sabato 27 novembre 2010

Serve lo sciopero generale

I giorni che stiamo vivendo parlano di una bella ripresa del conflitto sociale. Grandi mobilitazioni studentesche, dei precari e dei ricercatori, come non se ne vedevano da tempo. Non è solo un fatto di quantità. Nelle lotte del mondo della scuola e dell'università viene colta con chiarezza la natura di classe dell'attacco del governo, in cui la distruzione della scuola pubblica è strettamente intrecciata alla progressiva precarizzazione e svalorizzazione del lavoro. Le mobilitazioni della scuola si affiancano ai conflitti che nascono dentro l'apparato industriale, contro le chiusure e i ricatti come quelli della Fiat. La manifestazione del 16 ottobre convocata dalla Fiom ha rappresentato il punto più alto di quella mobilitazione operaia che coinvolge centinaia di migliaia di lavoratori e lavoratrici. Anche la manifestazione del 16 ha colto con chiarezza la natura di classe dell'attacco antioperaio e ha costruito nessi rilevanti tra la lotta alla precarietà e per l'occupazione con la battaglia per l'acqua pubblica, per il ritiro dall'Afganistan, per i diritti civili, per la democrazia, dentro e fuori dai luoghi di lavoro. La manifestazione di oggi promossa dalla Cgil raccoglie e interpreta un disagio sociale diffuso, ma che ancora non vede uno sbocco alternativo alla palude berlusconiana. Il nodo che si pone è quindi: quale ruolo politico vuole giocare la Cgil dentro questa ripresa dello scontro sociale? Assume essa la guida dello scontro sociale nel Paese o si dispone alla ricerca di un nuovo patto, fatalmente subalterno, con la Confindustria? Si tratta di una domanda rilevantissima in quanto è evidente che ci troviamo di fronte al più pesante attacco alle condizioni di vita e di lavoro delle masse popolari dal dopoguerra ad oggi. Noi pensiamo che sia necessario agire congiuntamente su due terreni. Sul piano politico, occorre cacciare Berlusconi, evitare ogni governo di transizione e costruire un fronte democratico che permetta di sconfiggerlo nelle elezioni. Questa è la nostra proposta politica e la perseguiamo con determinazione. Siamo però del tutto consapevoli che l'auspicabile e necessaria cacciata di Berlusconi non risolverebbe tutti i problemi: i fans di Marchionne nel centro sinistra sono tali e tanti da rendere evidente che la caduta del monarca di Arcore non coincide per nulla con la fine del berlusconismo. Le politiche neoliberiste sono largamente egemoni nel centrosinistra. Per cambiare questa situazione proponiamo a tutte le forze della sinistra - ad oggi inascoltati - di costruire insieme un programma comune, in modo da essere più forti nel determinare il profilo politico del fronte democratico. E' però del tutto evidente che affidare alla sola contesa elettorale la possibilità di sconfiggere le politiche confindustriali e di costruire l'alternativa è scorciatoia impraticabile, priva di fondamento. E' quindi decisivo muoversi sul piano sociale. Occorre operare per unificare le lotte, costruendo un movimento dotato di un orizzonte comune. A tal fine stiamo lavorando per costruire i Comitati contro la crisi sui territori, ma è evidente che il ruolo della Cgil è indispensabile. Per questo chiediamo oggi alla Cgil di dichiarare lo sciopero generale. Per unificare le lotte è necessario che la più grande organizzazione dei lavoratori italiani dia un segnale chiaro. La proclamazione dello sciopero generale contro governo e Confindustria è indispensabile per aggregare la massa critica necessaria al fine di cacciare Berlusconi ma anche di sconfiggere Marchionne. Oggi partecipiamo alla manifestazione con una precisa domanda politica: la Cgil assuma le sue responsabilità e - come nel 2002 - prenda senza titubanza la guida del movimento di lotta. Non chiediamo al sindacato di fare supplenza alla politica. Chiediamo al più grande sindacato italiano di fare sino in fondo la sua parte.
Paolo Ferrero,
Segretario nazionale
Partito della Rifondazione Comunista

FERRERO A VENDOLA: "DOMANDARE E' LECITO, RISPONDERE E' CORTESIA!"

Le lotte in alto il governo in basso

Un tetto non è il posto più comodo per scrivere un articolo. Ma da qui si vedono, si capiscono molte cose. Siamo qui da tre giorni, ricercatrici, precarie della ricerca, precarie scadute, studentesse. Siamo anche noi sul tetto, come già hanno dovuto fare migranti, operaie, lavoratrici perché siamo invisibili a una politica sempre più oscena e impermeabile alle lotte per i diritti. Una politica al tramonto. Ma un tramonto molto più brutto, meno poetico e decisamente più triste di quello che si vede da qui. Perché il berlusconismo, nel tramontare, vorrebbe buttarci tutte giù per terra.E invece in questi giorni, mentre la camera discute il DDL Gelmini, si sono riempiti i tetti di tantissime città italiane (qui a Roma, a Torino, a Messina e in tantissime altre realtà), si sono varcate le porte del Senato per difendere le istituzioni, si sono popolate di ragazze la Torre di Pisa e il Colosseo per difendere i beni culturali e salvarli dal crollo a cui li stanno portando (da ultimo Pompei) i tagli di un ottuso Governo che affama la cultura (con cui, invece, come ha ben mostrato Camilleri, si mangia eccome!), si è esposto uno striscione anche dal Ministero dell’università, per salvarla dalla riforma Gelmini. Una riforma, che si accompagna ai tagli costituenti, devastante non solo per il futuro dell’università, ma della nostra democrazia, così come concepita dalla Costituzione: una riforma che cancella di fatto il diritto allo studio, precarizza definitivamente la ricerca, privatizza l’università attraverso la definizione di una nuova governance.E mentre la maggioranza gioca una penosa partita a scacchi sul nostro futuro, qui stiamo utilizzando la nuova forma di lotta che ci sta unendo contro la crisi. Siamo salite sul tetto perché alla impermeabilità della politica si unisce la impermeabilità di un sistema mediatico che ha bisogno di gesti eclatanti per parlare della condizione del Paese. Ma stiamo provando a fare di questo tetto uno spazio pubblico e aperto, una agorà che accoglie discussioni e confronti, un ponte con altre lotte, in primis con quella della cultura che è venuta qui a portarci la sua solidarietà e con cui abbiamo costruito le performance di piazza di Spagna. Forse, qualche leader politico (ormai si dice così) ha pensato che qui si sia creata anche una passerella mediatica per promesse da non mantenere. Ci auguriamo che non sia così. In ogni caso, questo tetto non nasce da una idea di “delega alla politica”, ma da una indisponibilità alla delega. In primo luogo, dalla indisponibilità delle ricercatrici a ricoprire gli incarichi di insegnamento su cui si regge molta parta della didattica. E dalla indisponibilità di intere generazioni a morire precarie, a delegare a questo governo il proprio futuro. E’ in questa idea che la politica sia trasformazione sociale, che politica e sociale debbano essere inscindibilmente connesse, che mi sembra ci sia il cuore della rifondazione comunista, il cuore di rifondazione comunista, la sua diversità: nel suo distinguersi nei movimenti non per spillette e bandiere, né tantomeno per l’avvento del leader, ma per la generosità con cui sta nelle lotte e per l’ostinazione con cui prova connetterle. E’ in primo luogo per questa diversità che sono orgogliosa di essere parte di una comunità politica che resiste ogni giorno per costruire un mondo, appunto, diverso e che desidero ringraziare oggi, per tutte le altre, Federica, Paolo, Rosa, e le brigate di solidarietà che ci stanno sfamando con affetto. In questi giorni, da tanti tetti, con tante lotte, stiamo provando a costruire un altro futuro.Dal tetto, dopo la notte, si vede anche l’alba.
Ps: ho scritto questo articolo nella giornata mondiale contro la violenza maschile sulle donne. E cancellarle nel linguaggio è una delle tante forme di violenza: anche per questo motivo ( non solo perché le donne che lottano sono tante , mentre per i leader invece è perfetto il maschile) ho usato il plurale femminile. Preferisco stavolta non usare chiocciole e “i/e” e limitarmi a dire che in questo testo il femminile include il maschile.
Eleonara Fiorenza,
Liberazione

