domenica 30 maggio 2010

Ecco cosa pensa Berlusconi degli italiani

LE CHIAMANO "MORTI BIANCHE"


Le chiamano "morti bianche", come avvenissero senza sangue.
Le chiamano "morti bianche", perchè l'aggettivo bianco
allude all'assenza di una mano
direttamente responsabile dell'accaduto, invece
la mano responsabile c'è sempre, più di una.
Le chiamano "morti bianche", come fossero dovute
alla casualità, alla fatalità, alla sfortuna.
Le chiamano "morti bianche", ma il dolore che faloro da contorno potrebbe reclamare ben altra sfumatura cromatica.

Le chiamano "morti bianche" per farle sembrare candide, immacolate, innocenti.
Le chiamano "morti bianche", tanto non meritanoche due righe sui quotidiani, si e no una citazione nel telegiornale.
Le chiamano "morti bianche", per evitare che si parli di omicidi sul lavoro.
Le chiamano "morti bianche", bianche come il
silenzio, come l'indifferenza che si portano dietro.

Le chiamano "morti bianche", ma non sono
incidenti, dipendono dall'avidità di chi si
rifiuta di rispettare le norme sulla sicurezza sul lavoro.
Le chiamano "morti bianche", un modo di dire
beffardo, per delle morti che più sporche di così non possono essere.

Le chiamano "morti bianche", ma sono il risultato
dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, dove la
vita non ha valore rispetto al profitto.
Le chiamano "morti bianche", ma sono tragedie
inaccettabili per una paese che si definisce
civile, che non può permettersi di avere tutte queste morti sul lavoro.
Le chiamano "morti bianche", ma in realtà sono
nere, non solo perchè ogni morte è “nera” ma
perchè spesso, quasi sempre, le vittime non
risultano nemmeno nei libri paga dei loro“padroni” : padroni della loro vita.
E della loro morte.

Le chiamano "morti bianche", ma sono un emergenza
nazionale, anche se c'è chi dice che sono incalo, senza rendersi conto che i dati sulle morti
sul lavoro sono fortemente sottostimati, e che se
calo c'è è dovuto principalmente alla crisi economica.
Le chiamano "morti bianche", un eufemismo che
andrebbe abolito, perchè è un insulto ai familiari e alle vittime del lavoro.
Le chiamano "morti bianche", ma quanto tempo
passerà ancora perchè vengano chiamate con il loro vero nome?


Marco BazzoniOperaio metalmeccanico e

Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza - Firenze

sabato 29 maggio 2010

Chi e come sta saccheggiando il Paese

Alla fine, un accorato Berlusconi, abbandonate le vesti del prestigiatore, del re Mida capace di trasformare (a parole) il bronzo in oro, ha spiegato l’ineluttabilità della manovra del governo e dei tagli che vi sono contenuti raccontando una favoletta, il cui senso è tutto nella stupefacente espressione: «abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità», per cui «ora servono i sacrifici». Memorabile!
Una parte del Paese ha in effetti vissuto ben al di sopra delle risorse disponibili, drenandole appunto dal lavoro, saccheggiando lo stato sociale, buggerando il fisco e sequestrando vitali sostanze pubbliche, per poi presentare il conto, salatissimo, all’altra faccia del Paese, quella già derubata di lavoro, di reddito, di diritti e di futuro.
Non serve un grande sforzo di immaginazione per documentare queste affermazioni.Il governo sta per fare cassa mettendo un cappio al collo dei lavoratori pubblici i quali - in ragione del blocco contrattuale - lasceranno nelle mani del governo, mediamente, 1600 euro cadauno in tre anni. Contribuiranno alla salvezza nazionale anche i pensionati che andranno a riposo sei mesi più tardi, nonché tutti coloro i quali, una volta maturatone il diritto, percepiranno più tardi e a rate l’indennità di fine rapporto. Il resto del lavoro sporco viene poi subappaltato, per interposta istituzione, agli enti locali, che compenseranno con un taglio secco dei servizi e delle prestazioni sociali il mancato trasferimento di sei miliardi da parte dello Stato. Ebbene, queste misure vengono spacciate, urbi et orbi come necessità oggettive, soluzioni senza alternative per salvare la barca che fa acqua. Anche qui, la menzogna è marchiana. Nei provvedimenti non c’è neppure l’ombra di un prelievo sui grandi patrimoni, mentre l’annunciata lotta all’evasione fiscale si presenta come la “bufala” del secolo. Le migliaia di (potenziali?) evasori che figurano nella lista Falciani (in gran parte imprenditori, signora Marcegaglia, e in gran parte lombardi, ministro Bossi), titolari di conti per 7 miliardi di dollari, custoditi nei forzieri svizzeri, potranno dormire tranquilli se avranno a suo tempo utilizzato lo scudo fiscale ideato dal ministro Tremonti. E che dire dei Grand Commis di Stato, cui non viene chiesto di rinunciare ad un soldo (ne parliamo a pagina 4) delle laute, opache prebende che remunerano le loro molteplici “attività”?
In questi giorni, alcune inchieste del giornalismo televisivo hanno rivelato che le “autoblu” in dotazione alla politica superano abbondantemente le seicentomila, quasi dieci volte quante ve ne sono negli Stati Uniti, per una spesa complessiva di circa 20 miliardi, un importo quasi equivalente a quello dell’intera manovra correttiva. Non se n’era accorto il sedicente moralizzatore della vita pubblica, quel ministro Brunetta che va millantando inesistenti crediti nella efficientizzazione dell’amministrazione dello Stato e che soltanto oggi ha annunciato un censimento per accertare lo stato delle cose?
Ieri si è svolta anche l’assemblea annuale di Confindustria, quella del centenario, occasione di una esibizione muscolare della presidentessa della maggiore organizzazione imprenditoriale del Paese. Emma Marcegaglia e i suoi hanno incassato volentieri un pacchetto di provvedimenti che ai padroni non chiede assolutamente nulla, tanto meno sul fronte della difesa dell’occupazione. L’idea di un blocco salariale e di una ennesima sforbiciata sul welfare è, da sempre, musica per le orecchie di lor signori. E se di qualcosa costoro si lamentano è che quelle misure siano prevalentemente transitorie, piuttosto che strutturali. Essi vorrebbero che la competitività delle imprese si alimentasse essenzialmente di un regime di ancor più bassi salari, trascurando persino il fatto che, così facendo, la domanda, non più trainata dal mercato interno, è condannata a ristagnare, deprimendo la produzione stessa e affossando qualsiasi prospettiva di ripresa. Su tutto prevale, nel padronato nostrano, l’istinto corporativo, anzi: bottegaio. Altro che classe dirigente nazionale.Di fronte a questa spettacolare esibizione di ingiustizia, protervia, inettitudine, spreco è condizione irrinunciabile dispiegare la più estesa, durevole mobilitazione sociale. Che per riscuotere il necessario consenso deve poggiare su una credibile piattaforma alternativa, non su qualche estemporaneo palliativo. Ci sono tutte le condizioni per costruire questa proposta, che emerge quasi da sé dal bilancio dello Stato, dai rapporti dell’Istat sulla distribuzione della ricchezza, o dai dati che la Corte dei Conti e l’Agenzia delle Entrate mettono periodicamente a nostra disposizione. Ecco un cimento nel quale la Federazione della Sinistra può trovare contributi importanti, stringere legami di solidarietà, tessere alleanze che prefigurano un campo di forze impegnate a praticare nella crisi il cambiamento, anziché soltanto auspicarlo.
di Dino Greco
su Liberazione del 28/05/2010

Pensioni Inpdap: ecco dove trovare gli euro per il contratto statali

Manovra monstre a carico dei soliti noti, lavoratori e pensionati, e a beneficio dei soliti “ignoti”. Sono tanti, e abitano la selva oscura della casta comodamente sistemati tra consulenze, pensioni baby, doppi e tripli incarichi nei consigli di amministrazione di enti vattelapescha, e di cattedre universitarie fantasma. Ne prendiamo un “pezzettino” andando a spulciare, per esempio, tra le pensioni Inpdap, l’ente che si occupa di badare alla “terza età” dei dipendenti pubblici. Eppure da questo pezzettino, l”upper class” della rendita pensionistica italiana, tanto per intenderci, si possono tirar fuori senza troppo sforzo cifre stimabili all’interno di una “forchetta” che va dai quattro ai sei miliardi: esattamente l’importo di quella parte della manovra dedicata al pubblico impiego attraverso il blocco dei rinnovi contrattuali. Come? E’ molto facile, quasi banale. A volte, nella troppa creatività ci si può perdere. E’ quello che è accaduto a Tremonti, per esempio. Bastava che andasse a spulciare le 50mila posizioni pensionistiche dell’Inpdap ad alto tenore, quelle da diecimila euro al mese (valore medio), e avrebbe trovato un sacco di nomi noti: Giuliano Amato, Renato Brunetta, Giuliano Cazzola, tanto per citarne alcuni. Dimenticavamo Draghi, il banchiere di fama internazionale che qualche volta si degna di fare il “capo dei capi” in via Nazionale a Roma. Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia, percepisce una baby pensione, non certo per l’importo, di 8.164,68 euro (netti). Questo grazie all’inesistenza del divieto di cumulo ovviamente. Non si capisce perché in questo strano Bel Paese, bello solo per lor signori, mentre un cassaintegrato che arriva a percepire tra il 60% e l’80% della sua ultima busta paga, non può “permettersi il lusso” di un doppio lavoro, ovviamente in nero, certi “padri della patria” possono avere ciò che vogliono. Il giochino è facile facile. Funziona più o meno così: un gran commis di Stato va in pensione, magari dopo una faticosa carriera da parlamentare di appena una legislatura, a cui ha associato quella di professore universitario in “tuttologia applicata”. Forte della sua bella rendita mensile in tasca, e con una vita davanti a sé, ha tutto il tempo libero che vuole, che non impiegherà certo per accompagnare i nipoti a scuola. Lo spende, invece, in qualche bella consulenza in questo o quell’ente “parastatale” nel cui consiglio d’amministrazione si trovano sempre amici di vecchia data generosi e disponibili ad aiutare. Il fenomeno più esteso di quanto si creda. E’ questo, in fondo che fa da cemento alla casta e che moltiplica gli organismi di tutti i tipi contigui alla politica. Alti funzionari civili e militari dello Stato, una volta collocati a riposo, per esempio, puntualmente vengono reinseriti in organismi di controllo e giurisdizione tipo Consiglio di Stato e Authority varie. Un esempio? Sergio Siracusa, ex generale, che percepisce una pensione di 27.927,75 euro mensili è ora membro del Consiglio di Stato. Tutto legale, per carità. Ma perché se questa legge finanziaria è, come dicono le “fonti governative”, una manovra di sacrifici, le pene comandateci dall’Europa non devono essere distribuite in modo equo tra tutti gli italiani? Perché non è possibile reintrodurre il divieto di cumulo?
A spulciare tra le schede dell’Inpdap ce ne è per tutti i gusti. Publio Fiori, per esempio, che gode di una pensione mensile di 14.590,26 anche grazie alla “rango” di vittima del terrorismo; Giorgio Guazzaloca, che alla pensione di 9.704,64 euro somma un incarico nell’Antitrust. Andrea Monorchio, con 10.853,07 euro. L’upper class è piuttosto variegata, onesti e furbetti in un unico calderone. E così a fianco di Umberto Veronesi (2.820,78 euro), sulla cui vitalità professionale nessuno osa dire nulla, troviamo un Renato Squillante, con una pensione di 5.919. Quella di Squillante ha un primato riservato a pochi eletti: è attiva dal 1996, quando ancora il magistrato portava ancora i pantaloni corti, professionalmente parlando.
Il riscontro al “doppio incarico” a beneficio della casta, viene da una denuncia fatta dal sindacato proprio pochi giorni fa, e passata tra le maglie di una informazione troppo occupata a narrare l’ira divina contro chi non si fosse adeguato ai comandamenti di Bruxelles.
Le consulenze commissionate all’esterno da oltre diecimila enti pubblici pesano sul bilancio dello Stato per un valore di oltre 2 miliardi e mezzo all’anno. Nella cifra, però, sono compresi gli stipendi per tutto il personale precario. Ai consulenti veri e propri, una “ristretta cerchia”, quindi, vanno un miliardo e trecento milioni, come ha specificato la Cgil, su questo punto d’accordo con lo stesso ministro Brunetta. Renato Brunetta? Sì, c’è anche lui nella lista dei pensionati senza divieto di cumulo, con una rendita mensile di 3.044,34 euro.
Questo per quanto riguarda il settore pubblico, ovviamente. C’è da giurare che nel cosiddetto privato la musica non cambia. Sarà un caso se l’ex fondo pensionistico pubblico dei manager, Inpdai, è stato assorbito dall’Inps? Il fondo attualmente perde 2 miliardi l’anno. Con il paradossale effetto che sono i lavoratori a reddito fisso a pagare le ricche pensioni dei loro dirigenti. Perché Confindustria non dice quante sono, tra le sole aziende aderenti, quelle che pagano consulenze di dirigenti in pensione? Avete chiesto i sacrifici. Bene, cominciate voi che a stringere la cinta non vi dà alcuna noia.

