il segretario generale della Fiom a piazza san Giovanni disse con chiarezza che quel maestoso movimento di popolo cercava un interlocutore politico che ne raccogliesse esigenze e domande. Le forze della sinistra erano in quella piazza, ma in Parlamento le parole di Landini sono rimaste senza risposta. Poi sono insorti gli studenti e il mondo del precariato universitario. Anche in questo caso la sinistra era nelle lotte, ma ciò non ha impedito che la controriforma dell'università divenisse legge dello Stato.
Tutto ciò, ci pare, significa una cosa soltanto.
L'unica speranza qui e ora riposa sul conflitto di classe, operaio e sociale, sulla forza dei movimenti e sull'unità delle forze del cambiamento: sulla loro capacità di imporre al Paese un'agenda politica e precisi obiettivi di lotta.
Alberto Burgio, Il Manifesto

lunedì 27 dicembre 2010

FIAT: APPELLO DI FERRERO A FORZE SINISTRA PER INIZIATIVA UNITARIA E SCIOPERO GENERALE

In un appello che esce domani sul quotidiano il manifesto, il segretario di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero, propone a tutte le forze di sinistra di organizzare iniziative unitarie contro l'accordo separato della Fiat e di chiedere alla Cgil la proclamazione dello sciopero generale. Qui di seguito riportiamo integralmente l'appello.

Cari compagni e compagne, l’accordo separato firmato con la Fiat su Mirafiori rappresenta una svolta di enorme gravità nella storia del paese e non può essere considerato una questione sindacale.
Non rappresenta solo la demolizione dei diritti sanciti da leggi e Contratto Nazionale.
Non prevede solamente un netto peggioramento delle condizioni di lavoro in fabbrica.
Il diktat di Mirafiori disegna un ruolo per i sindacati e i lavoratori che è in radicale contrapposizione al quadro di regole stabilite dalla Costituzione repubblicana.
L’unica sovranità riconosciuta è quella dell’azienda, da cui tutto promana, compresa la possibilità dei lavoratori di vedere riconosciuta una propria rappresentanza sindacale. Si tratta di una logica opposta all’impianto costituzionale che tutela i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, che garantisce la libertà di associazione sindacale e che – in generale- basa la democrazia su un bilanciamento tra i poteri.
E’ del tutto evidente che l’offensiva di Marchionne e quella di Berlusconi non sono che le due facce della stessa medaglia. E’ del tutto evidente che questa offensiva congiunta punta allo scardinamento costituzionale e ad un vero e proprio cambio di regime.
E’ la Repubblica nata dalla resistenza e fondata sul lavoro che è messa in discussione da queste iniziative.
Non si tratta di una questione sindacale ma politica.
Per questo ritengo necessario appellarmi a voi per costruire una risposta unitaria immediata.
Per questo vi propongo di condividere e costruire unitariamente iniziative di informazione e mobilitazione, per questo vi propongo di fare unitariamente un appello alla CGIL affinché venga proclamato al più presto lo sciopero generale. Non si può scaricare sulle spalle dei lavoratori della Fiat il peso di un attacco che è generale e non si può stare a guardare di fronte ad una offensiva eversiva che ha un unico precedente nel nostro paese: l’avvento del fascismo.
Paolo Ferrero - Segretario Rifondazione Comunista

IL LAVORO AI TEMPI DI MARCHIONNE



Più straordinari, pause corte, meno giorni pagati di malattia e nessuna rappresentanza democratica dei lavoratori.

