lunedì 28 febbraio 2011

Sciopero generale


Intervista a Nicolosi, segreteria CGIL:"Lo sciopero generale si farà. Marchionne è un eversore".

Nei giorni scorsi ha preso consistenza l’opzione dello sciopero generale della CGIL di cui si discute almeno dal settembre scorso. Costituirebbe un segnale di grande forza, al culmine di una mobilitazione sindacale e sociale che sta toccando vari aspetti, dai contratti alla politica industriale, dalla gestione della crisi fino al “modello Marchionne”. Ne parliamo con Nicola Nicolosi, della segreteria nazionale CGIL, che ci dà subito una importante conferma.

Dopo l'ultimo direttivo nazionale lo sciopero generale è più vicino?
Non è più vicino, c’è già: lo sciopero generale è proclamato a tutti gli effetti.Il direttivo nazionale ha proclamato lo sciopero e ha dato mandato alla segreteria di decidere la data, che dovrà essere la più opportuna per favorire la partecipazione e il montare della protesta …non in luglio o agosto per capirci
Ci arriverete dopo una serie di iniziative già programmate a quanto si legge.
Si il direttivo ha dato indicazione di costruire dei momenti – siano delle marce, delle manifestazioni, delle iniziative – per portare al centro del dibattito i temi del lavoro e dell’uscita dalla crisi, che mancano dalla discussione politica ma che sono fondamentali.
Uscita dalla crisi appunto, perché nonostante i proclami del governo questa crisi c’è ancora, nelle vostre prese di posizione date una valutazione molto grave su come viene gestita
Il punto è avere un progetto di paese. Un piano che parli di dimensione dell’impresa - in particolare nell’Italia dominata dal nanismo industriale - di ricerca e innovazione.Perché nella divisione internazionale del lavoro ogni Stato deve ritagliarsi un ruolo, che per un paese europeo come il nostro deve risiedere nella qualità. Se arretriamo nella qualità della produzione – come sta già avvenendo – la concorrenza dei paesi emergenti ci ammazza.Politica e dirigenti devono farsi carico della strategia industriale perché altrimenti, lasciando imprese e mercato nell’anarchia competitiva, è inevitabile che il paese imbocchi una china di regressione sociale. Ed è anche nel loro interesse, perché da politico riesci ad intercettarle la società se sei adeguato e porti delle soluzioni, altrimenti non servi.
A proposito di piani industriali, quello di Marchionne nonostante il voto di Mirafiori ancora non si è visto. Eppure continua l’azione nel campo delle relazioni sindacali. Qual è la reale entità della minaccia di Marchionne secondo te? Va oltre i confini di FIAT?
Voglio che sia chiaro che il mio giudizio è molto duro. Marchionne ha spinto le relazioni industriali ad un livello di conflitto molto avanzato ed è stato possibile anche per la capacità di FIAT di portare avanti delle iniziative in violazione delle leggi dello Stato (dalla deroga al CCNL alla soppressione anticostituzionale del diritto di sciopero ndr.). La nuova dimensione di azienda Transnazionale ha aggravato ancora di più questo aspetto perché una azienda che attraversa più Stati in qualche modo va oltre, a piacimento, la legge di ogni singolo Stato. Chi cerca di sovvertire il rispetto delle leggi fa eversione.Marchionne insomma è da considerarsi un eversore, per questo è una minaccia gravissima che va affrontata subito prima che apra a derive ancora peggiori.
Il prossimo passo sarà lo sciopero generale della Funzione Pubblica questo 25 marzo, cosa vi aspettate?
Beh prima di tutto ci aspettiamo un grosso successo, perché c’è molta attesa di questo sciopero tra i lavoratori pubblici; soprattutto perché il contratto separato firmato da CISL e UIL non ha portato alcun risultato a loro favore. Si tratta di un accordo che non viene da una logica sindacale ma dalla subordinazione di CISL e UIL che sono ormai andati a costituire la base sociale del blocco storico di questo governo. Infatti mentre il centro-destra è radicato in un blocco storico saldato tra politica e parti sociali, noi siamo privi di quel blocco che era costituito dalla rivoluzione industriale in poi con il movimento operaio, che si coniugava in politica e sindacato.Mentre CISL e UIL hanno scelto un referente politico, la CGIL ne è priva, come è priva ormai l’Italia di un vero blocco storico della sinistra, che si è frammentato. Una cosa che ha conseguenze drammatiche per tutto il paese e a cui bisognerebbe porre rimedio quanto prima.

Sempre proni al potere

Alla Chiesa non interessa il privato del premier”. E perché quello degli italiani sì? Monsignor Negri spiega alla Stampa che il problema non è quello che fa Silvio in casa sua. Ma anche aborto, divorzio e fecondazione assistita sono scelte personali, no?