Questa è l'Italia.


Ahi serva Italia, di dolore ostello
Nave senza nocchiere in gran tempesta
non donna di province ma bordello!”

Dante Alighieri,
Purgatorio, Canto sesto



Il "buon governo" siciliano e la LEGA NORD

La Sicilia fa ricchi i suoi
ex consiglieri.
Chi va in Parlamento conserva

il vitalizio della Regione




Come una mamma, non si dimentica dei suoi figli. Neanche quando sono cresciuti, lontani dalle sue ali, per andare a occupare lontani, prestigiosi incarichi. Niente da ridire sull’affetto mostrato dall’Assemblea regionale siciliana - il Parlamento autonomo dell’Isola - nei confronti dei suoi augusti componenti che hanno il diritto di cumulare la pensione maturata sugli scranni di Palazzo dei Normanni con le indennità da senatori e deputati. Un doppio stipendio, in tempi di cinghie strette e di polemiche sui costi della politica. E neanche trascurabile: ai diecimila euro che spettano ai parlamentari nazionali, si aggiunge un vitalizio che in media è di cinquemila euro netti al mese. Quattordici i fortunati, di destra e di sinistra: un ex ministro (Calogero Mannino), due ex governatori come Salvatore Cuffaro e Angelo Capodicasa, l’ex presidente dell’Assemblea Nicola Cristaldi, l’ex sindaco di Palermo e attuale portavoce di Italia dei Valori Leoluca Orlando, nove ex assessori regionali: il colonnello finiano Fabio Granata, Vladimiro Crisafulli, Giuseppe Firrarello, Salvatore Fleres, Ugo Grimaldi, Dore Misuraca, Alessandro Pagano, Sebastiano Burgaretta Aparo. E Raffaele Stancanelli, il quale detiene il record della tripla indennità, visto che riceve anche lo stipendio da sindaco di Catania, al quale ha detto però di volere rinunciare. L’ipotesi di risparmiare Il caso è stato sollevato dal presidente dell’Assemblea, Francesco Cascio, in vista del consiglio di presidenza del 9 giugno in cui ha messo all’ordine del giorno il taglio della pensione, senza escludere di intaccare i diritti acquisiti. «Trovo necessario, in un momento di grandi difficoltà economiche, dare un segnale di contenimento della spesa pubblica e di moralizzazione della politica. Contiamo di risparmiare un milione di euro all’anno». Un beneficio tutto siciliano: perché se al contrario un ex deputato nazionale viene eletto nel Parlamento regionale, lo Stato se lo scrolla dal groppone. «È vero - aggiunge Cascio - ci stiamo adeguando al regolamento di Camera e Senato con qualche ritardo, ma del resto abbiamo evitato di omologarci ad altre cose, come all’aumento di stipendio deciso dai senatori per se stessi. Le nostre indennità sono ferme al 2007». Le baby pensioni Ma c'è di più: perché i figli di mamma Regione, se hanno cominciato la loro esperienza politica prima della riforma previdenziale del 2000 (che ha fissato a 60 anni il tetto minimo per ritirarsi a vita privata), ottengono la pensione a soli 50 anni quando hanno tre legislature alle spalle. Soglia che sale a 55 se le legislature sono due e arriva a 60 se è una sola. D’altronde, di baby-pensioni la Regione siciliana è esperta: qui un padre malconcio, una madre con gli acciacchi degli anni, una moglie cardiopatica valgono oro. Basta dovere assistere un coniuge, un genitore o un figlio con una malattia «di particolare gravità» per avere diritto a un beneficio unico in Italia: non un doveroso permesso, non un congedo per assistenza continuativa, ma l’agognato vitalizio. L’assegno scatta per tutti i dipendenti - dai custodi ai più alti papaveri della burocrazia - che abbiano 25 anni di contributi. Per le mamme ne bastano 20. Il colpo di genio, pochi anni fa, lo ebbe proprio una donna, che si fece adottare da una novantenne male in arnese per conquistare il diritto alla pensione. «Naturali o no, sempre figli sono», allargarono le braccia negli uffici. Ma adesso, a sette anni dall’introduzione del privilegio stabilito nel 2003 dalla munifica Assemblea siciliana ai tempi della giunta Cuffaro, il caso è diventato bollente. L’assegno a Russo Perché a utilizzare il prezioso salvacondotto per assistere il padre malato è stato il più alto in grado dell’amministrazione, il segretario generale Pier Carmelo Russo, che si è portato a casa - a 47 anni - una pensione che è baby soltanto per ragioni anagrafiche, raggiungendo i 6.462 euro netti al mese. Niente male. Tanto più che Russo, anziché passare le giornate al capezzale del padre, pochi mesi dopo il pensionamento è rientrato in campo come assessore all’Energia della giunta Lombardo. Uno dei più esposti, con tanto di scorta, assegnatagli da quando si è schierato contro i termovalorizzatori in odor di mafia. Non è servita a sedare le polemiche la sua rinuncia all’indennità di assessore, circa 300 mila euro lordi all’anno, devoluti in beneficenza.




Sembrerebbe il solito esempio di "buon governo" meridionale come denuncia le LEGA NORD. Ma guardate questo video di Report e troverete insospettabili alleanze....




IL PROVINCIALE

Se ho capito bene, il governo ha deciso di sopprimere le province con meno di 220 mila abitanti, escluse quelle che confinano con Stati esteri o che, nello sfortunato caso in cui non confinino, si trovano in una regione a Statuto Speciale (come la sarda e tentacolare Ogliastra, 58.389 abitanti), oppure hanno un ministro amico del presidente della provincia, oppure si estendono per un numero di chilometri inferiore alla metà della circonferenza della pancia del segretario provinciale moltiplicato pi greco. Se ho capito bene, la provincia di Rieti si è già cautelata, chiedendo a quella di Roma di cederle una parte della Sabina (acquisita ai tempi del famoso ratto) così da rientrare nei requisiti di sopravvivenza. Se ho capito bene, con la soppressione della provincia di Isernia, la provincia di Campobasso coinciderà con l’intero Molise, che potrebbe quindi essere soppresso in una reazione a catena che costringerà il molisano Di Pietro a chiedere asilo politico al parco dell’Abruzzo. Se ho capito bene, la provincia di Massa Carrara, abolita nonostante l’opposizione dell’unica opposizione rimasta in Italia, il portiere carrarese Buffon, si gemellerà con quella di Lucca, ripristinando i confini sanciti da Napoleone. Se ho capito bene, la norma sulla soppressione delle province è stata annunciata e poi smentita e poi infarcita di deroghe e infine rimandata a un decreto attuativo che le salverà tutte.Ma forse non ho capito bene.
Perdonatemi, sono un provinciale.

