venerdì 28 gennaio 2011

"Una mobilitazione costituente"

La splendida manifestazione di Bologna ha già annunciato che quella di oggi sarà una grande giornata. In tutte le regioni d’Italia scenderanno in sciopero e in piazza i metalmeccanici e con essi lavoratrici e lavoratori di tutte le altre categorie, studenti, centri sociali, cittadini e cittadine che vogliono difendere la democrazia.
E’ lo sciopero dei metalmeccanici, ma è anche una giornata di lotta che parla a tutto il mondo del lavoro. Che ha già cominciato a rispondere. Voglio qui ricordare, e so di far torto ai tanti che trascuro, le Rsu della Margheritelli di Perugia, contratto del legno, quelle della Boglioli di Brescia, tessili, quelle delle università di Torino, i lavoratori del commercio, dei trasporti privati di Trento, e tante e tanti altri, lavoratrici e lavoratori che domani daranno i primi segnali di uno sciopero generale che coinvolga tutte le categorie. Lo stesso faranno le lavoratrici e i lavoratori che sciopereranno con i Cobas, l’Usb, la Cub, il sindacalismo di base, che hanno scelto con intelligenza di far propria la giornata di lotta della Fiom senza primogeniture di date o di sigle.
Questo grande movimento di lotta ha un preciso punto di avvio. Quando nel giugno dell’anno scorso, a Pomigliano, la Fiom prima e poi oltre il 40% degli operai dissero “no” al primo dei tanti ricatti messi in piedi da Marchionne, forse non era ancora chiara la portata costituente di quel rifiuto. Eppure così è stato. Da allora le relazioni sociali, i conflitti, le istituzioni e la democrazia, si sono sempre più ridefinite sul modello proposto da Marchionne e sull’opposizione ad esso.
Sin dall’inizio era chiaro che quello dell’amministratore delegato della Fiat non era semplicemente un modello produttivo particolarmente feroce e ingiusto, ma un progetto reazionario per tutta la società italiana. Il primo sostegno entusiasta alla Fiat è venuto dalla ministra dell’istruzione. Mariastella Gelmini subito dichiarò che le sue riforme scolastiche si ispiravano al modello di Marchionne. E’ proprio così. L’amministratore delegato della Fiat ha messo in moto la sua macchina distruttrice dei diritti e della democrazia sulla strada asfaltata da anni di governi di Berlusconi e di cedimenti della sinistra moderata al liberismo estremo.
Con la crisi, invece che provare a cambiare qualcosa nel modello liberista che l’ha prodotta, le classi dirigenti, i ricchi, la casta dei manager e la grande borghesia hanno scelto una linea di pura regressione sociale. Fabbrica per fabbrica, territorio per territorio, scuola per scuola ci si propone la cura della Grecia: pagare tutto noi perché loro possano conservare tutto. Così Marchionne ha interpretato lo spirito generale della casta dei padroni e lo ha trasformato in ideologia combattente. Gli operai sono ricomparsi sulla scena dell’informazione per subire l’accusa di essere i veri artefici della crisi. Con il loro contratto nazionale, il loro assenteismo, i loro scioperi e la mancanza di voglia di lavorare.
Questa offensiva reazionaria ha conquistato gran parte della stampa e dell’informazione e la maggioranza dell’opposizione a Berlusconi. Il quale, nonostante il precipitare della sua crisi personale, si è visto così confermare la sua politica e la sua ideologia. Marchionne ha preso il posto di Berlusconi, è diventato la nuova bandiera del liberismo e dell’attacco ai diritti. La Lega Nord, che per anni ha chiesto i voti agli operai contro Roma ladrona e contro le grandi imprese multinazionali e la Fiat, è diventata il cane da guardia di Marchionne.
Di fronte alla forza e all’arroganza di questa offensiva si poteva temere un crollo della nostra democrazia e invece il no della Fiom di Pomigliano è diventato costituente di una sempre più grande opposizione sociale, culturale, morale. La notte in cui si sono scrutinate le schede di Mirafiori mezza Italia è rimasta sveglia, per seguire quel voto con più passione che se fossero state elezioni politiche generali ed in fondo era così. Con quel referendum ricatto, si imponeva ai lavoratori la rinuncia a tutto, ma si dava anche spazio a tutti coloro che volevano tirare su la testa. E così gli operai di Mirafiori in 2300 hanno detto no per conto di milioni di persone che non ne possono più e vogliono lottare.
Gli operai di Mirafiori hanno detto no per conto e assieme a tutte le lavoratrici e i lavoratori che vogliono difendere le loro libertà, il contratto nazionale, lo stato sociale.
Hanno detto no assieme agli studenti, che peraltro hanno subito sentito la vicinanza della loro lotta a quella dei metalmeccanici.
Hanno detto no assieme a milioni di lavoratrici e lavoratori precari che hanno capito l’imbroglio di chi, anche a sinistra, spiegava che i loro guai venivano dai privilegi degli operai.
Hanno detto no assieme ai migranti che lottano contro l’apartheid e le persecuzioni della legge Bossi-Fini.
Hanno detto no assieme a tutti quei movimenti che sull’ambiente, sui beni comuni, sulla democrazia e i diritti, lottano contro l’arroganza del potere e le privatizzazioni.
Il no della Fiom è diventato uno spartiacque sociale e politico: chi sta con Marchionne sta di là, chi sta contro Marchionne sta di qua. Così si è messo in moto un processo unitario di massa, che certo esclude i dirigenti complici di Cisl e Uil, quei sindaci e politici della sinistra che hanno perso l’anima schierandosi con Marchionne, quel mondo dell’informazione che sbatte i tacchi appena arrivano le veline dell’amministratore delegato della Fiat.
Ora si tratta di andare avanti. Bisogna chiedere con forza e ottenere dalla Cgil lo sciopero generale. Bisogna costruire un movimento in grado di durare e sconfiggere il modello sociale di Marchionne. Bisogna ricostruire una politica democratica che porti a un altro modello di sviluppo e che affermi finalmente eguaglianza e giustizia sociale. Per questo chi è in piazza oggi ha bisogno anche di ricostruire gli strumenti e i canali della propria rappresentanza. C’è un palazzo che ha ceduto armi e bagagli alla prepotenza delle multinazionali e del regime dei padroni, ma c’è un’opposizione sociale che cresce e produce impegno e cultura. Lo sciopero di oggi è dunque costituente di un grande movimento unitario e di nuove identità politiche. In pochi mesi si è rimessa in moto l’Italia, adesso bisogna andare avanti.
Giorgio Cremaschi, FIOM

Il governo che toglie ai poveri per dare ai ricchi

Ci dicono ogni giorno che anche gli ultimi scandali non hanno riflessi sul consenso del Pdl. Forse non è più così vero, ma è indubbio che i poteri forti che hanno sostenuto il centrodestra alle elezioni sono sempre più convinti di continuare a sostenerli perché non si contano i provvedimenti che li favoriscono. Il governo che come un disco rotto recita il mantra del “non ci sono soldi” sta infatti per vararne uno che farà arricchire ulteriormente la grande proprietà immobiliare.
All’interno dei primi provvedimenti applicativi del federalismo è prevista infatti l’istituzione della “cedolare secca” e cioè un’aliquota fissa che tassa i guadagni provenienti dalle locazioni immobiliari. La nuova aliquota sarà con ogni probabilità del 21% ma forse la porteranno al 19%: le tasse le paga solo chi non fa parte del circolo dei furbi.
Uno studio della Confedilizia, e cioè dell’associazione confindustriale dei grandi proprietari immobiliari, ha fatto un po’ di luce sugli effetti. Oggi i contratti fino a 15 mila euro vengono tassati per un’aliquota del 19,55% e fino a 28 mila si paga il 23%. Per gli affitti superiori si paga tra il 35 e il 37% circa. Facciamo un esempio. Un esercizio commerciale di media grandezza paga un affitto non minore di 15 mila euro mensili, 180 mila ogni anno. Un ufficio di media dimensione può arrivare a pagare 20 mila euro, 240 mila all’anno. I due proprietari pagavano oggi rispettivamente 66 e 88 mila euro. Con la riforma fortemente sponsorizzata dalla Lega e da Tremonti pagherebbero 41 e 55 mila euro. Il primo proprietario si mette in tasca 25 mila euro. Il secondo 33 mila. I piccoli proprietari che affittano un piccolo alloggio acquistato a prezzo di sacrifici non avranno nessun beneficio.
La sempre attendibile Cgia di Mestre ha calcolato che lo Stato perderà 1 miliardo di euro ogni anno. Non ci sono i soldi? E’ vero perché li danno ai grandi proprietari immobiliari!
Ecco ad esempio cosa sostiene "Solo Affitti", società di franchising immobiliare specializzato nelle locazioni: con l’introduzione della cedolare secca l’Italia diventerà il Paese europeo più conveniente in materia di tassazione sui redditi da locazione, sorpassando Ungheria, Finlandia e Olanda, dove sono vigenti imposte con aliquota fissa, rispettivamente pari al 25%, 28% e 30%. Del resto lo stesso presidente di Confedilizia, Corrado Sforza Fogliani afferma che la cedolare sugli affitti diventa conveniente solo per i locatori con reddito superiore a 28.000 euro.
Di fronte a questo scempio, in un paese normale ci aspetteremmo che l’opposizione parlamentare facesse una battaglia radicale e di principio per sconfiggere questa vergognosa iniquità. Non è purtroppo vero. Singoli parlamentari si oppongono ma la vicenda non diventa insomma un tema su cui costruire consenso attraverso la denuncia e la diffusione di proposte alternative. I vertici dei partiti pensano ad altro e la vicenda passa in secondo piano.
Insomma, il governo favorisce la rendita immobiliare mentre le opposizioni parlamentari non danno battaglia. Eppure sarebbe facile dimostrare che questo governo favorisce gli interessi di pochi a danno di tutti gli altri cittadini. I sondaggi elettorali del Pdl sono dunque stabili perché non c’è opposizione.
Blog di Paolo Berdini