venerdì 26 novembre 2010

LASCIO IL MOVIMENTO 5 STELLE

Alle scorse elezioni comunali di Bologna e alle regionali ho votato il Movimento 5 Stelle. Leggo i post di Grillo da anni, e ho visto nel Movimento una “speranza” per il nostro Paese. La scorsa primavera ho deciso di partecipare attivamente alle riunioni dello stesso. Avevo ovviamente letto il programma nazionale e ne condividevo i contenuti. Sono insegnante e mi interessano molto quelli inerenti alla scuola. Ci lavoro da quasi 30 anni e la demolizione della scuola pubblica portata avanti dalla Gelmini, la circolare Limina in Emilia Romagna che invitava i dirigenti scolastici ad assumere provvedimenti disciplinari nei confronti degli insegnanti che avessero preso posizioni pubbliche critiche nei confronti della Riforma, la situazione sempre più drammatica del nostro Paese con la crisi economica affrontata con i tagli allo Stato sociale, hanno suscitato in me la necessità di assumere un impegno civile diretto .
Entrata nel Movimento ho organizzato il gruppo scuola, ho partecipato alle manifestazioni di protesta contro la riforma, convinta che il Movimento ne condividesse i contenuti. Come gruppo scuola, del quale ero la coordinatrice, abbiamo presentato un documento nel quale è stata analizzata l’attuale situazione della scuola pubblica e si chiedeva al Movimento di assumere una posizione chiara rispetto alla politica scolastica del Governo. Pochi e chiari principi: difesa della Scuola pubblica e conseguente NO alla riforma, laicità dello Stato e conseguente richiesta di abolire i finanziamenti alla scuola privata. Abbiamo chiesto al Movimento di approvarlo. Non è stato possibile. La risposta del Movimento è stata l’ostracismo. Di scuola non se ne parla o, se si è costretti a farlo, comunque non si assume una posizione, perchè all’interno del Movimento le posizioni sono diverse, inconciliabili e, per non allontanare nessuno, meglio far “finta di niente”, meglio discutere di cose più semplici. Il Movimento nei fatti non assume alcuna posizione sulla riforma della scuola, come non ne assume su moltissimi argomenti che riguardano il “sociale” e le politiche economiche di chi ci governa.
Poco per volta mi sono resa conto che il Movimento non è ciò che viene descritto da Beppe Grillo: il programma nazionale e lo stesso nome di Beppe servono solo come “specchietto per le allodole”, per attirare i voti di chi non ne può più dell’attuale classe politica, dei suoi privilegi e della sua incapacità di dare risposte credibili ai problemi del Paese. Il Movimento è eterogeneo, composto da persone che cavalcano la tigre della protesta e che affrontano solo argomenti “facili” sui quali convergere. Quando si parla di piste ciclabili, o di spazi verdi nella città, o di diminuzione dei costi della politica, di raccolta differenziata, di nucleare …. è facile trovare una convergenza di idee e di proposte. Diverso invece è assumere posizioni politiche rispetto alla riforma Gelmini, al finanziamento alla scuola privata, alla laicità dello Stato, ai diritti delle coppie di fatto, alla legge 194 sull’aborto, al problema ormai drammatico della casa, del precariato, all’accordo di Pomigliano, che non è un fatto isolato nel Paese, ma rappresenta il tentativo di togliere sempre più tutele ai lavoratori in tutto il Paese. Su queste e altre problematiche il Movimento non è in grado di prendere una posizione, perché al suo interno ci sono persone con idee spesso contrapposte: vi sono conservatori e “orfani della sinistra”, laici e cattolici integralisti, uniti nella “protesta”, nei facili luoghi comuni, ma incapaci di avere un progetto realistico e coerente di più ampio respiro. Uno dei loro motti preferiti è che non sono un partito, non sono una casta. A mio modo di vedere sono molto peggio: “uno vale uno” è in realtà solo uno slogan. Nelle assemblee si decidono solo alcuni aspetti, per lo più organizzativi, per il resto c’è un’oligarchia che decide per tutti: sono gli eletti e i loro stretti collaboratori. In questi mesi trascorsi nel gruppo l’assemblea non ha deciso nulla di rilevante dal punto di vista politico. Sono gli eletti Favia e De Franceschi che assumono in totale autonomia qualsiasi decisione politica a nome del Movimento. Quando ho chiesto di discutere in assemblea di alcune problematiche, come il finanziamento dato alla fine di luglio dalla Commissaria Cancellieri alle scuole private a Bologna, l’adesione alla manifestazione in difesa della scuola pubblica indetta a Reggio Emilia il nove ottobre scorso, la discussione sull’eventuale nomina alla presidenza della Commissione Pari Opportunità in Regione di Silvia Noè, l’accordo di Pomigliano e la necessità di assumere una posizione politica in difesa dei lavoratori, non ho mai ricevuto risposta. Formalmente non rispondono, lasciano decadere, non ne parlano, così possono fingere di essere tutti d’accordo, così possono coesistere nel movimento posizioni spesso contrapposte, intanto gli “eletti” decidono per tutti, perché loro sono i “portavoce” del Movimento. Bell’esempio di democrazia! Ieri sera l’ultima “farsa”: i Consiglieri Regionali in assemblea pubblica hanno presentato un bilancio politico ed economico dei primi sei mesi in Regione, hanno “rimesso il proprio mandato nelle mani dei cittadini”, quindi c’è stata una votazione al fine di confermare o meno la “fiducia” a Favia e a De Franceschi. Nessuna possibilità di porre domande ai Consiglieri, di discutere veramente su ciò che è stato o non è stato fatto. Una votazione plebiscitaria, ad alzata di mano, nella peggiore tradizione dei peggiori partiti. Uno “spot di propaganda”, non uno strumento di democrazia, una “trasparenza” di facciata. Un’autoesaltazione del proprio operato e una continua denigrazione di ciò che fanno “tutti gli altri”, questo è stato, in una povertà di contenuti e progetti reali davvero impressionante. Stupefacente scoprire, tra l’altro, che il denaro proveniente dagli stipendi regionali dei Consiglieri ( l’Assemblea ha deciso per loro un compenso di 2500 euro mensili ) non viene gestito dal Movimento stesso, ma dai Consiglieri che trattengono l’importo dovuto nei loro conti correnti personali! E questo sarebbe un approccio nuovo alla politica?
Per non parlare della chiusura totale che mostrano rispetto a tutte le altre realtà culturali presenti a Bologna. Nessun confronto e nessuna alleanza, questo a prescindere da possibili convergenze, perché solo loro sono portatori della “verità” grillina. Intanto, per le prossime comunali questo Movimento così aperto alla società civile, così diverso dagli altri partiti avrà un candidato sindaco alle prossime amministrative autocandidatosi e scelto da chi? Dagli elettori che lo indicano in base ad un programma? No, scelto nel chiuso dell’assemblea degli attivi, e solo da chi risulta essere attivo alla data del 30 settembre 2010, scelto quindi da poche persone nella peggior tradizione dei partiti. Criticano i partiti, non accorgendosi però di essere ancor peggio degli stessi, perché non vi è alcuna reale democrazia all’interno. E chi “osa” far presente certe incoerenze viene visto immediatamente come un “nemico”, qualcuno da isolare. E così vanno avanti senza prendere mai alcuna posizione chiara, convinti come sono che tanto saranno premiati elettoralmente in ogni caso: gli elettori voteranno sulla base di quello che dice a livello nazionale Grillo, il voto di protesta continuerà ad esserci e solo questo conta. Lo stesso atteggiamento in fondo che ha la Lega: parlare facile, per slogan comprensibili ed efficaci,nient’altro. Far credere che vi sia un programma nazionale condiviso, far credere che il movimento rappresenti una novità, una possibilità di riscatto del Paese,parlare alla “pancia” delle persone, glissare su tematiche qualificanti perché una posizione chiara allontanerebbe qualcuno: l’importante è prendere voti da tutti, da destra e da sinistra perché loro sono “sopra” volano “alti”. Parole prive di un reale significato, solo vuoti slogan di propaganda: come la Lega appunto.
Povertà culturale, intellettuale, politica. Inaccettabile quando da movimento di protesta si decide di entrare nelle Istituzioni, si decide di proporsi come forza che deve amministrare le città, le regioni e forse domani il Paese. Per farlo bisogna avere delle idee, occorre avere il coraggio di assumere posizioni politiche, di fare scelte chiare, condivise non solo dagli “eletti” ma dal Movimento intero e soprattutto uscire dalla facile ottica della protesta e degli slogan ad effetto, occorre occuparsi dei problemi reali dei cittadini e prendere posizioni chiare esponendo le proprie idee e cercando di aumentare il consenso per questo più’ che per le invettive contro gli altri.
Per questi motivi lascio il Movimento, per la mancanza totale di democrazia all’interno, per la povertà di contenuti. Lascio il Movimento perché non voglio rendermi complice dell’inganno che stanno perpetuando verso gli elettori : a parole sostengono il programma nazionale di Grillo, nei fatti approfittano del suo carisma per ottenere facili voti di protesta ed iniziare la propria personale “scalata” alle Istituzioni. Non ci sto. I partiti non mi piacciono, ma il Movimento non è ciò che appare: non c’è democrazia all’interno, non ci sono idee che non siano quelle “facili” e scontate che la stragrande maggioranza delle persone può condividere, non c’è un progetto serio di società, solo slogan.
Un Movimento a parole di tutti, nei fatti solo di pochi.

Monica Fontanelli

La scuola nel gioco delle tre tavolette

“Non vogliono le riforme”. Così le Tv Mediaset continuano a presentarci l’insurrezione di studenti e docenti contro il pasticciaccio brutto chiamato “riforma Gelmini”, dal nome della ministra proponente: l’inespressiva Maria Stella bresciana che mantiene rapporti conflittuali con la sintassi e l’arte dell’argomentazione (sempre a rischio di esserne stritolata, come Laocoonte coi serpenti). Che fu notata e beneficiata di improbabili incarichi solo perché qualcuno ritenne sexy variare – una volta tanto – il menù, passando dal tipo lap-dance a quello ancillare, la servetta venuta giù dalla campagna coi capelli in crocchia e il vestitino da catechismo.
Ma più che la modestia tendente all’inesistenza del personaggio, chiamato a dare la faccia su una questione prioritaria quale l’educazione, ciò che atterrisce è il mastodontico caravanserraglio di depistaggi allestito alla bisogna. Tanto che il tavolo su cui si gioca la partita risulta trasformato in quello su cui imbroglioncelli di mezza tacca sfilavano un po’ di denaro, ai malcapitati finiti sotto le loro grinfie, con il gioco truffaldino delle “tre tavolette”.
In cui quanto ci viene mostrato non è mai la verità.“È una battaglia per la meritocrazia applicata alla scuola”, ci viene detto. Intanto le borse di studio (strumento primario di valorizzazione del merito) per il 2011 vengono tagliate del 90 per cento (25 milioni di Euro, contro i 240 dell’anno precedente). Con la promessa del loro ulteriore dimezzamento l’anno successivo.
Un caso tra i mille del dilagare dell’uso politico della menzogna. Magari inventandosi schieramenti nemici inesistenti, al solo scopo di screditare quelli reali a proprio uso e consumo. Sempre per quanto riguarda le attuali rivolte universitarie, ci vorrebbero far credere che la protesta di studenti precarizzati già prima di entrare nel mondo del lavoro e ricercatori che campano con quattro soldi farebbe il gioco di quei baroni cattedratici che sono gli unici a non opporsi, perché non toccati nei loro interessi di casta.
E le tavolette continuano a girare vorticosamente… Le manipolava da par suo il ministro Maurizio Sacconi, già craxiano e laico ma ora cristiano devoto, quando pontificava che ridurre le garanzie al lavoro esistente era necessario per creare nuova occupazione. Altro imbroglio: i lavoratori sono sui tetti e sulle gru, gli aspiranti tali continuano ad andare a spasso.
Persino un impedito/infoiato come l’attuale titolare della Cultura Sandro Bondi, sorta di lunare Gollum sovrappeso, vorrebbe cimentarsi nel non nobile gioco della turlupinatura. Per cui tenta di giustificare con ragioni umanitarie le regalie a mezzo pubblico denaro fatte ai congiunti della matriarca di Novi Ligure con cui aspirerebbe a flirtare.
Le stesse ragioni umanitarie a presa per i fondelli messe in campo a proposito delle Ruby di Silvio Berlusconi o le stangone parmensi su cui si arrampicava il puffo Brunetta.
Insomma, lo fanno per il nostro bene. Un po’ come l’arraffa arraffa leghista chiamato “federalismo fiscale” o la sconfitta della malavita organizzata dello sceriffo Maroni, che tutte le volte cattura personalmente il penultimo latitante e te lo racconta allo stesso modo con cui reclamizzava i prodotti cosmetici della Avon.
Qualche volta – così, per cambiare – le tre tavolette vengono sostituite da un altro gioco: quello di far sparire qualcosa. Abrakadabra disse il premier alla spazzatura napoletana. Poi si è visto che l’incantesimo dura solo qualche giorno.
C’è da chiedersi la ragione di questo sistematico illusionismo di bassa lega. Forse perché questa classe politica ha una cultura da sagra di paese e ha modellato il proprio stile su quello dell’imbonitore di sciroppi miracolosi (il padre delle cosiddette tecniche di marketing promopubblicitario). Ma anche perché maldestramente americanizzata.
Almeno il George Bush jr. che ci ha raccontato la panzana delle armi di distruzione di massa mandando l’Occidente a ramengo in Iraq e Afghanistan, aveva dietro le teorie dello stracinico Leo Strauss, il filosofo tedesco spregiatore della democrazia, propugnatore delle sedicenti “nobili menzogne”: il popolo deve essere ingannato da governanti-filosofi custodi sacerdotali della Verità (e lo sventurato Bush jr. – un po’ “il Trota” di suo padre – gli ha dato retta pensando così di essere furbissimo).
Invece qui da noi è tutto all’insegna dello strapaese. Ma uno strapaese che sta devastando il Paese con il sistematico esproprio di verità. Con questo farci vivere in un permanente teatrino dei burattini da quattro soldi.
Quasi è meglio il vecchio malvissuto di manzoniana memoria Emilio Fede quando in un soprassalto di sincerità, scagliandosi in diretta televisiva contro gli studenti in lotta, tradisce il suo vero pensiero (e quello del suo padrone): “menateli”.
Blog di Pierfranco Pellizzetti
26 novembre 2010

giovedì 25 novembre 2010

«La Federazione è lo spazio politico per unire le lotte»

Intervista a Paolo Ferrero,
Segretario di Rifondazione Comunista
Non è che in giro si siano lette o viste molte analisi sul congresso della Federazione. Oscurati o banalizzati. Eppure il passaggio dell'Ergife ha formalizzato alcune proposte politiche importanti: innanzitutto l'urgenza di un fronte democratico per cacciare Berlusconi, «e contro il bipolarismo», puntualizza Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista: «Il fronte democratico, ovviamente che escluda Fini, serve a cacciare Berlusconi, ed è un valore in sé. Così come uscire dal bipolarismo che è il sistema con cui in Italia è stato espulso dalla politica il conflitto sociale».