Massimo Gramellini, La Stampa, 28.05.2010

giovedì 27 maggio 2010

La manovra contro il lavoro si sconfigge nel Paese

È arrivata la stangata. Una manovra pesantissima che colpisce i giovani, i lavoratori, in particolare quelli pubblici, determina il licenziamento di decine di migliaia di precari, taglia le risorse alle regioni e quindi al welfare, toglie autonomia agli enti di ricerca che forniscono i dati sulla situazione sociale del Paese. Una manovra con effetti depressivi, che aggrava la crisi e contemporaneamente ne scarica i costi sul mondo del lavoro complessivamente inteso: giovani, disoccupati, precari, lavoratori, pensionati. Una vera manovra di classe, condita da alcune insignificanti misure propagandistiche che servono solo a gettare fumo negli occhi.
Sbaglieremmo però se ci limitassimo a denunciare il carattere antisociale della manovra. La nostra critica deve partire dalla motivazione che la ispira. Il governo infatti dice: dobbiamo fare così per non finire come la Grecia, cioè per non essere soggetti agli attacchi della speculazione. Il punto è che questa motivazione è falsa. Bloccare gli speculatori – cioè le banche e i grandi investitori, tutti commensali dei governatori europei – non sarebbe molto difficile. Basterebbe decidere a livello europeo di fermare la vendita allo scoperto dei titoli pubblici, di obbligare la Banca Centrale Europea ad acquistare automaticamente i titoli di stato europei messi sul mercato, di tassare le transazioni finanziarie speculative (denaro in cambio di denaro). Con queste misure il meccanismo speculativo sarebbe messo in discussione all’origine e non avrebbe alcuna efficacia. Il punto è che i governi europei hanno deciso di utilizzare lo spauracchio della speculazione per ottenere il vero obiettivo, che è quello di demolire il welfare e ridurre ulteriormente il costo del lavoro in Europa. I governi non sono impegnati in una titanica lotta contro la speculazione,. ma semplicemente la utilizzano per giustificare il massacro sociale. Come negli anni ’90 l’ingresso nell’Euro è stato usato per un generalizzato attacco contro i lavoratori, oggi viene usata la speculazione. Un fantomatico nemico esterno viene evocato per sconfiggere il nemico interno, i lavoratori. Il fatto che questa elementare verità non emerga è dovuto alla circostanza che tutti i governi europei, di centrodestra come di centrosinistra, l’hanno condivisa. Centrodestra e centrosinistra concordano infatti nel proposito di non uscire dalle politiche neoliberiste che sono all’origine della crisi. Il punto è che le classi dirigenti europee non sanno che fare e quindi proseguono con la scorciatoia di sempre: rendere più stretti i vincoli di Maastricht e ridurre il costo del lavoro. Proprio le ricette che hanno portato l’Europa ad essere il continente che più di tutti paga la crisi economica.
La nostra iniziativa non può quindi limitarsi a contestare la manovra nel merito. Sarebbe un’azione destinata alla sconfitta perché permetterebbe al governo di motivare il tutto in nome dell’interesse generale. La nostra campagna deve partire dalla denuncia che governi e speculatori stanno dalla stessa parte della barricata e sono uniti contro i lavoratori. Deve persuadere che questa manovra non ci fa uscire dalla crisi ma la aggrava, ponendo le condizioni per subire domani altre stangate.Dobbiamo quindi dire con chiarezza che la difesa del welfare, dei diritti e dei salari dei lavoratori, dell’occupazione contro ogni licenziamento, costituisce l’unico modo per difendere gli interessi generali della società e l’unica via di uscita dalla crisi.Se quanto sopra affermato è vero, è evidente che il luogo dove si può cambiare la manovra non è il parlamento, ma il Paese. In parlamento potremo avere aggiustatine, tentativi di coinvolgere l’opposizione, ma nessun cambiamento di sostanza. Il solo modo per impedire questa stangata consiste nel costruire un movimento di massa nel Paese che si opponga a queste misure.Per questo sabato saremo nelle piazze di tutte le città a denunciare l’operazione antisociale in corso. Per questo sabato 5 saremo in piazza con il sindacalismo di base a manifestare a Roma e a Milano. Per questo proponiamo a tutte le forze dell’opposizione - parlamentare e non - di unirsi per mettere il governo in minoranza nel Paese. Denunciamo la subalternità di Cisl e Uil, complici del governo nel narcotizzare il Paese e chiediamo alla Cgil di assumere immediatamente iniziative di lotta, sciopero generale compreso. Questa manovra è contro la società. Occorre organizzare la risposta sociale per impedirla. Se è vero, come dice Gramsci, che la storia dei partiti la si deve scrivere a partire dal ruolo che i partiti hanno nella storia del Paese, oggi è il tempo di dimostrare che esiste in questo Paese la sinistra di alternativa. La capacità di costruire relazioni sociali e alleanze politiche la si deve misurare nel concreto, perché la speranza non può essere ricostruita nella delega, ma nello sviluppo consapevole della lotta
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Paolo Ferrero, segretario nazionale PRC

L'Italia è malata, bastoniamola

Tremonti si accoda nel vento europeo con la sua manovra di emergenza. Nelle stesse ore, l'Istat diffonde i numeri del paese, che mostrano i guasti già fatti da una recessione che con i nuovi tagli potrà solo approfondirsi, in una spirale pericolosa. La contro-manovra di Sbilanciamoci.



Il debito pubblico italiano è troppo alto in rapporto al Pil? Certo che sì. Serve a qualcosa, la manovra da 24 miliardi sobriamente definita da Tremonti “un tornante della storia”? Certo che no. Da tempo gli economisti (solo alcuni per la verità) cercano di spiegare quello che i bambini di solito studiano in quarta elementare, cioè le frazioni: se scende il numeratore, ma contemporaneamente scende anche il denominatore, non è detto che il valore del rapporto si riduca. Anzi può persino aumentare: dipende (nell'aritmetica) dall'entità delle rispettive riduzioni, e (nell'economia politica) dalla strada che si prende per la discesa. In parole povere: se scende il debito, ma scende anche il Pil, il rapporto può persino peggiorare. Il Rapporto annuale dell'Istat sulla situazione del paese, diffuso per coincidenza nello stesso giorno della manovra ci aiuta a capire che proprio questa è la dinamica in cui ci siamo infilati; mentre un documento come la “contromanovra” di Sbilanciamoci! ci aiuta a pensare a strade alternative per una discesa sostenibile.
Le cifre dell'Istat. La quantità di informazioni è sterminata, e ciascuno se ne può fare un'idea direttamente (prima che il Gasparri di turno dica che a lui risultano altri numeri, o che si decida di chiudere anche l'Istat dopo l'Isae e l'Isfol). Semplificando al massimo, l'Istat quest'anno ci dice due cose:
1) che la crisi economica in Italia è peggiore che in altri paesi europei: nel biennio 2008-2009 la flessione del Pil è stata del 6,3%;
2) che l'hanno pagata, finora, soprattutto i giovani, protagonisti della fascia del mercato del lavoro sterminata dal taglio dei contratti atipici, e le donne, che vanno ad aumentare la fascia degli inattivi per “scoraggiamento”.
Di tutto il capitolo 3 (Gli effetti della crisi su individui e famiglie) andrebbe data pubblica lettura nelle sedi in cui si discuterà e voterà la manovra; basti citare due dati: nel 2009 il reddito disponibile delle famiglie è sceso del 2,9% e il potere d'acquisto procapite è sceso sotto il livello del 2000.
Ma, restando ai conti pubblici, concentriamoci sulla prima parte della storia: l'avvitamento tra crisi, deficit e debito. I governi dei paesi europei hanno speso di più, mentre le entrate rallentavano e il Pil scendeva. Così per l'insieme dall'area dell'euro il rapporto tra debito e Pil è passato da 69,4 a 78,7%, mentre l'indebitamento netto (il deficit annuale) è salito dal 2 al 6,3%. In questo quadro, l'Italia occupa una posizione particolare: mentre gli altri hanno speso molto di più per sostenere le banche, la nostra spesa pubblica è cresciuta di meno e soprattutto in relazione all'aumento della cassa integrazione; inoltre, anche la riduzione delle entrate è stata meno forte di quella degli altri (per effetto dello scudo fiscale). Però, “in ragione della forte caduta del Pil e del livello elevato del debito”, i conti alla fine sono peggiori di quelli degli altri: il rapporto debito/Pil sale da 106,1 a 115,8 e l'indebitamento da -2,7 a -5,3. Siamo partiti da un debito più alto (numeratore), siamo scesi con una caduta più rapida del Pil (denominatore).
Emergenza pubblica. Di fronte a queste cifre, chi vuole può continuare a pensare che l'emergenza sia nei numeri del debito pubblico – che è troppo alto sì, ma da qualche decennio – e non in quelli della disoccupazione, inoccupazione, spreco di risorse. Può dimenticarsi l'opportunistica riscoperta keynesiana di qualche mese fa, buona per tamponare le falle finanziarie, e tornare a una visione smemorina dell'economia e della politica economica, quella che dice che affamando lo stato (e i suoi impiegati, nel caso specifico) si risolleva l'umanità. Deve comunque poi spiegare come fa a togliere risorse all'economia senza deprimere l'economia; a tagliare gli stipendi agli insegnanti convincendoli però ad andare a fare shopping e vacanze nel tempo libero; a bloccare le assunzioni e i nuovi contratti chiedendo nel contempo ai ragazzi di uscire di casa e magari comprarsela anche, una casa; a continuare a dare cassa integrazione in deroga senza far niente perché le deroghe cessino di essere la norma. E' vero che in questa trappola – il rigore in recessione, bastonate sul malato – è caduta tutta l'Europa, ma è anche vero che ci sono malati e malati, bastonate e bastonate (nonché medici e medici: la lotta all'evasione fiscale fatta subito dopo il regalo ai capitali evasi all'estero e in contemporanea col condono edilizio è uno spettacolo inedito persino per il paese che costruisce ad Agrigento nella Valle dei Templi).Si può fare qualcosa di diverso, per raddrizzare i conti e re-indirizzarli? Qualcuno pensa di sì, e ci prova. Il documento della campagna Sbilanciamoci!, che si può leggere nell'allegato, mostra in successione una serie di mosse possibili. Sulla base delle quali vorremmo far partire su questo sito una riflessione: criticatele, smontatele, integratele, proponetene altre. Discutiamone.






per saperne di più: www.sbilanciamoci.org

mercoledì 26 maggio 2010

Ferrero torna in ufficio: ”Sono un leader part-time”

Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista, dal 3 maggio di quest’anno ha due lavori part-time. Per tre giorni a settimana è leader di un partito politico. Negli altri tre è dipendente della Regione Piemonte, funzionario alle dipendenze di un assessore di centrodestra. I leader che sono tornati al lavoro in Italia sono come le mosche bianche. Ci provò per sei mesi Sergio Cofferati, che poi si candidò a sindaco di Bologna. Ci riuscì un altro dirigente di Rifondazione – Martino Dorigo – che nel 1996, dopo essere stato deputato, tornò in fabbrica.