L’arte dell’opposizione: sbagliare tutti i rigori

Dunque anche Sandro Bondi è salvo.
Ma il problema è: il merito per questo risultato deve essere ascritto al governo o all’opposizione? Proviamo a fare un riassunto della telenovela che ha portato alla salvazione del ministro impallinato per tentare una risposta.
Questo è lo scenario di questi giorni: lo scandalo Ruby impazza, la maggioranza agonizza, Silvio Berlusconi detta strategie e manda videomessaggi dal bunker di Arcore, telefona più di un operatore di call center ai programmi televisivi, ma – come altre volte – il centrodestra può godere di un insperato appoggio esterno. Quello del centrosinistra e del Terzo polo, che talvolta sembra cerchino di fare di tutto per evitare il colpo decisivo o per salvargli l’immagine quando volano gli schizzi di fango.
Memorabile il primo commento di Piero Fassino il giorno della notizia sull’inchiesta di Ruby: “Sulla vicenda processuale preferisco non intervenire”. Memorabile. Ma poi ci sono gli (involontari) aiutini sul terreno parlamentare.
A ottobre Berlusconi era alle corde, nell’ultima fiducia gli mancavano nove voti al quorum. Ma a novembre, in conferenza dei capigruppo, Udc, Pd, Idv e Futuro e libertà – con la supervisione del Quirinale – concordano una mossa geniale. Quella di concedere al grande “venditore” (copyright di Giuseppe Fiori) un mese di dilazione prima del voto. Volevano metterlo alla prova e hanno fatto bene: il Caimano, come al solito ne ha approfittato per dare lezione di guerra-lampo e acquistare un pacchetto di deputati low-cost pronti all’uso.Tanto per non farsi mancare nulla, mentre apparivano sulla scena i “volenterosi” con la cravatta tricolore, il sorriso di Calearo, gli incisivi di Razzi e l’agopuntura di Scilipoti, mentre i due fronti si scambiavano insulti feroci, solo due giorni prima del voto, Italo Bocchino volava ad Arcore per tentare una estrema ipotesi di mediazione. Possibile? Sì, lo aveva mandato Gianfranco Fini, e ce lo ha fatto sapere Berlusconi violando la clausola di riservatezza (c’erano dubbi?). Risultato. Al Cavaliere non pare vero. Prima incoraggia il tentativo, poi sputtana (diffondendo la notizia), quindi colpisce (recuperando la vittoria per tre voti grazie al tradimento finale di Luciano Moffa, quello che 24 ore prima aveva assicurato ai futuristi: “Voterò”).
Il leader del centrodestra rifiata. Eppure se l’è cavata per il rotto della cuffia. Non ha una maggioranza di governo. Il voto su Bondi potrebbe essergli fatale. Viene rinviato, e rinviato ancora. A quando? Il capolavoro finale porta alla fissazione della data di ieri. Ovvero di un giorno in cui un plotone di parlamentari di opposizione sono in euromissione.
Ma in questo capolavoro non va dimenticato che nel pieno della battaglia, i deputati di Futuro e libertà riescono a salire sui tetti dei ricercatori di Architettura in lotta contro la Gelmini, compiere una fulminea operazione di ascolto, e poi votare a favore della riforma. Possibile? Possibile, è accaduto.
Quando l’idea di mettere Berlusconi in minoranza sembra tramontare, arriva l’inchiesta di Milano. Ci sono dei capi di imputazione che per qualsiasi opposizione in tutto il pianeta equivarrebbero a un rigore a porta vuota. I deputati che visionano le carte in giunta sembrano sconvolti. Pierluigi Castagnetti dice che quasi sveniva nel leggere le intercettazioni, ma quasi non le commenta. Ancora meglio fa Italo Bocchino che a Ballarò ridicolizza con una battuta l’idea delle pie donnine dell’Olgettina, aiutate per misericordia dal benefattore di Arcore: “Ma tra queste beneficiate non ce n’è nessuna che non abbia i tacchi a spillo e la quinta di reggiseno? Non c’è una pensionata? Una terremotata?”.
Ad Arcore si fa un vertice per cambiare strategia. Far sparire l’impresentabile (la panzana della fidanzata di Berlusconi, le labbra a materasso della Minetti) si preparano i testimoni di fede del Cavaliere. Nei programmi vanno i panzer del berlusconismo caricati a molla, i deputati di opposizione non conoscono i testi delle intercettazioni (con lodevoli eccezioni, come Roberta Pinotti) e non vogliono parlare di dettagli scabrosi. Nichi Vendola ricorre all’ironia: “Vedo che l’immaginario erotico di Berlusconi è popolato di striptease di poliziotte e infermiere. Che sia per esorcizzare le principali paure del Cavaliere?”. Splendido. Bersani, invece scova un articolo della Costituzione per denunciare la “perdita del decoro”. Parole grosse.
Intanto Berlusconi prepara anche il piano B. E a bordo campo si prepara Marina, che si scalda ingiuriando Saviano. Non sarà il caso di fare un vertice ad Arcore anche per capire il ruolo dell’opposizione?
Luca Telese, Il Fatto Quotidiano

giovedì 27 gennaio 2011

ADESSO SCIOPERO GENERALE

Anteprima dell'editoriale di Paolo Ferrero, segretario nazionale del PRC, su Liberazione di domani


Innanzitutto un caro saluto a tutti i compagni e le compagne che oggi sono in piazza a manifestare. A poco più di tre mesi di distanza dal 16 ottobre ci ritroviamo di nuovo in piazza in tanti e tante, chiamati alla lotta dalla Fiom ma anche dai sindacati di base. Non solo metalmeccanici. Oggi ci saranno in piazza anche gli studenti, tanti precari, pensionati e tanti lavoratori delle altre categorie.
L’importanza della mobilitazione odierna è evidente: da un lato abbiamo l’attacco di Marchionne che punta a demolire il complesso dei diritti dei lavoratori, introducendo l’arbitrio nei rapporti di lavoro e distruggendo il sindacato di classe. Dall’altra abbiamo avuto il No di tanti operai e operaie prima a Pomigliano e poi a Mirafiori, così come abbiamo avuto le lotte degli studenti, dei ricercatori, dei precari contro il DDL Gelmini.
Da un lato la gestione capitalistica della crisi con il tentativo di scaricare tutti i costi della crisi sulle spalle dei lavoratori e dei giovani. Dall’altra la risposta dei lavoratori e dei giovani che non sono disposti a essere l’agnello sacrificale dei costi del capitalismo.
La giornata di oggi è quindi importante perché ancora più del 16 ottobre costituisce un passaggio di ricomposizione dei diversi soggetti che stanno pagando la crisi e lo fa non a partire da una lamentela ma da una volontà di lotta. Sta nascendo una avanguardia che non solo schifa Berlusconi e il suo governo ma esprime la più netta opposizione a Marchionne e alla sua filosofia che piace tanto a Veltroni.
E’ a partire da questo sentimento che passa dalla rassegnazione all’azione e che intreccia l’antiberlusconismo con la lotta contro i ricatti mafiosi di Marchionne, che si può cambiare qualcosa in Italia. Non è ancora un sentimento maggioritario, si tratta di una avanguardia ma di una avanguardia non isolata, di una avanguardia di massa.
Collante di questo sentimento e strumento organizzativo della sua mobilitazione è stata la Fiom. Di questo la ringraziamo nella consapevolezza che non può essere lasciata sola.
Per questo chiediamo alla Cgil di dichiarare lo sciopero generale, come ha chiesto ieri a gran voce la piazza di Bologna. Per questo siamo impegnati a costruire i Comitati "Uniti contro la crisi" su tutti i territori, per costruire un vero movimento di massa contro la gestione capitalistica della crisi.
Per questo diciamo alle altre forze della sinistra che si sono opposte ai diktat di Marchionne che occorre andare uniti alle elezioni: dobbiamo dare un punto di riferimento politico a tutti coloro che in questo paese oggi sono in piazza e vogliono cacciare Berlusconi e sconfiggere l’arroganza di Marchionne.
Paolo Ferrero, segretario PRC

mercoledì 26 gennaio 2011

«Dureremo un giorno in più di Marchionne»

Non è la prima volta che il segretario della Fiom Maurizio Landini parla del reddito di cittadinanza. Lo ha fatto anche ieri alla facoltà di lettere della Sapienza dov'è arrivato di primo mattino per parlare con gli studenti dello sciopero generale voluto dai metalmeccanici della Cgil venerdì 28 gennaio.
.«Fino a poco tempo fa - ha detto Landini in un lungo intervento che si è chiuso tra gli applausi degli studenti - ero contrario: non mi piace l'idea che uno non lavora e viene pagato. Perché questa persona dovrebbe lottare per trasformare la propria vita?». È un ragionamento «da sindacalista», ha riconosciuto Landini, che però oggi deve registrare un elemento nuovo: la disoccupazione colpisce i giovani e gli atipici licenziati in gran massa a causa della crisi. I dati Istat lo hanno confermato: nel 2009 sono stati quasi la metà del totale di chi ha perso il lavoro.
Per Landini sono questi i casi in cui è utile ricorrere al reddito di cittadinanza. «Ma questa misura deve rientrare in una riforma complessiva dello Stato sociale - ha proseguito Landini - e del sistema pensionistico».
Il segretario della Fiom ha poi spiegato come si potrebbe elaborare una riforma di questa portata: «Bisogna prevedere tre, massimo quattro contratti nazionali attraverso i quali garantire a tutti diritti e condizioni minime. Dai metalmeccanici ai servizi ci sarebbe così una legge sui contratti valida erga omnes».
Per gli atipici, invece, è necessario semplificare il numero dei contratti, oggi sono 33, limitandoli a quelli che regolano una flessibilità controllata prima dell'inserimento al lavoro.«E' solo in questo modo - ha aggiunto il segretario della Fiom - che un giovane che lavora con un contratto atipico può essere sottratto al ricatto di chi aspetta oltre 10 anni per essere assunto solo grazie ad un favore. Il sindacato deve rompere questo schema perché altrimenti non gli verrà mai riconosciuto il diritto di rappresentanza».
Su queste basi prosegue il confronto tra i metalmeccanici e il movimento studentesco che chiede «un nuovo welfare che garantisca autonomia sociale a studenti e precari» e parteciperà alle manifestazioni della Fiom «non solo per solidarietà, ma «per progettare un terreno comune di alternativa, reclamando lo sciopero generale di tutte le categorie».
Il successo dello sciopero di venerdì è determinante anche per continuare questo rapporto. «Aderirà gente che questo mese ha lavorato solo quella settimana perchè prima era in cassa integrazione. Il 50 per cento dei metalmeccanici è in queste condizioni, vuol dire rinunciare ad un bel pezzo di salario. E rinunciare a 70-80 euro non è poco».
Ladini però si è mostrato fiducioso non solo perché il consenso alle posizioni del suo sindacato ha superato le fabbriche, ma perché ha fatto capire agli stessi operai che «lo sciopero non è solo per solidarietà verso gli altri, ma anche per loro stessi. Così dici al tuo padrone che si apre un problema se fa quella roba lì».
L'obiettivo della Fiom è «durare un giorno in più di Marchionne - ha detto Landini - non è che lui decide se esiste o no la Fiom, questa c'era prima di lui e ci sarà dopo di lui. Chi è lui per deciderlo?».
Dopo lo sciopero generale, i metalmeccanici faranno scioperi articolati «per fare un danno maggiore all'azienda».
A decidere le modalità e i tempi sarà l'assemblea dei delegati prevista per il 3 e 4 febbraio. Gli scioperi non riguarderanno solo la Fiat, ma tutte le fabbriche metalmeccaniche.«La gente ha capito - ha aggiunto Landini alla fine dell'assemblea - che quello che passa in Fiat riguarda anche loro. Confindustria e Federmeccanica hanno detto chiaramente di voler superare il contratto nazionale. Il contratto nazionale va difeso».
di Ro. Ci.