L'altro corno della proposta è quello di unire le lotte e di scrivere un programma comune della sinistra. E' il problema dei rapporti con Sel.
Anche se noi non siamo interessati ad andare al governo non significa che non abbiamo un programma. Allora perché non fare una campagna unitaria sui punti indicati dalla piattaforma del 16 ottobre? Quella manifestazione reclamava la fine della precarietà, un reddito per tutti, la difesa del contratto nazionale di lavoro ma anche la ripubblicizzazione dell'acqua e il ritiro delle truppe dall'Afghanistan.
Lo hai chiesto anche a Nichi Vendola nella video lettera in cui proponevi a Sel anche una lista unitaria a Milano, dopo aver vinto assieme le primarie con Pisapia. E in cui suggerivi di trovare candidati comuni per le primarie in altre città. Hai avuto risposte?
No, o almeno, non ancora. Mi dispiace non aver ricevuto risposte a domande semplici. Non ci si può affidare solo alle primarie. Davvero, perché non fare insieme una campagna unitaria che produca contenuti per il programma del centrosinistra?
Torniamo al congresso: chi non lo ha ignorato tende a interpretare l'assise dell'Ergife come un rientro nell'alveo del centrosinistra o, all'opposto, come la reunion dei comunisti. Cos'è stato davvero?
Il punto del congresso è stata la nascita di un polo politico della sinistra. Non un nuovo partito e nemmeno un'alleanza elettorale. Un processo che non va sovrapposto alla questione dell'unità dei comunisti».
Credo che qui sia necessario puntualizzare.
Perché è un'altra cosa: è un soggetto autonomo dal centrosinistra con una forma federativa aperta, che rispetti i percorsi, che tende ad aprire uno spazio in cui non intervengano discussioni identitarie a produrre delle scissioni, che valorizzi quel 90% che ci unisce. Questo strumento deve servire a farci diventare tessitori delle varie forme in cui la sinistra di classe s'è frantumata: dentro la Cgil, nel sindacalismo di base, nei conflitti. Ed è una forma rivolta soprattutto a chi non è iscritto a nessuna forza della sinistra. L'ho detto all'Ergife: è una forma aperta perché larga parte di chi oggi fa politica di sinistra non è iscritto a nessun partito. Il tema di una proposta dei comunisti e anche dell'unità dei comunisti sarà il tema del congresso di Rifondazione. La necessità di un polo di sinistra, anticapitalista, antipatriarcale ci sarebbe anche con un solo partito comunista. La Federazione, invece, dovrà essere utile a un confronto con tutti i comunisti dentro e fuori di sé e l'unità non è un fatto organizzativo ma di analisi e di linea condivise.
Qualcuno ha detto che è stato un congresso stanco.
E' stato un parto, un luogo di passaggio che costruisce uno spazio politico e, come tutti i passaggi veri, ha prodotto discussioni ma i passaggi veri hanno un prima e un dopo. E quello che c'è dopo è quello nasce. Parte un'altra storia. Se il prima è stata la difficoltà di costruire in forme condivise una vera operazione unitaria, il dopo sono la linea politica e lo statuto che sono molto netti. Ma deve essere chiaro che il patto tra i fondatori è costitutivo della possibilità di aprire quello spazio. E dunque non poteva essere saltato. Ora il problema dev'essere come far vivere la federazione nei territori.
Eh, e come si fa?
Generalizzando le migliori pratiche.
Molti militanti avrebbero preferito che il consiglio federale avesse eletto il portavoce definitivo.
E' sacrosanto che il segretario del Pdci possa svolgere il suo turno da portavoce dopo l'infortunio che glielo aveva impedito. Fra novanta giorni, secondo lo statuto, il portavoce o i due portavoce saranno eletti da quell'assemblea.
Ha fatto discutere il nuovo simbolo senza riferimenti alla rifondazione e al comunismo.
C'è la falce e martello per tener dentro la nostra storia. I partiti comunisti non si sciolgono. Rifondazione resta. Dopo di che abbiamo deciso di chiamarla Federazione della sinistra ed è giusto che il simbolo contenga queste parole.
Quindi nessuna abiura?
Vogliamo essere un soggetto politico che non rinnega la sua storia, la nostalgia non c'entra. Il punto è che se si distrugge il Novecento, si torna all'Ottocento quando le classi subalterne non avevano coscienza di sé né capacità di organizzazione. E vogliamo smentire l'idea che cambiando il simbolo ci si riesca a sottrarre all'accusa di essere dentro quella storia. Siamo dentro un universo simbolico colonizzato dalla riscrittura della storia: se permetti all'avversario di farlo ecco che il comunismo diventa il male assoluto. E allora capita di vedere le manifestazioni del Tea Party contro il "comunista" Obama, di sentire Berlusconi che dà del comunista a Bersani. Dopo vent'anni di maccartismo è importante riuscire a parlare anche a chi non riesce a dirsi comunista.
E qui veniano al nodo dell'oscuramento mediatico.
Siamo oscurati perchè la nostra linea è in totale controtendenza sia sul piano della storia, sia su quello dell'anticapitalismo, sia sul piano della politica. Non è un caso che per Via Solferino esistano solo Veltroni e Vendola e, a volte, qualche frammento della diaspora del Prc. Ecco perché Fazio invita Marchionne e non i tre operai Fiat licenziati. Vedi, noi siamo un soggetto politico autonomo dai poteri forti di questo Paese - banche, Confindustria, Vaticano - e questa cosa vuol dire essere in scontro con chi possiede i giornali, chi possiede le televisioni e con chi detta l'agenda politica. C'è una sinistra frantumata, una che poi si accomoda e poi ci siamo noi. Nella ristrutturazione populista della politica siamo una cosa che va distrutta. Il populismo è la forma della politica che parla della distruzione dell'autonomia delle classi subalterne.

Un Paese senza università è un Paese senza futuro

Le polemiche sulla progettata (e sperabilmente abortita) «riforma» dell’università si incentrano sui quattrini. Si capisce. Gran parte del provvedimento si risolve in un taglio della spesa deciso con la finanziaria del 2008 e aggravato da quella di quest’anno. E poi di questi tempi sempre di soldi si parla, con o senza l’alibi della crisi. Ma affrontare il discorso in questa prospettiva significa deciderne le conclusioni già in partenza: i soldi scarseggiano, i tagli sono inevitabili. Fine della trasmissione. Forse però le cose non stanno così.L’università è un’istituzione fondamentale per il «pieno sviluppo della persona umana». Perciò secondo la Costituzione «i capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi». E per questo motivo «la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica» garantendo la libertà d’insegnamento. Sarebbe difficile enunciare con più chiarezza il nesso tra cultura e democrazia. La conoscenza serve a comprendere la realtà; senza, è impossibile compiere scelte consapevoli e libere. Il discorso non riguarda soltanto gli individui ma anche la società, che progredisce in proporzione diretta alla diffusione della cultura. Sul piano civile e morale come sul terreno economico; nella produzione artistica come nell’innovazione tecnica.Se è così, razionalità vorrebbe che la spesa pubblica destinata al sistema formativo fosse considerata un investimento strategico. Chi non capisce che quanto più un paese è ricco di cultura, tanto più è in grado di risolvere i propri problemi, non ha imparato nulla dalla storia, a cominciare da quanto avvenne a cavallo tra il Cinque e il Seicento, allorché l’Italia imboccò la strada di un lungo declino dopo essere stata per secoli una culla della civiltà europea.Ma la cultura costa: costano i libri, le aule, i laboratori. Costano i professori, gli studenti, il personale tecnico delle università. Per questo – si dice – i governi riducono la spesa e i disegni di «riforma» dell’università prevedono tagli, aumentano le tasse d’iscrizione e svendono ai privati infrastrutture e servizi. La carenza di risorse è anche la motivazione addotta a sostegno della tesi meritocratica, cara pure alle forze di opposizione che condividono gran parte del ddl Gelmini. Anche per questo la «riforma» è considerata «un’occasione» dalla responsabile università del Pd e da Luigi Berlinguer, non rimpianto ministro dell’università e della ricerca tra il 1996 e il 2000, che ne rivendica (a buon diritto) la paternità.In apparenza il ragionamento non fa una grinza. In tempi di vacche magre la selezione è più dura ed è giusto riservare le risorse ai docenti e agli studenti più capaci. In realtà proprio il combinato disposto meritocrazia + tagli alla spesa riposa su una mistificazione e rivela una preoccupante comunanza di idee tra il centrodestra oggi in crisi e il centrosinistra che ambisce a succedergli alla guida del paese.Pretendere che i migliori siano premiati è giusto purché non si perda di vista il diritto alla conoscenza che la Costituzione riconosce comunque a ciascuno (diritto, non dovere di pagare indebitandosi con i cosiddetti «prestiti d’onore»); purché a tutti siano assicurate adeguate condizioni di base e di crescita; purché, infine, si disponga di criteri di giudizio oggettivi (il che, per ciò che riguarda la ricerca scientifica, è notoriamente complicato). Chi ha a cuore il merito dovrebbe quindi in primo luogo sforzarsi di rimuovere gli enormi ostacoli che in una società ingiusta limitano l’uguaglianza delle persone. Ma legare la tesi meritocratica alla politica dei tagli comporta fatalmente conseguenze inique e controproducenti. Nessuno può sapere in partenza quanti siano i meritevoli. Partire da numeri chiusi e quote prestabilite significa disporsi ad escludere anche chi meriterebbe di andare avanti, con un enorme spreco di risorse umane per la collettività e uno sconsiderato dispendio di sofferenza per gli individui. Non solo: come ogni strozzatura, il sistema delle quote trasforma la meritocrazia in un meccanismo di tutela delle oligarchie. Pur di salvarsi, si attiveranno lobbies e clientele, e poco importa se ad essere sommersi saranno molti meritevoli. C’è una soluzione? Certo che sì, e anche molto semplice. Riducendo la spesa militare e le regalìe fiscali agli evasori, ci sarebbero risorse più che sufficienti non solo per mettere in sicurezza l’intero sistema formativo del paese, ma anche per consentirgli di adempiere il compito fondamentale di generalizzazione della conoscenza che la Costituzione gli affida. Ciò significa che l’ordine del discorso andrebbe rovesciato, e che di soldi si parla come del problema-chiave dell’università italiana perché non si vuole che la scuola e l’università funzionino come dovrebbero, perché si sa che la mobilità sociale che ne deriverebbe produrrebbe terremoti e perché si progetta per le giovani generazioni di questo paese un futuro gramo, fatto di lavoro dequalificato, precario e sottopagato (con tanti saluti alla competitività delle imprese, che tanti giurano di avere a cuore). Che anche l’opposizione ragioni su questa materia in termini di pura ragioneria è solo un motivo in più di preoccupazione.
Alberto Burgio

mercoledì 24 novembre 2010

Paolo FERRERO : "Il 27 NOVEMBRE in piazza con la CGIL per lo SCIOPERO GENERALE"