Segretario, come sono andate le cose?
Semplice. Sono stato in aspettativa come consigliere comunale. Poi come deputato, quindi come ministro...
E poi?
Dopo il mancato quorum di Rifondazione ho chiesto un anno di aspettativa per motivi personali e un altro che mi era consentito. Dopodiché potevo scegliere di lasciare.Ha preferito di no. Ho sempre preferito l’aspettativa, ci tengo – non retribuita – anche quando ero al governo. È una questione di principio.
Come fa a dividersi fra i due lavori?
Semplice, ho optato per un part time. I miei dirigenti mi permettono di concentrare tutto il lavoro su tre giorni.
La sua compagna, Angela Scarparo si è rassegnata a non vederla più?
Al contrario. Mi ha incoraggiato a tornare in ufficio: spesso viene anche lei a Torino.
Ma quanto guadagna?
Bella domanda! Lo stipendio pieno sarebbe 1.300 euro. Dovrei prendere poco più della metà.
Ancora non lo sa?
(Ride) Attendo trepidante. La prima busta paga arriva il 27. Faccio parte dell’Italia che aspetta quella data.
Come segretario di Rifondazione quanto prende?
3.000 euro. Bertinotti ne guadagnava 4.000, io ho ridotto la cifra.
Perché proprio 3.000?
Non volevo che fosse più del doppio dello stipendio medio di un lavoratore normale.
Brunetta le dirà che è un doppiolavorista...
Sarebbe un’altra schiocchezza. Il part time è civiltà. A parte il fatto che ridurrò lo stipendio da segretario perché la somma sia tremila.....
A parte quello, cosa?
L’odio del nostro ministro per i dipendenti pubblici è un fenomeno di cattiveria politica.
Se venisse in ufficio con lei, cambierebbe idea?
Penso proprio di no. Non deriva dalla non conoscenza, ma da un furore ideologico. Posso dirle una cosa?
Prego.
Il sentimento di opinione più diffuso che ho trovato, trasversale a tutte le idee politiche dei miei colleghi, è stato quello di antipatia per il ministro.
Non si sentono fannulloni...
Al contrario. Anzi, se posso dire. Sono rimasto stupito dal sentimento di servizio nei confronti del bene comune che c’è tra loro. Grande dedizione.
Lei chiacchiera davanti alla macchinetta del caffè?
(Sorride). Non è ancora un reato.
E se la chiamano per una bega politica di Rifondazione quando è in ufficio?
Dico di richiamare dopo.
E se è un’emergenza?
Sacrifico parte, o tutta la pausa pranzo.
Dove andate a mangiare?
In un bellissimo locale di prodotti tipici torinesi che è vicino all’ufficio.
Il classico “baretto”...
Mangiamo benissimo e raramente si spendono più di dieci euro.
Ma al lavoro la accompagna l’auto del partito?
Scherza? Ci vado come qualsiasi altro cristiano, con il bus o il tram.
Non usa più l’auto “rossa”?
Se devo andare a fare un comizio a Perugia, certo. Se devo lavorare non vedo perché.
Timbra il cartellino?
Quasi. Firmo tutti i giorni un foglio di presenza.
In che settore è stato collocato?
Nello staff della dirigente responsabile del settore personale e patrimonio.
Di cosa si occupa in ufficio specificamente?
In questi giorni della valorizzazione del patrimonio dell’Ordine Mauriziano nella reggia di Stupinigi. Ora è della Regione.
Dica la verità, è uno choc fare il leader tre giorni, e poi essere a disposizione di qualcuno?
Affatto. Un esercizio salutare che consiglierei a tutti i miei colleghi.

Da il Fatto Quotidiano del 26 maggio

La risposta è la Patrimoniale

Adesso che il peggio è finalmente arrivato tutto torna a essere una questione di soldi. Tanti soldi. Per arginare un po’ la crisi e mettere una pezza ai conti dello Stato servono almeno 24 miliardi di euro. Il governo, per bocca del sottosegretario Gianni Letta, promette tagli e sacrifici per tutti. Pagheranno gli insegnanti e i genitori. Pagheranno i dipendenti pubblici. Alcuni stipendi saranno persino ridotti del 5 o del 10 per cento, mentre molti tra quelli che contavano di andare in pensione nei prossimi mesi non lo potranno fare. E così, anche se il premier Silvio Berlusconi assicura che non ci sarà “macelleria sociale”, sul tavolo restano i dati che crudamente indicano l’esatto contrario. Il sogno è finito. Il futuro degli italiani d’ora in poi è fatto solo di lacrime e sangue. Anche perchè il buco da ripianare, secondo molti osservatori, potrebbe presto ingrossarsi per toccare la cifra record di 50 miliardi di euro.
Esiste un'alternativa a questo massacro? Si può evitare di andare a colpire ancora una volta quelli che il loro dovere col fisco lo hanno sempre fatto? Sì, si può. L’alternativa esiste. Ed è il contributo di solidarietà. Un contributo da richiedere ai più ricchi (e spesso più furbi) che nel giro di poche settimane permetterebbe all'erario di raccogliere 15 miliardi, senza modificare significativamente il tenore di vita di chi si ritroverà a pagare.
I conti sono presto fatti. L'ultimo scudo fiscale ha permesso a migliaia di evasori di regolarizzare anonimamente le loro posizioni versando allo Stato il 5 per cento dei patrimoni nascosti all'estero (100 miliardi). Così nel 2009 in cassa sono entrati circa 5 miliardi di euro. Visto che le cose vanno male e che tutti, dice Gianni Letta, sono chiamati a fare sacrifici perché, dunque, non rivolgersi a chi ha scudato i propri capitali chiedendo loro di versare un altro cinque per cento? Conosciamo le obiezioni. Ma come? La legge lo impedisce: lo Stato si è impegnato in un condono tombale, come può dopo soli pochi mesi rimangiarsi la parola? Semplice, lo fa. Esattamente come lo farà con gli insegnanti, i dipendenti pubblici, gli enti locali e tutti coloro i quali fino a ieri pensavano di aver maturato dei diritti che invece oggi, per far fronte alla crisi, verranno loro negati. Benché segreti gli elenchi nominativi degli evasori infatti esistono.
Per ricostruirli, spiega al Fatto Quotidiano una fonte qualificata di Banca d'Italia, basta rivolgersi agli istituti di credito utilizzati per scudare i patrimoni. In questo modo il contributo di solidarietà porterà a recuperare 5 miliardi. E gli altri 10? Anche qui la soluzione (se solo la si volesse adottare) c'è. E si chiama contributo di solidarietà sui grandi patrimoni familiari. A lanciare l'idea (con nessuna fortuna) era stato più di un anno fa, Giulio Santagata, l'ex ministro per l'Attuazione del programma del governo Prodi. Adesso però quella proposta va riesaminata con attenzione, visto che questa sorta di tassa patrimoniale una tantum non vuol dire prelevare denaro dalle tasche di tutti i cittadini, o colpire i semplici proprietari di un appartamento o di un pezzo di terra. Ma solo chiedere, come già accade in altri Paesi, a chi è più ricco di dare una piccola mano a chi sta peggio.
Vediamo come: in Italia la ricchezza delle famiglie ammonta, secondo Banca d'Italia, a 8000 miliardi di euro. Il 10 per cento di esse ha però in mano il 50 per cento del tesoro (oltre 4000 miliardi). È lì che bisogna andare a trovare i soldi. Ovviamente non dovranno essere tassati i beni produttivi, non si pagheranno cioè imposte sulla proprietà delle imprese. A essere tassato sarà invece il resto. E, visto che solo l'8 per cento di quei 4000 miliardi è ricollegabile all'attività d'impresa, la base imponibile (cioè il pezzo di tesoro sul quale il fisco può intervenire) toccherebbe i 3500 miliardi. Non tutti i proprietari comunque dovrebbero mettere mano al portafogli. L'idea è che il prelievo scatti solo a carico di chi possiede immobili, terreni, liquidi e titoli per più di 5 milioni di euro. Fatti due conti si scopre così che basterebbe un intervento del 3 per mille per far incamerare allo Stato 10 miliardi. Sarebbe impopolare un contributo di solidarietà del genere? No, perché riguarderebbe solo un parte minima della popolazione. Che, oltretutto, non verrebbe particolarmente vessata.
Il 3 per mille di 5 milioni (pari a quattro grandi appartamenti nel centro di Milano o Roma) equivale infatti a 15 mila euro. Per questo alle opposizioni spetta ora il compito di spiegare che un’alternativa alla macelleria sociale esiste. Mentre il centro-destra dovrebbe cominciare a riflettere su un punto: la sua base elettorale è ormai vastissima. Non comprende solo i super-ricchi e gli evasori. La stragrande maggioranza dei supporter del Cavaliere (e della Lega) è formata da persone comuni, con redditi e stili di vita normali. Tutta gente che adesso si sta risvegliando dal sogno. Per ritrovarsi in un incubo in cui, prima o poi, finirà per trascinare anche il governo.


Peter Gomez
(da Il Fatto quotidiano)

I profughi dello yacht

Ai lettori che vivono con preoccupazione la crisi economica vorremmo segnalare un dramma nel dramma. Quello di Elisabetta Gregoracci, moglie di Flavio Briatore e mamma del di lui erede, Falco Nathan. «Al mio piccolo manca lo yacht», è il grido di dolore che la donna ha affidato a un settimanale. «Da quando siamo stati costretti ad abbandonare la barca, il bambino piange spesso, non è più sereno come prima». Segue un racconto dettagliato e crudele: dopo la nascita del pargolo, la famiglia Briatore è costretta ad accamparsi su uno yacht con 12 persone di equipaggio e 63 metri di parquet. Una sistemazione di fortuna, in attesa che finiscano i lavori della nuova abitazione, che sorgerà in località defilata: Montecarlo.
Ma ecco sopraggiungere i finanzieri a sirene spiegate, con l’accusa di contrabbando e frode fiscale. I profughi dello yacht devono scendere a terra e riparare in un attico di Londra, dove il clima è meno mite e il pavimento neanche ondeggia.Siamo sicuri che milioni di donne si immedesimeranno nell’incubo della signora Briatore. È tale il terrore che i loro figli possano soffrire il trauma della perdita dello yacht che hanno preferito abituarli fin da subito a condizioni di vita meno precarie: una culla ricavata nella stanzetta della nonna. Da parte nostra - oltre a offrire al piccolo Falco Nathan la più incondizionata solidarietà per i decenni a venire - ci domandiamo se la sua mamma abbia una minima percezione della realtà che la circonda. Ma forse sullo yacht si captava soltanto il Tg1.