Trentasei pagine più allegati. Il contratto di Mirafiori, destinato per unanime ammissione di tutti i protagonisti a modificare radicalmente il sistema di relazioni industriali in Italia, sarà sottoposto a referendum a gennaio, probabilmente tra il 18 e il 20 del mese. "Pomigliano è stato un sasso che ha cominciato a rotolare lungo un pendio pieno di neve. Mirafiori lo dimostra", dice il leader del Fismic, Roberto di Maulo, capofila dei sindacati favorevoli all'intesa. "Di Maulo ha ragione - risponde Giorgio Airaudo della Fiom - e per questo vogliamo provare a fermare la valanga. Il rischio è un modello aziendalista in cui i sindacati vengono usati come fornitori del consenso alle tesi dell'impresa". Ecco i punti principali dell'accordo della discordia.
Orario di lavoro
Nella nuova società in joint-venture tra Fiat e Chrysler (che nascerà nel 2012) saranno possibili 4 tipi di orario a seconda delle esigenze produttive. Oltre all'attuale con due turni di 8 ore al giorno per cinque giorni alla settimana (5 per 2), è previsto uno schema con l'introduzione del turno di notte su cinque giorni lavorativi (5 per 3) e un altro schema con il turno di notte su sei giorni compreso il sabato (6 per 3).
Al momento del passaggio da un sistema all'altro, "l'azienda avvierà un esame con i sindacati". La procedura dovrà durare "al massimo 15 giorni", dopodiché l'azienda applicherà l'orario da lei prescelto. Al momento del passaggio dal sistema "5 per 3" al sistema "6 per 3", "le parti valuteranno anche l'eventuale sperimentazione, per un periodo non inferiore ai 12 mesi" di uno schema che prevede turni di 10 ore (due al giorno) per sei giorni alla settimana. I lavoratori che lavoreranno dieci ore per quattro giorni potranno riposare i successivi tre. L'azienda avrà mano libera sugli straordinari: potrà ordinare ai lavoratori fino a 120 ore all'anno (oggi sono 40) e contrattare con i sindacati altre 80 ore per ogni lavoratore.
I sindacati favorevoli sottolineano che "il ricorso massiccio ai turni di notte e agli straordinari produrrà un incremento in busta paga fino a 3.700 euro lordi all'anno". I contrari osservano che "far lavorare per 10 ore consecutive una persona in linea e poi chiedere anche l'undicesima ora di straordinario mette a rischio la salute".
Pause e mensa
Le tre pause di ciascun turno di lavoro saranno di 10 minuti ciascuna per un totale di 30 minuti. Oggi la loro durata complessiva è di 40 minuti. I dieci minuti lavorati in più verranno monetizzati: 45 euro lordi al mese.
La pausa mensa (mezz'ora) non sarà a fine turno, ma la questione verrà nuovamente discussa quando nascerà la joint-venture con Chrysler. Nel caso di turni di 10 ore, le pause rimarranno invece di 40 minuti complessivi. Il nuovo sistema di pause entrerà in vigore dal 4 aprile 2011. Per i sindacati favorevoli "con i nuovi metodi di lavoro la fatica è minore e dunque il taglio di dieci minuti di pausa non è così grave". Per i contrari "anche la riduzione delle pause può diventare un rischio per la salute, così come dimostrano le più recenti indagini mediche".
Malattia e assenteismo
L'accordo collega assenteismo e malattia. Quando il tasso di assenteismo è giudicato eccessivo (il 6% a luglio 2011, il 4% a gennaio 2012, il 3,5% dal 2013) non si paga il primo giorno di malattia a chi si sia ammalato subito prima di un giorno di riposo o di ferie, negli ultimi 12 mesi. Sono escluse patologie gravi. "Un sistema per colpire i furbi", dicono i sindacati favorevoli. "Se un lavoratore è ammalato lo stabilisce il medico, non il caposquadra", ribattono i contrari.Contratto e scioperi"
Il nuovo contratto non aderisce al sistema confindustriale" e dunque non prevede l'elezione dei delegati di fabbrica. Solo i sindacati firmatari possono nominare dei rappresentanti aziendali. I sindacati che sciopereranno contro l'accordo potranno essere puniti con l'annullamento dei permessi. L'azienda inoltre rinuncerà a trattenere le quote di iscrizione dalle buste paga (scaricando sul sindacato l'onere di raccogliere i soldi). I lavoratori che sciopereranno contro l'intesa potranno essere licenziati. Ognuno di loro avrà personalmente firmato il nuovo contratto al momento della nascita della joint-venture.