su Il Manifesto

Cuffaro e Berlusconi: quando la normalità diventa un'eccezione

La Cassazione ha condannato l'ex Presidente della Regione siciliana Salvatore Cuffaro a sette anni di reclusione non accogliendo la proposta di alleggerimento del capo di accusa avanzata dal Pubblico Ministero. La condanna è oramai definitiva. Cuffaro ha reagito con grande compostezza e dignità. Non ha strillato la propria innocenza. Non ha parlato di complotto dei Giudici. Ha detto che vuole essere di esempio per i suoi figli accettando il giudizio penale nei suoi confronti con rispetto per le istituzioni.
Il personaggio è stato per un certo periodo di tempo tra i più potenti della Sicilia. La gente faceva la fila nella sua anticamera dalle sei del mattina ed aspettava anche ore ed ore per essere ricevuta e ricevere da lui una parola di speranza, di incoraggiamento. E' incappato nel giro grosso della mafia della sanità. Situazioni simili alla sua esistono indubbiamente in Lazio, in Abruzzo, in Lombardia, forse dappertutto. Il sistema del convenzionamento che le cliniche private sta creando potentati economici e finanziari talmente cospicui da dotarsi anche di giornali per orientare l'opinione politica. Penso che non dovrebbe essere permessa alcuna forma di privatizzazione del Servizio Sanitario. Ma siamo oramai nella deriva di un disastro che ha già prodotto un notevole abbassamento del livello di qualità e di sicurezza dela medicina pubblica. Totò Cuffaro, inteso Vasa Vasa per la sua abitudine di baciarsi con amici e conoscenti e noto per i cannoli offerti in occasione della sua condanna a "soli" cinque anni di reclusione. E' stato assessore all'agricoltura del governo Capodicasa un PD di lunghissimo corso quasi suo concittadino. Si è parlato tanto di Cuffaro e di cuffarismo. E' stato uomo del consociativismo politico che ha unito l'oligarchia del PCI poi PD a quella della DC nella gestione clientelare delle risorse siciliane.
Tutte le responsabilità politiche e morali del cuffarismo sono attribuibili senza alcuna eccezione anche al PD che oggi continua a fare la stessa politica appoggiando Lombardo e spacciandolo per uomo della antimafia siciliana. La Magistratura siciliana registra un risultato eccellente nella sua lunga lotta contro il coacervo mafia-politica. Risultato importante che segue il traumatico episodio di Castelvetrano dove il giudice Ingroa come era già accaduto al cardinale Pappalardo all'Ucciardone di Palermo si è trovato da solo. Non ha potuto ricordare alle scolaresche il martirio di Borsellino.
Silvio Berlusconi dovrebbe vergognarsi del suo comportamento confrontandosi con Totò Cuffaro. E' una una questione di onore e di dignità e non solo di rispetto delle regole presentarsi al proprio giudice per rendere conto delle sue azioni. Aiutato da uno stuolo di avvocati-deputati Berlusconi si nega nonostante sia noto al mondo intero il suo comportamento osceno e la sua vita ridotta ad un film pornografico.
Per questo credo che la sentenza per Cuffaro ed il suo civile comportamento non costituiscono la norma ma l'eccezione, la contraddizione in un Paese che scivola ogni giorno di più verso l'abiezione e la vergogna. Ma che tuttavia vanno annotate come fatti che ci possono rendere meno pessimisti.
Pietro Ancona

“Egregio” Cavalier Silvio...

Lettera di due lavoratori a Berlusconi

“Egregio” Cavalier Silvio,
molto probabilmente lei non leggerà mai questa nostra lettera, semplicemente per il fatto che noi non siamo nessuno e lei è troppo impegnato a fare altro.
In questi giorni si sono ascoltate tante cose su di lei. Più o meno, tutti i suoi critici hanno detto ciò che comunque si poteva dire: da qualsiasi angolazione la si voglia prendere, la faccenda è umanamente vergognosa!
Dal nostro punto di vista, come lavoratori (portalettere a Lodi) le diciamo solo che dovrebbe vergognarsi assieme a tutti quei suoi amici che fingono di occuparsi di crisi, povertà e cassintegrati, mentre poi bruciano quantità di denaro nei festini di Arcore.
Se potessimo decidere noi vi faremmo provare il rovescio delle sensazioni: vi metteremmo immediatamente in cassintegrazione a 800 euro al mese con figli a carico e nel caso protestaste, vi riserveremmo l’accoglienza offerta ai pastori sardi!
Ma questa benedetta “nipote” di Mubarak possiede qualche particolare privilegio rispetto a coloro che perdono il lavoro? A quale citofono possono suonare i cassintegrati per ricevere aiuto?
Ma le pare credibile che in feste di quel tipo lei faccia beneficenza? Ma lo sa che se volesse fare della beneficenza vi sono migliaia di luoghi come Rosarno dove veramente ci sarebbe bisogno di aiuto?
Le sembra così insensato il nostro ragionamento? Abbiamo sentito addirittura di psicologi che si sono occupati del suo profilo psicologico; sicuramente lei rappresenta un soggetto alquanto interessante per la ricerca psicologica, ma vorremmo dirglielo senza mezze misure: di lei non se ne devono occupare gli psicologi ma il tribunale!
Sorini Milko
Sartorio Otello

Berlusconi perde colpi, ma serve la spallata

A differenza di quello che si legge sui giornali e che il Corriere della Sera ha evidenziato come notizia principale, non credo che Berlusconi regga nei sondaggi. Sempre che ci intendiamo sulla loro lettura. Apparentemente, infatti, il Pdl è stabile al 30%, la Lega oscilla tra il 10 e l’11%, il centrosinistra resta sotto il 40% e il “terzo polo” non sfonda ma potrebbe essere decisivo.
Però queste rilevazioni, e soprattutto i commenti che ne conseguono, sottovalutano sempre la questione, a mio avviso ormai determinante, della crescita dell’astensione e dell’aumento di coloro che si dichiarano indecisi. Nel sondaggio di Mannheimer pubblicato dal Corriere, infatti, questa percentuale sembra superare il 40% ma anche oggi, sul Giornale di Sallusti, la stessa rilevazione Euromedia Research, quella preferita da Berlusconi, è costretta ad ammettere che il premier perde popolarità.
Ancora da Mannheimer, in effetti, si registra che la percentuale di coloro che pensano che Berlusconi debba immediatamente dimettersi sale, rispetto al febbraio di un anno fa, dal 41 al 49%. Insomma, gli scricchiolii a mio avviso ci sono e si manifestano nel modo più disincantato e sconsolato che ci possa essere, abbandonando il campo. Anche perché l’offerta politica è quella che è.
E qui sta la vera ragione della forza berlusconiana come del resto si sente ripetere da più parti e come è ormai evidente allo stesso Partito democratico. Che però non smette di far danni. Convoca le primarie, ci porta un sacco di gente e poi è costretto ad assistere alle accuse di brogli che i suoi candidati si lanciano l’un l’altro. Si divide in Direzione nazionale – nessuno ha capito bene su cosa – la minoranza poi fa un convegno di riappacificazione e si brinda alla ritrovata unità interna (sempre, senza sapere bene su cosa). Si potrebbe continuare ma sarebbe troppo facile infierire.
Vale la pena, invece, fare un’altra osservazione. I dati elettorali, e gli stessi sondaggi, dimostrano che l’Italia in età di voto è divisa all’incirca in tre parti: una, circa un terzo, vota decisamente Berlusconi ed è in diminuzione; un’altra, altrettanto grande – forse oggi superiore se si considera anche il “terzo polo” – è decisamente anti-berlusconiana e anch’essa non cresce; una terza parte resta a guardare, è stufa e non si fa rappresentare da nessuna delle opzioni in campo. Ed è quella che cresce di più.
Solo che la prima parte, l’Italia berlusconiana, possiede una rappresentanza politica in cui riconoscersi, una leadership che sussume i suoi valori e la sua identità e questa è la sua principale forza. La seconda ha una rappresentanza politica instabile, incerta, insicura, indecisa, spesso inetta; la terza parte si muove disillusa con poche prospettive all’orizzonte trovando conferme ai propri orientamenti in altri paesi.
Pochi, ad esempio, hanno sottolineato il dato delle presidenziali in Portogallo dove l’astensione è salita al 53,37% e sommata alle schede bianche e nulle sfiora il 60%: un esplicito rifiuto dell’austerity imposta dal premier socialista Socrates ma anche effetto dell’assenza di un’alternativa valida al suo governo.
L’astensione, sempre più, è la spia di un sistema complessivo che si sgretola e, Italia, indica che Berlusconi perde colpi o che può perdere rapidamente presa sociale. Ma dice anche che questo non potrà avvenire per magia né solo “grazie” alle inchieste giudiziarie. C’è bisogno di una spinta, di uno scatto che provi a spostare gli equilibri, a rinfrancare la seconda Italia ma, soprattutto, a convincere la terza, quella più numerosa che però, a mio avviso, si muoverà solo con una ristrutturazione dell’offerta politica. Quella attuale ha fatto il suo tempo.
Blog di Salvatore Cannavò