Massimo Gramellini, La Stampa 26.05.2010

martedì 25 maggio 2010

No. Non saranno i ricchi a piangere

Ieri, in prima mattina, La7 ha ospitato, nella rubrica Omnibus, il tradizionale dibattito politico dedicato, questa volta, alla crisi e alla manovra che il governo si accinge a varare. Vi ha preso parte, fra gli altri, Marco Taradash, recentemente eletto consigliere regionale, in Toscana, nelle liste del Pdl. Ad un certo punto, il nostro si è esibito in quello che con una certa generosità potremmo definire un ragionamento, apparentemente grottesco, ma in realtà - e forse proprio per questo - rivelatore di quale sia l’ispirazione che muove l’esecutivo nel tracciare il perimetro dei provvedimenti economici. Sollecitato (provocato?) da un interlocutore che si chiedeva perché mai Tremonti non provasse a fare cassa istituendo una tassazione seria sui grandi patrimoni e sui grandi percettori di reddito, piuttosto che menare fendenti sui lavoratori e sul già dissestato welfare italiano, rispondeva - vado a memoria - più o meno così: «Bisogna stare attenti a non esagerare in un senso o nell’altro perché se si calca la mano con i poveracci si va incontro a tumulti, se invece lo si fa con i ricchi si rischiano i colpi di Stato». Dove le due ipotesi, rivolta dei poveri diavoli sottoposti ad un regime di oppressione fiscale e sociale da una parte, e reazione golpista dei ceti privilegiati dall’altra, erano poste esattamente sullo stesso piano: non desiderabili entrambe, certo, ma perfettamente equiparabili. In questa vergognosa rappresentazione, frutto di una regressione culturale ottocentesca, è riassunta, come ognuno può agevolmente capire, tutta la protervia delle classi dominanti e l’intrinseca immoralità del loro corrotto personale politico. Perché i ceti proletari sono stati già munti da un regime tributario iniquo che ha visto via via attenuarsi il carattere progressivo dell’imposta, da una compressione dei redditi da lavoro e da un prosciugamento del sistema di protezione sociale; mentre i detentori di capitale e la borghesia usuraria hanno potuto persino aumentare le proprie fortune, protetti da ogni sorta di deroga e guarentigia istituzionale.Per la seconda volta in pochi giorni ricorriamo ad una citazione da Il Sole 24Ore che ha svolto una propria inchiesta, pubblicata nell’edizione di ieri, dalla quale si evince che nel 2009 l’evasione fiscale (Irpef, Ires, Iva, Irap) è cresciuta del 20% rispetto al 2007, raggiungendo il livello (ma la stima è «prudenziale», ci avvisa il giornale confindustriale) di 120 miliardi di euro. Non solo: questa ulteriore degenerazione fraudolenta, indice per giunta di un sicuro deterioramento dei rapporti sociali e della democrazia, si è verificata in concomitanza con una secca diminuzione del Pil.Lascio a chi legge l’elementare considerazione circa cosa sarebbe possibile fare per il Paese, e in primo luogo per i lavoratori (o evitare loro - considerato che Gianni Letta, con salutare chiarezza - parla di «duri sacrifici, si spera provvisori»), se i 118 milioni di euro trafugati all’erario affluissero invece nelle casse dello Stato. Questo è il punto di fondo, eludere il quale significa avvitarsi in una disputa senza arte né parte. Naturalmente, se si pensa, come Taradash, che i ricchi possano adombrarsene e reagire con un colpo di Stato, meglio soprassedere. Non si può aver tutto dalla vita.



di Dino Greco
su Liberazione del 25/05/2010

Lotta agli evasori? Non succede

"L'evasione fiscale sale a 120 miliardi", titolava ieri in prima pagine Il Sole-24 ore. Che aggiungeva: si tratta di un calcolo prudenziale. Una cifra enorme, pari a quasi 5 volte l'importo della manovra correttiva che il governo varerà stasera. Non è ancora dato sapere se nel decreto legge sarà contenuto un condono fiscale o una sanatoria per i due milioni di case fantasma: dire e poi smentire è una tattica sempre adottata da questo governo, per portare alla nausea i cittadini che poi finiscono per accettare ogni decisione con la convinzione che altro non si poteva fare.Il governo promette: non metteremo le mani nella tasche degli italiani. Sarebbe bello, però, che il governo mettesse le mani nelle tasche degli evasori e facesse scivolare un po' di soldi nelle tasche vuote di chi non evade. A cominciare dai lavoratori dipendenti agli ultimi posti in Europa per salari netti. Il fisco in Italia è «matrigno»: alle aliquote molto alte non corrisponde un adeguato livello dei servizi forniti. Per chi può, pagare le tasse è un optional. Ma il corrispettivo del fisco è un buon livello di welfare e quindi il cane si morde la coda. Il dramma è che l'evasore viene giudicato un «dritto», anche se costringe altri a pagare per lui. Per combattere l'evasione ogni mezzo è buono: se desideriamo un paese «normale» occorre accettare anche i fastidi di violazione della privacy che la lotta agli evasori impone. E senza più condoni, eticamente inaccettabili e che, oltretutto, inducono gli evasori a seguitare a evadere nella convinzione che, in futuro, ci sarà sempre un condono. Lottare contro gli evasori fiscali non è cosa semplice, ma - forse qualcuno si potrebbe scandalizzare - saremmo disposti ad appoggiare questo governo se dichiarasse «la manovra correttiva da 24 o 28 miliardi la faremo solo recuperando l'evasione e chiediamo aiuto a tutti i cittadini onesti». Sarebbe bello, ma non succederà: al massimo si promettono un po' di soldi ai comuni che aiuteranno la lotta all'evasione. Attenzione: questo provvedimento sembra disegnato apposta per tagliare i trasferimenti agli enti locali con l'alibi della lotta agli sprechi. Come effetto immediato, porterà un taglio delle prestazioni sociali. Con l'unica alternativa di aumentare il costo di servizi offerti: dalla scuola, all'assistenza agli anziani ai minori, ai diversamente abili. Berlusconi assicura: «non faremo macelleria sociale». Certo: il welfare non sarà cancellato di colpo, ma fortemente ridotto, reso più caro per favorire l'attività privata che si butta a capofitto dove lo stato è carente. Ovviamente per fare profitti. «La manovra correttiva dobbiamo farla: è un impegno con la Ue che impone il rispetto degli impegni sui conti pubblici», ripetono tutti gli esponenti del governo. Non è la prima volta che ci si nasconde dietro gli impegni europei che vengono visti come fattore decisivo per imporre comportamenti virtuosi. L'Italia è al primo posto nella Ue per evasione fiscale: c'è qualcosa di più virtuoso che vincolare l'Italia a rientrare nei parametri europei?Ma c'è anche un altro «particolare» che preoccupa: l'Italia non è sola nel varare manovre correttive. Perfino la Germania ne varerà una quinquennale da 50 miliardi. Mentre non si riesce a mettere a punto una exit strategy per l'Afghanistan, è già stata varata (o lo sarà nei prossimi giorni) una exit strategy per l'economia. Con una avvertenza importante: l'aumento della spesa è stato quasi per intero assorbito per tappare i buchi del sistema finanziario. Nulla o quasi, invece, per il sostegno all'economia reale. Al massimo qualche euro per gli ammortizzatori sociali. Il risultato è una economia che stenta nella crescita, in particolare nelle creazione di posti di lavoro. Il comportamento univoco di molti governi nell'accelerare l'exit strategy rischia di ricreare quello che accadde alla vigilia della nascita dell'euro: tutti gli stati vararono manovre per rientrare nei parametri e l'economia europea ristagnò per alcuni anni. Oggi la situazione è ancora più drammatica: non usciamo da una fase espansiva, ma da una recessiva. E questo dovrebbe scoraggiare - come ha sostenuto Stiglitz - dall'adottare politiche restrittive. La correzione dei conti può essere ottenuta modificando la distribuzione del reddito, penalizzando la speculazione e con la lotta all'evasione.



di Galapagos
su il manifesto del 25/05/2010

L'acqua e il diritto a decidere

La crisi economica sta mostrando la sua profondità. Nata dal centro del sistema, la finanza statunitense, si è propagata e ha fatto emergere la fragilità dell' "economia reale" sulla quale si era costruita la bolla speculativa. Una economia la cui "realtà" coincide con l'astrattezza della massimizzazione del profitto. L'illusione finanziaria che il denaro crei magicamente altro denaro è solo il passo conseguente. Questa ricerca di sempre maggiori profitti, e la sovrapproduzione che ne deriva, hanno portato non solo alla crisi, ma anche all'esaurimento delle risorse e l'enorme incremento delle emissioni nell'ambiente. Se non vengono intraprese misure immediate, le conseguenze dell'effetto serra saranno tragiche. Ma le azioni dei governi che vengono (o vorrebbero essere) intraprese si scontrano con un limite difficile da superare nei profitti delle lobby energetiche e nei profitti che si possono ricavare dalla "green economy".La necessità di rispondere in tempi rapidi alle richieste dell'economia basata sul profitto privato, di contenere il conflitto sociale, ha reso i già inadeguati strumenti della democrazia rappresentativa un intralcio. Oggi infatti è l'idea stessa di rappresentanza ad essere in crisi. In Italia ne sono segnali i tentativi di rafforzamento dell'esecutivo così come l'enorme scollamento che c'è sulla questione della privatizzazione dell'acqua, tra un parlamento favorevole nella sua totalità ed una opinione pubblica in maggioranza contraria.In Italia la privatizzazione di tutto ciò che era a gestione pubblica ha trasformato gli amministratori in ‘sceriffi'. Il razzismo e le politiche securitarie sono insieme uno strumento di divisione del conflitto e riduzione della democrazia.Una delle risposte a questa crisi è quella della ricostruzione di una sfera pubblica gestita collettivamente, come garante dell'interesse generale. Lottare alla costruzione di questo spazio per garantire a tutte e tutti, migranti e nativi, i diritti inviolabili non è diverso da lottare contro questa crisi. Anzi, contribuisce a dare un orizzonte comune ai soggetti che subiscono la crisi, a costruire quei legami sociali rotti dalla solitudine competitiva.La crisi ambientale, inoltre, rende non più rinviabile una radicale trasformazione del modello produttivo ed energetico, attraverso una nuova pianificazione, democratica e partecipativa. Occorre passare dal consumo critico alla critica della produzione. Ogni singola vertenza, comprese quelle per la difesa del posto di lavoro, va affrontata nell'ottica di una critica della produzione che tenga insieme l'elemento della giustizia economica, l'ambiente e la questione di chi decide cosa e come produrre.Da questo punto di vista la battaglia per l'acqua può essere la traccia di una riappropriazione che tenga insieme l'idea del rovesciamento del sistema economico con la salvaguardia del pianeta e l'apertura di spazi democratici più ampi di quelli della rappresentanza parlamentare. In un mondo in cui noi non decidiamo nulla ripartiamo dal riappropriarci di ciò che ci appartiene. Compreso il diritto a decidere.



di Fabrizio Valli e Fabio Ruggiero, Attac Italia

Flamini (Prc): "Contro l’attacco al sistema d’istruzione pubblico è necessaria una grande mobilitazione regionale"

