lunedì 27 settembre 2010

ASSEMBLEA PUBBLICA

CONTRO LE “CARTE FALSE”di Governo, Confindustria e Sindacati “complici”
Per il contratto, la democrazia e i diritti




Il governo mette le mani nelle tasche dei lavoratori. La manovra da 25 miliardi colpisce chi vive del proprio lavoro. I grandi patrimoni, la speculazione finanziaria, gli evasori non verseranno un euro e, sentitamente, ringraziano.Si vuol far credere che la crisi del debito pubblico è causata dall’eccesso di spese pubbliche, in particolare della spesa sociale e pensionistica. Ma l’INPS ci dice che il 72% dei pensionati vive con meno di 1.000 euro al mese, e il 46% addirittura con meno di 500 euro. Mentre l’OCSE certifica che l’Italia è l’ultima in Europa per spesa pubblica per l’istruzione dei giovani. Non sono certo lavoratori e pensionati a “vivere al di sopra delle proprie possibilità”Approfittando della crisi, Confindustria adotta la linea Marchionne e sferra un attacco senza precedenti per cancellare il contratto nazionale di lavoro e, quindi il sindacato, per imporre il divieto di sciopero, per abbassare i già magri salari ed aumentare l’intensità e la durata del lavoro.L’intento è quello di rendere i lavoratori dei servi che, con cappello in mano e capo chino, vanno dai padroni ad elemosinare un lavoro purchessia.Di fronte a tutto ciò i “sindacati complici”, CISL e UIL, firmano qualsiasi cosa gli venga proposta da Padronato e Governo e si rifiutano di sottoporre gli accordi al vaglio dei lavoratori. NOI NON CI STIAMOIn un Paese in cui il 10% della popolazione possiede il 45% della ricchezza, mentre il 50% ne possiede appena il 10%, e in cui i salari e gli stipendi sono tra i più bassi d’Europa, non è possibile che a pagare siano sempre i soliti noti: lavoratori e pensionati.In un Paese dove lo stato sociale è già sotto finanziato rispetto al resto d’Europa, è immorale tagliare di 15 miliardi i trasferimenti agli Enti Locali che si tradurranno in ulteriori tagli dei servizi ai cittadini e in aumenti di tariffe.In un Paese dove ogni anno si contano 120 miliardi di evasione fiscale e 50 miliardi di evasione contributiva, è criminale varare, con cadenza quasi annuale, condoni come lo “scudo fiscale” o la “cedolare secca” sugli affitti.Costruiamo i comitati unitariper la manifestazione del 16 ottobre,per richiedere l’indizione di uno sciopero generale,per respingere l’attacco di Governo e di Confindustria contro i lavoratori,per una legge sulla rappresentanza sindacale che dia voce ai lavoratori sui accordi che li riguardano


VENERDI’ 1 OTTOBRE ore 20,30


Sala Sant’Antonio – Torgiano
ASSEMBLEA PUBBLICA
Partecipano:


VASCO CAJARELLI,
segreteria regionale CGIL
LUCIANO DELLA VECCHIA,
responsabile lavoro PRC Umbria




Circolo PRC “P.Ranieri” Torgiano

La giustizia ai tempi di Berlusconi, Alfano e dei "lodi"

Mentre il governo sprofonda nel suo verminaio e precipita il Paese in una crisi politica e morale senza precedenti; mentre i palazzi del potere trasudano malversazione, corruzione e ruberie; mentre lì si pratica la guerra per bande nel più totale, cinico disinteresse per la vita grama in cui si dibatte gran parte del popolo italiano; mentre i ricchi possono impunemente confiscare risorse che appartengono a tutti i cittadini, accade che il tribunale di Bergamo condanni ad un anno di carcere un marocchino di 52 anni colpevole di avere asportato, senza pagare, quattro mele dal banco di un supermercato.C'è, in questo allucinante affresco dell'Italia contemporanea, tutta l'abnormità dell'ingiustizia, della protervia classista, dell'ottusa cattiveria che prorompe dalle implacabili sanzioni comminate ai poveri diavoli e, per converso, dell'indulgenza generosamente riservata ai prepotenti.Viviamo da tempo, con colpevole assuefazione, rapporti umani e sociali avvelenati dall'individualismo, dalla chiusura nel proprio "particulare", dalla rottura dei legami solidaristici e di prossimità. Si tende così a chiudere gli occhi di fronte a comportamenti che umiliano l'altrui dignità, quando non è in gioco la propria. Senza capire che la campana suona per tutti.Non ci sono né artifizi, né imbrogli, né cortine fumogene che possano nascondere questa tristissima realtà. Di fronte alla quale non basta indignarsi. Ma che occorre voler rovesciare. Come un guanto. Prima di affogarci dentro.
L’Italia è un paese alla rovescia,
quello in cui le spade stanno appese e i foderi combattono
perché l’ignoranza siede sul trono d’oro e gode della schiavitù.
Il paese degli stronzi nel quale
chi fa davvero ricerca viene umiliato dai baroni/massoni
e chi striscia è premiato con avanzamenti di carriera.
Il paese retrogrado in cui i disabili sono considerati
nazisticamente un problema collettivo.
Il paese di Pulcinella, di Pinocchio, di Apicella e di Fisichella.
Il paese che amo (ma anche no), come direbbe qualcuno.
E’ tempo di ribaltare il gioco delle parti, mi sa.
Se non ora, quando? diceva Primo Levi.

BEPPE, IL RIVOLUZIONARIO

“Siamo noi i veri rivoluzionari“, ha urlato Beppe Grillo dal suo palco di Cesena: prossimo passo, far eleggere sei o sette onorevoli del Movimento 5 Stelle a Montecitorio.
Per chi volesse approfondire, l’appuntamento è nei teatri del suo tour, a partire dal 5 ottobre: trentatré euro il biglietto d’ingresso.
Che dire? La rivoluzione costa, compagni…

L'EREDITA' DI VELTRONI

Gli arabi ci hanno lasciato raffinatezze mediterranee, i persiani ci hanno insegnato l’agricoltura.
Il Messico ci ha donato patate e pomodori, i francesi Truffaut e la Rivoluzione.
L’Argentina ci ha dato il tango e Maradona, l’America il rock’n’roll, e potrei continuare.

Quel che ci ha lasciato Walter Veltroni, invece, è Massimo Calearo, non è che può andarci sempre bene, qualche sfiga bisogna metterla in conto.
Già presidente di Finmeccanica – falco di Finmeccanica, come dissero subito i sindacati che lo conoscevano bene – fu candidato ed eletto nel 2008 per il Pd, forse perché Valletta era già morto, o forse perché la vocazione era così maggioritaria, ma così maggioritaria, che si poteva candidare chiunque, purché non di sinistra e antioperaio (grazie, Walter!).
Calearo passò poi all’Api di Rutelli, qualunque cosa siano (sia l’Api che Rutelli). All’interno di Alleanza per l’Italia ha creato Alleanza per il Veneto, e dall’alto di questo nuovo movimento di massa (la massa c’è: Calearo è piuttosto tracagnotto), si spella le mani per applaudire il leghista Luca Zaia, la solita solfa di “più Veneto ai veneti” e simili amenità.
Ma la platea regionale non gli basta. E così il prezioso lascito di Veltroni agli italiani, Massimo Calearo, si è di recente offerto a Silvio Berlusconi come possibile ministro dello Sviluppo Economico, al posto di Scajola (probabilmente a sua insaputa) e credendo come un pollo alle promesse di Silvio, che da venticinque settimane promette di insediare qualcuno al ministero “la settimana prossima”.

Calearo non partecipa in questi giorni alla grottesca transumanza di peones e deputati minori con il miraggio di un sottosegretariato. No, no, Calearo è di un’altra pasta, non ha bisogno di offrirsi, era già in offerta speciale dall’inizio. E il 29 alla Camera appoggerà Berlusconi? “Sento e decido per il bene del paese”. Ah, meno male che qualcuno pensa al bene del Paese, ma quale paese, esattamente, si può sapere?
Alessandro Robecchi, Il Manifesto

venerdì 24 settembre 2010

ASSEMBLEA PUBBLICA

CONTRO LE “CARTE FALSE”
di Governo, Confindustria e Sindacati “complici”
Per il contratto, la democrazia e i diritti





Il governo mette le mani nelle tasche dei lavoratori. La manovra da 25 miliardi colpisce chi vive del proprio lavoro. I grandi patrimoni, la speculazione finanziaria, gli evasori non verseranno un euro e, sentitamente, ringraziano.
Si vuol far credere che la crisi del debito pubblico è causata dall’eccesso di spese pubbliche, in particolare della spesa sociale e pensionistica. Ma l’INPS ci dice che il 72% dei pensionati vive con meno di 1.000 euro al mese, e il 46% addirittura con meno di 500 euro. Mentre l’OCSE certifica che l’Italia è l’ultima in Europa per spesa pubblica per l’istruzione dei giovani. Non sono certo lavoratori e pensionati a “vivere al di sopra delle proprie possibilità”
Approfittando della crisi, Confindustria adotta la linea Marchionne e sferra un attacco senza precedenti per cancellare il contratto nazionale di lavoro e, quindi il sindacato, per imporre il divieto di sciopero, per abbassare i già magri salari ed aumentare l’intensità e la durata del lavoro.
L’intento è quello di rendere i lavoratori dei servi che, con cappello in mano e capo chino, vanno dai padroni ad elemosinare un lavoro purchessia.
Di fronte a tutto ciò i “sindacati complici”, CISL e UIL, firmano qualsiasi cosa gli venga proposta da Padronato e Governo e si rifiutano di sottoporre gli accordi al vaglio dei lavoratori.

NOI NON CI STIAMO
In un Paese in cui il 10% della popolazione possiede il 45% della ricchezza, mentre il 50% ne possiede appena il 10%, e in cui i salari e gli stipendi sono tra i più bassi d’Europa, non è possibile che a pagare siano sempre i soliti noti: lavoratori e pensionati.
In un Paese dove lo stato sociale è già sotto finanziato rispetto al resto d’Europa, è immorale tagliare di 15 miliardi i trasferimenti agli Enti Locali che si tradurranno in ulteriori tagli dei servizi ai cittadini e in aumenti di tariffe.
In un Paese dove ogni anno si contano 120 miliardi di evasione fiscale e 50 miliardi di evasione contributiva, è criminale varare, con cadenza quasi annuale, condoni come lo “scudo fiscale” o la “cedolare secca” sugli affitti.

Costruiamo i comitati unitari
per la manifestazione del 16 ottobre,
per richiedere l’indizione di uno sciopero generale,
per respingere l’attacco di Governo e di Confindustria contro i lavoratori,
per una legge sulla rappresentanza sindacale che dia voce ai lavoratori sui accordi che li riguardano
VENERDI’ 1 OTTOBRE ore 20,30
Sala Sant’Antonio – Torgiano
ASSEMBLEA PUBBLICA
Partecipano:
VASCO CAJARELLI,
segreteria regionale CGIL
LUCIANO DELLA VECCHIA,
responsabile lavoro PRC Umbria

Circolo PRC “P.Ranieri” Torgiano

LIBRO E MOSCHETTO STUDENTE PERFETTO!