Da sempre, alla Chiesa interessa cio’ che un governante fa per il bene comune; sui comportamenti personali il giudizio spetta solo a Dio”. E’ quanto sostiene il vescovo di San Marino e Montefeltro Luigi Negri, componente della Cei e presidente della fondazione per il magistero sociale della Chiesa, che nell’intervista pubblicata dalla Stampa, a proposito del premier Silvio Berlusconi e del caso Ruby, spiega: “Se esistono reati, tocca alla legge stabilirlo; e’ inammissibile condannare a priori. Un politico e’ piu’ o meno apprezzabile moralmente in base a quanto si impegna a vantaggio del bene comune, cioe’ di un popolo che viva bene e di una Chiesa che operi in piena liberta’”.
L’ODIO VERSO L’AVVERSARIO – Per il vescovo Negri, “non e’ edificante sentir evocare anche in ambienti cattolici l’indignazione, il disprezzo, l’odio verso l’avversario politico. A far male alla societa’ – ammonisce – sono i Dico, la legislazione laicista, la moralita’ teorizzata e praticata da quanti ci inondano di chiacchiere sulla rilevanza pubblica di taluni comportamenti privati”. Quanto al capo del governo, “sul piano della condotta individuale, indirizziamo a Berlusconi le stesse raccomandazioni rivolte a chiunque altro”. Sottolinea quindi il vescovo di San Marino, considerato vicino al movimento di Comunione e Liberazione: “Le incoerenze etiche di un governante non distruggono il benessere e la liberta’ del popolo”, mentre “gli attacchi alla famiglia e alla sacralita’ della vita devastano la vita sociale”.

Ecco allora che “le priorita’ sono la salvaguardia della vita dal concepimento alla fine naturale e della famiglia eterosessuale, la possibilita’ per la Chiesa di svolgere l’azione formativa e culturale tra la gente”.
E LE CONTRADDIZIONI – Insomma, il vescovo ci spiega che quello che fa in privato Berlusconi sono affari suoi, basta che in pubblico dia dimostrazione di fedeltà a scelte e indicazioni della Chiesa. Una posizione quantomeno originale, che potrebbe essere anche essere utilizzata da preti pedofili ma sempre puntuali ai loro doveri come l’omelia domenicale. Ma più che altro è curioso che Negri consideri “privato” i festini in villa, e però consideri invece “pubblico” l’aborto, il divorzio, la fecondazione assistita: anch’esse, ad occhio, sembrano più che altro scelte private. Sulle quali però la Chiesa rivendica il diritto di dire la propria. Non è questa una contraddizione?

La “buona politica”

La “buona politica” secondo le Fabbriche di Nichi. Luoghi dove si discute ma non si decide