La politica delle balle


Le montagne di immondizia per le strade di Napoli avevano chiuso l'epoca Prodi e riaperto con prepotenza la stagione del Cavaliere. Mai nessun commissario aveva avuto poteri come quelli che B. ha affidato in questi anni a Bertolaso. La ricetta era semplice: dotare la regione degli inceneritori sufficienti, delle discariche necessarie fino alla costruzione degli impianti, di un piano di raccolta che aumentasse la percentuale di differenziata. Fu chiamato persino l'esercito per garantire la sicurezza dei siti. Due anni dopo, Berlusconi ha bruciato tra i rifiuti campani risorse pari almeno alla metà di quel che era stato speso dal 1994 al 2008 e che aveva fatto gridare allo scandalo. Nulla, se avesse consentito la risoluzione del problema. Ma l'emergenza è ancora lì, uguale se non peggiore del 2008. E per il premier la questione non è più né economica né pratica. Ma di sopravvivenza politica. Gli amministratori del territorio si contendono la gestione dei finanziamenti in una faida che rischia di far implodere il Pdl, sugli inceneritori si allunga l'ombra della criminalità organizzata. E i sacchetti di spazzatura che hanno sepolto Prodi innalzando il centrodestra sono ancora lì, pronti a seppellire anche il premier

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Invece di dare risposte sensate, la consorteria che controlla il Pdl campano - e non solo campano - si sta scannando per accaparrarsi i milioni che Berlusconi ha promesso, con un decreto che il presidente Napolitano dovrebbe promulgare senza averlo ancora nemmeno visto. E comunque dobbiamo sapere che la soluzione non verrà certo da lì. A sette mesi dalla visita della delegazione del parlamento europeo, che aveva constatato il disastro provocato da 14 anni di gestione commissariale dei rifiuti campani e dai due di gestione Bertolaso, è ora la volta di una delegazione della Commissione europea, il cui responso è molto più gravido di conseguenze; perché non potrà che confermare il blocco dei finanziamenti Ue determinato da una procedura di infrazione nei confronti dell'Italia. Il capodelegazione ha già dichiarato che rispetto a due anni fa niente è cambiato (il che non è esatto, perché la situazione si è ulteriormente aggravata) e presto la Commissione europea dovrà prendere atto di quello che si è finora rifiutata di ammettere: e cioè che le numerose denunce dei molti comitati che si sono rivolte a lei e al parlamento europeo sono pienamente fondate; e che le smentite del governo e di Bertolaso, secondo cui tutto era in via di riordino e l'emergenza era stata superata, erano sonore balle.Il disastro è infatti completo, ma le strade per porvi rimedio sono ormai chiuse. Le province di Salerno, Benevento e Avellino stanno meglio; la raccolta differenziata ha fatto dei passi avanti; ma sono senza impianti di compostaggio e le loro discariche, riempite dai rifiuti della provincia di Napoli, sono quasi piene. La provincia di Benevento ha deciso di costruire a Casalduni una struttura che ricalca il centro riciclo di Vedelago, il che permetterà di riciclare tutto quanto residua dalla raccolta differenziata: un passo importante verso l'obiettivo "rifiuti zero". Ma le province di Napoli e Caserta sono al tracollo: i rifiuti si accumulano per strada; Asìa, l'azienda di igiene urbana di Napoli, ma come lei molti altri comuni, non hanno né i mezzi né il denaro per raccoglierli, per pagare i lavoratori, per mettere in campo raccolte differenziate di emergenza (Bertolaso ha lasciato le casse vuote e una montagna di debiti). Aspettavano i "termovalorizzatori", perché l'idea è sempre quella di buttare negli inceneritori il rifiuto tal quale, come si è fatto fino ad ora nelle discariche. Berlusconi è stato costretto a cancellare le discariche su cui Bertolaso contava per continuare a nascondere il disastro che ha imbastito, e ora non c'è più impianto in grado di accogliere più rifiuti di quanti già non ne ingoi; i depositi "temporanei", aperti nei luoghi più contaminati dai sedici anni della passata gestione commissariale, rigurgitano e nessuno lascia più passare i camion della "munnezza". Ma non la vogliono nemmeno le altre regioni (con l'eccezione della santa Toscana): è la terza volta che dalla Campania si invoca l'altrui solidarietà «per l'ultima volta». Gli Stir, già Cdr, i sette impianti di trattamento meccanico biologico che, se fossero stati fatti funzionare, avrebbero potuto evitare il disastro (hanno una capacità superiore a tutta la produzione di rifiuti urbani della regione) sono fermi: intasati dai rifiuti accumulati al loro interno: prima (gestione Impregilo) per produrre più ecoballe possibile, per lucrare gli incentivi CIP6 quando fossero stati pronti gli inceneritori; poi, a partire dalla prima gestione Bertolaso (2006), per incuria e per far credere che tutto fosse risolto. L'inceneritore di Acerra funziona male e a singhiozzo. Ma fino a quando saranno pronti i tre (o quattro) inceneritori che Bertolaso non è nemmeno riuscito a far progettare in due anni e mezzo di potere assoluto e incontrastato, dove andranno mai i rifiuti campani? All'estero? Mancano i soldi per pagare queste spedizioni, già costate all'erario di tutto il paese 500 milioni di euro (dei due miliardi sperperati dai 12 commissari in forza dal 1994).Sarebbe ora di dare voce e poteri ai tanti comitati che si sono battuti e si battono contro questa gestione dissennata. La riconversione ambientale può partire da qui.
Guido Viale,
Il Manifesto

mercoledì 17 novembre 2010

Paolo FERRERO: VIDEOLETTERA A NICHI VENDOLA

Zombieland

La solitudine di Berlusconi, cantata con assorta pietas da uno dei topi in fuga dalla nave che affonda, un topone con barba e baffi (Galli Della Loggia), ex guardia bianca del Cav (come lo definì Corrado Stajano, 2003, nella lettera di dimissioni dal Corsera per solidarietà allo scacciato De Bortoli), quella solitudine non ci fa pena e, detto fra noi, neppure ci convince. Il pagliaccio impera ancora nella Zombieland italica, traffica, ricatta, rastrella e trasferisce ricchezza in vista di un possibile esilio, piazza fantocci a destra e a sinistra. Al massimo sta passando serate poco divertenti con Bossi, Verdini, Letta –questa sì, ammettiamolo, è una quasi tragedia anche se somiglia abbastanza poco all’assedio di Macbeth evocato dall’erudito professore-editorialista: manca una lady Macbeth all’altezza, chi potrebbe esserlo? Ruby Rubacuori? L’igienista dentale Minetti? Non reggono il confronto con la divina Callas! La vera tragedia (dato e non concesso che Berlusconi passi la mano senza resistere) è quello che viene dopo. Passata la sbornia priapica, rimangono la nausea e il mal di testa dei sacrifici, del patto sociale, dei tavoli concertativi. Si chiama hangover, bellezza, e la Fiom sarà la prima a sperimentarlo.
Facciamo qualche ipotesi. Le sbragate sulla guerra civile e le manovre di compravendita dei voti o scaglionamento delle mozioni di fiducia e sfiducia finiscono in nulla, Berlusconi si dimette e contratta da un paese senza estradizione i destini di Mediaset, nasce un governo di transizione e responsabilità nazionale. Nel frattempo è passata la legge di stabilità, precondizione di quanto precede e garanzia di austerità verso l’Europa. Di fatto, nell’immediato e in prospettiva (secondo come e quando si va alle urne), viene a formarsi un governo di centro-destra sotto le vesti di grande centro, con due conseguenze simmetriche. A destra restano fuori i berlusconiani irrecuperabili e quanti sono schizzati troppo tardi dalla nave (ma nuotando a grandi bracciate prima o poi arriveranno a riva), a sinistra sono emarginati i gruppi radicali mentre in qualche modo Pd e IdV sono ammessi al sostegno del governo “tecnico” e alla coalizione in caso di ricorso alle urne (dipende se c’è o no premio di maggioranza e con quale quorum).
Ma quale Pd? Probabilmente al prezzo di un deflusso di deputati verso il centro (la corrente Fioroni, pronta a confluire nell’area Bonanni dell’Udc) e quindi di un peso elettorale e parlamentare ridotto; beninteso anche la linea politica dovrà essere ancor più piegata a destra e soprattutto dovrà favorire una normalizzazione del sindacato e l’isolamento della Fiom e di ogni iniziativa conflittuale. Europa calls! Anche l’IdV dovrà essere urbanizzata, previa una riduzione di peso –cui sta già provvedendo Vendola e la SeL, che pescano a man bassa nell’attonito popolo viola. A bocce ferme, se cioè le uniche forze operanti sono quelle dei poteri forti e i movimenti sociali restano in uno stato di protesta endemica ma sotto la soglia della rivolta, la sinistra è messa fuori gioco per anni. Quanto è fallito a Berlusconi, si realizzerà dopo la caduta del tiranno. La Lega, a questo punto, mimerà tanto il separatismo territoriale quanto un certo grado di protesta sociale. La nuova ondata di crisi sommergerà Zombieland senza reazioni significative. Alla stagnazione economica corrisponderà quella politica e le macerie di Pompei saranno più che una metafora. Parliamo sempre di medio periodo.
Se invece, nello stato di crisi e confusione aperto dal ribaltone centrista e della disperata resistenza di Berlusconi, riusciranno a inserirsi movimenti di lotta e istanze democratiche fievolmente presenti nel popolo di sinistra (che, ahimé, è popolo e non moltitudine, governabile e non costituente), allora lo smottamento del piano politico potrebbe portare a esiti più significativi, almeno in un futuro prossimo. Intendiamoci, così come stanno le cose un governo Fini-Casini-Rutelli (ci vogliamo aggiungere Bersani? tanto non conta e non costa nulla) sarebbe una boccata d’ossigeno, ci libererebbe dal falso problema del berlusconismo e dal paralizzante anti-berlusconismo. Sembra un film di Sam Raimi, ma tant’è, siamo realisti. Il problema è come ci si arriva, come ci si posiziona per il dopo. Se ci si arriva con una stagione di lotte, allora la ferita resta aperta, la banchisa di ghiaccio non si chiude intorno al mare libero. E le prime scadenze sono l’interdizione del passaggio parlamentare della riforma Gelmini, cui mira la mobilitazione del 17 novembre e dei giorni successivi, l’agitazione per rilanciare lo sciopero generale, sabotato dalla nuova direzione Camusso della Cgil, la diffusione e generalizzazione della protesta dei migranti contro cui Maroni (inflessibile contro chi sale sulle gru, tollerante con le esfiltrazioni di minorenni sbandate) sta facendo la faccia feroce, a sostegno elettorale del governo in carica o magari anche dei suoi successori.