martedì 25 gennaio 2011

Il ritorno del "nulla" veltroniano

Stupefacente su la Repubblica, nella sua lenzuolata domenicale, Eugenio Scalfari, l’ultimo “direttore di giornale leader di un partito” del dopoguerra, ha benedetto il ritorno in campo di Veltroni reduce dal discorso di sabato al Lingotto.Dice lui: finalmente “ritorna in scena” un leader, non solo del Pd ma anche dell’opposizione a Berlusconi.
Valter Veltroni, quello che “se ne voleva fare carico”: I care, fu lo slogan nella prima delle sue ricorrenti incoronazioni a capo supremo. E come se ne è fatto carico l’abbiamo visto tutti, il Martin Luther King di Trastevere. Quello che dopo l’esperienza in Campidoglio, quale sindaco di Roma, avrebbe dovuto ripercorrere i sentieri del dottor Schweitzer in Africa, magari nel lazzaretto di Lambaréné, a curare i malati del continente nero. Che ora ritroviamo, inquartato, con tanto di pappagorgia e fronte spelacchiata sempre dalle nostre parti a fare il Franklin Delano Roosevelt de noantri (“uscire dal ‘900”, ci mancava dicesse “paura di avere paura”), in quell’auditorium torinese da dove sono partite le sue precedenti avventure; e che gli porta pure un po’ di sfiga. Dove ha ripetuto le solite gag americaniste/giovaniliste. E cosa voglia dire per lui americanismo/giovanilismo ce l’ha indicato chiaramente identificando la modernità in Sergio Marchionne, i cui uffici sono a un passo dalla sala del Lingotto, e schierandosi apertamente contro la Fiom.
Eppure Scalfari individua in lui il risolutore “carismatico” della crisi del primo partito di opposizione, ormai parcheggiato – secondo attendibili proiezioni – al 24 per cento dei consensi. I motivi che spingono a tanto il venerabile “opinion-maker-capo-partito” non sono noti. Come si dice dalle mie parti. “avrà la sua convenienza”. Quanto risulta certo è che pensare Veltroni come oppositore duro e puro di Silvio Berlusconi vuol dire sognare a la diggiuna (copy della mia vecchia balia). Non è bastata l’esperienza delle ultime politiche, con la sua farsa autolesionistica del non chiamare per nome l’avversario (il capo delle schieramento opposto…); della “vocazione maggioritaria” mentre così si segavano i timidi tentativi di autonomizzarsi degli oppositori interni allo schieramento di destra Fini e Casini?
Un bel regalo, all’epoca, per la ripresa del controllo della situazione da parte di Berlusconi e successivo trionfo annunciato. Con cui il presunto oppositore Veltroni fa affari sottobanco da tempo immemorabile. Da quando – responsabile della comunicazione del Pci d’allora – avallò la costituzione del duopolio Rai-Mediaset in cambio del contentino TeleKabul (RAI 3).
Sicché, quanto non capiscono Scalfari e gli stessi boss del Pd è che la rianimazione di questo ectoplasma di partito non la si ottiene con il rimescolamento delle solite carte; quando l’elettorato potenziale è arcistufo dell’intero mazzo, non ci sta più a farsi menare per il naso. In altre parole, la ragione della crisi di credibilità riguarda l’intero manico. A partire dal Pierluigi-COOP-Emiliane-Bersani e le sue vaghezze sulla piccola impresa, per proseguire con il re-Mida-alla-rovescia Massimo D’Alema e i suoi cinismi da arrampicatore sociale, arrivando al nipote d’arte Enrico Letta e ai suoi modi da chierichetto e concludendo con un rispettoso pensiero rivolto alle signore politicanti della compagine e il loro insopportabile birignao da nomenklatura; dalla Finocchiaro Anna alla Pinotti Roberta passando per la Turco Livia.
Una fauna umana in lotta per la sopravvivenza a cui da tempo è scaduta la patente di rappresentanti del popolo (e che restano in pista solo perché la corporazione partitica ha bloccato tutti i canali del ricambio, mica solo con il Porcellum).
Tutti furboni/furbone che hanno favorito la crescita di una nuova generazione di furbetti del partitino altrettanto indigesti: il pallore smunto del responsabile giustizia dei democratici Andrea Orlando, quello che ragiona ancora da piccolo funzionario di partito in quel di La Spezia e vorrebbe conquistare consensi della gens berlusconiana grazie al marchingegno astuto di attaccare pure lui i giudici; o il rottamatore molle, con ciuffo e basetta alla Little Tony, Matteo Renzi sindaco di Firenze, che fa lo spregiudicato andando a colazione nella villa di Arcore.
Insomma, il tempo è scaduto. Se rottamazione ci deve essere che sia in blocco. E se il Veltroni ritorna con la menata dell’I care, la risposta che già si sente risuonare nell’aria è please, don’t care Uolter.
PS. Molti amici che navigano tra queste note, mi rimproverano un di più di analisi e un vuoto di proposta. Potrei rispondere che io faccio il commentatore critico della politica e che spetta ai politici di professione indicarci la via. Ma non è questo il mio pensiero: da tempo dubito nella possibilità di “vittorie in tre mosse”. Il livello di degrado del Paese non si risolve con trovate e “uomini della provvidenza”. Ci vorranno anni di lungo lavoro per ricostituire una civiltà democratica in stato di animazione sospesa. E l’unico servizio oggi possibile è quello della critica e della testimonianza di valori. Per rappezzare nel tempo un abito morale liso e strappato, per riavere gruppi dirigenti che meritino con i propri comportamenti reali la nostra fiducia e il nostro apprezzamento. Mi spiace, ma io la penso così. Amaramente.
Blog di Pierfranco Pellizzetti

sabato 22 gennaio 2011

Gramsci e l’oggetto della politica comunista

Oggi ricorre il 120° anniversario della nascita di Antonio Gramsci.
Per ricordarlo pubblichiamo il saggio di Mimmo Porcaro apparso sul volume "Seminario su Gramsci", Punto Rosso editore che raccoglie gli atti del seminario organizzato dalla Associazione Culturale Punto Rosso e dalla rivista Essere Comunisti nel febbraio 2010