Come tutti i "fenomeni estremi" (Baudrillard docet), le Fabbriche di Nichi sono cartina di tornasole dello spirito del tempo. Ci rivelano cose preziose sul destino della modernità, della democrazia, della sinistra. In particolare, esse mostrano il legame profondissimo che esiste tra l'ideologia dell'autodeterminazione e il dilagare del leaderismo. Non un fenomeno marginale, dunque, ma un prototipo delle nuove forme di soggettività politica che promettono di superare la crisi conclamata dei partiti. Se ne può comprendere la natura, analizzandole alla luce del rapporto che esse istituiscono con il Potere.
Occorre, per questo, ripercorrere alcune tappe recenti del pensiero politico di Vendola, che rivelano il suo deciso sbilanciamento verso una specifica declinazione culturale della sinistra postideologica. Già all'epoca della sua militanza in Rifondazione Comunista, Nichi aveva manifestato ufficialmente (anche attraverso documenti congressuali) la sua convinzione che dovesse essere superata la forma partito e che il Prc avrebbe dovuto fare in questo senso da battistrada, mettendo a rischio tutto, anche la propria stessa esistenza. Più recentemente, egli ha più volte sostenuto che Rifondazione andasse sciolta già dopo il G8 di Genova del 2001. Dal suo punto di vista, solo il "movimento" ha cittadinanza, quello che resta permanentemente nella dimensione dell'orizzontalità e il cui obiettivo unico deve essere, foucaultianamente, la "critica del potere", a ogni livello e in ogni circostanza. Il potere può essere solo criticato, giammai riformato. Convergono chiaramente in questa impostazione gli influssi continentali del radicalismo post-strutturalista e le ispirazioni "americane" della cultura della civicness. Il massimo dell'autodeterminazione coinciderebbe, di fatto, con l'evacuazione dei luoghi del Potere.
Si può fare buona politica solo se, paradossalmente, viene sciolto ogni legame tra i soggetti politici e il Potere. E' per questo che le Fabbriche devono star fuori da competizioni elettorali e questioni di palazzo, per dedicarsi al "fare", alle buone azioni, a testimoniare il bene e a elaborare idee per un mondo migliore. Solo così la politica viene ad essere distillata nella sua purezza, oltre ogni strumentalità e interesse. Questa ideologia rende inutile il codice democratico (in questo senso, piuttosto che postdemocratiche, la Fabbriche sono a-democratiche). La democrazia è necessaria per assicurare l'equa rappresentazione di ciascuno nella gestione del Potere. Ma se questo viene meno come posta in gioco, della democrazia non c'è più bisogno, né all'interno (nella gestione della comunità-Fabbrica), né all'esterno (nel rapporto che il soggetto intrattiene con il livello istituzionale).
Questa ininfluenza della democrazia coincide, se si preferisce, con la massima realizzazione del principio sotteso all'ideologia democratica: la possibilità che a ciascuno venga data sovranità esclusiva sul proprio mondo, senza che egli debba scendere a patti con chicchessia. L'individualizzazione integrale. La Fabbrica assicura, infatti, il massimo di autodeterminazione. Un'istanza di democratizzazione all'interno delle Fabbriche sarebbe irricevibile poiché nessuno impedisce alcunché, ciascuno è libero di manifestare (via web, nelle assemblee, ecc.) qualsiasi idea e di realizzare qualsivoglia iniziativa (anche in contrasto con quelle suggerite dallo staff centrale). Ognuno è libero di attivarsi, in ossequio allo spirito volontarista. La Fabbrica Zero (il dominus dell'organizzazione collocato a Bari) viene raffigurata come un mero coordinamento "tecnico", in quanto tale abitato da "esperti" di organizzazione, marketing e comunicazione. Non si tratta più di definire discorsivamente un destino collettivo, assicurando che tutti abbiano le stesse opportunità di parteciparvi. La Fabbrica è solo uno spazio liscio in cui ciascuno può deporre la propria azione.
Questo assetto è, tuttavia, problematico. Ci si chiede, innanzi tutto: se si tratta davvero di uno spazio liscio di autodeterminazione e se l'organismo collettivo non viene definito discorsivamente dai partecipanti (dal legein, direbbe Magatti), dove sta il "collante comunitario"? In assenza di un'auto-istituzione collettiva (cfr. Castoriadis), chi determina la comunità-Fabbrica? Che cos'è che ri-lega i partecipanti? Due cose, essenzialmente: la tecnica e l'emozione (il teukein e il pathos, direbbe sempre Magatti). Il teukein si materializza in diverse forme: la piattaforma web che connette le esternazioni degli "operai" (attraverso il sito e le pagine Facebook delle Fabbriche e dello stesso Nichi), il nucleo dei professionisti della comunicazione collocati nella Fabbrica Zero, i quali conferiscono coerenza stilistica alla comunità, attraverso la costruzione di un vero e proprio brand ecc. Il pathos coincide con l'emozione collettiva suscitata dal prodotto-Fabbrica ma, soprattutto, con l'attaccamento alla figura carismatica del leader, Nichi Vendola.
E qui giungiamo al secondo problema: se il faro è l'auto-determinazione e lo stigma sul potere sovrano, come si fa a giustificare il servizio reso dalle Fabbriche al Potere? E' indubbio, infatti, che esse nascono apposta per sostenere un attore politico e promuoverne l'ascesa dentro le istituzioni. La loro stessa esistenza è legata a filo doppio alla vicenda politico-istituzionale di un singolo soggetto, nominativamente identificato. Esse però, per statuto, non possono avere voce in capitolo sulle scelte politiche adottate da questo soggetto e dalla compagine di governo che egli guida. Le Fabbriche servono un soggetto e un progetto politico sui quali, tuttavia, non possono esercitare alcuna forma di sovranità o di mero controllo. Ma tutto questo viene giustificato proprio grazie alla specifica configurazione carismatica di Vendola. La "superiorità" del Presidente non si deve alle doti di condottiero, bensì alla sua peculiare capacità di resistere al Potere. Una sorta di rovesciamento semantico della legittimazione carismatica. Le Fabbriche (buone, perché aliene al Potere) servono un soggetto che a sua volta è buono in quanto soggettivamente impermeabile alle lusinghe del Potere. Grazie a questa "credenza fondativa", a questa garanzia personale, gli operai possono disoccuparsi di quanto avviene nel Palazzo. Nichi è un roditore infiltratosi nelle istituzioni per svuotarle dall'interno e assicurare così ai cittadini il massimo grado di autodeterminazione. E' così che, paradossalmente, il massimo dispiegamento della logica di autodeterminazione conduce diritto al massimo di etero-determinazione, ossia ad un assetto di potere tendenzialmente sciolto dal controllo e dalle scelte di una comunità democraticamente istituita.
Né vale obiettare che a questa funzione risponde Sinistra Ecologia e Libertà, se è vero, come ricorda Claudio Bazzocchi, che Nichi Vendola: «alla convention barese di luglio delle Fabbriche ha avanzato la propria candidatura alle primarie del centrosinistra, senza passare al vaglio degli organismi dirigenti del partito. Ed è con i suoi ragazzi che prepara la piattaforma programmatica ("C'è un'Italia migliore" ndr). Partito e organismi dirigenti vengono scavalcati, tanto da far sorgere il dubbio che il vero gruppo dirigente non sia quello uscito democraticamente eletto dal congresso di Firenze dell'ottobre scorso, bensì quello riunito attorno al capo nella sua associazione personale, che nessuno ha eletto, nemmeno nelle stesse Fabbriche».
Onofrio Romano. Liberazione

Tronti: «La sinistra riparta dalle idee e non dai leader»


Intervista a Mario Tronti filosofo, presidente del Centro per la riforma dello Stato
Non ha dubbi Mario Tronti. Per il filosofo, nonché presidente del Crs (Centro per la riforma dello Stato), la sinistra in Italia se vuole tornare a contare e a riappropriarsi di un'identità che sembra svanita nel nulla deve mettere in discussione la deriva personalistica che ha coinvolto tutti, sia il Pd che la sinistra radicale.