“L’accordo di Mirafiori? Un attacco ai lavoratori. Il più grave dai tempi del fascismo”

Il presidente del Comitato centrale della Fiom Giorgio Cremaschi attacca l'accordo sottoscritto fra la Fiat e le altre sigle sindacali: “E' come se Berlusconi dicesse che per risanare il bilancio bisogna cancellare le elezioni”. Poi si rivolge a Susanna Camusso: "Un errore cercare l'accordo con Confindustria"

“E’ la prima volta dai tempi del fascismo che si prova a togliere il diritto dei lavoratori ad eleggere i propri rappresentanti”. E’ un fiume in piena Giorgio Cremaschi, presidente del comitato centrale della Fiom. Il sindacato dei metalmeccanici della Cgil è l’unico a non aver sottoscritto l’accordo separato del 23 dicembre con il numero uno di Fiat-Chrysler Sergio Marchionne sul destino dello stabilimento torinese di Mirafiori.
L’intesa, che ha ricevuto il via libera delle altre sigle (Fim, Uilm, Ugl e Fismic) prevede una serie di regole che vanno dall’orario di lavoro alle assenze per malattia. Ma la novità più importante è che, con l’uscita da Confindustria, la NewCo che sorgerà dalle ceneri di Mirafiori non sarà più obbligata a riconoscere il contratto nazionale siglato con Federmeccanica. E così potrà anche abolire le relazioni sindacali stabilite dall’intesa tra industriali e sindacati confederali nel 1993, che prevede il diritto dei lavoratori di uno stabilimento di eleggere autonomamente i propri rappresentanti (che vanno a formare le Rappresentanze sindacali unitarie). Nella nuova azienda avranno voce in capitolo solo gli esponenti eletti da quei sindacati che hanno firmato l’intesa.
E qui, per la Fiom, casca l’asino. Secondo Cremaschi, il patto di Mirafiori è il segno tangibile dell’avanzata dell’autoritarismo. “E’ come se Berlusconi dicesse che per risanare il bilancio bisogna cancellare le elezioni”. E affida il suo pensiero a un paragone storico: “E’ come il 2 ottobre del 1925, quando l’allora presidente del Consiglio Benito Mussolini assieme a Confindustria e ai sindacati fascisti firmò un accordo per l’azzeramento delle commissioni interne alle fabbriche”.
Il patto di Mirafiori è stato però accolto in maniera positiva da molti ambienti politici e sindacali. A partire da Uilm e Fim-Cisl che, al contrario della Fiom, hanno firmato il documento, passando per il premier che ha parlato di accordo “innovativo, storico e positivo”, fino ad alcuni esponenti del Partito democratico.
Cremaschi ce l’ha soprattutto con le due sigle: “Sono sindacati gialli, alle complete dipendenze della Fiat. Non è mai successo – continua il sindacalista – che due organizzazioni firmino un accordo di quella portata escludendone un altro. Che per giunta è il sindacato principale e più rappresentativo”.La tuta blu non risparmia colpi anche a quegli ambienti del centrosinistra, soprattutto piemontese, che hanno salutato positivamente l’accordo: “Non si può essere contro Berlusconi e a favore di Marchionne. Faccio un invito a tutti i politici del Pd che si sono detti favorevoli all’intesa di Mirafiori: vadano con Berlusconi. A partire dal sindaco di Torino Sergio Chiamparino”.