Gelmini a passo d'oca sulla scuola pubblica. La destra non si ferma davanti a nulla: ora introduce anche l' "educazione militare" nelle scuole...

Pancia in dentro, petto in fuori! At-tenti! Finalmente una buona notizia per la scuola italiana: i professori vengono licenziati a mazzi, i soffitti cascano in testa, le strutture fanno schifo e compassione, ma in compenso possiamo tutti tirare in aria i berretti e gridare hurrà per il solenne protocollo d’intesa firmato tra la ministra Gelmini, beata ignoranza, e il sor La Russa, il colonnello alla parata militare. In alto i cuori! Il protocollo d’intesa si ammanta di notevoli paroloni, roba forte qui nel Berlusconistan, come ad esempio “conoscenza e apprendimento della legalità e della Costituzione”. Ma questa è la teoria, roba da comunisti. E’ la pratica che è più interessante, e prevede: “cultura militare”, “arrampicata”, “tiro con l’arco e con la pistola” (ad aria compressa, aggiunge pietoso il documento), senza contare “nuoto e salvamento” e “orienteering”. Insomma, una specie di incrocio tra i littoriali, il sabato fascista e i film con Alvaro Vitali, il tutto sotto l’occhio vigile di La Russa e della sciura Gelmini, eletta dalla lobby dei cacciatori nella patria della Beretta, pistola italiana. Protocollo d’intesa denominato “Allenati per la vita”, che insegna tra le altre cose anche il “pernottamento in luoghi ostili”, cosa che potrebbe tornare utile alle ragazze che restano bloccate nottetempo nei cessi di Palazzo Grazioli. Non basta. A coronare il virile cimento arriverà alla fine una “gara pratica tra pattuglie di studenti” che varrà come credito formativo. “Mamma, non rompere che c’ho tre in matematica, perché ho preso ottimo nel passo del giaguaro!”. E’ così che si forma una classe dirigente, imparando a dire signorsì. Non si parla di bombe a mano e di sommergibili rapidi ed invisibili, ed è una notevole pecca dell’iniziativa (forse mancano i fondi), ma siamo certi che qualcuno porrà rimedio. Il tutto agli ordini di un centinaio di ufficiali in congedo, consapevoli che, dalle strutture alle finalità, dalle scale alle camerate, un liceo può somigliare perfettamente a una caserma. Il tutto, manco a dirlo, sponsorizzato da enti pubblici e privati, il che significa che l’ora di attività ginnico-militare (sic!) o la visita al poligono saranno finanziate dall’illuminata industria italiana: perché avere cittadini quando si possono avere soldati semplici? L’intesa è per ora regionale (Lombardia) e riguarda le scuole medie superiori, ma non disperiamo: la nostalgia è una brutta bestia e la tentazione di vestire da Balilla anche i più piccoli si farà strada presto. Scritta in un esilarante burocrat-militarese, la circolare che informa la popolazione pare di suo un capolavoro satirico. Ed addirittura strepitoso è il passaggio teorico in cui si spiega che tanto dispiego di mezzi di aria, di cielo e di terra (e di pistole ad aria compressa) ha tra le altre finalità “il contrasto del bullismo”. Insomma, qualcosa tipo: “Mamma, c’era un bullo, ma l’ho fatto secco”. Molto educativo. Naturalmente si sa come andrà a finire. Niente soldi per la benzina del cerchio di fuoco, due proiettili per settecento studenti, corsi di orienteering nel cortile della scuola e – se piove, nevica o tira vento – fornitura di speciali scarponi in cartone pressato, nella più pura tradizione dell’esercito italiano. E fin qui, naturalmente, al netto di incidenti, sempre possibili di fronte a una truppa riottosa e bambocciona come ci si immagina quella degli studenti. “Capitano, me so’ sbagliato… Ho spezzato le reni al prof di greco!”. Triste destino di un popolo imbelle a cui si chiede, “per fare gruppo”, di mettere l’elmetto a scuola. Cosa che del resto chiedono ormai anche le mamme più avvertite. “Mettiti l’elmetto Gino, che in aula ti casca il soffitto sulla capoccia”. Cronache italiane, insomma. Alalà!

Alessandro Robecchi, Il Manifesto

venerdì 17 settembre 2010

Parole chiare. Per una sinistra che torni a contare

In questi giorni abbiamo assistito al tentativo, condotto senza esclusione di colpi, anche portati deliberatamente sotto la cintura, di mettere il Prc, la Federazione della sinistra fuori da ogni gioco politico. Per la verità, l’oscuramento mediatico era, come ognuno ha potuto constatare, già in corso da tempo.
Ma l’eventualità delle elezioni anticipate e la proposta di una larga alleanza democratica per cacciare Berlusconi, avanzata in tempi non sospetti da Paolo Ferrero ed ora fatta propria da Pierluigi Bersani, ha rimesso tutte le bocce in movimento, suscitando allarme in coloro che grazie all’attuale legge elettorale e alla torsione bipolare del sistema politico erano riusciti ad espellere la sinistra dal Parlamento, cancellando dalla rappresentanza istituzionale le sole forze non omologate alla cultura mercatista.
Così, nei giorni scorsi, nell’intento di scoraggiare qualsiasi intesa con la Fed, il Corriere della sera non ha esitato ad inventarsi la fola di una cooptazione di Ferrero e Diliberto nelle liste del Pd, generando sconcerto a dritta e a manca. La smentita, da parte di tutti gli interessati, è stata pronta e netta, ma intanto la bufala ha viaggiato, secondo un ben collaudato modello di disinformazia. Repubblica è invece ricorsa ad un espediente più sofisticato: nella pubblicazione dell’ultimo sondaggio (che come tutte le esplorazioni della pubblica opinione è sempre saggio maneggiare con prudenza) ha del tutto omesso la Fed, in ragione di una stima che la vorrebbe sotto il 2% e ha sommato quella percentuale a quella attribuita ad altri “cespugli”, tutti classificati sotto la generica e indifferenziata denominazione di “altri”, accreditando dunque la percezione di una inesorabile marginalità della sinistra comunista e anticapitalista.
Piccoli trucchi, dove la rappresentazione “fotografica”, istantanea, di una tendenza elettorale si salda con la pratica dell’obiettivo, una sorta di profezia che si autodetermina. Come a dire: chi mette lì il suo voto lo investe in nulla, lo butta via. Il perimetro “interessante” - si suggerisce - è quello che arriva fino a Sel, della quale si dà evidentemente per scontata l’irrecuperabilità ad una coalizione unitaria di sinistra, autonoma e indipendente dal Pd. Tutti i riflettori vengono così proiettati sul cerchio più stretto della proposta di Bersani, sulla coalizione di governo, sul Nuovo Ulivo e sulla prossima disfida fra quanti si candidano a guidarlo nella contesa elettorale che, prima o poi, verrà. Il tema dell’alleanza democratica non ottiene invece la dovuta attenzione. Viene così messo in secondo piano l’obiettivo più importante e preliminare, quello di liberare il Paese dalla cancrena che sta divorando la democrazia e le istituzioni repubblicane, prima che la necrosi diventi irreversibile; quello cioè di lavorare alla più ampia convergenza di tutte le forze, pur di diverso orientamento politico, che tuttavia condividono la necessità di ripristinare la legalità costituzionale travolta dal golpismo del caudillo di Arcore e del suo corrotto sultanato.
La questione del governo, dell’omogeneità programmatica delle forze che lo compongono deve venire dopo che sia stata affrontata e vinta questa battaglia, vera e propria emergenza democratica. Tuttavia converrà venire in chiaro anche su questo punto ed è bene farlo subito per evitare che si trascinino equivoci e per rendere trasparente il rigore di un ragionamento politico. Che è - per chi scrive - il seguente.
L’esperienza del governo Prodi è lì a ricordarci che se stai al governo del Paese lo devi fare in ragione della effettiva possibilità di cambiare le cose, di compiere passi che facciano percepire il cambiamento come reale, come processo che muta e mugliora, nella materialità dei rapporti sociali, la vita delle persone. Quando questo non accade, come non è accaduto nel passato, si produce un distacco che nel tempo diventa frattura con la tua base sociale, tanto più grave quanto forte era l’aspettativa che avevi suscitato. E se malgrado tutto perseveri nel mantenere responsabilità di governo quando la rotta è palesemente diversa da quella per cui ti eri battuto e che era stata tracciata, allora si genera la convinzione che lo fai per te stesso: il rapporto tra mezzi e fini si rovescia, la tua credibilità va in frantumi e ne paghi, come è giusto che sia, tutti i prezzi. E’ già successo con effetti devastanti e duraturi. Non deve più succedere. Questo vuol dire che la sinistra non può, in linea di principio, entrare in una coalizione di governo con forze moderate? O che questo sia possibile solo a condizione che la propria impostazione politica entri di peso, tale e quale, nelle linee programmatiche dell’esecutivo? No, non vuol dire questo. Vuol dire però che la presenza al governo deve comportare alcuni evidenti tratti di discontinuità in assenza dei quali è bene distinguere, piuttosto che confondere, le responsabilità.
Provo a farmi capire meglio con alcuni esempi. Si può stare in un governo che continui a partecipare attivamente ad una guerra di occupazione, come quella in corso in Afghanistan, in flagrante violazione dell’articolo 11 della Costituzione? E’ tollerabile che mentre la scure dei tagli si abbatte violentemente sulla scuola pubblica, mentre il welfare viene ridotto ad un colabrodo, mentre un esercito di disoccupati involontari viene privato di qualsiasi sostegno al reddito, si perseveri nel finanziare con 3 milioni di euro quotidiani quella missione militare? E’ pensabile che un governo imperniato sul Pd revochi la spinta agli armamenti che sta divorando 30 miliardi per dotare il nostro arsenale bellico di 131 cacciabombardieri F35, 130 caccia Eurofighters, 100 elicotteri NH90, 10 fregate Fremm? E’ disposto un governo neo-ulivista a promuovere una legge che ostacoli e penalizzi fiscalmente le delocalizzazioni industriali combattendo apertamente politiche imprenditoriali che speculano sul dumping di manodopera e contrappongono lavoro a diritti? Può il Pd, con i suoi potenziali alleati, sostenere una legge che permetta di verificare la reale rappresentanza dei sindacati e che riconosca ai lavoratori il diritto di legittimare attraverso il voto referendario ogni atto negoziale sottoscritto in loro nome? Vogliono il Pd e la coalizione su di esso imperniato introdurre un reddito di cittadinanza, portare l’imposizione tributaria sulle rendite finanziarie a livelli europei, colpire le transazioni speculative attraverso l’introduzione di una Tobin tax, imporre una tassa sui patrimoni mobili e immobili nel solco di una riforma fiscale capace di produrre una politica di redistribuzione della ricchezza? Si può avere ragionevole certezza che quella coalizione difenderebbe i beni comuni, a partire dalla integrale proprietà pubblica dell’acqua e dei servizi idrici? E ancora: è realisticamente immaginabile che in quel programma di governo trovino spazio i pacs o il testamento biologico?
Si potrebbe continuare a lungo. Ma possono bastare questi pochi esempi. Nessuno degli interventi elencati, si badi bene, scuoterebbe la società capitalistica nei suoi fondamenti e, purtuttavia, ciò rappresenterebbe un mutamento vero e percepibile. Che, vorremmo essere smentiti, non è dato attendersi, considerati i paralizzanti equilibri che ingessano i democratici, che ne disegnano il tratto politico e culturale e che nessun esito delle primarie potrebbe sconvolgere. Si ritiene che non sia così? Allora, giù le carte. L’indisponibilità dichiarata dalla Fed a sedersi al tavolo dell’Ulivo non è frutto di un pregiudizio ideologico, di un arroccamento identitario, di una scelta aprioristica per l’opposizione, ma il risultato di una precisa e concreta analisi dei fattori e degli attori in campo, della loro natura, insieme ad una realistica consapevolezza della impossibilità, qui ed ora, di mutarne il segno e l’indirizzo politico di fondo. Di qui la proposta di un’alleanza delle forze di sinistra, autonoma e indipendente dal Pd, impegnata a ricostruire lavoro sociale, coesione politica e massa critica, riconquistando, per questa via, anche quella rappresentanza parlamentare di cui oggi è orba. Viceversa, se l’adesione all’Ulivo è considerata da una parte della sinistra una scelta aprioristica, disancorata da un progetto politico, coltivata nell’illusione che chi vince una consultazione primaria di coalizione possa plasmarne a propria immagine il profilo, credo si andrà incontro a qualche cocente delusione, frutto di quello strabismo politico che attribuisce virtù taumaturgiche ai condottieri di partiti personali.