Vorrei evidenziare una tensione che esiste nel testo di Gramsci e tra il testo di Gramsci e la realtà.
Il problema da cui prende le mosse il mio contributo è quello del rapporto tra le leggi generali del modo di produzione capitalistico e le forme concrete d’esistenza di esso; nonché quello del rapporto tra quelle leggi e quelle forme da un lato e l’oggetto della politica dall’altro.
Qual è la posta in gioco “pratica” di questo problema?
Se pensiamo che l’oggetto della politica s’identifichi con le leggi generali del capitalismo, ossia se pensiamo che la politica consista nell’agire sul rapporto di lavoro salariato in generale e sulle dinamiche dell’accumulazione in generale, noi riusciamo senza dubbio ad ancorare la nostra politica su principi saldi. Ma con ciò rischia di sfuggirci la situazione concreta, ed il richiamo ai principi generali rischia di essere una fuga rispetto ai compiti specifici, ogni volta diversi, che le situazioni via via ci pongono. Ne deriva anche una posizione meccanicista, secondo cui le leggi generali spiegano tutto, e prima o poi si imporranno nella loro
nettezza attraverso la mutevole confusione dei fenomeni. Tale meccanicismo può assumere, a seconda del diverso modo in cui viene pensato il funzionamento delle leggi generali, una forma evoluzionista o crollista,
ma in ogni caso la rivoluzione nasce quasi meccanicamente dallo sviluppo o dalla crisi del capitale (da ciò, anche, il carattere spesso economicista del meccanicismo).
Al contrario, se pensiamo che l’oggetto della politica si identifichi con le sole forme concrete d’esistenza del capitalismo, riusciamo certamente ad afferrare meglio la situazione in cui ci troviamo ad agire. Ma, non ponendo il problema del rapporto tra le suddette forme concrete e le leggi generali, rischiamo di non comprendere la relazione fra gli obiettivi congiunturali e quelli di fondo; rischiamo quindi il politicismo e l’opportunismo. Althusser ha affrontato magistralmente il problema (in Leggere il Capitale, ma prima, e forse meglio, in Per Marx, in particolare nel saggio Contraddizione e surdeterminazione.) dicendo che le leggi generali (le contraddizioni generali) sono meri “oggetti di pensiero”, e che solo alla concreta congiuntura spetta lo statuto di realtà effettuale.
Con ciò ha ribadito che l’oggetto della politica è la situazione concreta, e che la politica non è il semplice rimando agli ideali o agli obiettivi finali, ma è una scelta concreta che deve essere fatta in ogni momento. Inoltre si è distanziato dall’evoluzionismo che pretende che la rottura rivoluzionaria sia matura solo quando un tipo di società ha dato tutto quello che poteva dare: la maturità della rivoluzione non sta nel grado di sviluppo delle forze produttive, ma nell’emergere della situazione rivoluzionaria (noto di passaggio che anche Gramsci accetta l’idea, criticata da Althusser, che lega la rivoluzione all’esaurimento delle capacità di sviluppo del capitalismo, ma lo fa in un contesto tutt’altro che evoluzionista).
Ma indubbiamente Althusser rischia il politicismo, ossia una mancata connessione fra l’analisi di congiuntura e le dinamiche di fondo, perché nella sua visione da un lato c’è il modo di produzione come oggetto astratto, come puro concetto, e dall’altro c’è la concreta congiuntura: in mezzo non c’è niente, non c’è la concreta formazione sociale, che è sia il modo di esistenza concreta della “struttura”, sia la matrice di formazione della variabile congiuntura.
Gramsci, sul punto è indubbiamente molto più complesso, anche perché le sue tesi vivono in una tensione che va dal giacobinismo del “forzare la situazione”, (ossia dell’egemonia come questione di direzione politica e di programma politico), all’esaltazione della guerra di posizione rispetto alla guerra di movimento, dove si è voluto leggere, e non senza fondamento, una versione culturalista e quasi evoluzionista della “conquista delle casematte”.
C’è però un punto relativamente stabile dell’analisi gramsciana, che viene ribadito anche quando la riflessione sulla guerra di posizione ha preso il posto che sappiamo, e che ci consente di abbozzare una soluzione del nostro problema generale. Questo punto è quello della tipologia dei rapporti di forza e della loro gerarchia. Per Gramsci i rapporti di forza possono essere divisi in:
- rapporti di forza obiettivi, ossia relativi al grado di sviluppo delle forze produttive ed ai rapporti generali tra le classi e tra esse e le forze produttive;
- rapporti di forza politici, attinenti al grado in cui le diverse classi divengono consapevoli di sé e del proprio ruolo generale-statuale, ed agiscono di conseguenza;
- rapporti di forza militari, attinenti al modo in cui rapporti obiettivi e quelli politici si fondono in una situazione concreta e in un concreto campo di battaglia.
Intorno a questa tripartizione Gramsci dice alcune cose assai importanti.
Prima di tutto dice che la concretezza storica non pertiene solo al terzo tipo di rapporti. I rapporti del primo tipo, quelli obiettivi, non sono effetto lineare delle leggi del capitalismo, ma ne rappresentano già una concretizzazione storica, giacché si danno in forma “nazionale”. A loro volta i rapporti del secondo tipo, quelli politici, non sono immediatamente deducibili dai primi, poiché le classi interpretano i problemi posti
dalla loro funzione “obiettiva” in maniera creativa e oltretutto lo fanno con ampi margini di errore (possono, cioè, giocare male la loro parte): da tutto ciò derivano variazioni, forme originali, concretezza e
specificità storica. Alla base del processo abbiamo quindi a che fare non con l’astrazione delle leggi generali del capitalismo, ma con una formazione sociale già specificamente determinata (i rapporti obiettivi), che a sua volta si articola con altri due livelli specificamente determinati.
Poi Gramsci dice che il momento immediatamente decisivo, in politica, è il terzo, ovvero quello dello scontro politico-militare (militare sia perché può essere letto in termini strategici e con metafore polemologiche, sia perché reca sempre con sé, pur se in gradi diversi, un elemento di forza). Si tratta di un momento logicamente derivato dagli altri, ma ciononostante capace di determinare l’efficacia reale di ogni politica.
Infine dice che in questo momento immediatamente decisivo ciò che conta realmente è da un lato l’accumulazione ordinata delle forze, e dall’altro la creatività del politico, ovvero la sua capacità di costruire, operando selezioni fra tutti gli eterogenei eventi che compongono una determinata congiuntura concreta, connessioni che non sono immediatamente evidenti, ma mostrano il rapporto tra la situazione data e le dinamiche del capitalismo e della lotta delle classi.
Quest’ultimo punto getta una luce particolare su tutta la costruzione gramsciana.
Come si può dire, infatti, che il momento “militare” è decisivo se esso non è che il terzo, il più lontano dai rapporti fondamentali? Lo si può dire proprio perché l’azione del politico a questo livello è quella di creare connessioni non immediatamente visibili fra le occorrenze di una congiuntura, in modo di afferrare in essa l’effetto dei rapporti obiettivi, attraverso la mediazione dei rapporti politici.
Possiamo quindi dire che, per Gramsci, l’oggetto della politica non è né il modo di produzione, né la congiuntura così come essa immediatamente si presenta, ma il rapporto costruito fra la congiuntura e le tensioni, le domande fondamentali di una formazione sociale (formazione sociale che risulta dai rapporti obiettivi e da quelli politici).
L’oggetto della politica comunista è l’effetto dell’azione del politico, quando questi sia capace di comprendere i nessi trai problemi generali e le situazioni particolari, di individuare gli obiettivi che permettono di far esistere concretamente questi nessi e di renderli evidenti, di concentrare attorno a questi obiettivi la maggior massa possibile di forze. L’aver posto alla base del momento “militare” una concreta formazione sociale e non un astratto concetto di modo di produzione, consente a Gramsci di operare tutte queste connessioni.
Quindi l’intervento del politico è sempre creativo, è sempre una forzatura, ma è una creazione che si basa sugli effetti dei rapporti fondamentali in una congiuntura, è una forzatura che avviene nel senso dello sviluppo storico.
Si può quindi dire che può esservi una sorta di giacobinismo anche nella guerra di posizione e che comunque la guerra di posizione è anch’essa una guerra, che si decide nelle battaglie concrete, nell’intervento “in situazione” e non solo nella maturazione progressiva di una egemonia politica basata su un’egemonia culturale (per tutto ciò si veda Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi, Torino, 1975, vol. I, pp. 455-465 e 661; vol. III pp. 1562 e 1578-1589).
Dire che nella guerra di posizione vi è anche una guerra di movimento può forse aiutarci a definire meglio la nostra politica di fronte alla crisi attuale.
Come premessa di questa seconda parte del mio ragionamento devo ribadire, a scanso di equivoci, che non intendo recedere di un millimetro dalla posizione che pensa la costruzione del comunismo come processo
sociale, e molecolare, prima che come processo politico. Tale posizione condensa decenni di riflessione (auto)critica sul socialismo di Stato e di analisi delle società contemporanee, ed ha ancora moltissimo da offrirci. Ciò che intendo dire è piuttosto che oggi la trasformazione molecolare da un lato richiede l’attivazione di grandi figure “molari” (per riprendere una vecchia – e polemica – definizione di Deleuze e
Guattari), dall’altro richiede, forse come precondizione, la lotta contro le grandi concentrazioni di potere economico, politico e mediatico che in gran parte determinano la costituzione, l’aggregazione (e la disgregazione) delle molecole sociali. Mi spiego meglio.
Prima di tutto dobbiamo riconoscere che la nozione di guerra di posizione matura nel corso della prima guerra mondiale e che oggi le condizioni della guerra sono davvero molto diverse. Non più la contesa palmo a palmo di casematte da parte di eserciti di massa, ma il controllo “dall’alto” di posizioni strategiche da parte di eserciti ipertecnologici e quantitativamente ridotti. La guerra di posizione non è affatto scomparsa,
soprattutto nelle guerre di occupazione (Falluja né è l’esempio più tragico), ma essa è surdeterminata da altre modalità strategiche, che tendono a considerare molto più “fluide” le casematte, ossia le posizioni stabili. Questa guerra è lo specchio di un conflitto sociale in cui all’espansione ed alla moltiplicazione dei punti di scontro non corrisponde una vera importanza strategica di questi punti stessi, ed in cui la conquista
delle casematte si accompagna spesso alla desolata constatazione che esse sono vuote.
Usciamo dalla metafora: mentre nella seconda metà dello scorso secolo lo sviluppo dello stato sociale poteva effettivamente essere visto come la creazione di stabili centri di potere sociale diffuso, che determinavano le forme dell’egemonia di una classe sull’altra e che potevano essere l’oggetto di una lunga e significativa contesa (le lotte che vanno dal 1968 al 1980 possono agevolmente essere lette in questo modo), la successiva distruzione dello stato sociale ha sostituito i centri di potere diffuso con “flussi” di potere fatti di consumo, spettacolo ed erogazioni monetarie discrezionali: flussi attivati da “fortezze” concentrate e sottratte agli effetti delle lotte popolari. Ne consegue che più che sulla conquista di quei centri di potere diffuso, le lotte popolari devono concentrarsi sulla loro ricostruzione, ma non possono farlo se prima non conquistano le “fortezze” di cui sopra o se quantomeno, non ne riducono in parte il potere. Ossia se non agiscono sul nesso governi-imprese che determina l’emanazione di quei “flussi”.
D’altro canto, quando, a proposito della “vecchia” guerra di posizione si parla di “trasformazione molecolare” ci si esprime, almeno in parte, in maniera inesatta: i centri di potere diffuso hanno senz’altro effetto sulla vita di ogni singolo individuo, e quindi effetto molecolare, ma non sono, di per sé stessi, delle “molecole”, bensì aggregazioni notevolmente più grandi e dense. E’ solo oggi che, con l’estrema individualizzazione delle forme di soggettività, l’egemonia capitalistica si esprime in maniera veramente molecolare, finissima, micrologica: ma questo affinamento ulteriore del potere, se ne consente, almeno immediatamente, una maggior “presa” sociale, non consente un’azione eguale e contraria da parte nostra, analoga a quella svolta attorno alle istituzioni dello stato sociale.
Ogni individuo è divenuto una piccolissima “casamatta” e le nostre forze non sono in grado di misurarsi col potere attuale su questo stesso terreno. Possono seminare forme di resistenza e stili di vita alternativi, ma tutto in maniera decisamente insufficiente.
Avanzo quindi l’ipotesi che contro il capitalismo realmente molecolare si debba da un lato agire direttamente sulle fortezze, dall’altro contrapporre alle figure dell’esistenza molecolare, pesanti figure “molari” capaci di orientare gli individui oltre il pulviscolo e la nebbia degli incerti, molteplici e contraddittori stili di esistenza. Lo spaesamento ed il nichilismo di massa (così ben descritti da Walter Siti ne Il contagio) possono essere contrastati solo dalla riedizione di grandi figure ideologiche capaci di riassumere il senso dello stare al mondo: una rinnovata e aggiornata idea di socialismo, capace sia di definire un’alternativa che di individuarne con precisione gli avversari può fare molto di più della (irrinunciabile) guerriglia attorno ai modi di vita, e consentire una futura espansione di quest’ultima.
Nonostante gli enormi rischi a cui ci espone, oggi nettamente superiori alle opportunità che ci offre, la crisi può favorire questo spostamento della nostra azione, sia perché il dominio molecolare del capitalismo è destinato ad attenuarsi (per l’estenuazione e la riduzione del consumo, per l’urto dell’immaginario con la realtà, per il crollo delle risorse finanziarie erogabili), sia perché aumenteranno notevolmente la turbolenza e l’instabilità delle società e dei governi. In questa situazione, il politico creativo che sappia definire obiettivi capaci di far comprendere i nessi tra condizioni di vita e crisi del capitale, può riuscire sia ad attuare efficaci
incursioni nelle fortezze (ossia nei governi) sia a costruire figure di alternativa che siano figure di speranza. La continua ed irrinunciabile guerra di posizione nella società (lotta per la ricostruzione delle nostre casematte, anche nella forma del partito sociale, battaglia culturale, diffusione di stili liberi e solidali di vita) deve accompagnarsi ad una guerra di movimento condotta nelle crepe aperte dalla crisi.
Devo dire subito che, parlando di “politico creativo” e di incursioni nei governi non sto parlando né del nostro partito né del prossimo governo della Repubblica. Il primo deve ancora lottare per la propria sopravvivenza elementare, e quanto al secondo solo l’evolversi della situazione potrà definire il nostro rapporto con esso: ma in questa fase mi sembrano poco probabili, o assai rischiose, le ipotesi di incursione. Prima di poter efficacemente articolare guerra di posizione e guerra di movimento, comunque definite, dobbiamo ancora fare molta strada. Ma per incamminarci su questa strada è ancora a Gramsci che dobbiamo rivolgerci.
E vengo alla terza ed ultima parte del mio ragionamento, che ruota attorno alla questione del programma.
Dice Gramsci, a proposito dell’evanescente “partito democratico” del Risorgimento italiano, che una forza politica esterna ai blocchi sociali dominanti ed ancora priva di saldi legami con le classi subalterne deve fare appello, se vuole svilupparsi, alla sua capacità di costruire un programma politico che sappia, pur da una posizione inevitabilmente debole e minoritaria, interpretare i problemi storici di un Paese, e per questo candidarsi comunque alla sua guida. Il piccolo cabotaggio, insomma, non si addice alle forze che non vogliono restare minoritarie: piccole forze hanno bisogno di grandi idee (Ibidem, vol. I, pp. 42-55, vol. III, pp. 2010-2014). Credo che per noi sia decisivo costruire un programma di tal fatta.
Non un elenco di richieste e nemmeno un quadro coerente di obiettivi, astrattamente impeccabile. Si tratta piuttosto, gramscianamente, di dare un giudizio storico-politico sul Paese, di prendere le mosse dai suoi problemi “oggettivi” (ossia da quei problemi che ogni classe ed ogni forza politica deve porsi se vuole avere un ruolo dirigente), di individuare le forze progressive che questi problemi possono risolvere e gli avversari che a tale soluzione si oppongono.
Tale programma dovrebbe avere una funzione “giacobina”, ossia non dovrebbe limitarsi a raccogliere e sintetizzare le diverse indicazioni dei diversi gruppi sociali e movimenti a cui ci si riferisce. Dovrebbe piuttosto definire obiettivi che “forzano” la marcia, ma lo fanno sempre nella direzione dello sviluppo storico, o almeno nella direzione di uno dei possibili sviluppi storici. Nel nostro caso, “forzare” significa definire una linea di sviluppo che non appare immediatamente nella situazione, ma che è in essa implicita (il socialismo), articolarne concretamente gli obiettivi, e soprattutto individuare con precisione quegli avversari che le rappresentanze delle classi e dei movimenti tendono oggi in genere a non nominare, per deficienza di analisi o semplicemente per opportunismo.
E forzare “nel senso dello sviluppo storico” significa rispondere ai due problemi attualmente decisivi per il Paese: la necessità di partecipare, in maniera attiva ed autonoma, alla costruzione di un nuovo stato continentale (l’Europa) che sia all’altezza delle questioni poste dalla crisi; la necessità di dar vita al “salto” verso un’economa ad alta densità tecnologico-conoscitiva.
La ricostruzione di una posizione comunista nel nostro Paese passa dalla dimostrazione teorico-pratica del fatto che questi problemi possono essere risolti in maniera progressiva solo a partire dalle lotte popolari, lotte che d’altra parte possono trarre maggior forza proprio dalla consapevolezza di essere il motore della crescita civile di tutto il Paese. Da questo intreccio possono nascere quelle passioni di massa che sono essenziali ad ogni progetto politico storicamente efficace: e suscitare simili passioni è, per Gramsci, uno dei compiti fondamentali del “politico creativo”.