In realtà le frizioni all’interno del sindacato riguardano anche la stessa Cgil. In un’intervista rilasciata oggi a Repubblica, il segretario generale Susanna Camusso ha detto che “la Fiom, possibilmente con la Cgil, dovrà aprire una discussione su questa sconfitta. Perché un sindacato non può limitarsi all’opposizione altrimenti rinuncia alla tutela concreta dei lavoratori”. Anche su questo punto Cremaschi non cede di un millimetro: “La Cgil doveva fare lo sciopero generale annunciato lo scorso 16 ottobre se è vero, come ha dichiarato la Camusso, che il disegno di Marchionne è autoritario e antidemocratico”. Un altro errore del neosegretario secondo il leader delle tute blu è quello di aver cercato un accordo con la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia per isolare il numero uno del Lingotto. “Il risultato è che mentre la Fiat usciva dall’associazione degli industriali, il vicepresidente di Confindustria Alberto Bombassei entrava in Fiat Industrial”.
Mercoledì prossimo è in programma un’assemblea straordinaria del Comitato centrale del sindacato dei metalmeccanici. All’ordine del giorno “le risposte da dare all’accordo che è la più grave violazione delle libertà sindacali dal 1945”. In quella sede, assicura Cremaschi, la Fiom metterà in piedi una strategia di lotta anche in campo politico e giuridico. “Perché quell’intesa viola una serie di articoli della Costituzione a partire dal primo”.
Alla riunione del comitato si parlerà anche del referendum interno ai lavoratori dello stabilimento che sarà programmato dopo il 10 gennaio 2011. Una consultazione che ufficialmente la Fiom non riconosce anche se annuncia che organizzerà la tutela di quei lavoratori che intenderanno votare. “Più che un referendum è un plebiscito autoritario – conclude Cremaschi – La consultazione ha due obiettivi. Il primo sancisce la volontà dei lavoratori che, con la pistola puntata alla tempia, devono decidere di non avere più rappresentanze sindacali all’interno della fabbrica, il secondo è quello di fare fuori la Fiom che diventerà una sorta di organizzazione clandestina all’interno della Fiat”.
Clandestina o meno, quello che in questi mesi la Fiom non è riuscita a fare è di contraddire l’assunto che le tutele dei lavoratori, così come formulate in Italia, sono un freno per il processi produttivi e industriali delle aziende. E forse è anche per questo che è rimasta sola a dire no all’accordo di Mirafiori. Un’analisi che Cremaschi rimanda al mittente: “La mia organizzazione sarà pur isolata nel Palazzo. Ma è il Palazzo e non la Fiom che non è in sintonia con il Paese. E le rivolte sociali di questo periodo non fanno che confermarlo”.
da Il Fatto quotidiano