Nel contesto generale di misure antipopolari e sbagliate che caratterizzano l’azione del governo per la presunta fuoriuscita dalla crisi s’inserisce un attacco senza precedenti al sistema pubblico d’istruzione, formazione e ricerca. Lo abbiamo già detto: grazie a Gelmini e Tremonti sono state tagliate e si taglieranno risorse ingenti a scuola, università e ricerca. Non solo. Nei fatti si disconosce il ruolo e la funzione delle lavoratrici e dei lavoratori del comparto e si torna ad un’idea di scuola che escluderà dal diritto all’apprendimento migliaia di ragazze e ragazzi. Catastrofismo? Tutti i provvedimenti previsti concorrono soltanto a peggiorare la qualità complessiva del sistema d’istruzione pubblico e di stato, con grande gioia di tutti quei soggetti privati che stanno attendendo la svendita totale della conoscenza al mercato. Nella scuola ci saranno 25.600 insegnanti e oltre 15.000 Ata che perderanno il posto di lavoro; nella nostra regione, oltre alla chiusura di plessi, si prevede la perdita di circa 600 posti di lavoro. In questo modo nella scuola primaria non potranno essere soddisfatte pienamente né la domanda di tempo pieno, né la richiesta delle 30 ore. Nella secondaria i tagli assumono dimensioni epocali. È inoltre in discussione in Parlamento un disegno di legge sull’Università che da una parte determina maggiore precarietà per i ricercatori, dall’altra porta gli atenei al collasso finanziario. Insomma, mentre il Paese avrebbe bisogno di puntare strategicamente sulla conoscenza pubblica, il governo risponde con un progetto di tagli ragionieristici per ridurre il sapere a merce.Nella nostra regione possiamo e dobbiamo opporci a questa situazione. Intanto impegnando le Amministrazioni comunali a sollecitare l’azione dei Dirigenti Scolastici volta a richiedere gli organici necessari alla formazione delle classi nel rispetto delle specificità territoriali di comuni montani e ad intervenire presso gli Uffici Scolastici Provinciali e Regionali affinchè venga rispettata la normativa in questione, in modo da evitare ulteriori chiusure di plessi e perdite di posti di lavoro. Inoltre il Consiglio Regionale dell’Umbria potrebbe anche chiedere il rinvio dell’attuazione dei regolamenti.Rifondazione comunista è impegnata in questo senso e ha già coinvolto le proprie strutture e rappresentanze istituzionali presenti su tutto il territorio provinciale, ma siamo consapevoli che occorre un’unità d’azione più ampia, aperta a movimenti, forze sociali e politiche per costruire tutti insieme una alternativa a queste scellerate politiche del governo. Ribadiamo di essere disponibili a sostenere tutte quelle forme di lotta che entro la fine dell’anno scolastico possano determinare il ritiro di questi provvedimenti, dallo sciopero generale, allo sciopero degli scrutini. Per l’istruzione pubblica e di stato.

Enrico Flamini, Segretario Provinciale Prc Perugia

domenica 23 maggio 2010

La rapina del condono edilizio

Nella manovra finanziaria anti-crisi si rilancia l’abusivismo edilizio: l’ulteriore degrado dello stato e del territorio.



Il governo starebbe per inserire nella manovra finanziaria un provvedimento di condono per gli edifici abusivi emersi dalle verifiche del catasto. Insomma, per compensare gli autori delle speculazioni finanziarie e “risolvere” in tal modo la crisi dell’euro, oltre togliere soldi dalle nostre tasche tagliando salari e pensioni e aumentando tariffe, tolgono speranza al nostro futuro dissipando un po’ di più due beni comuni cui affidato il nostro destino: l’autorità dello stato e la salute del territorio. Lo Stato - anzi, la Repubblica - non è di “lorsignori”. Lo abbiamo conquistato con la Resistenza, e con la Costituzione gli abbiamo affidato la cura degli interessi collettivi, fondandolo sul lavoro e sulla tensione verso l’equità. La certezza della legge è la garanzia soprattutto per quelli che hanno meno potere degli altri. Condonare gli abusi di chi ha infranto la legge dello stato significa minare l’autorità pubblica, confermando la convinzione che chi non viola la legge (a spese degli altri) è un fesso. Il territorio non è suolo edificabile ad libitum di chi ne possiede un pezzo. É un bene scarso, intriso di bellezza e di storia e minacciato da fragilità estese e spesso nascoste; è un patrimonio collettivo che deve essere utilizzato oggi e domani, nelle sue potenzialità e nei suoi valori. In tutti i paesi civili la sua utilizzazione da parte dei possessori è assoggettato al rispetto di norme d’interesse collettivo, che si chiamano “piani territoriali e urbanistici”. Legittimare l’abusivismo significa premiare chi ha anteposto i propri interessi immediati a quelli di tutti, incoraggiare quelli che possono a seguire questa strada.
Come Berdini ricordava, il berlusconismo non è nuovo a queste imprese. Dopo il condono di Craxi nel 1985 i governi di destra ne hanno approvati un secondo (1996) e un terzo (2003). L’anno scorso, plagiando i presidenti regionali Berlusconi, col suo “piano casa” ha promosso quello che si è definito “condono preventivo”. E meno di un mese fa, con un decreto legge che è passato sotto silenzio (solo eddyburg.it ha proposto una denuncia e un appello), il Consiglio dei ministri ha approvato un provvedimento che condona gli abusi “per fronteggiare la grave situazione abitativa della Campania”. Una grande campagna d’opinione per difendere i beni comuni dell’autorità collettiva e del territorio bene comune dovrebbe intrecciarsi con quelle in corso per la difesa del’acqua pubblica e per la libertà dell’informazione. Solo quando queste battaglie, insieme a quelle per la scuola e per il lavoro, troveranno un denominatore e una voce comune si potrà sperare in un coronamento politico dell’azione che si svolge nelle piazze: queste sono il primo luogo della democrazia, non possono essere l’unico. Il denominatore comune emerge dalla violenza dei fatti: è la difesa dei beni comuni. La voce ancora non si è levata.

Il gioco si fa duro: è in palio lo Stato sociale

Il gioco si fa duro. Da giorni la «grande» stampa batte sulla vera novità imposta dalla crisi: il tempo dello Stato sociale è scaduto. Fine dell’elemosina. Ha cominciato il Sole con Alberto Orioli: il welfare è un «insostenibile, costoso, inefficiente» retaggio del passato. Come il posto fisso. Ha proseguito il Corriere con Piero Ostellino (lo Stato sociale «divorerà i cittadini» che sinora ha compassionevolmente assistito) e Angelo Panebianco (che, sotto una veste retorica meno grezza, ha sostenuto la stessa tesi: tutto il potere al Libero Mercato).
Una volta tanto dicono la verità, rendendo inevitabili imbarazzate smentite. Maurizio Ferrera, sempre sul Corriere, ha dovuto sbracciarsi a dire che «standard sociali e diritti di cittadinanza» non saranno travolti. Ma Tremonti taglierà stipendi e pensioni pubbliche, praticherà nuove riduzioni alla spesa sociale, aumenterà la pressione fiscale sul lavoro dipendente: siccome questo non accade dopo decenni di politiche espansive e redistributive ma dopo trent’anni di macelleria sociale, all’ordine del giorno è proprio l’eutanasia dello Stato sociale (a cominciare dal Mezzogiorno). Non è affatto questione di «esagerazioni».
Viene così in chiaro il senso del processo storico svoltosi in questi tre decenni. Si è trattato della feroce vendetta del capitale privato contro il lavoro salariato per la sua inaudita pretesa di giocare da protagonista la partita della riproduzione. Si tratta ancora oggi di punire le scandalose lotte operaie degli anni Sessanta. La nuova fase che si apre con la liquidazione del welfare corona una storia cominciata negli anni Settanta (con la fine di Bretton Woods) ed entrata nel vivo con lo scontro di Reagan con i controllori di volo, della Thatcher con i minatori e di Agnelli e Romiti nei 35 giorni di Mirafiori.
Trent’anni di guerra senza quartiere contro il lavoro dipendente che aveva osato ribellarsi al sovrano, di questo si è trattato. La delocalizzazione, la libera circolazione dei capitali e la guerra infinita per il gas e il petrolio sono stati i cardini dell’offensiva, ma anche Maastricht è stata una pietra miliare, poiché ha imposto lo sfondamento su costi e diritti del lavoro e la distruzione dei contratti collettivi. Panebianco parla oggi di «fallimento del socialismo della spesa». Propaganda a parte, il solo socialismo che abbiamo conosciuto se lo è goduto il capitale privato, al quale gli Stati (prima dei miliardi pubblici gettati nei bilanci disastrati di banche e finanziarie) hanno procurato un mercato del lavoro modellato sulle sue esigenze e concesso di evadere il fisco, di speculare senza vincoli e di accumulare profitti con le privatizzazioni. L’esplosione del debito pubblico (che sarebbe più serio chiamare credito privato) è figlia della ferma volontà di tradurre in profitto la produzione sociale della ricchezza.
È la prima volta che il capitale si vendica brutalmente per la rivolta del lavoro? Naturalmente no. È la storia del Termidoro e della Restaurazione (dopo il Terrore giacobino); del colpo di Stato di Luigi Bonaparte, dell’imperialismo e della Prima guerra mondiale (dopo il 1848, la Comune di Parigi e i primi scioperi generali); del fascismo, del nazismo e della Seconda guerra mondiale (dopo il 1917, Weimar e il biennio rosso). È un classico, quindi si sarebbe potuto intuire da tempo dove si andava a parare. Tanto più che qualcuno (Gramsci, Polanyi, Keynes, lo stesso Marx) aveva chiarito come funziona il meccanismo. Ma dov’è stata e dov’è la controparte in questa vicenda?
La Terza via di Tony Blair (rimpianto dal Corriere) è stata la sciagurata illusione che ha dato il la a tutta la sinistra «responsabile» in Europa. Ma forse adesso si reagisce all’altezza del pericolo? Qualcuno lancia l’allarme? Non pare. Alla «gente» si trasmette l’illusione che la «democrazia» sia una conquista irreversibile e un valore in sé, nonostante lo svuotamento dei diritti. Il governo può dire che taglierà, ridurrà, rimanderà senza che alcuno accenni a una reazione: è difficile in tale situazione prevedere che si andrà a un massacro? Sì, ce n’est qu’un début. Ma in senso opposto a quanto sperammo quarant’anni fa.

Ticket, pensioni, TFR….: cosa cambia

Statali, pensioni, invalidità, ticket, nuovi pedaggi per gli automobilisti: ecco cosa cambia per le tasche degli italiani.

Ticket e sanità.

Dal primo luglio ticket sulle prestazioni sanitarie di assistenza. 7,5 euro per la ricetta, per i cittadini esenti il ticket sarà di tre euro e scenderà a 2 il prossimo anno.

In pensione più tardi.

Le finestre per le pensioni di vecchiaia passano da 4 a 2. Dal 2011 i dipendenti che maturano il requisito nel corso del primo semestre andranno in pensione il primo gennaio successivo.

Tfr ritardato

Il Trattamento di fine rapporto per i dipendenti pubblici sarebbe spalmato in tre anni, anziché erogato entro tre (o sei) mesi dal pensionamento.

Pedaggio G.R.A.

Il Grande raccordo anulare, l’anello di asfalto che circonda Roma per oltre sessanta chilometri, potrebbe non essere più gratis. La finanziaria prevede un pedaggio.