SU LA TESTA!

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venerdì 21 gennaio 2011

Io sono comunista, di Nazim Hikmet


Io sono comunista
Perché non vedo una economia migliore nel mondo che il comunismo.
Io sono comunista
Perché soffro nel vedere le persone soffrire.
Io sono comunista
Perché credo fermamente nell’utopia d’una società giusta.
Io sono comunista
Perché ognuno deve avere ciò di cui ha bisogno e dare ciò che può.
Io sono comunista
Perché credo fermamente che la felicità dell’uomo sia nella solidarietà.
Io sono comunista
Perché credo che tutte le persone abbiano diritto a una casa, alla salute, all’istruzione, ad un lavoro dignitoso, alla pensione.
Io sono comunista
Perché non credo in nessun dio.
Io sono comunista
Perché nessuno ha ancora trovato un’idea migliore.
Io sono comunista
Perché credo negli esseri umani.
Io sono comunista
Perché spero che un giorno tutta l’umanità sia comunista.
Io sono comunista
Perché molte delle persone migliori del mondo erano e sono comuniste.
Io sono comunista
Perché detesto l’ipocrisia e amo la verità.
Io sono comunista
Perché non c’è nessuna distinzione tra me e gli altri.
Io sono comunista
Perché sono contro il libero mercato.
Io sono comunista
Perché desidero lottare tutta la vita per il bene dell’umanità.
Io sono comunista
Perché il popolo unito non sarà mai vinto.
Io sono comunista
Perché si può sbagliare, ma non fino al punto di essere capitalista.
Io sono comunista
Perché amo la vita e lotto al suo fianco.
Io sono comunista
Perché troppe poche persone sono comuniste.
Io sono comunista
Perché c’è chi dice di essere comunista e non lo è.
Io sono comunista
Perché lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo esiste perché non c’è il comunismo.
Io sono comunista
Perché la mia mente e il mio cuore sono comunisti.
Io sono comunista
Perché mi critico tutti i giorni.
Io sono comunista
Perché la cooperazione tra i popoli è l’unica via di pace tra gli uomini.
Io sono comunista
Perché la responsabilità di tanta miseria nell’umanità è di tutti coloro che non sono comunisti.
Io sono comunista
Perché non voglio potere personale, voglio il potere del popolo.
Io sono comunista
Perché nessuno è mai riuscito a convincermi di non esserlo

Provate voi a farlo un altro Partito come quello!