Augusto Illuminati


http://www.globalproject.info/it

CI SALVERA' MONTEZEMOLO

Se ha ragione Enrico Mentana, che nel suo Tg di ieri preannunciava come ormai imminente la “discesa in campo” di Luca Cordero di Montezemolo, la reazione del Pd definirà uno dei fondamentali processi della seconda repubblica: l’aziendalizzazione della politica. Dal 1994 l’Italia è stata governata quasi ininterrottamente dal padrone di Mediaset e da un Romano Prodi a cui il titolo di “professore” serviva a fare velo al suo passato di capo dei boiardi delle partecipazioni statali italiane. Ho qualche dubbio che i capitani d’impresa italiani vogliano conquistare le proprie investiture politiche seguendo la stessa via di Giuliano Pisapia, e cioè attraverso le primarie. Dunque se in primavera assisteremo a un duello Berlusconi VS Montezemolo sarà grazie a un accordo interno al notabilato del centrosinistra, che deciderà di affidarsi al papa straniero per la propria sopravvivenza. Lo scontro sarà allora tra un eversore le cui necessità di impunità non trovano soddisfazione neanche nell’aver realizzato il 90% del Piano di Rinascita Nazionale della P2 — e che ora vorrebbe addirittura introdurre il monocameralismo elettorale a seconda delle sue convenienze –; e l’esponente di un padronato finalmente accortosi dei rischi di sprofondare nella melma berlusconiana, e che per questo offrirà legittimazione a un centrosinistra decotto. Verosimilmente le gambe di questa candidatura saranno il Pd e la palude centrista, rinsanguata dall’arrivo dei finiani (e quanto durerà la loro ventata di rinnovamento in quella collocazione?). Non comprendo invece come potrebbero unirsi a questa compagnia Il Sel e Nichi Vendola, anche se la plasticità parolaia di quest’ultimo non andrebbe sottovalutata. La vera incognita sarà comunque il Pd, già traumatizzato dalla scoperta che le primarie sono non solo incontrollabili, ma rivelano umori profondi e diffusi nel popolo della sinistra sempre più ostili alla nomenclatura. I sondaggi mostrano comunque che il “queta non movere” potrebbe essere una buona tattica elettorale. Per molti cittadini il Pd assolve nella politica italiana la stessa funzione dei beni rifugio nei mercati finanziari: quando non si hanno le idee chiare si investe su quelli. Per quanto lenta, c’è un’erosione di consensi a destra, e il Pd comprensibilmente spera di avvantaggiarsene. L’immobilismo è una condizione psicologica abbastanza favorevole a scelte di leaderismo implicito come quella a favore di un Luca Cordero di Montezemolo. Ci sono molte incognite sulla strada di un duello Berlusconi VS Montezemolo, ma non è da escludere. Il realizzarsi di questo scenario significherà la chiusura di ogni spazio istituzionale per porre almeno le premesse di nuove politiche sociali ed economiche non completamente schiacciate sulle richieste del sistema delle imprese. Il deterioramento delle condizioni di vita di ceti medi e popolari continuerà incontrastato in un quadro di perdurante stagnazione economica. Ieri leggevo su Repubblica un commento di Mario Pirani secondo cui se i metalmeccanici tedeschi guadagnano il doppio di quelli italiani è perché il sindacato tedesco crede nella “moderazione salariale” e il sindacato italiano (e mettiamoci dentro anche Bonanni e Angeletti…) crede nel conflitto e nella lotta di classe. Questi livelli di pervertimento del senso comune nel quotidiano liberal italiano, per non dire della presenza di agit-prop pro-Marchionne nel Pd come Piero Ichino e Sergio Chiamparino, dovrebbero essere un monito per tanti italiani: se credete di aver toccato il fondo e che peggio di così non può andare vi sbagliate di grosso. Chiunque vinca le prossime elezioni. Niente è peggio di Berlusconi, ma è una consolazione ormai quasi priva di senso.
Gianluca Bifolchi
Fonte: http://subecumene.wordpress.com

lunedì 15 novembre 2010

1° CONGRESSO FEDERAZIONE DELLA SINISTRA - Zona Bettona-Deruta-Torgiano

Venerdì 19 novembre
ore 20,45
assemblea pubblica
a Bettona,
Palazzo Baglioni,
piazza Cavour


Venerdì 19 novembre alle ore 20,45 presso Palazzo Baglioni a Bettona, si svolgerà un’Assemblea pubblica sulla Federazione della Sinistra organizzata dai circoli di Rifondazione Comunista di Torgiano e Bettona.Ci rivolgiamo a tutti gli iscritti di Rifondazione, del Partito dei Comunisti Italiani, di Socialismo 2000 e a tutte le forze politiche, le associazioni e le persone interessate alla costruzione di un soggetto politico unitario a sinistra che abbia come fondamento l’alternativa economica e sociale al capitalismo.Un soggetto che vuole porre fine ad un periodo di litigi, scissioni e micropartiti che hanno solo diviso il popolo della sinistra, disorganizzato le lotti sociali e cancellato la nostra rappresentanza parlamentare.Sarà un’occasione di incontro e di dialogo per tutti sulle prospettive della Federazione, sulla fase politica nazionale e soprattutto sui programmi e le attività nazionali e locali che ci impegniamo a portare avanti.
Stefano Antognoni,
segretario circolo Prc “P. Ranieri” Torgiano
Gianluca Schippa,
segretario circolo Prc Bettona

FERRERO: No a governi tecnici o di transizione

Intervista al Segretario nazionale di Rifondazione Comunista
Fronte democratico con le forze di opposizione per sconfiggere Berlusconi; unità della sinistra per far valere i contenuti sociali che servono per cambiare il Paese. Prosecuzione della mobilitazione sociale avviata con il 16 ottobre. Si muove su queste tre assi la proposta del Prc riguardo al delicato momento politico. Ma è inutile che ne cerchiate traccia su giornali, radio e tv: non la trovereste. Ed appare piuttosto paradossale, in questo senso, la rissa attorno alla presenza di Fini e Bersani alla trasmissione di Fazio: quella sarebbe par condicio? Ma tant'è. Per fortuna che internet c'è, verrebbe da dire. E infatti, facendo di necessità virtù, anche la comunicazione politica di Rifondazione ha cominciato a sbarcare sul web (se la montagna non va a Maometto...), con un progetto che si intitola "Invisibile-Imperdibile", nell'ambito del quale sono già stati diffusi sei videomessaggi del segretario del Prc, Paolo Ferrero. L'ultimo riguarda proprio la difficile fase politica, entrata in una preoccupante fase di stallo, il cui sbocco non è dato prevedere.
Situazione politica. Cosa dobbiamo aspettarci?
Siamo arrivati alla crisi della maggioranza. Ora speriamo che il governo caschi rapidamente: il rischio è che, nonostante la situazione sia ormai sfilacciata, il governo prosegua per inerzia. Da un lato stanno facendo il gioco del cerino Fini, Berlusconi e Bossi. Dall'altra è evidente che Confindustria e l'Unione Europea non vogliono una crisi prima della finanziaria. Per questo stanno lavorando a spingere la crisi il più avanti possibile e per questo Berlusconi ha detto che andrà alle Camere dopo la finanziaria. All'Europa dell'occupazione non interessa nulla, mentre è molto interessata a garantire l'approvazione di una finanziaria che porta ulteriori tagli. Per quanto ci riguarda, noi auspichiamo che si vada rapidamente alla crisi. Prima se ne vanno e meglio è, come si vede anche dalle iniziative antioperaie del Ministro Sacconi che cerca di distruggere lo statuto dei lavoratori.
E poi?
Caduto il governo si deve andare subito alle elezioni, per un motivo molto semplice: un governo tecnico o di transizione si sa quando parte ma non quando finisce né cosa fa. Basta pensare all'esperienza Dini del 1994: quel governo partì per una breve transizione, ma poi fece una riforma delle pensioni che era grosso modo uguale a quella che avevamo impedito a Berlusconi di fare. Temo moltissimo un governo di transizione, perché è molto concreto il rischio che diventi espressione di un rinnovato patto sociale tra Confindustria e Cgil, Cisl e Uil che finisca con l'accettare l'impostazione dell'aumento della produttività e della messa in discussione del contratto nazionale di lavoro che è esattamente quello che dobbiamo evitare.
Quindi la strategia proposta è: crisi di governo prima possibile e poi elezioni. Ma che senso ha andare a votare con questa legge elettorale, cucita su misura del Cavaliere?
Se vi è in parlamento una maggioranza pronta a cambiare la legge elettorale, la cosa è semplice: lo si può fare benissimo per iniziativa parlamentare senza bisogno di un governo di transizione. Basterebbero 15 giorni.
E se la legge non cambia?
Noi proponiamo di costruire un fronte democratico tra tutte le forze dell'opposizione per essere sicuri di riuscire a cacciare Berlusconi. Dico opposizione perché è evidente che Fini è corresponsabile di questi 15 anni di berlusconismo e fa quindi parte del problema, non certo della soluzione.
Ma regge un'alleanza la cui unica ragion d'essere è cacciare Berlusconi?
Impedire a Berlusconi di rivincere le elezioni è un punto decisivo. Dev'essere chiaro a tutti che se Berlusconi vincesse di nuovo avrebbe i numeri, nel 2013, per diventare presidente della Repubblica. Credo fermamente che si debba evitare in tutti i modi di avere il Cavaliere prima presidente del consiglio e poi capo dello stato fino al 2020. Già abbiamo avuto Cossiga negli anni scorsi a picconare la Costituzione repubblicana; credo sia assolutamente da evitare di avere Berlusconi presidente della repubblica per sette anni. Quindi un fronte democratico, una sorta di nuovo Cln per cacciare Berlusconi.
E a sinistra?
Allo stesso tempo proponiamo a tutte le forze della sinistra di metterci insieme per far sì che il profilo di questo fronte democratico sia il più avanzato possibile. Lo diciamo a Sel; lo diciamo a Sinistra critica; lo diciamo a tutte quelle forze che erano in piazza il 16 ottobre con la Fiom. Partiamo da quella piattaforma: giustizia sociale; redistribuzione del reddito; lotta alla precarietà; difesa del contratto nazionale di lavoro; ritiro delle truppe dall'Afghanistan; stop alle grandi opere. Penso davvero che saremmo più forti se tutte le forze che erano in piazza il 16 ottobre andassero a discutere (e a litigare se necessario) con il resto del centrosinistra su questi punti.
Ma questa unità non sembra ancora a portata di mano.
Dentro la sinistra ci sono tante differenze, lo sappiamo. C'è per esempio chi pensa di poter andare a governare il Paese, mentre noi pensiamo di no. Ma questo non deve essere un impedimento per lavorare insieme a costruire un programma che permetta di ottenere il massimo possibile sul piano programmatico. Abbiamo bisogno di sconfiggere Berlusconi e a questo serve il fronte democratico. Per sconfiggere anche Marchionne serve però che la sinistra si unisca su una posizione di alternativa, che faccia valere unitariamente le ragioni della Fiom e dei lavoratori nei confronti del centro sinistra. Insomma, fronte democratico per sconfiggere Berlusconi; unità a sinistra per dare rappresentanza alle ragioni dei lavoratori; e prosecuzione del lavoro di costruzione del movimento di massa. Dobbiamo dare continuità alla manifestazione del 16. Occorre costruire su tutti i territori i comitati "uniti contro la crisi" in modo unitario tra le forze che hanno contribuito alla riuscita di quella manifestazione. Comitati per collegare le lotte e per richiedere lo sciopero generale. Comitati che diano continuità all'azione di lotta per cambiare i rapporti di forza con il padronato.
Romina Velchi,


Liberazione, 14 novembre 2010

Meno tasse per "tutti" o per "Totti"?