Dino Greco, direttore di Liberazione

Alla ricerca della Sinistra perduta


L’altro giorno, navigando proprio in questo spazio, l’amico di blog Bonifacio mi ha posto una domanda intrigante e difficile. In sostanza: per rilanciare la Sinistra è più importante il radicamento sociale o la qualità comunicativa della leadership?
Provo a rispondere, sperando che altri amici/amiche vogliano farsi coinvolgere nella discussione (ormai l’avrete capito: sono un fanatico del dibattito pubblico come fondamento della democrazia rettamente intesa)
Il punto da cui parto è che la Sinistra non deve mai scimmiottare la Destra; pena la sconfitta. Perché quest’ultima gioca necessariamente in difesa, mentre le posizioni “mancine” sono per natura votate all’attacco. Infatti la squadra destrorsa ha come obiettivo frenare o azzerare le spinte al cambiamento (posizioni conservatrici e/o reazionarie), in quanto presidiatrice degli equilibri vigenti, l’altra è chiamata a intercettare e – dunque – promuovere bisogni di Giustizia e di Libertà, Inclusione (posizioni riformiste e/o radicali)
Detto così il quadro risulta abbastanza chiaro. Invece tutto si complica quando le posizioni difensive tendono ad ammantarsi gattopardescamente di “novismo” (e – direbbe Bush jr. – “compassione”, ambiguo sostituto della solidarietà). Ma attenzione: è solo una tattica, teorizzata già in epoca vittoriana dal primo ministro inglese Disraeli, quando invitava i Tory (conservatori) a “sorprendere i Whig (progressisti) mentre sono al bagno e filarsela coi loro vestiti!”.
Questo – però – non vale all’incontrario, come tanti sedicenti progressisti degli ultimi tempi hanno tentato di fare, ritenendo una gran furbata indossare i panni degli avversari: se uno vuole votare Destra sceglie l’originale, non accontentandosi di pallidi surrogati. Ma vallo a spiegare ai tanti epigoni nostrani del blairismo
Per questo motivo ritengo che la prima qualità di una forza di Sinistra sia quella di interpretare correttamente la domanda sociale raccordandosi coi movimenti di lotta e protesta, cui offrire indirizzi e organizzazione.
Un lavoro che va fatto in squadra. Difatti un tempo si preferiva parlare non di solitari “lider maximi” (tendenzialmente narcisistici) ma di “gruppi dirigenti”; e la conseguente preoccupazione era che non dessero vita a nomenklature autoreferenziali di “imprenditori di se stessi”. Il mito – sostanzialmente di destra (era don Gianni Baget Bozzo, cappellano di Berlusconi, che teorizzava la sacralità del corpo del Capo) – del leader carismatico come “uomo forte” a cui abbandonarsi emotivamente, oggi dominante, trascura il fatto che, se vogliono diventare progetto, le passioni vanno razionalizzate
Antiche lezioni ormai totalmente rimosse, in questa fase della politica dispersa nel virtuale; una dimensione che privilegia i personaggi, di fatto attori di una recita in cui identificarsi. In una relazione che passivizza.Niente a che spartire con le personalità-simbolo (che ne so, John F. Kennedy, Giacomo Matteotti…) intese come risorse – appunto – paradigmatiche capaci di mobilitare l’azione collettiva.
Certo, i simboli sono necessari nelle fasi di rottura, anche a sinistra. Ma poi si passa alla politica quotidiana, quella che Max Weber definiva “un lento trapanare tavole dure”. E qui, più che il personaggio eccezionale, s’impone la militanza attiva di donne e uomini concreti. La partecipazione critica
Sono consapevole che “l’inverno del nostro scontento” in cui ci troviamo a vivere, il disgusto per il “berlusconismo realizzato” di questi anni, spinge sempre più persone alla ricerca di una qualche scorciatoia di uscita. Magari contrapponendo “personaggi” all’insopportabile Personaggio di Arcore.Temo che, come spesso accade alle scorciatoie, la soluzione si riveli illusoria. Mi si potrebbe rispondere: ma queste sono le regole di una società mediatizzata. Non lo credo: questo è quanto si cerca di farci pensare, perché si continui a restare a bagnomaria nella realtà virtuale, nella politica ridotta a star-system (politainment: la politica come uno spettacolo di intrattenimento); nella trappola della comunicazione d’immagine (creata artificialmente dagli spin-doctors). Una fase pluridecennale che sta entrando in fase terminale, da quando il mondo della vita ha fatto irruzione sui set del politainment, devastandoli.
Dai morti nel ginepraio Medio Orientale, ai carrelli semi vuoti dei nostri supermercati, con le famiglie che non riescono ad arrivare a fine mese. La verità sta spazzando via il verisimile mediatico.
La Sinistra presa sul serio è chiamata a navigare nel mare tempestoso del sociale, uscendo da quella che Italo Calvino chiamava “la grande bonaccia del Mar delle Antille”. I suoi leader sono chiamati a interpretare e rappresentare il tuono che giunge dalle profondità umane portandolo a disegno strategico.
Con una virtù che fa premio su qualsivoglia brillantezza o seduttività: essere credibili.

Fiat, padroni e barboni

«È un grandissimo giorno per l'auto». Fa impressione quest'inno alla gioia di Sergio Marchionne, cantato mentre le agenzie battevano lanci sul crollo del mercato dell'auto in Europa e sulla pesante perdita di quota dei marchi Fiat. Che c'è da festeggiare? C'è che «Finalmente l'auto è libera dalle escavatrici e dai trattori». Come se bastasse lo spin-off votato ieri dagli azionisti del Lingotto per far tornare a correre le quattro ruote, quelle Fiat in particolare. Senza modelli nuovi, dove corri? A correre è solo la cassa integrazione, mentre fioccano i licenziamenti per rappresaglia.La «liberazione» dell'auto dal resto della Fiat può essere letta in molti modi. Uno di questi è che, da decenni la famiglia Agnelli, proprietaria del pacchetto più robusto di azioni Fiat, nell'auto non vuol mettere una lira, è interessata solo alla finanza e ai dividendi. Dividendi puntualmente arrivati anche quest'anno, uno dei peggiori, così difficile che agli operai è stato cancellato il premio di risultato. Ma se la Famiglia non scuce un euro, i soldi vanno cercati altrove. Sui mercati finanziari. E in giro per il mondo dai governi disponibili ad aprire le borse per difendere e incentivare la produzione di auto: Usa, Polonia, Serbia. Meglio fabbricare dove a pagare è lo stato.E in Italia? In Italia Marchionne fa lotta di classe per convincere qualche buontempone che la lotta di classe non c'è più. Apre il fonte dei contratti, lavora alla distruzione della Fiom e cerca di convincere tutti che gli unici problemi della Fiat arrivano da Landini (segretario FIOM) che pretende di discutere, contrattare, scioperare. Invece bisogna dare tutto, braccia, testa e diritti all'azienda se si vuole lavorare. Bisogna aumentare la produttività senza aprir bocca. Ma se le fabbriche sono più spesso chiuse che aperte, se la domanda crolla, se per almeno un anno non si avranno segni di vita dai mercati, se per i primi modelli Fiat bisognerà aspettare la fine del prossimo anno, che senso ha pretendere un'organizzazione del lavoro asfissiante, straordinari a gò-gò, abolire scioperi e mensa, cancellare la dignità di chi lavora? Il senso dell'offensiva di Marchionne è chiaro: se e quando ripartirà la domanda, e dunque la produzione, il sindacato dovrà essere stato tolto di mezzo, insieme ai diritti dei lavoratori. Il padrone deve riprendere in mano tutto il potere di comando per guidare la sua nave da guerra - e in guerra i marinai devono remare e anche sparare al nemico, mica riunirsi in assemblea - contro altre navi da guerra. Te la do io la lotta di classe, il Novecento è morto e sepolto.Dite che esageriamo? Ascoltate allora le parole dell'ammiraglio - e magari in futuro anche armatore - Sergio Marchionne per rispondere a chi gli domanda se è giusto che lui guadagni 435 volte più di un suo operaio: «Intanto la relazione è sbagliata - spiega - perché bisogna fare il calcolo su un salario medio pagato dalla Fiat in tutte le parti del mondo». Va bene, conteggiamo anche gli operai serbi e polacchi. Prosegue Marchionne rivolto a chi lo contesta: «Io vorrei sapere quante di queste persone sono disposte a fare questa vita qui. Domandi quando è l'ultima volta che sono andato in ferie e poi ne parliamo... Si parla sempre di diritti e mai di doveri. Io stamattina quando sono arrivato alle sei e mezza non mi sono preoccupato se i miei diritti erano stati rispettati, sono andato a lavorare».
I padroni piemontesi d'un tempo, che Marchionne sembra emulare, esprimevano lo stesso concetto ai loro schiavi con sole 4 parole: 'Ndé a travajé, barbun.