Provate voi a farlo un Partito così. Quando in quel lontano 1921 viene fondato, sembra più una scommessa di orgoglio e passione, una scissione che si basa su 58 mila voti o poco più. E subito dopo, con il fascismo al governo, deve inabissarsi nella clandestinità; e successivamente impegnarsi con tutte le sue forze - furono i comunisti i primi e i più generosi - nella cruenta lotta di resistenza contro il nazifascismo.
I suoi primi 25 anni, il Pci infatti li passa così, con le armi in pugno, se non in galera, o al confino o transfugo all'estero. Ma 25 anni dopo - 1921-1971 - i numeri del suo altisonante Cinquantennio sono già belli grandi: è diventato il secondo partito politico italiano e il più importante partito comunista dell'Occidente, alla faccia della guerra fredda, del maccartismo e della Chiesa scomunicante. Alle elezioni politiche del 1968 si porta a casa 8 milioni e mezzo di voti, il doppio che nel 1946; e quattro anni dopo, 1972, supera i 9 milioni. Già arrivano le "regioni rosse", Emilia Romagna, Toscana, Umbria, il Pci al 40 e anche al 50 per cento (e la Lombardia che da sola fa un milione di voti).
Provate voi. "Comunisti immaginari" è un libro a suo modo nostalgico (e pieno di ammirazione anche se fa finta di no) che Francesco Cundari ha scritto nel 2009, con prefazione di Giuseppe Vacca, e a pagina 106 si legge quanto segue. «La risoluzione del VII congresso per esempio recitava: "Gli iscritti al partito, compresi i giovani, sono aumentati da 2 milioni 252 mila 446 a 2 milioni 585 mila 765, i collettori da 63mila 637 a 100mila 516, le cellule di fabbrica da 8mila747 a 11mila 272, le cellule femminili da 9 mila 278 a 12 mila 226"». Nel frattempo, proseguiva il meticoloso resoconto, «circa 60 mila dirigenti di vario grado sono passati da scuole o corsi di partito dal 1945 in poi» (diventeranno 300 mila nei prossimi tre anni, per esempio).
VII congresso, è il 1951. Un anno prima, esattamente il 2 aprile 1950 e nello stesso teatro Goldoni di Livorno dove il Pci nasce, è stata ricostituita la Federazione giovanile comunista italiana, la Fgci, primo segretario Enrico Berlinguer: arriva subito a toccare i 488 mila iscritti, con almeno tre giornali all'attivo e un'infinità di iniziative che battono il territorio in lungo e in largo, «solo nel primo anno sorgono 112 filodrammatiche, 54 balletti, 44 cori, 4 orchestrine, 12 complessi ginnici, un circolo di damisti, 3 di arte varia, squadre sportive a centinaia».No no, non è la "Fgci dei biliardini", come qualche dispregiatore ha voluto chiamarla. Una delle sue specialità è, per esempio, la infaticabile battaglia per la pace, contro le armi nucleari: è sua, ad esempio, proprio della Fgci, l'invenzione della bandiera arcobaleno, quella che sventola ancora oggi, ormai simbolo internazionale.
Già, la pace. A proposito, vi ricordate i Partigiani della Pace, il movimento nato a Parigi nel 1949, in piena guerra fredda, contro il riarmo, contro la Nato e il Patto Atlantico? In Italia si mobilitarono le questure e i celerini, si promulgò il divieto di firma. Ma il Pci riuscì a mettere in piedi una tale mobilitazione che in soli due mesi le firme proibite furono 6 milioni e 300 mila.
Dite che i numeri non sono tutto? Allora beccatevi pure questi. Li ricorda Diego Novelli, in un evocativo libro - "Com'era bello il mio Pci", (Melampo) - scritto a babbo morto, nel 2006, cioè quando quel suo bel picì è ormai sparito (ucciso a freddo) da alcuni anni. «La diffusione militante dell'Unità, il grande rito domenicale del Pci, fu importato dalla Francia, dall'esperienza del quotidiano comunista l'Umanité. Alla diffusione militante dell'Unità partecipavano tutti, dagli operai agli intellettuali. La domenica mattina era la nostra Messa ( a proposito, andavamo anche davanti alle chiese, con rispetto e senza ostentare). Si andava a coppie e c'era un forte spirito di emulazione. Mi è successo di andare in giro con Italo Calvino, con medici, professori, avvocati, deputati. Negli anni Cinquanta e Sessanta si arrivò a diffondere un milione di copie ogni domenica».
I numeri non saranno tutto ma non guastano. Il quotidiano del Pci arrivò ad e essere il terzo giornale italiano, una formidabile "bocca di fuoco" che teneva validamente testa ai colossi borghesi, Stampa e Corriere della Sera, e lasciava molto indietro il Popolo della potente Dc. Organizzazione organizzazione, le copie mica cadevano dal cielo, anzi. E così, tra le tante altre cosette, il Pci mette su anche una specifica associazione chiamata "Amici dell'Unità": pochissimi e malissimo pagati funzionari e moltissimi volontari, i quali mandarono avanti per anni e anni una macchina di sostegno al giornale, che spaziava dalla diffusione ad una gamma di iniziative collaterali - gite, convegni, mostre, incontri - che funzionavano da collante e formazione politica sul territorio. Gli Amici dell'Unità li trovavi in ogni città, c'era anche l'apposita "tessera d'onore". Macché Soru e Angelucci (e le sparute copie vendute dell'Unità di oggi), i manifesti agit-prop dei begli anni recitavano "Sottoscrivete un miliardo per la stampa comunista". E il fantastico era che il miliardo veniva sottoscritto per davvero.
Tanto per continuare sul tema, non si possono certo passare sotto silenzio le feste dell'Unità, le mitiche Feste, componente fissa del panorama italiano del dopoguerra, dalle città sino ai più piccoli paesi. Prima Festa nel settembre 1945 a Mariano Comense; l'anno dopo si replica a Modena e Tradate, le presenze sono 500mila; nel 1947 la "moda" è già in voga su scala nazionale, se ne contano 900 in un solo anno.Ancora qualche numero (scusate). «Al di là delle impressionanti cifre, dei milioni e dei miliardi raccolti, delle migliaia e poi milioni di visitatori, delle centinaia e poi migliaia di metri quadri, delle decine e poi migliaia di stand, sin dai primi anni la festa è svago, divertimento, politica, autofinanziamento, cultura, sport, militanza, cucina, musica e tante altre cose ancora» (Edoardo Novelli, C'era una volta il Pci). Le Feste tenute in piedi e fatte vivere alla grande da migliaia e migliaia di militanti, il leggendario popolo dei "volontari delle Feste", appunto (che poi D'Alema ebbe a etichettare come "quelli delle salsicce", e mal gliene incolse...).
Elezioni del 1963? Il Pci aumenta di un milione secco e si attesta oltre il 25%; elezioni del 1968? Il Pci è al 27%; elezioni del 1976? Il Pci è al 33,4%.E nel 1975 la grande avanzata nelle elezioni amministrative pone il Pci alla guida di molte regioni e città, fra cui Roma, Torino, Napoli (nasce qui l'epopea delle giunte rosse, amarcord?).Una sezione per ogni campanile (oltre 8mila), 2milioni di iscritti e un vasto apparato di funzionari - un tempo anche detti "rivoluzionari di professione"... - tutti pagati con il corrispettivo (e anche meno) del salario di un metalmeccanico (circa un milione al mese). «Nel mio Pci si stava attentissimi alle spese - scrive sempre Diego Novelli - Quando sono stato eletto deputato, alla prima riunione del gruppo dovemmo tutti firmare una carta che delegava il segretario amministrativo a riscuotere la metà degli emolumenti che prendevamo. Non avevamo neanche il fastidio di versarli, venivano trattenuti alla fonte».Ma la grande forza, la grande anima del Pci sono loro, i militanti, i compagni, gli uomini e le donne, i giovani e gli anziani che lavorano "per il Partito" con incredibile abnegazione e spirito di sacrificio a titolo assolutamente gratuito: solo per fede, per ideale, per senso del progresso umano, per quello che si chiamava il riscatto di classe. Per quella Bandiera rossa. Per "il Partito", che era arma politica ma anche etica, visione del mondo, antropologia, morale. Avanti popolo, ci credevano in milioni e milioni...
Dicono che avevamo dei difetti, che eravamo conformisti, illiberali, stalinisti, trinariciuti...
Dicono che, dopo l'incredibile '89, il Pci non serviva più, che doveva essere dismesso e butttato al macero.
E così fecero.
Scemi.
di Maria R. Calderoni, Liberazione

Vinti: "Il 21 gennaio 1921 iniziava la straordinaria storia del Pci"

Novanta anni fa nasceva a Livorno il Partito Comunista Italiano, una forza politica che nel corso del ‘900 ha avuto una influenza rilevante per la costruzione della democrazia nel nostro Paese, per la sua modernizzazione, per l’integrazione nella storia e nello sviluppo nazionale di una parte importante della società italiana, la classe operaia e contadina.
Il Pci, infatti, ha svolto un ruolo fondamentale nell’organizzazione dell’opposizione al fascismo e, dopo la svolta di Salerno del 1943, è stata la forza politica che ha avuto una parte centrale nella lotta partigiana, pagando un tributo altissimo di caduti per la libertà, nella ricostruzione del sindacato e delle istituzioni dopo la Liberazione, nella costruzione della democrazia nell’immediato dopoguerra.
Il Pci nel trentennio successivo alla Liberazione è riuscito a organizzare stabilmente una parte della società italiana, i ceti sociali subalterni, cioè il movimento contadino e la classe operaia, e nello stesso tempo si è radicato profondamente nella società, giocando un ruolo nazionale, propulsivo e di trasformazione, che ha accompagnato una profonda e importante stagione di riforme.
Pur essendo all’opposizione il Pci ha svolto una funzione dirigente nella società, contribuendo in maniera decisiva alla modernizzazione del Paese. Un processo storico di grande portata, che ha conosciuto una battuta d’arresto alla fine degli anni settanta nel torbido periodo della strategia della tensione, che si è nutrito di una grande capacità di proporre le riforme strutturali del Paese mettendo a frutto i risultati della buona amministrazione dei governi locali in cui partecipava il Pci, fino alla grande affermazione elettorale del 1975.
Di quella stagione, il Pci dell’Umbria, il suo gruppo dirigente e il corpo militante, sono stati grandi protagonisti. La stagione del regionalismo ha cambiato profondamente il volto dell’Umbria, producendo innovazione, benessere, uno sviluppo equo e sostenibile, elementi di cui beneficiamo ancora oggi con il modello sociale solidale che caratterizza i nostri territori, immune ancora dal darwinismo liberista e dal federalismo egoista e xenofobo del nord leghista e berlusconiano.
Il Pci di Berlinguer, quello che ha raggiunto le più forti affermazioni elettorali, è stato anche quello che più ha innovato, sia nella teoria che nella pratica. Il Pci di Berlinguer, solo per fare alcuni esempi, ha rotto definitivamente con l’ortodossia della guida sovietica nella costruzione del socialismo e ha aperto la strada ad un europeismo di sinistra in cui i comunisti, insieme ai socialisti, ai socialdemocratici e alle forze progressiste avrebbero costruito l’alternativa democratica come passaggio fondamentale per l’introduzione di elementi di socialismo nel modello sociale europeo. Una strada che il Pci tentò anche in Italia, ma che dovette scontrarsi con la reazione delle forze conservatrici, con le trame oscure delle destre e della Dc più reazionaria e che fu chiusa dal “compromesso storico” e dal fallimento di quella strategia.
Ma quell’idea profonda di trasformazione democratica e di alternativa, di cui i comunisti erano motore centrale, ma non unici soggetti attivi, perché necessariamente – con un’idea lontanissima dall’autosufficienza o dalla vocazione maggioritaria di troppi esponenti politici odierni del centrosinistra – andava ricercato il concorso delle forze democratiche, socialiste e progressiste. Gli insegnamenti e le proposte di quella stagione del Pci, che ha prodotto una grande generazione dirigente capace di egemonia profonda nella società, nell’arte, nell’editoria, nella cultura, nella letteratura e nelle scienze, sono di straordinaria attualità.
Per questo, ricordare oggi il novantesimo anniversario della nascita del Pci non ha il sapore del reducismo e neppure vuole avanzare l’idea velleitaria di rifare il partito comunista italiano; piuttosto vogliamo ricordare l’importanza del Pci nella storia italiana del ‘900 con lo spirito di Bernardo di Chartres, sentendoci “nani sulle spalle dei giganti”. Con questo animo, oggi, quando il degrado del Paese sembra aver raggiunto l’apice – come il fascismo nelle “120 giornate di Sodoma” di Pasolini – quando il mondo del lavoro, i suoi diritti e le sue conquiste, sono pesantemente sotto attacco da parte delle destre e degli industriali, quando lo stesso impianto costituzionale vacilla sotto i colpi della generalizzazione del “modello Marchionne” all’intera società, crediamo che i comunisti debbano lottare di nuovo con tutte le forse per ridare dignità al lavoro e alle classi subalterne e che lo debbano fare dentro una sinistra più grande, plurale, unitaria, rispettosa delle differenze tra le diverse pratiche, culture e tradizioni delle forze democratiche e progressiste, ma capace di parlare un solo linguaggio di progresso e di innovazione, basato su un modello di sviluppo solidale, sostenibile con l’ambiente, a difesa dei beni comuni, della pace e del lavoro e fortemente alternativo al liberismo. Questa è la sfida di oggi per i comunisti, questa è l’attualità della proposta politica della migliore stagione politica del Partito Comunista Italiano.
Stefano Vinti,
Segretario regionale Prc Umbria