Ici, scudo fiscale e cedolare sugli affitti tutti gli aiuti del governo ai superbenestanti.

Quanto ha risparmiato il proprietario di tre case in Italia e una all’estero - Ecco la cronaca di due anni e mezzo di manovre e del loro impatto sui ricchi contribuenti
Il signor X è un benestante, diciamo pure un superbenestante. È anche piuttosto pignolo ed è solito annotare su un diario le notizie economiche più rilevanti per se stesso e per la sua famiglia. Questa è la storia di un caso emblematico, il caso di quegli italiani - non molti ma neppure pochissimi - che hanno un ottimo reddito e un cospicuo patrimonio, magari in parte nascosto al fisco. È la storia delle sorprese, tutte piacevoli, riservate loro, nonostante la peggiore crisi del dopoguerra, dagli ultimi due anni e mezzo di manovre. E puntualmente ricostruite in un immaginario ma realistico diario di famiglia.
Superbenestante, dicevamo. Il signor X possiede, oltre a un buon numero di obbligazioni e di azioni, tre appartamenti in Italia e uno all’estero. Su quest’ultimo non ha mai versato un euro al fisco. Sugli immobili italiani, invece, ha sempre pagato le tasse. Un carico pesante come pesante è il timore che un giorno o l’altro possa essere scoperta la sua evasione sulle attività oltreconfine: si troverebbe a pagare l’intera imposta, più gli interessi, più le sanzioni.Poco importa dove lavora X, se sia un libero professionista, un manager o un commerciante. Basterà sapere che guadagna più di 75 mila euro, soglia oltre la quale si applica l’aliquota massima. Residenza: Roma. Abitazione signorile in pieno centro: salone, cucina, 3 camere, 2 bagni, ingresso e ripostiglio per lui sua moglie e i suoi due figli. Sempre a Roma, X è proprietario di altri due appartamenti: un bilocale in periferia affittato a 750 euro al mese e un’abitazione di 80 metri quadri in zona semicentrale affittato a 1.300 euro. Cinque anni fa, consigliato da due amici stranieri, X ha anche comprato un delizioso immobile nel centro di Parigi al prezzo di 500 mila euro per darlo in affitto. Gli amici, - uno inglese e uno statunitense - hanno fatto altrettanto comprando altri due immobili di identico valore nello stesso stabile della capitale francese.
È il 29 maggio 2008. Appena tre settimane fa si è insediato il quarto governo Berlusconi. Il signor X scrive sul diario: «Oggi è entrato in vigore il decreto che abolisce del tutto l’Ici». Breve antefatto per capire la questione: il governo Prodi aveva cancellato l’Ici al 40% dei proprietari di case, in gran parte con redditi medio-bassi. Il nuovo esecutivo Berlusconi ha esteso l’esenzione a tutti gli altri. Continua il signor X: «Facciamo un po’ di conti. Sulla mia abitazione finora io pagavo il 4,6 per mille e quindi versavo 790 euro l’anno. Ora non li pagherò più. Un bel risparmio».
Arriva l’autunno. Sul diario del signor X è evidenziata una nuova data: 2 ottobre 2009. Seguita da un commento: «Sono passate appena le 13,30, il Tg1 ha dato una notizia tranquillizzante: "Sì della Camera al decreto sullo scudo fiscale". Si pagherà solo il 5% delle attività detenute all’estero e tutto sarà regolarizzato. Niente imposte pregresse, niente sanzioni, niente interessi, e soprattutto pieno anonimato». «Facciamo due conti - continua X - il mio appartamento a Parigi vale 500 mila euro. Applicando il 5% mi trovo a dover pagare solo 25 mila euro e stop. Molto peggio andrà ai miei amici stranieri: anche loro possono usufruire dello scudo ma con costi di gran lunga maggiori. L’inglese si troverà a pagare il 10% (il doppio) ma dovrà aggiungervi tutte le imposte dovute per cinque anni, più gli interessi maturati. Conti ancora più salati per il mio amico americano: costo iniziale del 20% (100 mila euro) più imposte e interessi. E poi c’è un’altra differenza di non poco conto: io conservo l’anonimato, loro no».
Passano i mesi: la primavera 2010 porta con sé una bufera economica di proporzioni giganti. È la crisi dell’euro. Tutto sembra precipitare: i paesi europei preparano feroci finanziarie taglia-deficit. Il signor X scrive: «Il governo di Londra ha già alzato dal 40 al 50% l’aliquota massima, quella che si applica ai superbenestanti. Portogallo e Spagna prendono analoghe misure. Persino Sarkozy, accusato di favorire i ricchi, annuncia l’aumento della loro aliquota dal 40 al 41%. Qui in Italia, invece, nessuno pensa di chiedere qualcosa a chi guadagna di più. Neppure le proposte di opposizione, sindacati e Confindustria di aumentare le tasse sulle rendite finanziarie, oggi ferme al 12,50%, vengono prese in considerazione. Eppure altrove si paga molto di più sugli interessi: il 20% in Gran Bretagna, il 25% in Germania, il 27% in Francia. La manovra di Tremonti è passata e io mi trovo a non aver pagato neppure un euro».
C’è ancora una pagina fondamentale scritta sul diario del signor X, forse la più importante. E una data: 4 agosto 2010. «Oggi il governo ha approvato uno dei decreti sul federalismo fiscale e ha introdotto, a partire dall’anno prossimo, la cedolare secca sugli affitti. In sostanza, chi dà in affitto un’abitazione, invece di pagare l’aliquota Irpef, che per noi benestanti arriva al 43%, pagherà solo il 20%. Quasi nullo, invece, il risparmio per chi ha redditi bassi: dal 23 al 20%. Ecco allora cosa cambia per me e per la mia famiglia: dai due appartamenti che affitto ricavo 24.600 euro l’anno. Con il vecchio regime Irpef pagavo circa 9 mila euro di tasse. Con la cedolare ne pagherò 5 mila. Risparmio: 4 mila euro l’anno».
Riassunto finale: il signor X risparmia quasi 5 mila euro l’anno sulle attività immobiliari in Italia, regolarizza quelle all’estero pagando solo il 5%, non versa un euro in occasione della manovra taglia-deficit, e continua a poter contare su una tassazione di favore sul proprio tesoretto finanziario. Una manna dal cielo. Anzi da Palazzo Chigi.

Tratto da La Repubblica del 14 novermbre 2010

domenica 14 novembre 2010

1° CONGRESSO FEDERAZIONE DELLA SINISTRA - Zona Bettona-Deruta-Torgiano

Venerdì 19 novembre
ore 20,30
assemblea pubblica
a Bettona,

Palazzo Baglioni,
piazza Cavour





Venerdì 19 novembre alle ore 20,45 presso Palazzo Baglioni a Bettona, si svolgerà un’Assemblea pubblica sulla Federazione della Sinistra organizzata dai circoli di Rifondazione Comunista di Torgiano e Bettona.
Ci rivolgiamo a tutti gli iscritti di Rifondazione, del Partito dei Comunisti Italiani, di Socialismo 2000 e a tutte le forze politiche, le associazioni e le persone interessate alla costruzione di un soggetto politico unitario a sinistra che abbia come fondamento l’alternativa economica e sociale al capitalismo.
Un soggetto che vuole porre fine ad un periodo di litigi, scissioni e micropartiti che hanno solo diviso il popolo della sinistra, disorganizzato le lotti sociali e cancellato la nostra rappresentanza parlamentare.
Sarà un’occasione di incontro e di dialogo per tutti sulle prospettive della Federazione, sulla fase politica nazionale e soprattutto sui programmi e le attività nazionali e locali che ci impegniamo a portare avanti.

Stefano Antognoni, segretario circolo Prc “P. Ranieri” Torgiano
Gianluca Schippa, segretario circolo Prc Bettona

Solo congiure per liberarci da B.?