Pensioni di invalidità

A partire da gennaio le domande per gli assegni di accompagnamento non saranno accolte se il reddito personale supera i 25mila euro e 38mila nel caso di reddito cumulato.

Tagli a enti pubblici

Le Regioni contribuiranno alla manovra con un miliardo nel 2011 e 1,6 miliardi nel 2012. Tagli ai trasferimenti per 418 milioni e 1,1 miliardi dal 2011.

Soppressione enti (Isae)

Chiude l’Isae, Istituto di studi e analisi economica e le sue funzioni e i suoi dipendenti a tempo indeterminato passano al ministero dell’Economia. Soppresso anche l’Isfol.

Tagli ai ministeri

Tagli a tutti i ministeri. Le spese saranno ridotte dell’8% per il triennio 2011-2013. Esclusi il fondo ordinario delle università, le risorse per la ricerca.

... e ai parlamentari

Il trattamento economico di ministri e sottosegretari membri del Parlamento viene tagliato del 10% a partire dal 2010. Stessa sorte per i collaboratori diretti del ministero.

Blocco turn over

Per gli statali il blocco del turn over prorogato fino al 2013. Le amministrazioni possono avvalersi di personale a tempo determinato nel limite del 50% della spesa sostenuta.

Tagli alla Difesa

Passo indietro sulla Difesa Spa. Niente rinnovo contrattuale per il 2008 - 2009. Una misura che riguarda militari e Polizia. Risparmi dai 200 ai 700 milioni di euro.

Evasione fiscale

Nuovo redditometro sintetici a tappeto. Nel disegno di legge ci saranno nuove norme per rafforzare la lotta all’evasione fiscale. Torna anche la tracciabilità.

Condono edilizio

I 2,5 milioni di case fantasma presenti nel territorio potrebbero essere regolarizzate con il pagamento delle imposte relative agli ultimi anni. Atteso un gettito di 6 mld.

Blocco dei contratti

Non si rinnovano i contratti del pubblico impiego per il triennio 2010-2013. I statali riceveranno solo l’indennità di vacanza contrattuale.

Grandi eventi

Colpo alla Protezione Civile spa. Tutti i fondi destinati ai grandi eventi devono avere il benestare del Tesoro. Il ruolo di Bertolaso si riduce molto. La norma avrebbe fatto infuriare Letta.

Il governo risparmia sugli invalidi

Berlusconi ha annunciato ieri che la manovra finanziaria non toccherà la sanità. Ma il ministro dell’Economia è di tutt’altro avviso, e per ora i conti non tornano. Le anticipazioni sulla manovra che Giulio Tremonti sta mettendo a punto, parlano infatti di ticket sui medici specialisti e di un giro di vite sulle pensioni di accompagnamento per gli invalidi. Quest’ultimi, “non deambulanti” e “non autosufficienti”, se cumuleranno 25 mila euro lordi tra reddito (o pensione) e indennità, non potranno più avere i soldi per l’accompagnamento. Lo stesso se raggiungeranno quota 38 mila euro insieme al coniuge.
“Le notizie sono ancora fumose, ma se si verificheranno sarà una catastrofe”, spiega Mauro Pichezzi, presidente dell’associazione “Viva la Vita Onlus”, che si occupa dei malati di sclerosi laterale amiotrofica. “Le famiglie dei malati di Sla finiranno sul lastrico, perché la situazione è già disperata. Non escludiamo un atto forte come un nuovo sciopero della fame dei nostri malati e una manifestazione di piazza per far sentire la voce di chi davvero vive in condizioni di indigenza”.
Secondo uno studio commissionato dall’associazione, infatti, le famiglie sopportano un carico di circa 2 mila euro al mese a malato, principalmente per una badante e per i mancati guadagni di familiari impiegati nell’assistenza, con punte di 5 mila euro al mese a causa della carenza delle strutture pubbliche sanitarie e sociali. La situazione dei disabili è critica anche senza il ricorso a provvedimenti restrittivi.
Luca Faccio è affetto da tetraparesi spastica, vive in Veneto , è invalido al 100 per cento e percepisce come pensione d’invalidità 256,97 euro. A queste somma 480,47 euro di accompagnamento, per l’assistenza e le cure. “In queste condizioni è impossibile vivere – spiega Faccio – io sono laureato in Scienze dell’educazione, risiedo nella culla dell’industrializzazione, ma non trovo lavoro. Hanno anche sospeso gli incentivi per l’assunzione dei disabili. L’unica cosa che mi hanno proposto è un tirocinio a due euro l’ora per quattro ore al giorno. Mi costa di più farmi accompagnare e riportare dal luogo di lavoro rispetto a quello che guadagno. E quando ho provato a chiedere a cosa mi serviva quel tipo di lavoro mi è stato risposto: a socializzare. Io sono sposato, ho amicizie, il lavoro mi serve per vivere, non per socializzare. Pensate che in questo momento anche mia moglie è disoccupata. Come si fa a sopravvivere con 737,44 euro, comprese le cure?”. Una domanda che Luca Faccio ha posto al ministero dell’Economia e alla presidenza della Repubblica, anche tramite il suo blog http://antefatto.ilcannocchiale.it/www.lucafaccio.it. “Aspettiamo ancora la firma dei livelli essenziali di assistenza, in cui si elevano gli standard minimi – spiega ancora Pichezzi – altro che tagli. Abbiamo bisogno di maggiori risorse per i disabili, specialmente in questo periodo di crisi, per evitare catastrofi”.

Meno tasse? Contrordine: servono 28 miliardi di nuove entrate per riportare sotto controllo i conti pubblici.

Siamo alla resa dei conti: il Pdl che ci aveva promesso un’Italia con meno tasse e senza tagli si trova oggi a tentare di arginare il suo ministro dell’Economia Giulio Tremonti che ha bisogno di 28 miliardi di veri risparmi o di nuove entrate per riportare sotto controllo i conti pubblici. La prima bozza della manovra, fatta filtrare ieri al Corriere della Sera, ha alcuni tratti di populismo, misure di dubbia costituzionalità e, pur essendo priva di cifre, sembra ancora lontana dagli obiettivi di riduzione della spesa che si è dato Tremonti.
TAGLI AI DIRIGENTI. Il populismo si osserva nelle riduzioni degli stipendi degli alti dirigenti della Pubblica amministrazione dei manager pubblici. C’è anche un dato politico che non dispiacerà all’opposizione: la Protezione civile viene di fatto commissariata. I grandi eventi tornano ad essere soltanto le catastrofi e quelli non prevedibili, a comandare sulla gestione sarà adesso il Tesoro e non più Palazzo Chigi, cioè Tremonti invece di Berlusconi e Gianni Letta. Sparisce anche la Difesa spa (che doveva snellire i rapporti del ministero in appalti e uso delle risorse), si rinuncia a rifinanziare le regioni commissariate per la spesa sanitaria e si tagliano i trasferimenti agli enti locali che sforeranno il Patto di stabilità nel 2010 (saranno moltissimi). Ricompare una misura ad alto rischio di incostituzionalità: si rendono nulli i decreti ingiuntivi e i pignoramenti verso le Asl delle regioni commissariate reintroducendo una norma che lo stesso governo, nella persona del ministro della Giustizia Angelino Alfano, aveva bocciato nel 2007 alla Regione Campania che aveva provveduto con propria legge regionale. E questo sarà un problema per le imprese che non riescono a farsi pagare dalla sanità regionale. Si finisce con un taglio lineare (cioè non mirato a una riduzione delle risorse complessive) dell’8 per cento di alcune spese dei ministeri.
I CONTI. Più che una manovra all’altezza delle aspettative della Commissione europea e dei mercati finanziari sembra lo specchio della disperazione di una classe dirigente che non vuole ancora prendere del tutto atto della realtà e dei sacrifici necessari, quindi della necessità di un nuovo patto sociale. Per la prima volta nella storia delle manovre finanziarie non si conoscono i risparmi associati ad ogni misura, probabilmente perché il conto finale non è ancora stato fatto davvero e, sommando quello che già si conosce, si arriverà a stento a 20 miliardi di euro. Ne mancano quindi ancora almeno altri otto per arrivare vicino a quella che sarebbe la vera necessità per il solo 2011. Mentre infatti il governo continua a mantenere le sue previsioni di crescita per il 2011 all’1,4 per cento, le maggiori banche e istituzioni internazionali hanno abbassato le stime all’1,1 per cento per il prossimo biennio, riportando la lancetta dell’ammanco a 40 miliardi per due anni.
NUOVI CONDONI. Si capisce quindi perché in questi giorni si moltiplicano le voci di nuove misure straordinarie per aumentare il gettito che nel 2009 aveva retto solo grazie allo scudo fiscale. Le idee sono le solite: condoni edilizi, condoni fiscali per le imprese e via dicendo. Nessuna misura strutturale, nessun intervento per ridurre in modo permanente le spese nei prossimi anni. Si brancola nel buio con le mani in avanti sperando di non essere investiti da una crisi finanziaria che si avvicina a tutta forza. Chi sembra più consapevole del pericolo è proprio Tremonti che con i suoi scarni comunicati e le ripetute minacce di dimissioni, sapientemente fatte filtrare ai giornali, sembra oramai l’unico in grado di cambiare la rotta politica della manovra e del governo. Dopo le anticipazioni della manovra, Berlusconi ha subito smentito non il documento, ma i suoi effetti: “Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani, ma cercheremo con ogni mezzo di combattere le spese eccessive e naturalmente l’evasione fiscale”. Ma il ministro del Tesoro è consapevole che i mercati concederanno una tregua di sei-dieci mesi ai titoli del debito pubblico italiano per poi verificare l’efficacia della manovra e la consistenza della ripresa economica. Tremonti sa anche che entrambi questi dati rischiano di essere negativi e che a quel punto sarà in evitabile una resa dei conti nel governo e nel paese. Il calcolo di sostenibilità ci dice che servono 60 miliardi in tre anni di minori spese (strutturali) o di maggiori entrate (anche queste strutturali), che il nostro tenore di vita dovrà abbassarsi del 20 per cento ed assomigliare, anche in termini di prezzi al consumo e degli immobili a quello della Germania. La manovra estiva è solo l’inizio.