Agire subito, prima che la cancrena soffochi la democrazia

Il Paese sembra sprofondare nell'abisso della degenerazione del potere.
Ha ragione Mario Tronti: avevamo detto, ormai alcuni decenni fa, «Siate realisti, chiedete l'impossibile; l'impossibile è diventato reale. E l'immaginazione al potere ce la siamo ritrovata nei festini di casa Berlusconi». Condivido l'amaro sarcasmo di Tronti. Un sarcasmo che è anche autocritica per avere troppo spesso sottovalutato che la Seconda Repubblica era la protesi sistemica del liberismo; per avere abbandonato il terreno della cultura politica che ci avrebbe aiutato a capire per tempo che mediatizzazione e populismo presidenzialista spossessavano dei poteri decisionali la cittadinanza; per avere sottovalutato che la difesa della Costituzione sta nella democrazia organizzata e conflittuale come paradigma formativo della formazione sociale e che ogni personalizzazione (anche quando sembra rigogliosamente fiorire a sinistra) è la catastrofe dell'alternativa politica.
La Seconda Repubblica è nata sull'antipolitica (che è cosa ben diversa dalla sacrosanta critica del potere e dei partiti corrotti); ha distrutto partiti, sindacati, senza riformarmarli né rivoluzionarli; ha portato alla degenerazione di gran parte del senso comune, ha corrotto costumi individuali e di massa.
Paolo Flores D'Arcais, direttore di Micromega, scriveva ieri: «Continuare a discutere se Berlusconi possa ancora governare è privo di senso. L'Italia è, grazie alla disinformazione mediatica e alla mancanza di una vera opposizione, completamente immersa nella sindrome»; e propone una nuova «sala della Pallacorda», come il famoso Terzo Stato nel 1789.
Dal sarcasmo si passa, dunque, alla preoccupazione, all'angoscia. Decenni di antipolitica ci restituiscono un Paese incapace di uno scatto democratico, di un sommovimento profondo delle coscienze. Esso sembra sfibrato sul piano della coscienza democratica e della difesa dei diritti. Sessismo patriarcale che mercifica il corpo, con la politica che entra nel corpo delle donne; razzismo di Stato; ferocia repressiva e carceraria; tutto viene metabolizzato dentro lo spettacolo abominevole del presidenzialismo libertino e porcone.
Sarei preoccupato se in questi giorni non prendesse corpo, contro questo potere dominante repressivo e immorale (che non è una patologia, ma una fisiologia sovversiva) un processo di rigenerazione che abbia come punto di riferimento la Costituzione, la difesa dello stato sociale e dell'autonomia dei poteri costituzionali. E' impressionante che, di fronte allo "scandalo" (nella versione evangelica), non ci siano sussulti nella maggioranza; ricordo a noi stessi che, dopo il delitto Matteotti, lo stesso Mussolini dovette subire nelle sue fila sbandamenti individuali e collettivi. Quando Berlusconi, ieri, nel solito videomessaggio, ripetendo grottescamente la storia della nipote di Mubarak, ha gridato, con occhi feroci, «Bisogna punire quei giudici», ha dato il segno del passaggio definitivo dalla democrazia alla satrapia; ha pronunciato parole indicibili degne di un despotismo autoritario.
Ora siamo ad un bivio: o Berlusconi verrà spazzato via o sarà lui a spazzare via il simulacro di Parlamento che ci resta, il controllo giurisdizionale, insediandosi nel futuro al Quirinale. «Punire quei giudici»: Berlusconi come in un incubo ossessivo ha in mente l'ultima scena de Il Caimano (film profetico), in cui la plebe rancorosa e festante osanna il Caimano e dà fuoco al palazzo di Giustizia che aveva osato condannarlo.
Ma mi chiedo: hanno compreso le sinistre che siamo di fronte ad un bivio drammatico? Che non è il tempo di arrovellarsi attorno a governi di unità nazionale o di giochini tattici correntizi, ma di guidare uniti una sollevazione popolare e di andare alle elezioni? Possiamo prendere esempio dalla dignità e dalla cultura del popolo tunisino che ha organizzato i comitati popolari pretendendo «Se ne vada Ben Ali, se ne vadano tutti i predoni?».
Ieri Paolo Ferrero ha proposto a tutte le forze di opposizione una manifestazione nazionale contro il regime, una mobilitazione permanente: è possibile evitare che la conflittualità sociale, non trovando sbocchi né rappresentanza, venga neutralizzata dall'orgia del potere ed indirizzata verso processi di alienazione politica? Siamo giunti al punto massimo, io credo, della sfida; come a Pomigliano, come a Mirafiori; se riusciremo a costruire un processo di assunzione di responsabilità civile e democratica potrà anche improvvisamente cambiare il terreno. Non viviamo, infatti, fasi di gradualismo, di lente accumulazioni di forze; siamo nel terremoto. L'abbattimento dei diritti, in fabbrica, come nella scuola, come nell'autonomia dei poteri costituzionali, ha la stessa matrice: la società autoritaria pretende una organizzazione del lavoro autoritaria. I diritti costituzionali non vengono devastati per la cattiveria di Berlusconi e per il cinismo di Marchionne, ma perché essi rappresentano il capitalismo autoritario in crisi che ha bisogno, per sopravvivere, di distruggere tutte le soggettività organizzate e tutte le autonomie.
La speranza della rinascita democratica non è, allora, altra cosa rispetto al conflitto sociale; viene da lì, dalla splendida e intelligente difesa della dignità delle lavoratrici e dei lavoratori, degli studenti, dei ricercatori, dei precari, degli occupanti di case. Questa volta, sul serio, nessuno si salverà da solo.
Giovanni Russo Spena, Liberazione

mercoledì 19 gennaio 2011

La "bolla" cinese che sostiene tutto

È una noia dover scrivere dell'incontro tra Hu Jintao e Obama ma un giornale non può non parlarne. Al di là del fatto che Obama è un «lame duck President», presidente-anatra zoppa, bersaglio sicuro dei cacciatori, è «noioso» il contesto delle relazioni tra i due paesi, perché falsato dalle dichiarazioni politiche. Esempio: Hu ha detto che il regime del dollaro è finito, cose già sentite in passato, in Europa fin dagli anni Settanta! Hu Jintao non ha la minima idea di cosa proporre al posto del sistema dollaro.
Vuole solo minacciare gli Usa dicendo che la Cina non accetta di subire passivamente i costi finanziari dei surplus cinesi in dollari. Ma - come lucidamente dimostrato sul China Daily del 23 dicembre dall'ex dirigente della Banca del Popolo Yu Yongding - Pechino é vincolata alle esportazioni nette sia per gli interessi della classe capitalistico-statale dominante, sia per la dinamica industriale fondata sulla forza della riproduzione espansiva piuttosto che sulle innovazioni made in China. Quindi se la vita di Hu dipende dalle esportazioni nette, Hu deve continuare sovraccaricarsi di dollari.
In realtà poi Pechino questi dollari li impiega. Decenni addietro si parlava della dollarizzazione dell'America latina come di un disegno finanziario degli Usa. Vero in parte. Tuttavia la dollarizzazione Usa dell'America del sud non é mai decollata ed é implosa con la crisi brasiliana del 1998 e quella argentina del 2001. Oggi però Brasile ed Argentina sono pieni di dollari, grazie alla Cina, direttamente per via delle esportazioni di materie prime ed indirettamente come destinazione dei capitali speculativi dati i prezzi delle derrate e dei prodotti minerari. I surplus cinesi hanno inoltre completamente dollarizzato l'Africa ove Pechino investe massicciamente nei giacimenti e in opere infrastrutturali dall' Africa centrale, all'Etiopia, al Sudan, all'Algeria. Quindi nei fatti Pechino sostiene l'espansione internazionale della moneta statunitense. Quello che Hu intende é una forma di cogestione con Washington della politica monetaria mondiale.
Gli Stati uniti dal canto loro si trovano in contraddizione con se stessi. In vista dell'incontro tra Hu Jintao e Obama, Washington ha preparato una lunga lista di prodotti industriali che la Cina dovrebbe impegnarsi ad importare, riducendo così il deficit verso Pechino e creando un nuovo mercato per le produzioni statunitensi.
Figuriamoci! La realtà é completamente diversa. Le industrie Usa quando possono delocalizzano o subappaltano in Cina. Poco più di un mese fa il Financial Times mise in prima pagina la notizia che la Caterpillar, azienda Usa mondiale di scavatrici affini, chiudeva la filiale nipponica per traslocare in Cina. La strategia delle multinazionali Usa di diluire la produzione nazionale in una catena di subappalti e delocalizzazioni iniziò a fine anni settanta. È dunque un fenomeno non contingente e che non dipende dal valore del dollaro ma dalla differenza assoluta nel costo di lavoro per unità di prodotto e il divario con il Messico prima e la Cina oggi supera di molto ogni concepibile svalutazione del dollaro. Nei giorni scorsi la General Electric ha firmato un accordo di produzione joint venture con società cinesi che contempla un grosso trasferimento di tecnologia alla Cina. Visto il comportamento delle multinazionali Usa possiamo essere certi che il fatto implicherà un'ulteriore ed accentuata delocalizzazione di un comparto Usa ad alta tecnologia. Niente di nuovo sotto il sole.
Certo l'incontro farebbe notizia se Hu dicesse ad Obama, «caro Barack, abbiamo deciso di non fumarci tutta l'aria, già abbiamo i fiumi mortalmente feriti, quindi noi sgonfieremo la bolla di Shanghai, ridurremo la crescita drasticamente ed in ogni caso ne cambieremo il contenuto. Dacci una mano con le tecnologie che hai a casa tua e noi in cambio ti ridiamo i dollari».
Forse Obama sarebbe contento ma non le banche ed i mercati (borse) dei capitali che verrebbero presi dal panico. La bolla cinese si integra con la politica Usa del denaro a costo zero dato alle banche e, con l'Europa in stallo totale, tiene in piedi tutto il socialmente fatiscente sistema economico attuale.
di Joseph Halevi, Il Manifesto