di Loris Campetti, Il Manifesto

Fiom Cgil, 4 ore di sciopero il 29 settembre in provincia di Perugia

I metalmeccanici della provincia di Perugia incroceranno le braccia il prossimo 29 settembre per quattro ore alla fine di ogni turno di lavoro. La data è stata fissata dalla Fiom provinciale dopo che il Comitato centrale del sindacato delle tute blu Cgil ha deciso di dar vita ad una serie di iniziative di lotta in vista della manifestazione nazionale della Fiom del prossimo 16 ottobre a Roma.“Lo sciopero sarà una prima risposta alla disdetta unilaterale del contratto nazionale di lavoro da parte di Federmeccanica – spiega il segretario generale della Fiom di Perugia, Maurizio Maurizi – una scelta gravissima che sottende un attacco senza precedenti ai diritti dei lavoratori. Il tutto aggravato dal fatto che sindacati minoritari si rendono disponibili ad accettare le richieste di Federmeccanica, impedendo ai lavoratori di poter votare”.Ma con la mobilitazione delle prossime settimane la Fiom di Perugia intende anche chiedere risposte concrete per contrastare la crisi che ancora incombe in maniera pesante sul settore metalmeccanico, con circa 7mila lavoratori della provincia interessati dagli ammortizzatori sociali e 2mila in cassa integrazione straordinaria, ormai vicina alla scadenza, con un conseguente grave rischio occupazionale.“La Fiom provinciale – conclude Maurizi - ritiene importante che i lavoratori si mobilitino per difendere la democrazia nei luoghi di lavoro, il loro diritto a decidere sul proprio contratto e sulle scelte che li riguardano”.In preparazione dello sciopero del 29 settembre la Fiom Cgil terrà tre attivi di zona: a Umbertide il 23 settembre, a Marsciano il 24 settembre e a Foligno il 27 settembre.

L'etreno ritorno di Walter

Mentre nella maggioranza imperversa una crisi senza precedenti, sulla scena del maggior partito di opposizione irrompe per l'ennesima volta Veltroni, che ripropone il ritorno alla spirito del Lingotto. Bersani, da oggi, dovrà anche guardarsi dai venti di guerra che soffiano all'interno del Pd

Mentre Berlusconi si prepara a ricompattare attorno ai fatidici cinque punti del suo nuovo programma di governo le varie anime di una maggioranza dilaniata dagli scandali e squassata dai boati della crisi interna, Veltroni sembra a sua volta sul punto di lanciare una nuova offensiva volta a destabilizzare una volta per sempre la leadership di Bersani.
A meno di un anno dall'ultimo congresso nazionale, spirano nuovi venti di guerra nell'area democratica: il segretario viene accusato di avere, con la sua strategia delle alleanze di largo respiro, "tradito lo spirito originario del progetto"; di avere frettolosamente archiviato il modello di partito premiato dagli elettori nel 2008; di essere, in definitiva, caratterizzato da un profilo non compatibile con la filosofia ispiratrice del PD.
Esultano i teorici della vocazione maggioritaria, che vedono nel nuovo Ulivo una evidente sconfessione del dogma dell'autosufficienza; esultano gli ex popolari, da sempre diffidenti verso la figura di un segretario di stampo troppo post-comunista; esulta quella ristretta fetta di elettorato che - inseguendo ora la bandiera di Marino, ora quella di Renzi, ora quella di Civati - continua ad agitare affannosamente il mantra di un rinnovamento confuso e confusionario, e per questo destinato talvolta a scadere nello sfascismo più sterile. Ritorna il PD del Lingotto, e Veltroni può riprendere a studiare da candidato premier.
In verità - lungi dal costituire un momento di rottura rispetto ad un passato che forse meriterebbe di essere riletto in chiave meno critica - , il Pd del Lingotto rappresenta il punto più alto di una parabola politica avviata all'inizio degli anni '90, la parabola di un eterno predestinato della sinistra italiana specializzatosi, con l'andare del tempo, nell'arte dell'eterno ritorno. Da alfiere della svolta della Bolognina a direttore de L'Unità, da esperto di cinema a vicepremier, da segretario dei DS a sindaco di Roma, da leader del Pd a capo dell'opposizione interna: è la parabola del "I care" e della "politica lieve", della sconfitta di Bologna nel 1999 e della beatificazione delle "notti bianche", del "si può fare" e dei "ma anche". E' la parabola politica di Walter il predestinato, dell'americano a Roma che pretendeva di trapiantare il modello - Obama nella patria di Berlinguer.
Gli effetti della strategia del partito gazebo, della Forza Italia di stampo riformista, della politica deideologizzata imperniata sul mantra delle primarie ad ogni costo (debitamente corrette dall'odioso artificio delle liste bloccate) sono sotto gli occhi di tutti: in un colpo solo, il predestinato ha recitato il de profundis per il governo-Prodi, ha privato la sinistra diffusa di un referente credibile sulla scena istituzionale, ha consegnato senza colpo ferile al Cavaliere le chiavi di Palazzo Chigi, per poi essere costretto ad abbandonare in fretta e furia il loft con vista sui Fori Imperiali, lasciando a Franceschini e a Bersani l'ingrato compito di rimettere insieme i cocci di un partito mai nato.
La musica si abbassa, scorrono i titoli di coda: la parabola veltroniana ha finalmente conosciuto il suo epilogo? A quanto pare, no: ci sono ancora i teorici della vocazione maggioritaria, gli ex popolari e i pasdaran del rinnovamento sfascista. C'è un segretario da sfiduciare, un partito da riconquistare, una leadership da ricostruire: Walter scrive un altro libro, e nel frattempo studia da candidato premier, cercando di non pensare a Bologna e a Guazzaloca, al falco Calearo ed alla silente Marianna Madia.
Intanto, Bersani si rimbocca le maniche e attraversa l'Italia piazza dopo piazza, per denunciare la regressione democratica che Berlusconi ha imposto al Paese, per spiegare alla gente che la creazione di una coalizione ampia, aperta a tutte le forze democratiche, riformiste e di sinistra che si riconoscono nei valori consacrati nella Carta Fondamentale costituisce l'unica soluzione percorribile per contrastare l'incedere di un regime putiniano. Bersani si rimbocca le maniche e dimostra di avere un progetto: criticabile, di difficile realizzazione, pieno di punti oscuri, ma un progetto.
Da oggi, nella attuazione di questa sua strategia, non dovrà però soltanto fronteggiare le difficoltà collegate alla frammentarietà di un quadro politico eterogeneo all'inverosimile; non dovrà solamente imprimere al partito una linea politica chiara, al fine di restituire fiducia ad una base stomacata dai troppi tentennamenti manifestati dai Democratici in ordine ai fondamentali temi della legalità e della questione morale. Dovrà anche guardarsi dai venti di guerra che imperversano nel centro sinistra italiano: Walter il predestinato prepara il suo eterno ritorno, e il popolo progressista inizia a sentire, neanche tanto lontano, l'odore inconfondibile dell'ennesima sconfitta annunciata.

martedì 14 settembre 2010

Il sindacato ai tempi di Bonanni e Angeletti

L'ultima di Bonanni: «Lo sciopero si fa di sabato o di sera, c'è la crisi»

«Finchè perdurerà una situazione di crisi via libera agli scioperi solo di sabato o di sera». Non scherza il leader della Cisl, Raffaele Bonanni. Il conflitto sociale bussa alle porte e lui, con l’aria di fare una proposta seria, tira fuori un’altra misura repressiva. «Non faremo più perdere soldi ai lavoratori», spiega presentando la manifestazione sul fisco indetta assieme alla Uil per il 9 ottobre prossimo, sabato appunto. «Certo dipenderà dalla gravità della situazione che ci troveremo davanti perchè non si può dire che aboliamo gli scioperi», si affretta a spiegare ribadendo come la proposta, «una esercitazione dialettica», serva essenzialmente «a differenziare il sindacato da chi proclama, in un momento di crisi, 11 scioperi di fila», prosegue con un chiaro riferimento alla Fiom, le tute blu della Cgil. «Finchè potremo lo faremo solo di sabato o di sera ma dipenderà dalla situazione», insiste.

Vinti: Il 16 ottobre a Roma con la Fiom. Pieno appoggio del Prc alla lotta dei metalmeccanici

L’allarme lanciato in Umbria dalla Fiom è di quelli da non sottovalutare. La crisi mangia posti di lavoro, mette in ginocchio imprese importanti del settore, come la Merloni, la Minerva e la Filema, fa lievitare il ricorso agli ammortizzatori sociali per evitare uno sconquasso di proporzioni bibliche sul mercato del lavoro regionale. Anche alle acciaierie di Terni la fermata degli impianti nei mesi di agosto e settembre è stata più lunga del solito e l’aumento della produzione negli stabilimenti Thyssen Krupp di Shangai non lasciano presagire nulla di buono per il futuro del polo siderurgico ternano.
Alla difficile congiuntura economica si affianca la decisione di Federmeccanica di disdettare formalmente il contratto sottoscritto nel 2008, un atto che si aggiunge all’attacco alla contrattazione collettiva portato da Marchionne con le assunzioni individuali alla Newco di Pomigliano sulla base di precetti che derogano il contratto nazionale. La Fiom ha fatto bene a diffidare le imprese a non applicare altro contratto che quello del 2008, come fa bene a intraprendere tutte le iniziative legali possibili contro lo strappo di Pomigliano.
Questione sociale e questione democratica sono oggi più che mai intrecciate, l’attacco ai diritti dei lavoratori non è altro che il primo passo per lo smantellamento di fatto dei principi della nostra carta costituzionale e di quei rapporti economici che tutelano il lavoro e pongono all’iniziativa privata il limite della funzione sociale. Le forze politiche democratiche, progressiste e di sinistra si devono opporre alla deriva autoritaria imboccata da Confindustria e dal governo Berlusconi nelle relazioni industriali e nella società. Rifondazione comunista impegnerà tutte le sue strutture in Umbria e nel paese per arginare questa offensiva nei confronti dei diritti dei lavoratori e si adopererà per la riuscita dello sciopero e della mobilitazione indetta dalla Fiom per il prossimo 16 ottobre. Si tratta di un momento fondamentale di lotta per tutti coloro che vogliono lavorare per la costruzione di una alternativa alla regressione e all’imbarbarimento sociale in atto. Per questo il Prc avanza a tutte le forze politiche e sociali della sinistra, democratiche e progressiste la proposta di comitati territoriali unitari per la mobilitazione del 16 ottobre.