25 luglio (1943) o 16 ottobre (2010)? Ossia l’alternativa tra la manovra di Palazzo e la mobilitazione democratica, quale modalità di fuoriuscita da un regime dittatoriale personalistico che ha portato l’Italia alla catastrofe. Situazione da classico copione: una prima volta tragica, la seconda pure farsesca.D’altro canto, segnali fortissimi indicano la probabilità che, ancora una volta, la strada destinata a essere imboccata sarà quella sulla falsariga del Gran Consiglio del Fascismo in cui si determinò la caduta di Benito Mussolini. Con le parti già scritte: Gianfranco Fini in quella del Dino Grandi di Silvio Berlusconi e magari un Beppe Pisanu a fungere da Maresciallo Pietro Badoglio in sedicesimo, messo a capo del nuovo governo provvisorio. Le stelle non vogliano pure la ripetizione del terribile esito finale di quella prima volta: la guerra civile.Insomma, la politica italiana non riesce ad andare oltre il copione della congiura, con relative operazioni di riciclaggio dei topi che abbandonano la nave che affonda. Del resto è quanto ho appreso conversando proprio con uno degli organizzatori della microscissione dei sedicenti liberali di Casa delle Libertà, guidata dall’ottuagenario Alfredo Biondi: natante di quella flottiglia di transfughi che si affianca al vascello finiano di Futuro e Libertà. Quegli ex, beneficiati ben oltre meriti e capacità dal ventennio berlusconiano, che ora parlano del Cacicco di Arcore in caduta libera con un carico di risentimento da far sembrare mammolette cerchiobottiste gli editorialisti de Il Fatto. Vale per loro la battuta di Alexis de Tocqueville: “dicevano di amare la libertà e invece odiavano solo un padrone”.Di certo questi biondiani in fuga dal berlusconismo dimenticano che proprio la prima legge ad personam portava la firma di un certo guardasigilli Biondi… In preda alla foga liberatoria arrivano a proporre veri e propri scenari da fantapolitica: lo stop definitivo sarebbe venuto dagli Stati Uniti, stante l’ormai raggiunto esaurimento della pazienza a Washington nei confronti del premier di uno Stato alleato (e ancora strategicamente interessante) che intrattiene rapporti privilegiati con il neosovietico Putin e la mina vagante Gheddafi. Da qui il via libera a Fini, avvenuta nel corso del suo viaggio americano l’estate scorsa.Tutto può essere. Il punto è che battendo questa strada ci ritroveremo all’ennesimo riciclo della corporazione politica, in assenza di qualsivoglia processo di rigenerazione. Un po’ come capitò quando la questione morale posta da Tangentopoli venne sepolta sotto le chiacchiere della questione istituzionale; il repulisti di ladri e corruttori deviò nella scelta (rivelatasi sostanzialmente innocua) tra maggioritario e proporzionale.In sostanza, ancora una volta ci salveranno fascisti e loro cloni, rimpannucciati in “post”?Si risponde: è l’unica soluzione possibile. Ma è proprio vero? Un’alternativa ce l’aveva indicata proprio il 16 ottobre scorso, quando la FIOM portò in piazza un milione di cittadini che reclamavano svolte reali. Sicché, una volta tanto, la “sinistra sociale” riuscì a essere soggetto significativo, in grado di premere sulla “sinistra istituzionale Palazzocentrica” imponendole più alti tassi di coerenza; anticipando nella concretezza della partecipazione popolare democratica il messaggio serio contenuto nel monologo faceto di Roberto Benigni a Vieni via con me: “Berlusconi va battuto politicamente”. Come – del resto – confermerebbero i numeri elettorali, letti senza gli occhiali della corporazione politicante: se si sgela il non-voto l’attuale compagine governativa si riduce a una minoranza. E senza dover imbarcare la trentina di ulteriori saltafossi che – si dice – sarebbero pronti a determinare l’emorragia finale del governo in Parlamento.Insomma, è possibile che il tirannello venga fatto fuori. Ma tutti i veleni che si sono sparsi nella società e nella politica italiana, di cui il berlusconismo si è nutrito avidamente, come possono essere bonificati? Certamente non nascondendo il problema nei fumi del trasformismo. Perché – va detto – buona parte dell’opposizione a Berlusconi è intimamente berlusconizzata.Solo un piccolo esempio, di cui ho esperienza diretta: nel febbraio scorso ponevo su Il Fatto cartaceo nove domande al Governatore della mia regione – il PD Claudio Burlando – che si ricandidava alla carica. La prima era quella di essersi fatto pagare la campagna proprio dalle istituzioni che presiedeva. Mi rispose a stretto giro di posta accusandomi di maldicenza. Ieri – sempre su Il Fatto – l’amico Ferruccio Sansa ci informa che la ASL3 di Genova, mentre la Regione annunciava tagli alla sanità, spendeva ben 654mila euro per propagandare la panzana elettorale pro Burlando che il sistema sanitario ligure era stato risanato. Adesso la sentenza dell’Autorità Garante delle Comunicazione dichiara che “l’ASL3 non ha fatto informazione sanitaria ma campagna elettorale”. Dunque qualcuno ha mentito (oltre ad aver consentito/favorito che somme ingenti di denaro fossero dirottate dal curare i malati o acquistare apparecchiature medicali per foraggiare le proprie personali ambizioni).Liberarsi da Berlusconi non dovrebbe comportare anche la liberazione del costume spudorato della menzogna come arma politica?
Blog di Pierfranco Pellizzetti
14 novembre 2010

Statuto dei lavori: carta straccia?

Il moribondo Governo Berlusconi prova a lasciare ad imperitura memoria il suo segno di classe facendo varare, al suo quasi ex ministro del welfare Sacconi, un disegno di legge di smantellamento della quarantennale legislazione democratica sul lavoro che ha una sola ragion d’essere: ricordare a tutti che la situazione è cambiata e che non esiste, in un serio paese capitalista, la possibilità di mantenere una legislazione a tutela della parte più svantaggiata, il lavoro, rispetto agli interessi dei padroni – il capitale.Per fare questa operazione in “articulo mortis” Sacconi, con il solito veleno nella coda, prefigura un sostanziale smantellamento delle tutele per i lavoratori, invero da molto tempo sotto attacco, e soprattutto prevede che tale riforma in pejus sia sostanzialmente affidata alle parti sociali, cioè la Confindustria e le associazioni sindacali “comparativamente più rappresentative”, con buona pace di qualsiasi richiesta di normazione sulla rappresentanza e rappresentatività che così viene sepolta per sempre con grande giubilo dei sindacati complici.
Il punto più importante è ovviamente dato dalla previsione che tutti i diritti, salvo quelli definiti indisponibili dalla legislazione europea – sciopero, sicurezza, associazione sindacale, riposo, ecc.(peraltro da tempo in Italia resi praticamente inesigibili) – siano definibili da accordi tra le parti e non attraverso la legge come accade oggi e che tali accordi possano anche derogare le leggi. Insomma gli accordi tra le parti divengono essi stessi legge, ma senza che ci sia la possibilità, ad esempio per la Corte Costituzionale, di verificarne il rispetto della Carta Costituzionale come invece avviene per le Leggi, mentre le parti sociali assurgono all’inedito e incostituzionale ruolo di legislatori.Ora è chiaro a tutti che le probabilità che questo disegno di legge abbia una qualche possibilità di vedere la luce siano alquanto ridotte, vista la condizione in cui versa il governo Berlusconi, ma è altrettanto chiaro che si tratta di un segnale a futura memoria. C’è un governo che fa/ha fatto da robusta stampella agli interessi del capitale, che ha reso complici di questo progetto le confederazioni sindacali concertative e che, se riconfermato, saprà continuare nella sua missione.Non affidiamoci però alla speranza che l’attuale governo cada. Non è affatto scontato che un governo diverso da questo non persegua lo stesso identico fine anche se a formarlo saranno altre forze politiche, magari le stesse che hanno sostenuto in passato quei governi tecnici che hanno prodotto i più pesanti arretramenti degli ultimi cinquant’anni nelle nostre condizioni di vita e di lavoro.dal sito.

sabato 13 novembre 2010

Lavori sporchi

Forse l'espressione è abusata, ma siamo allo sfascio. Ieri l'ex socialista Sacconi ha presentato il nuovo «statuto dei lavori»: è la negazione dello «statuto dei lavoratori» voluto da un socialista di tutt'altra pasta: Giacomo Brodolini. Con il nuovo statuto tutto è possibile, anche in deroga alle leggi, basta che ci sia accordo tra le parti, ovviamente non tutte. Non a caso siamo nella stagione degli accordi separati. Insomma, si butta a mare il principio della difesa del lavoratore, soggetto debole che Brodolini intendeva difendere come valore assoluto.C'è poi un secondo sfascio altrettanto grave: quello della politica. Con l'assenza di Berlusconi (volato a Seul dove ha ammesso che in Italia è un po' sotto tiro) la politica (con la «p» minuscola) si è scatenata. Il gioco delle alleanze è variegato, si sussurra di un possibile governo Tremonti, sostenuto dalla fiducia di Bossi. Al tempo stesso l'idea di un grande centro prende forza: Casini e Fini (e anche l'Api di Rutelli, per quel che conta) sono pronti a prendere il governo. Il nuovo che avanza.C'è sfascio, in politica, perché a fronte di una situazione economica pesantissima, cresce il disagio sociale crescente. Lo sottolinea il presidente Napolitano quando sulla finanziaria avverte: «Non tagliate tutto». Manca una strategia complessiva e l'opposizione si limita a cercare di inserire delle «zeppe» nella finanziaria del governo, senza essere in grado di esprimere una proposta alternativa. Lo sfascio è rappresentato da una politica con poche idee, confuse e con il fiato corto. Tutta puntata all'oggi. senza prospettive per il domani. Certo, avere un presidente del consiglio come Berlusconi è imbarazzante, ma gettarlo fuori dal ring della politica non basta. Il dramma è che ormai tutti i partiti si sono abbeverati alla fonte del berlusconismo, introiettandone le peggiori idee. Anche i «rottamatori». Se qualcuno di loro avesse partecipato, ieri, alla cerimonia funebre per ricordare Aldo Natoli, avrebbe potuto comprendere il valore assoluto della battaglia delle idee e anche cosa significa essere accanto agli emarginati.C'è poi lo sfascio della società, la perdita della coscienza civile collettiva accompagnata da un crescente prevalere delle soluzioni individuali, del trionfo dei furbi ai quali, purtroppo, va l'ammirazione di chi non può essere furbo. I dati Irpef pubblicati ieri dal Dipartimento alle finanze - relativi al 2008 - ne sono la prova. Mostrano un italietta povera povera nella quale 10 milioni di contribuenti non pagano Irpef grazie anche alle detrazioni fiscali.Di più: due terzi di chi presenta la denuncia dichiara di guadagnare meno di 20 mila euro l'anno e solo l'1% degli italiani denuncia più di 100 mila euro. Lordi naturalmente. Stime recenti (anche di Confindustria) calcolano l'evasione in 130-150 miliardi annui, poco meno del 10% del Pil. Lotta senza quartiere all'evasione? Quando mai: per Tremonti è meglio varare un po' di «gratta e vinci» e qualche lotteria in più. Infine una notazione che può sembrare un po' di bottega: si lesinano i soldi per l'editoria, ma le commissioni difesa di camera e senato hanno approvato l'acquisto di un nuovo siluro - lo «squalo nero» - dal costo unitario di 87,5 milioni di euro.
Galapagos, Il Manifesto