Professor Tronti, da quando inizia questo lento ma inevitabile abbandono della forma partito novecentesca da parte della sinistra italiana? Dalla caduta del Muro di Berlino o più tardi, con l'arrivo di Berlusconi, che certamente ha imposto un modello che in tanti poi hanno voluto imitare?
La deriva sicuramente comincia nei primi anni '90. La caduta del Muro nell'89 ha senz'altro contribuito a mettere in crisi un apparato che si reggeva molto sulle forme organizzate della politica, soprattutto a sinistra. Però io penso che la vera crisi viene dopo, ed è molto dentro anche l'anomalia italiana. Perché poi negli altri paesi non c'è stato questo grande crollo della forma partito. I partiti sono rimasti più o meno in campo, tutti ricchi un po' della propria tradizione sia pure in tono minore rispetto al passato. Invece qui è accaduto qualcosa secondo me molto prima della discesa in campo di Berlusconi. Ci fu una summa di cause: intanto il passaggio di Tangentopoli e la crisi dei partiti italiani, soprattutto di governo ma anche di quelli di sinistra che governavano localmente. Quello è stato un momento in cui i partiti sono stati visti come qualche cosa di molto legato alla corruzione del ceto politico, ed è cominciata una vicenda sfociata poi nell'antipolitica. Una fase giustizialista che la sinistra ha cavalcato perché sembrava che andasse a proprio favore. L'altro passaggio, secondo me ancor più fondamentale, riguarda tutta la vicenda cosiddetta referendaria. Quando si è cominciato a cambiare la legge elettorale attraverso i referendum. E lì è venuta avanti l'idea che bisognasse istituire questo rapporto diretto tra cittadino sovrano e scelta di governo, senza più la mediazione dei partiti. Una vicenda molto pesante che è stata successivamente presa in mano anche dalla sinistra.
Fa riferimento al patto Occhetto-Segni?
Sì, e fu devastante. Contribuì all'affermazione dell'idea che tutti i partiti in fondo fossero corrotti, non servivano più per governare perché la governabilità veniva assicurata da una legge elettorale che doveva essere maggioritaria e in quanto tale fondamentalmente anti-partito perché li costringe a schierarsi dentro una coalizione e a scomparire dentro di essa. Tutte queste cause sommate poi hanno portato nel '94 alla famosa scesa in campo di chi ha visto in questo vuoto creato dalla destrutturazione dei partiti una possibilità per proporre una nuova forma, populista, direttista. Da lì poi non si è più riusciti a tornare indietro purtroppo.
Questa deriva ha fatto mancare quello che può essere considerato un po' il sale della democrazia, ovvero la partecipazione democratica. Che cosa ne pensa?
I partiti sono forme di mobilitazione di massa, almeno così come erano stati concepiti e sperimentati nella seconda metà del '900. E soprattutto in Italia dove vivevano su grandi componenti popolari, quella cattolica, quella socialista e comunista. Che era popolo reale che si riconosceva dentro questi contenitori e quindi in questo senso attraverso il partito partecipava alla vita politica. Lo stato dei partiti è venuto fuori anche sull'onda di un dettato costituzionale perché la nostra Costituzione appunto li prevede. Poi naturalmente ci sono state delle degenerazioni perché è mancato un ricambio corretto dei gruppi dirigenti e anche perché quelle componenti popolari si sono disgregate socialmente. L'errore, secondo me, è stato quello di non avviare una grande riforma dei partiti, adeguandoli anche alle nuove condizioni, alle nuove situazioni. Al contrario, questa riforma non è stata fatta e si è passati ad una loro destrutturazione. E la mia idea è che questa crisi dei partiti è stata all'origine della crisi della politica e del distacco vero dei cittadini dalla politica. I partiti, in quanto tali, assicurano un rapporto quasi quotidiano del cittadino con la politica che altrimenti si riduce ad una volta ogni tanto. Quando c'è il rito elettorale, o le primarie in questi ultimi anni, insomma a scadenza. Poi per il resto ognuno resta a casa sua a fare i fatti propri.
Nel Pd Veltroni è stato quello più impegnato nel proporre questa leadership personalistica tutta legata al modello maggioritario e bipolare. A sinistra invece è Nichi Vendola, che in qualche modo rappresenta una variante del veltronismo, ad andare per la maggiore. Due facce della stessa medaglia?
La carta veltroniana, secondo me, è molto in sintonia con il passaggio che attraverso Occhetto ha portato alle nuove forme di partito e lui ha rivendicato in questo senso una certa coerenza. Cosa vera perché in quella via era già segnata l'idea che in fondo il partito era una forma vecchia e che tutto andava affidato alla spontaneità della mobilitazioni della cosiddetta società civile, considerata più virtuosa. Dall'altra parte nella sinistra radicale c'è stata una eccessiva condiscendenza alle forme di movimento che sono state viste come sostitutive dei partiti, e non complementari come dovrebbero essere. L'idea che i movimenti potessero essere la nuova forma della politica sostitutiva del partito è stata un errore. In realtà le due forme devono per forza convivere. Insomma sia da destra che da sinistra si sono create le premesse per una forma di destrutturazione dei partiti e dunque anche della forma organizzata della politica, come se quest'ultima non avesse appunto più bisogno di una organizzazione. Nell'ultimo numero di Democrazia e Diritto si tende un po' a falsificare questa idea, dicendo che i partiti possono anche aver avuto una crisi della loro struttura, però non si possono eliminare. Devono essere rinnovati con una nuova idea di partito.
Come si esce da questa situazione? Bersani può rappresentare un'inversione di tendenza nel Pd rispetto al corso veltroniano? E che strada prenderà Nichi Vendola, con Sel e le sue fabbriche?
La situazione è certamente complessa e difficile da gestire. Bisogna lavorare dentro un progetto che non può più accettare che un Paese come il nostro, politico per eccellenza, sia l'unico in Europa senza una grande forza della sinistra. Come non è accettabile l'idea che in Italia ci sia solo un Pd che si definisce di "centro-sinistra", e una sinistra piccola non sufficiente per giocare un ruolo politico generale. Il progetto è dunque quello di ricostruire questa grande forza. Bersani sta facendo un lavoro che anch'io guardo con favore perché intanto rifiuta l'idea del partito personale. Per quanto mi riguarda ho raccomandato di cominciare a togliere il nome dei leader dai simboli di partiti e dalla scheda elettorale per tornare a partiti che non siano di un capo ma di un progetto, con un programma, un gruppo dirigente riconoscibile ed autorevole. E dobbiamo andare alle elezioni così, con la gente che deve scegliere appunto una forza politica e non un leader. Questo è fondamentale soprattutto per la sinistra che non può affidarsi ad una persona sola. Anche Vendola, che io ritengo essere una grande risorsa, deve pensarsi come un elemento di forza all'interno di una sinistra più grande, e non come qualcosa che mette in gioco unicamente la sua persona. Le stesse Fabbriche di Nichi dovrebbero contribuire a questo. L'esperimento può essere anche positivo, come sono positive tutte le aggregazioni di base, però bisogna portarle verso l'alto, ad una forma di riorganizzazione della politica di sinistra che si dichiari alternativa non solo al berlusconismo ma a quello che gli sta dietro, e cioé al bipolarismo, alla logica del maggioritario, con un ritorno dei partiti in parlamento, capaci di giocare la loro presenza attraverso le proprie idee e i propri militanti.
Vittorio Bonanni, Liberazione