Stefano Vinti
Segretario regionale Prc-Umbria

LA SINISTRA AI TEMPI DI VELTRONI E VENDOLA

Che strano Paese è il nostro!
E quanto strana è la nostra politica!
Il peggiore governo della storia repubblicana italiana entra in crisi nonostante abbia dalla sua la più forte maggioranza parlamentare dal dopoguerra ad oggi. “E certo”, esclamerebbe un ignaro di cose italiche, “con tutti gli scandali, la volgarità, le inchieste, gli arresti, le dimissioni, le cricche, vorrei proprio vedere!”
Eppure la crisi giunge per ragioni differenti, tutte dominate dalla logica di potere. Ovvero chi comanda dentro la caserma del Pdl? Silvio, il geniale inventore della destra italiana ma ormai logoro, imbolsito, sempre distratto dalle donne, oppure Gianfranco, eterna promessa, delfino perpetuo?
Il Pdl si spezza, Fini espulso, i suoi uomini fondano un nuovo gruppo parlamentare. “Elezioni anticipate subito”, urlano Pdl e Lega, “a dicembre, anzi no: a novembre!; anzi no: a marzo. A pensarci bene neppure: il governo durerà l’intera legislatura”. “Fini e i suoi”, assicura Berlusconi, “non tradiranno, saranno leali”. “Abbiamo i numeri”, annuncia roboante il cavliere nero di Arcore.
Intanto incontra Raffaele Lombardo, che dopo aver dichiarato finito il berlusconismo, offre incondizionato e duraturo sostegno a Berlusconi, mentre naviga tra le perigliose acque di Palazzo d’Orleans grazie al sostegno di Micciché, Dell’Utri, del finiano Granata e del Pd siciliano.
Poi arriva Francesco Nucara, ignoto segretario del Pri, che giura di avere già 20 (venti!) deputati pronti a sostituire i finiani e al tempo stesso candidamente ammette che non sa bene se tra questi venti ci siano dei finiani. Splendido e ineffabile Nucara, se non ci fosse bisognerebbe inventarlo; e in effetti è un’invezione di Berlusconi, come riconosce lui stesso!
Nel frattempo dalle parti del Pd e della c.d. sinistra buona scoppia uno scandalo: Bersani avrebbe in tasca un accordo segreto per candidare la sinistra cattiva, cioè i comunisti di Diliberto e Ferrero nelle liste del Pd. La notizia è falsa, ma si indignano, e quanto!, vendoliani e veltroniani. La notizia è una clamorosa bufala, e tuttavia non cessa ancora di irritare le anime belle e politicamente corrette di sinistra che mal sopportano quei trinariciuti e retrò dei comunisti.
E allora perché? Vuoi vedere che l’obiettivo non sono tanto Pdci e Prc ma il quartiere generale del Pd? E a chi serve tutto ciò? Intanto il quadro si fa ancor più confuso con la notizia di possibili nuovi gruppi parlamentari per “separazione” (oddio!, non usiamo la parola scissione!) dal Pd.
Formidabile il governo si rafforza e l’opposizione si frantuma!

LE FINANZE AI TEMPI DI TREMONTI

Bankitalia, a luglio debito record da 1.838,29 miliardi


Nuovo record negativo per i conti pubblici italiani. Il supplemento del Bollettino statistico della Banca d’Italia, dedicato alla Finanza, pubblica i dati: a luglio di quest’anno il debito pubblico italiano è salito rispetto a giugno e ha toccato il nuovo record, a 1.838,296 miliardi di euro.Il debito è calcolato dalla Banca d’Italia in valore assoluto, e non in rapporto al prodotto interno lordo, valore che invece interessa il Patto di stabilità europeo. Il debito pubblico italiano a luglio 2010 è cresciuto del 4,7% rispetto a luglio 2009 e del 4,3% rispetto a 1.761,229 miliardi di euro con i quali si era chiuso il 2009.Nei primi sette mesi del 2010 il fisco piange. Le entrate tributarie si sono attestate a quota 210,374 miliardi di euro, registrando un calo del 3,4% rispetto al corrispondente periodo del 2009.

IL LAVORO AI TEMPI DI SACCONI

Secondo il Ministero i morti sul lavoro non si sono voluti bene




Dunque nel retropensiero degli autori di questa "pubblicità progresso" ministeriale trova spazio l'idea che gli infortuni sul lavoro sono il risultato di uno scarso amor proprio, di una inadeguata cura di sé delle persone che ne sono quotidianamente vittime. Non occorre una lettura sofisticata del messaggio per coglierne il senso mistificatorio: "se ti fai male sul lavoro è colpa tua, dovevi stare più attento". Tornano alla mente i vecchi manuali dell'Enpi (Ente nazionale prevenzione infortuni) che ancora negli anni Settanta raffiguravano operai traballanti sui ponteggi in preda ai fumi dell'alcool. Sono stati necessari decenni di lotte per rendere chiaro quanto la gran parte degli infortuni (e delle malattie contratte sul lavoro) sia il risultato dell'assenza di adeguate misure di prevenzione, di ritmi ed orari di lavoro estenuanti, dell'uso spregiudicato di sostanze gravemente nocive. Nessuna meraviglia: il governo che edita questi edificanti spot è lo stesso che limita le sanzioni a carico delle aziende responsabili di gravi violazioni di legge. O che rifiuta di rafforzare le prerogative dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza.

lunedì 13 settembre 2010

Diritti sul lavoro: anno zero

Se non c’è la fabbrica non ci sono i diritti” è la frase più ripetuta del momento. Vuol dire: “Lasciate fare all’impresa, che sa cosa è bene e che cosa è male”. Ecco dunque la frase che molti, anche nel Pd (un partito che dovrebbe essere “del lavoro” più di tutti gli altri rappresentanti in Parlamento) considerano “innovazione”. È “innovazione” perché libera l’impresa dalla “rigidità” (altra parola in voga per dire il nemico dell’innovazione) e dal dovere di mantenere impegni presi, con contratti debitamente firmati da tutti, verso i lavoratori. A proposito, avete mai notato che l’opinione pubblica e politica non viene mai coinvolta in un dibattito sulle imprese (come vanno, dove vanno), ma sempre, solo sul lavoro e gli operai come unica ragione di conflitto, crisi, delocalizzazione, chiusura?
Le regole buttate al macero


La storia del mondo industriale democratico non ci dà nessuna notizia di aziende affondate a causa del costo del lavoro. Ma la proposta adesso è “innovazione” perché non solo vuole tagliare liberamente i costi. Intende cancellare ogni patto precedentemente stipulato tra impresa e lavoro. Ora, dopo una violentissima crisi economica che ha scosso, con la furia di un ciclone, un’Europa senza economisti e senza idee e un’Italia senza governo, la proposta è di uscire da una crisi grande come il ‘29 (parola di esperti) facendo esattamente l’opposto dell’America del New Deal. Che cosa vuol dire New Deal? Vuol dire nuovo patto. Vuol dire futuro, fiducia (non fiducia astratta, ma fiducia gli uni negli altri) e comunità (siamo insieme, o tutti o nessuno, il Paese sono le sue fabbriche e ogni fabbrica è il Paese, Costituzione, leggi, regole concordate). Che cosa accade adesso in Italia? Non solo non ci sarà un New Deal, ma non ci sarà niente. Anzi, facciamo una cosa. Per evitare equivoci, cancelliamo ogni patto che c’era prima. Via i contratti nazionali. Via le regole discusse e negoziate da una parte e dall’altra, a volte per anni e con confronti anche duri, ma – ovviamente – con l’intento umano e civile di proteggere la parte più debole, che non può ogni volta presentarsi in fabbrica con una batteria di avvocati.
Così inizia il monologo delle aziende.


Il nuovo slogan è “basta con la lotta di classe”. Nel caso della fabbrica, “fine della lotta di classe” (che per fortuna non c’era; c’erano, come dicono i codici, parti e controparti, con molti interessi diversi e uno grande in comune: il lavoro) vuol dire che una parte tace e l’altra è libera di iniziare il grande monologo. Vanno bene 10 minuti per la pausa mensa? Va bene andare in bagno due volte invece di tre? Va bene fare straordinari la notte e il sabato senza retribuzione? Va bene fare o non fare, o interrompere le ferie, sempre a titolo di donazione del prestatore d’opera alla fabbrica? Non devi rispondere. Se lo fai, disturbi la produzione e potresti essere accusato di sabotaggio. La pena è il licenziamento. E se il giudice – restato indietro con le leggi ancora non abrogate della Repubblica – ti reintegra nel posto di lavoro, questo fastidioso dettaglio alla controparte che conduce il monologo non interessa. La controparte è avanti, è nel futuro, è con l’innovazione, confortata dal fatto che anche la ex sinistra chiama innovazione la cancellazione dei diritti. Dunque, giudice o non giudice, vi possiamo buttare la busta paga sulla porta, ma dovete restare fuori.
La nuova versione di “O la borsa o la vita”


Per buona misura interviene, nell’umiliante caso di Melfi (tutta la Fiat contro tre operai) il settimanale Panorama (9 settembre 2010) con la più spregevole copertina mai apparsa nel giornalismo italiano. La forza di un periodico da milioni di copie viene gettata contro tre operai da 1.000 euro al mese (quando non sono – e lo sono spessissimo – in cassa integrazione), messi alla gogna in copertina con la loro fotografia e il titolo “Gli eroi bugiardi”; l’accusa (sempre in copertina) di sabotaggio, dunque di un reato, che dà dello stupido (e anche del comunista) al giudice che li ha reintegrati nel loro posto di lavoro. È una nobile iniziativa che assicura a quegli operai che non saranno mai più accettati in alcun posto di lavoro in Italia. Ma tutto trova la sua giustificazione nel nuovo motto da issare sui cancelli: “Se non c’è la fabbrica, non ci sono i diritti”. La prima reazione, che avrebbe dovuto dare una scossa a tanti silenzi ed evitare qualche lode fuori posto, è che la frase corrisponde in modo quasi letterale al celebre grido dei vecchi racconti polizieschi: “O la borsa o la vita”. Il messaggio è chiaro: o cedi o finisci sulla copertina di Panorama. Ma c’è l’altro aspetto inquietante. La frase resta intatta se formulata a rovescio: “La fabbrica c’è se non ci sono i diritti”. D’ora in poi la fabbrica è extraterritoriale. Si fa secondo le regole che vigono nel territorio in cui vuoi essere accettato perché un po’ ti pagano. Se non ti va bene, ti accompagnano subito alla frontiera. Ora ditemi se tutto un mondo di persone, che un tempo chiamavamo lavoratori, deve rassegnarsi a vivere senza un sindacato (l’immagine della Fiom è peggiore di quella di Vallanzasca), senza un partito (vedi la cauta distanza del Pd dalla questione), con la sola opzione di obbedire. E il rischio di un linciaggio pubblico nello sciagurato caso di una protesta.
Furio Colombo

La politica ai tempi di Berlusconi

Stracquadanio-choc: «Darla per carriera? Perché no... Chi si è prostituito non si deve dimettere"



"Se anche una deputata o un deputato facessero coming out e ammettessero di essersi venduti per fare carriera o per un posto in lista, non sarebbe una ragione sufficiente per lasciare la Camera o il Senato". Lo ha detto Giorgio Stracqaudanio, deputato PDL, intervenuto a KlausCondicio, il programma tv condotto da Klaus Davi e in onda su YouTube. "Non si dovrebbe dimettere- continua- perchè andrebbe appurato se quella mossa sia stata veramente determinante per la sua carriera o meno". Nel corso del programma Stracquadanio ha rincarato: "Uno non dovrebbe mai dimettersi ma esporsi alla verifica degli elettori. Qualunque attività fai ti esponicomunque a una verifica. Sono fatti privati che piaccia o no e i politici vanno giudicati per quel che fanno in Parlamento non per la loro vita privata".
Insomma più che Partito della Libertà sarebbe meglio chiamarlo Postribolo della Libertà.