Un governo in bolletta dà più soldi alla scuola privata

TAGLI SU I PIU' DEBOLI
Proprio sulle priorità da seguire si è scatenata infatti la bagarre politica nel primo giorno di voto in commissione Bilancio alla Camera. Nella nottata il governo ha depositato la destinazione dettagliata del fondo da 800 milioni, che altrimenti avrebbe rischiato l’inammissibilità. dalla lista delle voci è emerso che alla scuola paritaria sono destinati 245 milioni, quasi il doppio dell’anno in corso (130 milioni), mentre al 5 per mille andranno appena 100 milioni, quattro volte meno di quanto stanziato nell’anno in corso. Il tutto dopo aver sostanzialmente azzerato tutti i fondi destinati al siociale che avevano creato i governi di centrosinistra. Un taglio di oltre l’80% nel giro di un paio d’anni. Queste le priorità del centrosestra: fare cassa facendo pagare solo i più deboli. Dopo le tariffe dei treni, oggi arriva la sforbiciata all’associazionismo. A questo si aggiungono i pesanti tagli alla sanità, che restano una spada di Damocle sui servizi alle famiglie, nonostante lo stanziamento per eliminare (solo per qualche mese) il ticket sulla diagnostica. Insomma, i più deboli dovranno vedersela da sé per trasporti, servizi, aiuti. Lo Stato se ne va. «Con i tagli al 5 per mille il governo ha messo un altro tassello nella sua strategia di togliere a chi ha più bisogno - ha attaccato ieri Rosy Bindi - stanziare solo 100 milioni è offensivo perché nessuna associazione potrà portare avanti i progetti di stampo sociale o di ricerca condotti in questi anni e nessuno di conseguenza potrà beneficiarne. Con l'elemosina non si può parlare di sussidiarietà». Lo Stato se ne va anche dall’istruzione. Aiuta le scuole private, mentre le pubbliche hanno subito già una «cura dimagrante» di 8 miliardi in tre anni, con la cancellazione di 140mila posti. per non parlare del pannicello caldo concesso all’Università (800 milioni), che ancora registra un taglio di qualche centinaio di milioni. «Il governo in agonia completa l’opera di demolizione dell’istruzione pubblica», commenta Mimmo Pantaleo, Flc-Cgil. «Gelmini pensa di salvarsi l’anima, ma dimentica la scuola pubblica», aggiunge Francesca Puglisi del Pd. Intanto il voto in Commissione inizia con un brivido. Mpa e Fli insistono per distribuire i Fas per il trasporto pubblico locale con la specifica dell’85% di risorse a Sud (come prevede la legge). Il relatore in extremis recupera la formulazione, per evitare che il governo vada sotto. Il voto continua senza troppi incidenti (passa lo stanziamento da 100 milioni per l’editoria) fino alle 21, quando al commissione è riconvocata fino a tarda sera. Si riparte dal patto di stabilità, terreno minato visto che Comuni e Regioni sono rimasti a secco. Quanto alle altre voci del fondo da 800 milioni di euro, oltre alle scuole private e al 5 per mille, ci sono anche 375 milioni per interventi di carattere sociale che coprono impegni dello stato a banche e fondi internazionali, gratuità parziale dei libri di testo scolastici (quelli per le elementari, ndr), lavori socialmente utili.

Bianca Di Giovanni, L'Unità

venerdì 12 novembre 2010

La giunta Vendola "congela" l'acqua pubblica

La legge per la ripubblicizzazione dell'Acquedotto pugliese viene "ingessata" da un ordine del giorno in Consiglio regionale. I comitati dell'acqua in subbuglio

Mentre tutto sembrava volgere per il meglio verso una prossima presentazione e approvazione del Ddl sulla ripubblicizzazione dell’Acquedotto pugliese in Consiglio regionale, pochi giorni fa a sorpresa è spuntata la proposta di Michele Losappio, capogruppo del Sel, che “ingessa il Ddl”; ossia un disegno di legge, già votato dalla Giunta regionale, elaborato congiuntamente dal Comitato pugliese, Regione Puglia e dal Forum italiano dei Movimenti per l'Acqua, che trasforma l'Aqp da SpA a gestione pubblica in Azienda di diritto pubblico, il cui servizio idrico integrato è privo di rilevanza economica, sottratto alla regola della concorrenza e la sua gestione, oltre che pubblica, sarà anche partecipata.
A seguito “delle sollecitazioni garbate” del capo gruppo del Pdl Rocco Palese che ha chiesto un “comportamento responsabile e cauto” e dopo le dichiarazione dell’Assessore regionale competente Amati (Pd) che afferma che “il tema fondamentale è quello della definizione del servizio fornito dall’Acquedotto pugliese: se è o non è “a rilevanza economica” da cui deriverebbe per principio costituzionale la potestà legislativa dello Stato (primo caso) o della Regione (secondo)”, il capogruppo del Sel, Michele Losappio, ha proposto di “approvare la legge e contestualmente con un ordine del giorno presentato dalle commissioni in aula chiedere al governo una moratoria a tempo sugli effetti della legge stessa”.
L’obiettivo a detta del consigliere Losappio è di “preservarsi dall’eventuale effetto dirompente che potrebbe avere un esito negativo della Corte Costituzionale”, nel caso in cui riconoscesse la rilevanza economica del servizio integrato, rendendo la legge regionale in contrasto con la legislazione nazionale.
In pratica si tratterebbe di approvare una legge che non potrà produrre i suoi effetti se non in un futuro non determinato! Questa soluzione ha accontentato tutti, maggioranza e opposizione; ma non il Comitato Pugliese “Acqua Bene Comune”, che dopo cinque anni dall’avvio della battaglia per la ripubblicizzazione del terzo acquedotto più grande d’Europa e dell’azienda col maggior numero di dipendenti in Puglia, per l’ennesima volta vede sfuggirsi la possibilità di ottenere un risultato politico importante, soprattutto dopo aver contribuito in Puglia con 110 mila firme alla campagna referendaria contro la privatizzazione dell’acqua.
“Giù le mani dalla brocca: l’acqua è nostra e non si tocca!! Questo è il messaggio poetico con il quale Vendola in campagna elettorale, aveva fatto della legge per la ripubblicizzazione dell’Acquedotto pugliese uno dei suoi punti cardine. Ancora una volta, però, la sua poesia rimane una promessa e non un fatto, in contraddizione col suo slogan “la poesia è nei fatti”, altra icona con la quale ha fatto tapezzare la regione di manifesti durante la vincente campagna elettorale.
I versi delle filastrocche, le rime baciate e/o alternate, assonanze e consonanze, serio e faceto del messaggio comunicativo di Vendola al momento hanno prodotto per il movimento per l’Acqua bene comune solo ed esclusivamente uno slogan pubblicitario.
Questo però non ferma il Comitato pugliese, che sta organizzando per i prossimi giorni assemblee in tutta la Regione per valutare e definire come riprendere una battaglia che dopo anni di impegno sociale, politico e culturale sembrava ormai in dirittura d'arrivo.

Il 16 ottobre diventa un movimento

Non si chiama più Finanziaria, ora è Legge di Stabilità. Non è più dettata dal singolo stato ma dall'Ue che a sua volta risponde agli ordini dei paesi forti, quelli che dettano le regole, riorganizzano i poteri e impongono ai paesi di serie B una politica forcaiola di tagli: a cultura, ricerca, scuola, ai diritti del lavoro. Il 15 dicembre i governi dei poveracci andranno in processione a Bruxelles con il cappello in mano ad affrontare l'esame: i tagli sono sufficienti? Sarà meglio, sennò giù sanzioni. Non c'è destra e sinistra che tengano. Figuriamoci quanto contano le differenze tra le due destre italiane, divise su tutto e unite nel sostenere, in forme e con linguaggi diversi, il ddl assassino della Gelmini e l'altrettanto assassino Collegato lavoro. Tutte e due queste destre (e non solo) vogliono il patto sociale perché hanno bisogno di rematori stupidi e obbedienti. Il problema non è liberarsi di Berlusconi, obiettivo sacrosanto, ma andare oltre il berlusconismo. Se a Londra gli studenti danno il giro ai piani del governo mettendo da parte le buone maniere, a casa nostra si preparano tempi duri per la politica «classista» dei tagli e si appronta un'agenda che dovrebbe preoccupare le due destre e interrogare l'antiberlusconismo politico pronto a una «battaglia comune» con la Confindustria.Ieri a Bologna è andato in scena il comitato «Uniti contro la crisi», quelli del 16 ottobre in piazza San Giovanni e del 17 alla Sapienza.Non stiamo parlando di un intergruppo operai-studenti in cui ci si scambia solidarietà reciproca, è un tentativo più ambizioso: costruire percorsi, ricerche e lotte comuni perché uno è il progetto da combattere, che al governo ci sia una destra o l'altra, o un comitato di salvezza nazionale, o che si torni alle urne senza un progetto alternativo a quello liberista dominante. L'obiettivo è che gli studenti, i movimenti per i beni comuni, i precari, i motori delle lotte sociali e ambientali non siano più, nel futuro immediato, ospiti della Fiom e che la Fiom non sia ospite all'assemblea degli studenti alla Sapienza, ma che ognuno nelle lotte si senta a casa sua perché obiettivi e percorsi sono costruiti insieme. Con la democrazia e l'autonomia dal quadro politico dato.L'idea lanciata all'assemblea degli studenti il giorno dopo la manifestazione oceanica della Fiom era di rivedersi tutti a Roma l'11 dicembre perché questo movimento deve andare avanti, crescere, radicarsi. Ma che senso avrebbe, lo stesso giorno della manifestazione del Pd contro Berlusconi? Non ha senso contrapporsi né aderire, ne sono convinti tutti, non ha senso tirare per la giacchetta questo o quello, magari la Cgil recalcitrante sullo sciopero generale e impegnata a un tavolo sulla produttività che non promette nulla di buono.Dunque, l'appuntamento indetto da Uniti contro la crisi si anticipa e raddoppia: il 9 dicembre iniziative in tutti i territori e i luoghi simbolici, magari a Melfi e Pomigliano, meticciando storie, linguaggi, fabbriche, atenei, ambiente e beni comuni, i migranti di Brescia (a cui l'incontro di Bologna ha inviato un «presente») e i manifestanti di Terzigno. L'indomani, il 10 dicembre, tutti a Roma, magari non all'università ma in un luogo sociale comune insistono gli studenti. Il cammino prosegue nella preparazione di un seminario da tenersi a fine gennaio a Porto Marghera, preparato nei luoghi di lavoro, studio e ricerca più o meno precari.Buon lavoro per tutti, almeno un reddito di cittadinanza. E' giusto spiegare agli studenti che il collegato lavoro cade sulla loro testa e cancella diritti presenti e futuri, umilia, divide, tenta di trasformare il conflitto verticale in un conflitto orizzontale, in una guerra tra poveri. Agli operai metalmeccanici è più facile spiegare la strage in atto nella scuola. Forse un operaio di Pomigliano in cassa integrazione, con il futuro sequestrato da un imperatore che detta ordini e regole da Torino o Detroit, riuscirà mai a mandare il figlio all'università?A Bologna si è discusso con passione tra studenti, ambientalisti, metalmeccanici, precari. Costruire un'agenda e lotte comuni tra linguaggi e pratiche diversi è opera, se non titanica, molto impegnativa. Molti dei presenti erano giovanissimi, altri avevano sulle spalle il G8 di Genova, la disobbedienza, la pratica dei centri sociali e qualcuno, pochi, le esperienze del secolo scorso, il 68-69, il risucchio della politichetta. Da generazioni diverse un comune convincimento parla di autonomia politica, non dalla politica ma dalle dinamiche e qualità di questa politica. Puntando sui contenuti: difendere una fabbrica senza pensare a una riconversione industriale ecologicamente e socialmente compatibile non fa fare molta strada, e viceversa. Lo sbocco? Lo sciopero generale chiesto dalla Fiom, che non può essere «una tantum» perché la crisi è lunga, la destabilizzazione fortissima, il fascino populista e autoritario mina società e relazioni sociali. Sciopero generale per cominciare, allargato, contaminato, includente. Con la lotta di studenti e precari che non si ferma, c'è il mostro approntato dalla Gelmini che incombe: primo appuntamento il 17, secondo il 25 davanti a Montecitorio. Con un occhio a Londra.