Le parole in libertà di Bertoldo

MONSIGNOR BERTOLDO: "SONO LE DONNE CHE INDUCONO IN TENTAZIONE I LORO STUPRATORI, FANNO PIU' VITTIME DEI PRETI PEDOFILI"

"Se una donna cammina in modo sensuale o provocatorio, qualche responsabilità nell’evento ce l’ha perché anche indurre in tentazione é peccato. Dunque una donna che camminando in modo procace suscita reazioni eccessive o violente, pecca in tentazione".
Sono parole di Monsignor Arduino Bertoldo, vescovo di Foligno. Per chi non lo conoscesse, ecco un paio di illuminanti esternazioni: l’aborto crea più vittime dei pochi preti pedofili; Berlusconi ha fatto una ragazzata, a proposito del Rubygate.
Quindi, secondo quest’uomo talmente timorato di Dio che ha deciso di dedicargli la sua vita, se una donna, di qualsiasi età, viene picchiata, violentata, stuprata, se l’è andata a cercare. Probabilmente, secondo l’esimio vescovo, noi donne dovremmo indossare il burka. Così facendo, però, passeremmo alla concorrenza. Che ne pensa, in merito?
In ogni modo, non risolveremo la questione: si può ancheggiare anche coperte dalla testa ai piedi. Sfido anche la fanciulla più sgraziata a camminare rigida con un soldatino. E’ la conformazione fisica che ci porta ad avere questo tipo di andatura, da peccatrici. Ma il nostro corpo, esimio monsignore, è un dono di Dio, secondo il credo cattolico. Quindi? Dobbiamo sporgere reclamo al Padre Eterno?
Ieri, una studentessa era seduta in metropolitana, a Roma. Un uomo davanti a lei comincia a guardarla insistentemente, mentre si tocca i genitali. Dopo qualche fermata, la ragazza scende e lo sconosciuto la segue. Gli altri passeggeri, come accade spesso, badano agli affari propri, sbirciando incuriositi. Non penso che ancheggiasse peccaminosamente, da seduta. E nemmeno mentre scappava. Sempre per rimanere nei casti parametri di monsignor Arduino.
Finalmente interviene il capostazione in difesa della ragazza. Lei, allora, prende coraggio e minaccia di denuncia il suo persecutore. Lui la insulta e la spintona. Dodici minuti dopo arrivano gli addetti della sicurezza e trattengono l’uomo, che non smette di inveire e di mettere le mani addosso alla ragazza che, intanto, chiama, invano, il 112. Al sesto tentativo i carabinieri le rispondono che non sanno dov’è la fermata Subaugusta, quindi non possono intervenire. Sono, invece, molto interessati a sapere come riesca a contattarli, via cellulare, sottoterra.
Finalmente, una pattuglia della polizia che passava sulla banchina per controllino di routine, dopo il racconto della studentessa, accompagna l’uomo in Questura. Dagli accertamenti è emerso che il fermato aveva già tentato, giorni addietro, di violentare una bambina.
Ora, chiedo a monsignor Bertoldo: anche la bambina induceva in tentazione? Anche lei si muoveva procace?
Come la mettiamo, invece, con la storia di don Pezzini? Condannato a 10 anni per aver abusato di un ragazzino del Bangladesh, tra il 2006 e il 2009. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, il prete avvicinò il ragazzino, allora 13enne, in un parco. Il bambino, perché a 13 anni sei solo un bambino, viveva in condizioni economiche molto difficili e don Pezzini si offrì di aiutarlo. Dopo di che l’ha convinto ad avere ripetuti rapporti sessuali con lui. Il 21 dicembre 2010 è arrivata la condanna e adesso, poco più di due mesi dopo, don Pezzini, 73 anni, ha ottenuto gli arresti domiciliari.
Mi rivolgo ancora a monsignor Bertoldo: anche il ragazzino si è posto in modo procace? Secondo le parole del vescovo, don Domenico Pezzini è uno dei pochi preti pedofili, che vanno certamente puniti, anche se fanno meno vittime, neanche a dirlo, delle donne che abortiscono: sarà per questo che verrà trasferito in un monastero, dove, mi risulta, la clausura è una specie di regola di vita. Mi domando dove stia la punizione.