La scuola ai tempi di Bossi e Gelmini

L’ultima vergogna leghista: ad Adro (BS) la scuola statale è “padana”
Ad inaugurarla il sindaco che lasciò i bambini senza mensa. E che oggi dice: “Abbiamo fissato i crocefissi ai muri. Nessuno li può spostare”





Il simbolo della Lega sul cestino della raccolta differenziata, sullo zerbino d’ingresso, sui cartelli messi nel giardino, sul tetto e soprattutto impresso sui banchi. Sulle vetrate dell’ingresso della scuola materna, una decorazione di bambini uniti tra loro dal simbolo del partito di Umberto Bossi. Ieri è stata inaugurata la prima scuola padana. Un fatto senza precedenti che un polo scolastico italiano venisse pubblicamente definito federalista e leghista.
Tutto ciò è accaduto ad Adro (il paese della vicenda della mensa del “non paghi non mangi”) con il beneplacito del ministro Mariastella Gelmini che in un messaggio, oltre ad esprimere vivo apprezzamento personale, ha parlato di “modello di riferimento. Un progetto encomiabile che crea benessere ed entusiasmo”. Materna, elementare e scuola media con le mense dedicate alla figura di Gianfranco Miglio, di cui c’è anche una raffigurazione all’ingresso del nuovo complesso realizzato con soldi di donazioni private fatte al Comune.
Sulla facciata principale dell’edificio campeggia la scritta “Polo scolastico Gianfranco Miglio” nonostante non sia ancora pervenuto il permesso dell’Ufficio provinciale scolastico, nonostante le norme prevedano che il nome vada deciso dal collegio dei docenti e successivamente approvato dal consiglio comunale. L’ultimo passaggio poi spetterebbe alla Prefettura che deve comunicare l’intitolazione al ministero degli Interni. Tutto bypassato ad Adro nonostante, nelle scorse settimane, i rappresentanti della minoranza avessero presentato un esposto agli uffici del palazzo del governo di Brescia. La risposta è stata che ci sono tanti altri comuni che hanno problemi di questo genere. Così, chi ieri era ad Adro ha assistito a una scena che ha riportato all’epoca delle inaugurazioni delle scuole fasciste. Dove il sentire comune, l’appartenenza politica e ideologica hanno ampiamente superato i confini di un luogo deputato alla formazione civile oltre che culturale dei bambini e dei ragazzi. Davvero tanta gente ad ascoltare i discorsi da campagna elettorale dell’onorevole leghista Davide Caparini, dell’assessore regionale (della Lega, ovviamente) alle Attività sportive Monica Rizzi. Poi il sindaco di Adro Oscar Lancini (che nel suo intervento ha detto di aver fissato i crocefissi al muro con delle viti per impedire che vengano rimossi o spostati, ASCOLTA L’AUDIO) e sul palco anche il parroco di Adro e il curato che ha benedetto la costruzione. Poco importa che il primo cittadino riguardo alla gestione mensa abbia già promesso: “A tavola si siede soltanto chi paga” e ancora: “Verrà servito menu padano e chi non vuole mangiare carne di maiale se ne può stare a casa”. Pasti della tradizione bresciana e chi, per motivi religiosi, non potrà mangiare pranzerà altrove. “I crocifissi li abbiamo avvitati alle pareti così nessuno potrà magari nasconderli dietro la cartina geografica”. Le ragioni della Chiesa al servizio della Lega nei discorsi in cui sono stati citati il papa bresciano Giovanni Montini, Giovanni Paolo II e pure il cardinale Carlo Maria Martini. Tutti a spiegare che quello sarà il luogo della crescita delle nuove generazioni e che Miglio, prima di essere ideologo leghista, era un uomo di scuola. Finiti i discorsi, la visita degli ambienti marchiati con quei simboli di partito sbattuti in faccia tutti i giorni agli alunni di quella scuola. Ovunque, anche sui piccoli totem dove ci sono le indicazioni delle aule, singolarmente intitolate ai benefattori che hanno contribuito alla realizzazione spendendo 6 milioni di euro: che sì, lo hanno finanziato da privati, ma nell’ambito di una grande operazione urbanistica. Tra il pubblico anche un rappresentante dell’ordine dei frati dei Carmelitani che gestiscono una scuola parificata (dalle elementari alle superiori) frequentata dalla Adro “bene” e che confina con la scuola pubblica italiana caratterizzata dal simbolo pagano leghista del “sole delle Alpi”. Sacro e profano insieme.
di Elisabetta Reguitti,
su Il Fatto quotidiano

domenica 12 settembre 2010

La Bce prepara la soluzione finale

Sono passati tre anni abbondanti dall'inizio della crisi e l'operazione di disinformazione dei grandi organismi internazionali procede speditamente. Ormai nessuno sembra più ricordare come e perché è esplosa la più grande recessione del dopoguerra. I mutui subprime sono passati nel dimenticatoio, al pari delle responsabilità delle banche e della mancanza di controlli delle Autorità che dovevano controllare e non lo hanno fatto. E si è rimossa anche la causa strutturale alla base della crisi: la pessima distribuzione dei redditi, la mancanza di politiche sociali (casa, scuola e sanità, su tutte) che hanno fatto diventare schiavi del mercato privato centinaia di milioni di persone. Se andate a rileggere le previsioni di Fondo monetario, Ocse e Bce di inizio 2007 non c'è un briciolo di pessimismo: si parlava, al massimo, di un rallentamento della crescita. Invece la caduta è stata catastrofica.Però, a differenza del '29, questa volta la comunità internazionale si è mossa rapidamente e nella stessa direzione: cioè salvare il sistema bancario e il capitale in generale. E per farlo ha gettato nella mischia trillioni a palate. E in italiano trillion si traduce con «mille miliardi». La moneta aveva innescato una crisi strutturale inevitabile e con la moneta e la politica monetaria si è cercato di curarla. Il salvataggio sembra riuscito, ma la struttura produttiva è andata a pezzi, la domanda globale crollata e la disoccupazione è esplosa. Negli Usa, Obama sta cercando di fare qualcosa per dare impulso alla crescita e all'occupazione. In Europa, invece, si è cominciato a seguire la linea opposta: manovre correttive per ridurre i deficit e i debiti pubblici. E, in questo contesto, l'occupazione è destinata a non aumentare. Al massimo, come ci ha detto ieri la Bce, non aumenterà neppure la disoccupazione. magra consolazione visto che il tasso di disoccupazione è al 10%.Il tutto può sembrare una follia. Ma se lo è si tratta di una «lucida follia»: aver ricreato un enorme esercito di riserva (i lavoratori senza lavoro) ha riacceso gli appetiti del capitale (e delle sue istituzioni) che vogliono dare la «stangata» finale al lavoro, complice la globalizzazione. L'ultima ricetta suggerita dalla Bce è esemplificativa: contrazione dei salari nei paesi che hanno subito una perdita di competitività. Una ricetta accattivante, apparentemente di buon senso, ma che si scontra con un sistema globalizzato nel quale in ogni momento ci sarà un paese che paga salari estremamente bassi, al limite della sopravvivenza. Sul manifesto è stato scritto varie volte: se una impresa alza la produttività, contenendo i salari, bene per quella impresa. Ma se il contenimento salariale è generalizzato, allora, inevitabilmente, si produrrà una crisi di sovrapproduzione perché centinaia di milioni di persone non avranno soldi da spendere.Questo è l'andazzo al quale stiamo assistendo in questo momento. Purtroppo il capitalismo non finirà per eutanasia, ma c'è la certezza che per molti anni il lavoro sarà oggetto di attacchi sempre più violenti. E l'Italia sta messa peggio degli altri paesi, come ha certificato ieri l'Ocse.
di Galapagos, Il Monifesto