sabato 22 maggio 2010

Uniti si. Ambigui e confusi no

La crisi capitalistica, oltre ad approfondirsi, costringe chi non si propone di metterne in discussione la natura strutturale a fare proprie le politiche monetariste e liberiste dell’Unione Europea e della Banca Centrale. E’ così che in Italia governo e centrosinistra si accapigliano su tutto tranne che sul punto più importante: i sacrifici. Possono litigare sui tempi e sui modi, su questo o quel dettaglio, ma non sulla necessità di enormi tagli per salvare il sistema economico e per soddisfare gli appetiti del capitale speculativo. Tutto questo è destinato a produrre una macelleria sociale. Con un’opposizione parlamentare incapace di contestare le scelte di fondo capitalistiche, che invece vengono addirittura assunte come base per criticare il governo e per richiamarlo ad una maggiore coerenza con esse, i tagli draconiani sono destinati a produrre malcontento e sofferenze di ogni tipo, ma non una resistenza capace di accumulare forze e di preparare una alternativa. In questo contesto i sentimenti di egoismo sociale, le guerre fra poveri e la distanza dalla politica, comunque declinata nel bipolarismo, sono cose destinate a crescere. Mai come oggi sarebbe necessaria una sinistra politica unita che «torni a giocare un ruolo importante sulla scena politica italiana» (come recita il titolo di un recente appello di alcuni esponenti del Prc, del Pdci, di Sel e di alcune personalità della sinistra). Ma, a nostro parere, senza chiarezza politica e programmatica su due questioni fondamentali l’unità è destinata ad infrangersi, producendo nuove divisioni. E il “ruolo importante” è destinato ad essere un ruolo comprimario nel centrosinistra. La prima è che la radicalità della critica al sistema capitalistico finanziarizzato, che è la causa della crisi, non può essere un dettaglio sacrificabile sull’altare di una alleanza contro Berlusconi. La seconda è che senza una battaglia durissima contro il bipolarismo la politica ufficiale (tutta, senza distinzioni) è destinata a separarsi definitivamente dalla società. Mentre per altre forze questo è perfino utile, giacché il “governo dell’esistente” nel tempo del capitalismo contemporaneo ha bisogno di essere indifferente alle conseguenze sociali delle proprie scelte, per la sinistra è esiziale. A meno che non si voglia essere sinistra liberale. O che si voglia confondere l’interesse di un ceto politico a ricavarsi uno spazio istituzionale nel centrosinistra con gli interessi delle lotte e delle classi subalterne.
Per questo noi insistiamo nel dire, come è scritto nel documento fondativo, che la Federazione della Sinistra deve essere costruita come l’unità della sinistra politica e sociale anticapitalista e che deve essere indipendente dal centrosinistra. Per questo ribadiamo, come ha votato a larghissima maggioranza il Cpn del Prc, che col centrosinistra si deve fare un accordo in difesa della Costituzione, di resistenza democratica al regime delle destre e di superamento del bipolarismo, ma non un accordo di governo. Per questo diciamo, sommessamente ma con fermezza, che parlare della Federazione come se questa avesse già unito il possibile (mentre molto resta da fare per costruirla come vero spazio pubblico aperto ai movimenti e ai protagonisti dei conflitti) proponendo poi l’unità con Sel e glissando sull’internità o meno al centrosinistra, è un grave errore.
Non di manovre trasversali delle correnti dei diversi partiti e non di suggestioni unitarie senza chiarezza abbiamo bisogno. Serve una prospettiva unitaria chiara su progetto e contenuti, a partire dalle cose che già abbiamo insieme deciso. Il corpo militante che in questi anni ha resistito e combattuto contro tutti e tutto per mantenere in vita Rifondazione, e che sarà presto chiamato a decidere nei congressi della Federazione e del partito, merita che il gruppo dirigente sia chiaro e non dilaniato da incomprensibili lotte correntizie.


Ramon Mantovani,
Giovanni Russo Spena
Direzione Nazionale PRC

Vietato parlare con la stampa Bavaglio a presidi e professori.

Non bastavano i tagli al personale e alle risorse. Ora per la scuola italiana sono previste censure e bavagli.
Bavaglio agli insegnanti che parlano con la stampa o dissentono dalle linee del governo. Se non si “ubbidisce” via alle sanzioni disciplinari. È quello che accade in questi giorni in Emilia-Romagna, dove il dirigente dell’Ufficio Scolastico Regionale Marcello Limina invia ai presidi una circolare «riservata» in cui manifesta la volontà di porre uno stop a «dichiarazioni rese da personale della scuola con le quali si esprimono posizioni critiche con toni talvolta esasperati e denigratori dell’immagine dell’amministrazione di cui lo stesso personale fa parte». Toni che - prosegue la nota - vengono inviati sotto forma di documenti ad autorità politiche, fatti circolare a scuola o distribuiti alle famiglie. Nella circolare Limina “invita” quindi ad «astenersi da dichiarazioni o enunciazioni che in qualche modo possano ledere l’immagine dell’Amministrazione pubblica».
Si scatena il putiferio quando il coordinamento degli insegnanti modenesi Politeia viene a conoscenza dell’esistenza di questa circolare, non ancora resa pubblica da nessun preside, ma datata 27 aprile. La Cgil insorge: «Ritiro immediato della nota e dimissioni del direttore dell’USR», la richiesta del segretario generale Flc-Cgil Mimmo Pantaleo. Immediata la difesa del ministro Mariastella Gelmini: «Condivido e sostengo pienamente l’operato del direttore Limina che ha invitato tutto il personale della scuola a osservare un comportamento istituzionale - afferma il ministro - È lecito avere qualsiasi opinione ed esprimerla nei luoghi deputati al confronto e al dibattito. Quello che non è consentito è usare il mondo dell’istruzione per fini di propaganda politica: chi desidera fare politica si candidi alle elezioni e non strumentalizzi le istituzioni».
Tutto parte da Modena, dove alcuni insegnanti vengono a conoscenza dell’esistenza della circolare. «Qualche dirigente troppo zelante l’ha messa tra quelle visibili a tutti», riferisce un insegnante. Presa la palla al balzo di una manifestazione contro i tagli della riforma Gelmini che si è svolta a Modena giovedì, i docenti hanno reso pubblica la notizia e firmato una mozione per denunciare il «carattere intimidatorio e lo spirito antidemocratico della circolare che cerca di reprimere le legittime proteste del mondo della scuola». Fatto altrettanto grave, per i “prof” modenesi, quello di «far passare l’idea che i dirigenti, destinatari del documento, siano soggetti superiori di grado, quando in realtà, nel collegio docente, sono figure inter pares. Poi, vuoi per l’avidità di qualcuno, vuoi per il clima autoritario generale, passa l’idea di un ruolo diverso». La scuola, insomma, non è quella che dipingono Limina e il governo anche per Bruno Moretto della cellula bolognese del comitato Scuola e Costituzione: «Gli insegnanti sono autonomi: lo spirito dell’articolo 33 della Costituzione è quello di creare nella scuola un clima di confronto di posizioni». Meglio per il comitato che «Limina si occupi di ciò che gli compete e risponda ad esempio ai 600 bambini che a Bologna e provincia non avranno posto alla scuola materna l’anno prossimo».

venerdì 21 maggio 2010

Solo chi paga le tasse merita i diritti

La sacrosanta protesta di un membro del popolo dei salariati, mentre chi governa incentiva gli evasori e attacca il welfare.


Questo non è un articolo di commento, è un articolo di protesta. Sarà, perciò, breve, diretto, persino un po’ rozzo e brutale. Altri esporranno, spero, pacatamente le loro ragioni, io qui mi limiterò a urlare le furibonde ragioni dei miei oppressi e i miei oppressi sono i lavoratori salariati vittime della vessazione fiscale. Protesto perché nel nostro Paese, al principio del nuovo secolo e millennio, la principale causa d’ingiustizia sociale è la sperequazione fiscale. Protesto da dipendente pubblico perché la principale forma di sperequazione fiscale non è tra Nord e Sud (come vorrebbe una parte politica i cui elettori hanno finanziato le loro imprese con l’evasione fiscale e con il lavoro nero) ma tra salariati (per lo più dipendenti statali) e lavoratori autonomi. Protesto perché, sul piano fiscale, la popolazione italiana è divisa in due parti.
Da un lato c’è un ceto produttivo (quelli a cui le tasse le prelevano alla fonte), dall’altro un ceto di parassiti evasori (per lo più commercianti, liberi professionisti, imprenditori). Protesto perché, per colmo della beffa, la prima metà è quella più povera, la seconda quella più ricca, la quale diventa ancora e sempre più ricca grazie al sangue fiscale succhiato ai più poveri. Protesto perché sono stufo di pagare con il mio modesto stipendio di ricercatore universitario la scuola d’élite al figlio del ristoratore dove una volta al mese posso forse permettermi di andare a mangiare il pesce, perché sono stufo di pagare con quel modesto stipendio la polizia che sorveglia la sontuosa villa del dentista da cui mi sono fatto otturare un dente cariato, perché sono arcistufo di pagare le strade su cui sfreccia con il suo SUV corazzato il commercialista arricchito o il pronto soccorso a cui ricorre in una notte sbagliata l’imprenditorello impippato, protesto perché non ne posso più di pagare con i miei 1500 euro mensili la escort da duemila euro a botta al riccastro viziato.


Lo Stato Moderno, ombrello della convivenza civile, nasce sulla base di un patto preciso: sottomissione contro protezione, soggezione (anche fiscale) contro sicurezza. In questi giorni assistiamo a una versione caricaturale, degenerata, di quell’antica alleanza. Una violenta cricca internazionale di grassatori dell’alta finanza decide, dai suoi grattacieli dorati di New York, Lussemburgo o Shanghai, una razzia ai danni della povera gente di alcune antiche e dissestate nazioni mediterranee. E i governanti di quelle nazioni che fanno? Per ergere una barriera finanziaria a difesa della loro gente non trovano di meglio che salassare ulteriormente i già vessati salariati e pensionati.


Io contro questa barzelletta di democrazia protesto e denuncio la rottura fraudolenta del contratto sociale. La più grande democrazia moderna, quella statunitense, comincia da una protesta fiscale. No taxation without representation. Niente tasse senza rappresentanza politica, urlarono i ribelli delle colonie della Nuova Inghilterra.


Non essendo questi - purtroppo o per fortuna, per fortuna o purtroppo - tempi di rivoluzioni, io propongo di invertire la formula: no representation without taxation. Si tolgano i diritti civili, a cominciare dal diritto di voto, a tutti gli evasori fiscali (prima, però, bisognerebbe, ovviamente, pescarli). Chi di fatto non fa parte del consesso civile statale che si costruisce e conserva grazie al contributo fiscale di tutti, non ne faccia parte nemmeno di diritto. Altrimenti, il paradosso è che un ceto di evasori fiscali, parziali o totali, continuerà a eleggere un ceto politico che poi ne preserverà il privilegio d’immunità, perpetuando questa tremenda ingiustizia sociale. Contro la quale io, personalmente, protesto e spero protestino in tanti.




Scurati, Antonio, La Stampa, 18 maggio 2010