Le due vite di un capitano Achab sorridente

Paolo Vinti lo conoscevano in tanti, anche fuori dalla sua città. Ma è certo nella sua relazione simbiotica con Perugia, segnata dalla presenza costante sullo scenario del centro storico, che si è costruito il suo personaggio, così intensamente e affettuosamente ricordato in questi giorni.
Sarà l’effetto della distanza dalla dinamiche quotidiane della città (non vivo a Perugia da quindici anni), sarà il velo di nostalgia con cui si scruta la giovinezza, ma mi è sembrato che il tributo a Paolo, concentrato sugli ultimi anni della sua breve e ricca esistenza, abbia in qualche modo trascurato il periodo precedente. In ogni caso credo che l’importanza di Paolo risieda anche nell’avere vissuto, attraverso prove dolorose e traumatiche, fasi diverse: forse una vita sola non bastava per uno come lui.
Ho avuto a che fare la prima volta con Paolo nell’autunno del 1978, nelle assemblee degli studenti medi. Si viveva la coda della grande stagione dei movimenti, tuttavia la partecipazione si contava ancora in centinaia. Lui emergeva come leader naturale, affascinava a partire dall’aspetto: alto, asciutto, riccioluto, sorriso ironico; impermeabile bianco sopra la giacca di velluto, polacchine e occhialetti tondi. Lo stesso passo strascicato, lascito di un malattia infantile, si trasformava in un’andatura disinvolta, che mai avrebbe suscitato pietà. Solo più tardi avrei saputo che alla sala dei Notari, durante i giorni di Moro, mentre cercava di prendere la parola, avversari inferociti gli gridavano “Storpio!”.
Più di tutto conquistava la sua oratoria, ricca di citazioni, complessa, ma anche sferzante, diretta, trascinante. Non è facile neanche adesso pensare che avesse solo 18 anni. Per circa un decennio ho condiviso con Paolo l’esperienza di Democrazia Proletaria, il residuo più cospicuo di quella che era stata la “nuova sinistra”. La militanza perdeva credito, dovevamo remare controcorrente, mentre cedevano i riferimento teorici e le stesse forme dell’agire politico, e non aiutavano certo gli schiaffi del terrorismo e dell’eroina, il primo visto di riflesso, la seconda ben presente anche in provincia. Nel piccolo gruppo di militanti demoproletari (cito alcuni in ordine sparso: Carlo Baioletti, Luciano Tiecco, Marcello Ricci, Angelo Caporali, Amedeo Zupi, Enrico Mascolini, Gianluca Pignatta, Paolo Gentili, Massimo Camerieri, Stefano Pecugi; i “romani” di agraria e veterinaria: Jean-Claude Saroufim, Rossella Santolamazza, Piero Sunzini, Vincenzo Vizioli) Paolo continuava a spiccare, attento tanto alla lettura dei classici, quanto a problematiche inedite, come l’occupazione dell’opera Pia Marzolini a Prepo, guidata dal “Comitato per una migliore qualità della vita” (autunno 1979). E’ il caso dell’attività giornalistica, tra cui spicca la breve stagione di “L’orizzonte” (in qualche misura antenato di “micropolis” nella lettura critica dei temi locali). Scriveva bene quanto parlava, con la stessa carica immaginifica.
Un nitido ricordo di quegli anni è il congresso nazionale di Dp del 1982, per cui fummo insieme delegati, con Luigino Ciotti e Giorgio Filippi. L’atmosfera da finale di partita era accentuata da una Milano torrida e deserta, dal concomitante svolgimento dei Mondiali e, manco a farlo apposta, da un sciopero della stampa lungo quanto il congresso. Ma ciò non bastava a smussare la contagiosa verve di Paolo, brillante dal palco congressuale come nei giri per la città.
La cifra di Paolo era la curiosità umana e intellettuale, l’inesauribile ottimismo della ragione, che lo portava a porsi continuamente nuovi obiettivi politici ed esistenziali. Ecco i viaggi, ecco la frequentazione della Germania (ha scritto per la Tageszeitung, e frequentato la Freie Universität di Berlino), da dove trasmetteva idee e ipotesi. Qualcosa si ruppe in questo continuo alzare la posta. Proprio in Germania, verso la fine degli anni ’80.
Il Paolo Vinti tornato a Perugia è stato a lungo imprigionato in un disagio che colpiva di più perché deformava il suo splendido eloquio: la capacità di citare a memoria e insieme di creare immagini inedite che poi tutti usavamo (per anni abbiamo ripetuto il suo saluto-esortazione “daje giù a rotta di collo”, che diceva provenire da Pavese), ridotta ad espressioni ripetute, spezzate. Ho conosciuto pochi segni così crudi dell’insensatezza della vita, e non riesco a non pensare a quanto la sua sofferenza alludesse al destino toccato a tante nostre speranze.
Ma Paolo era davvero un fuoriclasse, capace di fare la mossa del cavallo e darsi una nuova dimensione. Comincia così la sua “seconda vita”: non più il predestinato ad una luminosa carriera politica, ma un attore cittadino fuori da copioni prestabiliti: con meno sicurezze, più fragile ed esposto, ma più imprevedibile. Colto e curioso come sempre, ma meno aduso a schemi onnicomprensivi, più portato a domande brucianti. Ne ho fatto la prova nel novembre del 2005 alla presentazione della raccolta delle mie recensioni su “micropolis”. Tra i non molti presenti lui c’era, e non ha mancato di spiazzarmi: - Compagno Bobby (l’appellativo che mi aveva dato vent’anni prima), l’analisi è giusta. Ma qual è la linea? Figurati, Paolo, se ho la risposta.
So che senza il tuo ottimismo della volontà, senza la tua carica, il tuo spirito di Achab allegro, senza di te insomma, è più difficile anche porsi le domande giuste. Ma non faremo a te il torto e ai nemici di sempre il piacere di smettere di farci domande, di lottare, e di restare, nonostante tutto, allegri."
di Roberto Monicchia,