sabato 11 settembre 2010

IL SOLITO IMBROGLIO DEL PATTO SOCIALE

Il segretario della Filctem Cgil Morselli sul Corriere della Sera rivendica il suo accordo, nel contratto nazionale dei chimici, che ha aperto la via alle deroghe contrattuali. Egli spiega che esso è diverso da quello di Pomigliano, perché per i chimici le deroghe sarebbero temporanee. Bisogna proprio dire che c'è chi non impara nulla dalla realtà. Ci si attendeva che il segretario dei chimici della Cgil, di fronte a come viene usata e minacciata la deroga al contratto nazionale dalla Fiat, dai padroni metalmeccanici, dalla Confindustria, facesse una dichiarazione di buon senso. Dicesse, cioè: «Signori abbiamo concordato una cosa che è diventata un attacco generale ai diritti dei lavoratori, non volevo, non ci sto più». Invece persevera nell'errore, e purtroppo non è il solo. In Italia i dati economici stanno mostrando che la ripresa non c'è. L'unica ripresa in atto davvero è quella dell'attacco frontale al salario e ai diritti dei lavoratori. E come sempre negli ultimi trent'anni questo attacco si nasconde sotto due parole magiche: patto sociale. Vuole il patto sociale la Confindustria, naturalmente visti i guadagni che spera di ottenere con esso. Vuole il patto sociale il governo, che così un'altra volta si chiama fuori dal compito di definire una politica economica, e può divertirsi a insultare la Fiom e la Cgil. Vuole il patto sociale la Cisl, che ne ha appena firmato uno, ma evidentemente non è mai contenta e pensa che continuare a riscrivere e peggiorare lo stesso accordo è un modo di esistere. Vuole il patto sociale, pare di capire, una parte rilevante del partito democratico, da Damiano a D'Antoni. E qui francamente rinunciamo a capire, perché dovremmo entrare in analisi psicologiche che riguardano il masochismo e la voglia di farsi male.In Italia le parole patto sociale hanno coperto nel passato, e coprono ancor più oggi una politica brutalmente classista che taglia i salari e i diritti dei lavoratori e che lascia libere di fare quel che vogliono le imprese con il loro sistema. Il patto sociale è un puro e semplice imbroglio. Per affrontare la crisi italiana ci vorrebbero giustizia, uguaglianza, intervento pubblico. Invece si pensa di affrontare tutto con la distruzione del contratto nazionale, partita con l'attacco alla Fiat. La presidente della Confindustria vuole legare i salari alla produttività e dimentica che la Fiat ha cancellato quest'anno proprio il premio di produttività.O meglio non lo dimentica affatto perché oggi legare i salari alla produttività vuol solo dire ridurre le retribuzioni. E' l'Italia di sempre, quella dei poteri e delle caste che comandano e non vogliono cambiare niente, quella che vuole il patto sociale. Come ha scritto il professor Luciano Gallino ci sarebbe invece bisogno di un ritorno del conflitto sociale e della tanta vituperata lotta di classe. Per conquistare diritti e salari uguali per tutti e costringere così le imprese a competere sulla qualità e sulla tecnologia invece che sui salari e sullo sfruttamento dei lavoratori. Con il patto sociale è tornato di moda il modello tedesco. Naturalmente questo non vuol dire che i salari italiani dovranno essere pari a quelli tedeschi, superiori del 40%. Né che gli orari di lavoro dovranno ridursi fino alle 35 ore settimanali dei metalmeccanici di Germania. Né che nelle imprese il sindacato dei lavoratori abbia potere di veto sulle scelte strategiche. Né tanto meno che lo Stato intervenga per fermare le delocalizzazioni o addirittura garantire la proprietà pubblica delle imprese. Tutto questo che c'è in Germania da noi non è importabile, l'unica cosa che invece si vuol portare qui è la "collaborazione". L'idea del patto sociale, è la solita vecchia minestra riscaldata della politica reazionaria. Si chiede la collaborazione ai lavoratori cosicché gli industriali e i ricchi possano continuare a fare tutto quello che vogliono.La verità è che in Italia non solo c'è bisogno di lottare contro Berlusconi e la sua politica, ma bisogna cominciare davvero a contrastare la politica altrettanto conservatrice e antisociale della Confindustria. La disdetta da parte della Federmeccanica del contratto nazionale deve essere considerata una dichiarazione di guerra a tutto il mondo del lavoro e alle sue stesse garanzie costituzionali. Ma proprio qui invece è mancata finora l'iniziativa della maggioranza della sinistra e della stessa Cgil. Sotto sotto si pensa che si possa mandar via Berlusconi alleandosi con Marchionne. E' un'idea priva di contatto con la realtà e che porta solo al suicidio di chi a sinistra la pratica. Se si vuole davvero affrontare la crisi economica bisogna costruire un'alternativa di fondo e la prima cosa da fare è abbandonare i discorsi vecchi e inutili di chi pensa di continuare ad offrire disponibilità ad un sistema delle imprese che non è disposto a concedere nulla.
di Giorgio Cremaschi
su Liberazione del 11/09/2010

Novità: Confindustria decide se puoi scioperare

Lettera alla Fiom: «Stop pretestuoso in Sevel, faremo causa

La Confindustria, e la Fiat, ne introducono una nuova: chiedono i danni ai lavoratori per uno sciopero che giudicano «pretestuoso». L'incredibile vicenda avviene a Chieti, dove il gruppo torinese ha lo stabilimento Sevel. Per domani la Fiom ha proclamato 9 ore di sciopero, per diversi motivi: perché sono stati chiesti 4 sabati di straordinario senza erogare un euro di premio, e intanto 1500 precari venivano messi alla porta dopo contratti fino a 36 mesi; e poi per la questione, più generale, della disdetta del contratto nazionale del 2008 (l'ultimo unitario) da parte della Federmeccanica.Motivazioni che sembrano abbastanza pesanti, ma che in una lettera recapitata alla Fiom la Confindustria di Chieti definisce «con tutta evidenza pretestuose e comunque tali da dimostrare che non si è in presenza di un corretto esercizio dei diritti sindacali». E così la minaccia, fatta anche a nome di Sevel (e dunque di Fiat): «Qualora lo sciopero non venga revocato - scrive Confindustria - la Sevel si riserva di agire nei vostri confronti per ottenere l'accertamento dell'illegittimità del vostro operato e la condanna dei responsabili al risarcimento danni». Si sia d'accordo o meno con la Confindustria se le ragioni Fiom siano pretestuose o meno - la cosa è ovviamente del tutto opinabile - bisogna notare l'assoluta novità dell'evento: il datore di lavoro giudica se il tuo sciopero sia pretestuoso o meno. E qui quella lettera diventa «dirompente» e in qualche modo inedita nel panorama del lavoro italiano.Tanto che la Fiom vi legge un nuovo attacco alla Costituzione: «Il diritto di sciopero è costituzionalmente riconosciuto, e le motivazioni addotte dalla Fiom a suo fondamento traggono origine da problematiche contrattuali, retributive e occupazionali, e quindi non si comprende ove risieda l'illegittimità dello sciopero proclamato», rispondono a Confindustria i segretari Fiom Marco Di Rocco e Davide Labbrozzi. Intanto il segretario Fiom Maurizio Landini, ieri intervenuto alle assemblee di Melfi, ha ribadito a Fim e Uilm la richiesta di non andare al tavolo con Federmeccanica il 15 settembre, per discutere delle deroghe al contratto nazionale: «Prima di qualsiasi incontro, bisogna chiedere un mandato ai lavoratori, e dunque va fatto un referendum». Ieri gli ha risposto il segretario Fim Cisl Giuseppe Farina, a Radio anch'io: la Fim farà il referendum se prima voi firmate il testo di Pomigliano. Insomma tra Fim, Fiom e Uilm è sempre più guerra, e la disdetta del contratto nazionale del 2008 da parte di Federmeccanica, oltre al licenziamento dei tre lavoratori di Melfi, hanno accresciuto la simpatia per la Fiom, sottraendo consensi alle due «consorelle»: «Alla Sevel, dopo le assemblee - spiega Landini - ci sono state decine di disdette di tessere Fim e Uilm, e molti operai si sono iscritti alla Fiom. Lo stesso sta accadendo a Melfi, mentre a Cassino, dove la Fiom è terzo o quarto sindacato con circa il 15% degli iscritti, è stato bloccato lo stabilimento con uno sciopero. E se la Fiat dichiarava un'adesione al 27%, vuol dire che in realtà siamo almeno al 60-70%». A Melfi ieri la Fiat non si è presentata davanti alla commissione di conciliazione per i tre licenziamenti: «Accade così ormai da 10 anni, non ci stupisce e andiamo avanti», dice il segretario Fiom Emanuele De Nicola. E uno degli avvocati che difende i tre operai, Lina Grosso, annuncia che oltre alla causa per articolo 28 - vinta in prima battuta dalla Fiom e che vedrà la prossima udienza il 6 ottobre - i tre lavoratori faranno ricorso anche individuale, in base all'articolo 18. Inoltre, il 21 settembre si attende l'ordinanza sul decreto di reintegra, dato che la Fiat paga lo stipendio ai tre ma nega l'ingresso nello stabilimento: il sindacato sta tentando in tutti i modi di farli rientrare.

di Antonio Sciotto
su il manifesto del 11/09/2010

TREMONTI FLOP

I soldi dello scudo fiscale sono andati a tutti tranne che alle imprese, il grosso resta all'estero
I soldi dello scudo fiscale? Serviranno per “mantenere aperte le aziende, per non licenziare, per continuare l’attività”. Parola di Giulio Tremonti, che nel dicembre scorso magnificava così le straordinarie virtù della legge pro evasori sul rimpatrio dei capitali esportati all’estero. Già all’epoca le dichiarazioni del ministro avevano lasciato perplessi gli osservatori più attenti nelle banche e nei grandi studi di commercialisti. Ma adesso, a distanza di qualche mese, arriva la conferma ufficiale che le previsioni di Tremonti erano campate per aria. Pie illusioni, o forse, peggio ancora, pura propaganda.
Capitali ancora nei paradisi

Secondo i dati del ministero dell’Economia solo un rivolo del grande fiume di denaro rimpatriato grazie allo scudo è andato davvero a sostenere il mondo delle imprese. Tradotto in cifre, non più di 10 miliardi, ma forse qualcosa meno, su 104 miliardi totali. Insomma, all’incirca il 10 per cento del totale. Il resto dei soldi per il 50 per cento è rimasto tranquillamente dov’era, sfruttando il cosiddetto rimpatrio giuridico e la regolarizzazione. In pratica quel denaro si trova ancora oltre frontiera nei forzieri delle banche, in massima parte elvetiche, oppure sotto forma di case. Un altro 30 per cento dei 104 miliardi “scudati” é servito a comprare prodotti finanziari: azioni, fondi, eccetera. E, infine, il 10 per cento è stato investito in immobili.Morale della favola: il provvedimento che secondo Tremonti doveva fornire nuovi capitali alle aziende in una fase di recessione e di difficile accesso al credito bancario, in realtà ha avuto effetti ben diversi. Lo scudo ha garantito ponti d’oro agli speculatori, che hanno reinvestito nella finanza e nel mattone i capitali in precedenza nascosti all’erario. E, a quanto pare, sono serviti a poco anche gli incentivi fiscali concessi dal governo per chi impiegava i proventi dello scudo nella ricapitalizzazione dell’impresa di famiglia.Festeggiano, invece, immobiliaristi e banchieri. I primi, dopo un paio d’anni di magra, segnalano felici che il mercato riparte. Le statistiche confermano. Secondo l’Istat nei primi tre mesi del 2010 le compravendite sono aumentate del 2,3 per cento rispetto allo stesso periodo del 2009. È vero che il primo trimestre dell’anno scorso aveva fatto segnare un tracollo senza precedenti (-16 per cento), ma dopo tanti ribassi è un primo segnale di recupero. Merito dello scudo fiscale, spiegano gli operatori, che ha riportato in Italia capitali freschi in cerca d’impiego. Ma attenzione: a muoversi è più che altro la fascia medio-alta del mercato. E cioè acquirenti facoltosi per immobili di prestigio. Un’altra conferma, l’ennesima, che in Italia si sta allargando la forbice tra i benestanti e chi tira a campare.
La fortuna dei banchieri