domenica 27 febbraio 2011 alle ore 20.53

venerdì 25 febbraio 2011

Tu quoque, Nichi


Nello scandalo della sanità pugliese il gip archivia la posizione di Nichi Vendola, ma accusa la sua vecchia giunta di "lottizzazione sistematica". Chiesto l'arresto per l'ex assessore Tedesco. A indagine già iniziata il Pd lo ha nominato senatore. E adesso, in parlamento, dovrà votare sulle sue manetteEmergono intercettazioni politicamente imbarazzanti dall'inchiesta che ieri ha portato all'arresto di otto persone. Il gip scrive: "La prassi politica dello spoil system era talmente imperante da indurre Vendola, pur di sostenere alla nomina di direzione generale un suo protetto, addirittura il cambiamento di una legge". Il candidato del governatore, infatti, non aveva i requisiti per recepire quel ruolo. E Vendola, al telefono, ipotizzava di aggirare così l'ostacolo

L’inchiesta della Procura di Bari sulla sanità pugliese illumina uno scenario che non può essere relegato alla sola vicenda giudiziaria: al centro dello scandalo c’è la gestione politica operata dal Pd e dal presidente Nichi Vendola.
Ieri il gip Giuseppe De Benedictis ha firmato la richiesta d’arresto per il senatore del Pd Alberto Tedesco, trasmessa alla Giunta parlamentare per le autorizzazioni a procedere. L’ex assessore regionale alla Sanità è indagato per vari episodi di concussione: secondo l’accusa “pilotava le nomine dei dirigenti generali delle Asl pugliesi verso persone di propria fiducia e, attraverso questi, controllava la nomina dei direttori amministrativi e sanitari in modo da dirottare le gare di appalto e le forniture verso imprenditori a lui legati da vincoli familiari o da interessi economici ed elettorali”. Se la sua richiesta di arresto – arrivata comunque dopo ben due anni d’indagine – pende dinanzi alla Giunta è perché, a indagini in corso, Tedesco fu nominato senatore, come primo dei non eletti, grazie alla scelta del Pd di candidare alle elezioni europee Paolo De Castro, che lasciò libero il suo posto in Senato.
Nei documenti il gip descrive uncollaudato sistema criminale, stabilmente radicato nei vertici politico-amministrativi della sanità regionale”.Lo scenario è quello di una spartizione nella quale Nichi Vendola svolge un ruolo che – seppure molto diffuso e giudicato dall’accusa non penalmente rilevante – non è politicamente edificante.
In una nota il gip verga una critica per niente velata sulla posizione del governatore pugliese, per il quale, la procura, dopo aver disposto l’iscrizione nel registro degli indagati, ha chiesto l’archiviazione. Le 316 pagine firmate dal gip sono un duro atto di condanna alla politica pugliese:
Le indagini – scrive de Benedictis – hanno dimostrato che la invasività della politica non era una cosa sporadica ma, purtroppo, tutte le decisioni e gli indirizzi di politica sanitaria erano orientati quasi esclusivamente in una prospettiva clientelare di ritorno del consenso elettorale e di acquisizione di indebite utilità nelle gare pubbliche”.
Anche il segretario regionale del Pd, nonché sindaco di Bari Michele Emiliano, parlando con Tedesco (mentre Vendola voleva sostituirlo all’assessorato nel 2008) parla della sanità come di un sistema di consensi: “Lui (Vendola, ndr) dice: ‘io, in questa maniera, mi impadronisco del sottosistema e nelle prossime elezioni, l’Assessorato anzichè stare in mano al Pd sta in mano a me’…”.
Ma il passaggio più duro, per la credibilità di Vendola e della sua politica sanitaria, arriva dall’analisi del capo d’imputazione “F-3” attribuito a Tedesco: l’abuso d’ufficio per aver chiesto a Guido Scoditti (anch’egli arrestato ieri) di “rimuovere il direttore sanitario della Asl di Lecce Francesco Sanapo e di nominare, al suo posto, il dottor Umberto Caracciolo, più disponibile a esaudire ordini dall’alto”. Sulla “destituzione” di Sanapo è d’accordo anche Vendola ma, secondo l’accusa, non vi sarebbe reato: il governatore avrebbe agito seguendo la logica dello “Spoil System”.
Ma il gip critica l’impostazione della procura. “L’adesione del governatore Vendola alla destituzione di Sanapo – scrive il gip – secondo la procura è stata dettata da criteri di spoil system, a differenza da quanto ritenuto per Tedesco”. Poi aggiunge un episodio politicamente rilevante: “La prassi politica dello spoil system era talmente imperante da indurre Vendola, pur di sostenere alla nomina di direttore generale un suo protetto, addirittura il cambiamento di una legge per superare, con una nuova legge a usum delphini, gli ostacoli che la norma frapponeva”. Dice Tedesco al telefono: “Quello non ha i requisiti sta come direttore generale, quello che vuoi nominare”. “O madonna santa – risponde Vendola – la legge non la possiamo modificare?”. Vendola ipotizza quindi una sorta di legge ad personam.
Ma qual è la differenza con Tedesco considerato che, come sottolinea il gip, “non solo Tedesco, ma anche Vendola, ha fortemente voluto la sostituzione di Sanapo con Caracciolo”? Il gip aggiunge che la richiesta di archiviazione – poi accolta – per Vendola avviene perché “la pubblica accusa non ha ritenuto sostenibile neppure l’abuso d’ufficio”. Lo stesso abuso d’ufficio che, insussistente per Vendola, per lo stesso episodio, viene contestato a Tedesco e Scoditti.
Il governatore (che a causa dell’inchiesta azzerò la Giunta) ha commentato «Le nostre comunicazioni telefoniche quando esse non sono incardinate dentro un reato, dentro una ipotesi di reato, valgono per quello che valgono. Cioè, dal punto di vista giudiziario, direi nulla”.
da Il Fatto quotidiano

Calistri:Federazione tra disegno strategico e pratica politica

Non v'è dubbio, viviamo tempi difficili, che vedono, da un lato, sempre più diffusi ed estesi segnali di crisi del modello economico e sociale imperante, di un liberismo globalizzato che si mostra incapace di governare le contraddizioni economiche e sociali da lui stesso alimentate ed esponenzialmente accresciute: gli accadimenti drammatici che in questi giorni stanno interessando i paesi ed i popoli della sponda africana del Mediterraneo si iscrivono a pieno titolo in questo quadro generale di crisi di un modello economico che esaspera ed esalta le diseguaglianze ma che, nel suo essere globalizzato, le rende esplicite, percepibili come tali e quindi governabili solo con la forza (la pratica della guerra fino alla guerra preventiva).
Dall'altro un'assordante mancanza di un'alternativa, di una proposta, per dirla con un vecchio slogan, che indichi un “altro mondo possibile” , dove quel possibile va letto come praticabile hic et nunc. Al momento a Nord come a Sud del mondo, ad Est come ad Ovest, le uniche alternative in campo e che raccolgono consensi crescenti, sono il populismo ed il fondamentalismo, due opzioni opposte ma in grado di rispondere a domande emotive e suscitare passioni.

Se guardiamo all'Occidente le forze politiche conservatrici e quelle socialiste nella loro progressiva convergenza verso il centro hanno finito per assomigliarsi sempre di più, fino a confondersi sul piano programmatico. In questo progressivo spostamento al centro (qualcuno ricorderà frasi del tipo “è al centro che si vince”) ha finito per espellere dalla politica, dalla rappresentanza gli strati popolari, quelli che oggi più duramente di altri pagano la crisi. Da qui la disaffezione al voto o il rivolgersi al populismo di una destra xenofoba, in tutte le sue varianti dal Fronte Nazionale di Le Pen alla Lega di Bossi.
Per la Sinistra che, a ragione, si definisce di alternativa si tratta di ricostruire un progetto di alternativa, rielaborando le ragioni del socialismo del secolo passato. Il progetto di Federazione della Sinistra, ed in questo è il suo vero tratto distintivo, si iscrive in questo orizzonte e a questo orizzonte è necessario tenerlo ancorato e da questa prospettiva lanciare la sfida alle altre componenti dello schieramento progressista nel nostro paese. In questo sta la diversità e l'originalità della proposta della Federazione. In questo sta, usando un termine antico, la diversità della Federazione. Poi viene tutto il resto.
Ma attenzione non siamo più nei tempi del vecchio PCI quando, mi si passi la banalizzazione, era concesso un certo livello di non coerenza tra il sol dell'avvenire e la pratica politica quotidiana: oggi è richiesto, di più, siamo giudicati, da quello che riteniamo essere il nostro elettorato di riferimento, proprio sulla base della coerenza tra orizzonte e pratica politica.
Se questo è l'impianto strategico allora con altrettanta chiarezza va detto che, per lo meno per quanto riguarda l'Umbria, lo scarto tra la prospettiva di lungo termine, l'orizzonte cui prima si accennava, e l'agire quotidiano dei vari spezzoni della Federazione (perché qui in Umbria la Federazione come soggetto politico unitario fino ad oggi non è mai esistita) è stato assai grande:troppo grande Il problema non è, nel piccolo dell'Umbria, se stiamo o non stiamo sui mass media, ma come ci stiamo e per cosa. Da un'ipotetica rassegna massmediologica umbra dell'ultimo anno e mezzo, l'immagine della Federazione non ne esce un granché bene e, conseguentemente, la sua capacità di attrazione sta scendendo rapidamente sotto lo zero (e i sondaggi lo testimoniano ampiamente). In altre parole non si percepisce la novità della proposta politica, mentre al contrario ne escono accentuati gli aspetti non certo esaltanti di una politica tutta di palazzo, di scontri interni, di assetti organizzativi.
Giovedì sera a Ponte San Giovanni il segretario PRC Paolo Ferrero ha tracciato una sorta di road map di iniziative e mobilitazioni che dovrebbero vedere nei prossimi mesi la Federazione come soggetto promotore e protagonista (e non semplice gregario come fino ad oggi): la gran parte delle proposte, dei temi rispetto ai quali organizzare la mobilitazione sociale sono esattamente quelli a suo tempo indicati nella proposta di Piano regionale straordinario del lavoro, inopinatamente lasciato cadere. Il segretario del PDCI umbro, Giuseppe Mascio, ha solennemente dichiarato la volontà della sua forza politica di lavorare per la costruzione della Federazione.
Bene, se la Federazione non vuole all'attenzione dei mass media solo per questioni di scontri interni e di assetti (come è stato fino ad adesso, oscurando quel poco di positivo che pur è stato fatto) convochi una assemblea regionale sul Lavoro e da qui si vada ad iniziative di mobilitazione nei territori, per far sapere agli umbri che la Federazione esiste, è un soggetto politico in campo che propone una sua prospettiva di alternativa a questo modello di non sviluppo, che fa sue fino in fondo le ragioni del lavoro e che partendo da questo specifico punto di osservazione è in grado di avanzare proposte concrete.