Poi ci sono i banchieri. A loro lo scudo ha fatto bene, benissimo. Perché i soldi in nero nascosti all’estero hanno varcato di nuovo la frontiera per planare dolcemente nelle casse degli istituti di credito nostrani. E questa massa di denaro, svariati miliardi di euro, si è tramutata in commissioni e altri proventi che sono andati a puntellare il conto economico dei più importanti gruppi finanziari.Tutte le banche principali già nei bilanci del 2009 segnalavano il forte afflusso di nuovi capitali in gestione. Per Fideuram del gruppo Intesa, specializzata nella gestione di patrimoni, l’effetto scudo ha prodotto 2,1 miliardi di nuova raccolta l’anno scorso a cui si sono aggiunti altri 100 milioni circa nei primi tre mesi del 2010. Tremonti ha dato una mano anche alla banca controllata dalla Fininvest di Silvio Berlusconi assieme al suo amico Ennio Doris, quel signore in doppiopetto che va in tv disegnando cerchi sulla sabbia. Mediolanum, fondata e diretta da Doris, nel 2009 ha intercettato oltre 700 milioni di euro rimpatriati grazie all’ennesimo condono governativo.In fondo in fondo neppure i banchieri svizzeri si possono lamentare. Moltissimi dei loro clienti italiani hanno regolarizzato le loro posizioni versando l’obolo del 5 per cento all’amministrazione fiscale, ma senza fisicamente riportare i soldi nel nostro Paese. In altri casi il denaro è stato semplicemente spostato nella filiale italiana dell’istituto elvetico. Oppure, grazie alla sottoscrizione di polizze assicurative studiate ad hoc, i capitali scudati sono tornati al punto di partenza, nei forzieri di Lugano o Zurigo.
Nella caverna di Alì Babà

Poco male, allora. L’offensiva di Tremonti contro le banche svizzere, definite dal ministro “caverne di Alì Baba”, ha prodotto più fumo che arrosto. Con i più diversi espedienti i colossi finanziari della Confederazione sono riusciti a trattenere o a recuperare una quota importante del denaro dei loro vecchi clienti italiani. E questi ultimi, come segnalano tutti gli operatori al di qua e al di là del confine, hanno già ricominciato a portare il denaro in Svizzera. Con buona pace delle trovate propagandistiche come le telecamere ai valichi di confine. Tutto come prima, quindi. Tutto come sempre. In attesa della prossima amnistia. Pardon, scudo fiscale.
di Vittorio Malagutti,

Il Fatto Quotidiano del 11 settembre 2010

venerdì 10 settembre 2010

Riaffermare che il lavoro è bene comune


L'esplosione della maggioranza di centrodestra monopolizza per intero l'attenzione politica. In attesa di sapere se e quando si voterà è tutto un discutere di scadenze, alleanze, compravendite, primarie… Silenzio di tomba, invece, sui movimenti tellurici che stanno rovesciando le piccole certezze della vita di ognuno e gli equilibri sociali.Due eventi hanno cambiato il quadro politico e sociale nelle ultime settimane. Il primo è la centralizzazione delle politiche di bilancio nazionali dei 27 paesi dell'Unione europea, decisa in via definitiva al vertice Ecofin di lunedì e martedì scorsi.E' stato cioè creato "un nuovo luogo politico" che si prende il principale potere di uno stato: il controllo delle risorse finanziarie pubbliche. Un "luogo" sottratto ad ogni controllo democratico (i membri della Commissione sono nominati dai singoli governi), politicamente irresponsabile ma ampiamente avvicinabile dalle lobby finanziarie o industriali. Qui vengono fissati i paletti della politica economica dei prossimi dieci anni, costringendo qualsiasi governo nazionale dentro una gabbia molto stretta. Su questo ci dovrebbe essere una discussione molto seria a sinistra. Ma non ce n'è traccia.Intendiamoci. Un continente dotato di moneta comune ed economie interconnesse deve avere una politica economica comune. Ma questo "programma di convergenza" disegna invece un'Europa più divisa, che gerarchizza i vari paesi sulla base di "criteri" con un solo obiettivo: "programmare le riforme nazionali" per aumentarne la competitività, puntando a ridurre il deficit (esploso ovunque per "salvare le banche") mediante la compressione della spesa pubblica "improduttiva". A partire dalla spesa sociale.Non basta. Per vincolare meglio i vari stati è stata fissata una procedura sanzionatoria semiautomatica. In pratica, a chi "sfora" saranno ridotti i fondi europei per le aree sottoutilizzate (Fas). All'interno di ogni paese verrà accentuata la divaricazione tra aree sviluppate e aree depresse: una nuova guerra tra i poveri. Non a caso Tremonti l'ha definita, con soddisfazione, "un cambiamento costituzionale".Ma come può un paese a innovazione zero, come l'Italia, recuperare "competitività" nei confronti di concorrenti con salari monetari molto più bassi e una struttura dei diritti dei lavoratori praticamente inesistente?Una risposta senza equivoci è arrivata ieri dalla Bce: adottando misure per "assicurare che il processo di contrattazione dei salari ne consenta il flessibile e appropriato adeguamento alle condizioni di disoccupazione e alle perdite di competitività". Tradotto: vanno abbassati, e anche di molto.Si tratta di un passaggio storico chiarissimo, fin qui costruito con il contributo paritetico dei governi di centrodestra e di centrosinistra. E' la "cultura della povertà" che deve sostituire quella dei "diritti acquisiti". Marchionne si è infilato in questa congiuntura giocando d'anticipo, indicando la via a un mondo imprenditoriale ormai nel panico (sempre ieri l'Ocse ha stimato per il nostro paese una caduta del Pil dello 0,3% nel terzo trimestre). La disdetta del contratto nazionale dei metalmeccanici punta a ridisegnare tutto il sistema delle relazioni industriali sul "modello Pomigliano". Anche qui, dunque, "un cambiamento costituzionale" imposto con la forza: cancellazione della contrattazione collettiva nazionale e quindi del sindacato "vero", divieto di sciopero, compressione dei salari, aumento di intensità e durata del lavoro. Ognuno deve essere messo nella condizione di doversi presentare, cappello in mano e testa bassa, a elemosinare un lavoro purchessia. In questa stessa direzione va il "collegato lavoro" del governo Berlusconi - contro cui abbiamo fatto lo sciopero della fame nei mesi scorsi - che andrà all'approvazione definitiva la prossima settimana. Una legge che sposta radicalmente i rapporti di lavoro a favore delle imprese, limitando fortemente sia le tutele del singolo che la possibilità di intervento della magistratura. Fino a modificare radicalmente i processi di lavoro, a partire dai "licenziamenti per giusta causa".Davanti a questa aggressione diventa decisiva la costruzione rapida della resistenza sociale, che è diffusa ovunque ma fatica a concentrarsi in un movimento politicamente rilevante. Per questo va colta l'occasione della manifestazione nazionale del 16 ottobre, proclamata dalla Fiom Cgil, preparandola fin d'ora in tutte le realtà territoriali. Vanno costituiti ovunque comitati che mettano a punto tutti gli aspetti politici e organizzativi. Non bisogna più aspettare. Già lunedì mattina, alla riapertura delle scuole, saremo davanti agli istituti insieme al personale precario che rischia il licenziamento e a quello di ruolo alle prese con il sovraffollamento. E altrettanto faremo sabato 18, nella giornata di mobilitazione contro il "collegato lavoro". Il 16 ottobre va costruito ogni giorno, perché deve diventare il punto di partenza di un rinnovato movimento per "il lavoro bene comune". Senza se e senza ma.

Paolo Ferrero,

Segretario PRC

L'etica della diseguaglianza

Chi con entusiasmo e chi con rabbia, tutti prendono atto del mutamento di scenario determinato dallo strappo storico di Federmeccanica. Non cambiano soltanto le relazioni sindacali in Italia, in gioco c'è, più in generale, il sistema di relazioni sociali. Il «recesso» del contratto nazionale formalizza un processo di restaurazione iniziato da tempo che coinvolge, a partire dalla politica, l'intera società. Si profila un nuovo modello sociale i cui tratti appaiono inquietanti perché puntano al ribaltamento dei valori generali. Per non restare nel generico, proviamo a fare qualche esempio, sollecitati della nuda cronaca di questi giorni.Ieri, intervenendo al comitato centrale della Fiom, uno dei tre operai licenziati da Marchionne a Melfi ha raccontato un paradosso di cui è involontario attore: «La Fiat ha deciso di pagarci lo stipendio impedendoci però di lavorare - ha detto Giovanni Barozzino - e al tempo stesso si rifiuta di acquistare un defibrillatore che consenta di salvare un lavoratore colpito da infarto». Demagogia? Solo cronaca, appena qualche settimana fa un operaio è morto a Melfi ucciso da un infarto. Forse il defibrillatore avrebbe potuto salvarlo e forse no, ma il defibrillatore non c'era perché la Fiat non vuole spendere i soldi per acquistarlo.Sulla stessa lunghezza d'onda si collocano alcuni dei punti su cui si fonda il nuovo «contratto» nella fabbrica di Pomigliano e che diventeranno regole per tutti i metalmeccanici con la cancellazione del contratto unitario e con le deroghe a quello separato non firmato dalla Fiom e non votato dai lavoratori. Un operaio vincolato alla linea di montaggio non potrà più spezzare le otto ore con 30 minuti di pausa mensa, ma sarà costretto a rinviare la pausa a fine turno, e potrà mangiare e non lavorare solo se non ci saranno richieste di straordinari da parte dell'azienda. Al tempo stesso, quell'operaio non potrà più godere di almeno 11 ore di riposo tra un turno e l'altro: se finirà il turno serale alle 22, dovrà iniziare quello del mattino alle 6. E ancora, se si ammalerà non riceverà lo stipendio per i primi tre giorni di assenza.Qual è la società, quali i rapporti che hanno in mente Marchionne e tutti i suoi fans, industriali, politici e sindacali? Lo spiegò, al tempo dell'accordo con Chrysler, lo stesso Ad della Fiat all'ex capo del sindacato americano Uaw, Ron Gettelfinger, dicendo che avrebbe dovuto accettare una «cultura della povertà» abbandonando la «cultura dei diritti acquisiti», partendo da pensioni e sanità. Gettelfinger sarà costretto ad abbassare la testa (prendere, o lasciare e perdere diritti e lavoro), non prima di aver risposto a Marchionne: «Perché non viene a sedersi con me e racconta a una vedova di 75 anni che non è operabile e che lei le ha ucciso il marito?».La cultura della povertà, dice Marchionne. Ma che modello sociale è, quello che prevede un salario dell'amministratore delegato Fiat di 4-500 volte superiore allo stipendio di un suo operaio? Se lo chiede insistentemente e giustamente Gad Lerner nei suoi articoli su Repubblica, precisando che Valletta guadagnava 20 volte più dei suoi dipendenti (aggiungiamo noi che Olivetti riteneva che il divario non potesse superare il livello di 5 a 1)? E qual è l'etica a cui risponde la decisione, presa quest'anno in piena crisi, di distribuire gli utili agli azionisti e cancellare il premio di produzione a chi ha già un salario falcidiato dalla cassa?C'è un modello vincente di società a cui lavorano sia Berlusconi e i suoi ministri che Marchionne e la Confindustria. È un modello che prevede leggi ad personam (ad aziendam) e leggi con la possibilità di deroghe per impedirne l'applicazione. O si cancellano le leggi «dannose», o se ne fanno di personalizzate, o si sterilizzano quelle esistenti. Ormai dimenticata la fraternità, via anche l'eguaglianza, del trinomio della rivoluzione francese resta solo la libertà: il Partito delle libertà.
Loris Campetti, Il Manifesto