Franco Calistri, Socialismo 2000

Come si costruisce un partito comunista

Senza aver potuto partecipare attivamente e direttamente alla fase più recente delle discussioni riguardanti il Prc e la FdS, affido a queste poche righe alcune mie riflessioni sulla “fase”, sull’unità dei comunisti e sul futuro del partito al quale rivendico con orgoglio l’iscrizione dal 1991.
Un "non-nuovo" appello sull’unità dei comunisti ha suscitato una "non-nuova" discussione e polemica. Io sono stato tra i firmatari del primo appello “comunisti uniti”, che nella mia testa (ma anche nella lettera del testo) avrebbe dovuto avvicinare i due maggiori partiti comunisti ma non solo, avrebbe dovuto creare un terreno di discussione e di elaborazione rivolto al futuro, facendo anche tesoro del nostro patrimonio storico e culturale, senza nascondere però errori e scelte sbagliate, rispetto ai quali rivendicare elementi di discontinuità anche profonda. Un appello ai gruppi dirigenti della “galassia comunista” ad iniziare un nuovo percorso, per chiudere la pagina delle scissioni ed aprire una fase nuova. Un appello che ho ritenuto fosse giusto sostenere ma che ha finito per legittimare un’operazione allora (come oggi) francamente indigeribile (“strappo” con il Prc e attrazione verso il Pdci).
Da una parte, Bertinotti, Vendola e soci tentavano la spallata finale all’idea stessa della presenza dei comunisti organizzati in Italia, dall’altra qualcuno prendeva questo pretesto per pensare di uscire da un partito che sentiva sempre meno “suo” e rifugiarsi presso i comunisti italiani: Chianciano ha aperto per fortuna una nuova fase nella vita del Prc, dato troppo presto per morto; fase che faccio fatica a considerare esaurita nella sua dimensione strategica e “rifondativa” nel senso genuino del termine.
Forse, su questo, stiamo lavorando troppo poco, finendo per concedere spazio a vecchi e reciproci stereotipi. Perché, invece di dividerci su ragionamenti e progetti del tutto astratti, non proviamo a
concentrare le forze sulla “rifondazione” di una moderna forza comunista e di sinistra in grado di reggere lo scontro con il capitale, in grado di tenere insieme la parte migliore della storia del movimento operaio e comunista italiano come internazionale con le nuove esperienze ed elaborazioni che hanno caratterizzato gli ambienti della “nuova sinistra” in Italia ed in Europa? Su questo terreno determinante per il futuro, come sulla costruzione di un’identità dinamica, in movimento, non riusciamo a produrre uno scatto, ad indirizzare la rotta, a ruotare il timone della ricerca collettiva.
Quest’ultimo, nuovo appello all’unità non sembra aggiungere granché alla discussione. Non serve un saldatore per assemblare pezzi di comunisti; pezzi di partito con altri, gruppi e gruppetti, diaspore varie… con il risultato finale di essere tutti, ma proprio tutti, più deboli. I partiti comunisti nascono e vivono solamente grazie all’azione consapevole di dirigenti e militanti, solamente se hanno un grande progetto di trasformazione sociale alle spalle intorno al quale aggregare forze vecchie e nuove, adattandosi certo ai singoli contesti per poterli poi cambiare e radicandosi nelle rispettive società.
Progetto politico, progetto sociale ed organizzazione costituiscono i tre elementi fondamentali per il successo o il fallimento non solo dei comunisti, ma anche della sinistra radicale più generalmente intesa. Comunisti e sinistra radicale che devono trovare la necessità di convivere, almeno in questa fase e soprattutto in Europa, dando vita ad un grande progetto di trasformazione sociale, di alternativa di società. Su questo i comunisti dovrebbero poter giocare un ruolo fondamentale, utilizzando in maniera creativa ed aperta il materialismo storico dialettico, uno straordinario strumento di elaborazione politica e di lotta.
Gli operai di San Pietroburgo e il gruppo dirigente bolscevico nel 1917 sono stati protagonisti di un evento che ha cambiato la storia del mondo e che appartiene a tutta l’umanità oppressa, ma chi in Cina pochi anni dopo ha tentato di applicare meccanicamente quel modello ad una realtà economica, sociale e culturale completamente differente, ha rischiato di condurre il partito allo sfascio e la rivoluzione alla sconfitta. Mao, interpretando Lenin e non copiandolo, ha costruito un processo rivoluzionario del tutto originale, con al centro un “nuovo” soggetto, e talmente rispondente alle esigenze della società cinese da risultare vincente
. Per questo tutte le nostre forze dovrebbero essere concentrate alla costruzione di un progetto di società all’altezza dello scontro in atto e dei tempi, all’altezza delle nuove sfide poste dal capitalismo, elemento che ci consentirebbe forse di aggregare nuove forze, superando così l’astrattezza di una discussione tutta ideologica che porta inevitabilmente a dividerci. Sull’unità dei comunisti come su Sel.
Sarebbe forse sufficiente provare a far funzionare meglio quanto esiste, moltiplicando il lavoro di inchiesta sulle fabbriche in crisi e sulle nuove povertà, sulle caratteristiche di una classe lavoratrice molto diversa da quella che abbiamo ereditato dallo scorso secolo, sull’uso delle tecnologie (rivoluzione informatica e robotica) nei processi produttivi nell’ottica della liberazione del lavoro e del lavoratore… ma anche sulla vita nelle città, su un modello di sviluppo non più sostenibile, sui diritti calpestati, sui nuovi bisogni, ecc… Sulle varie facce e sfaccettature della crisi del neoliberismo,
insomma, elaborando proposte e sperando, giova ripeterselo, di aggregare per questa nuove forze.
Questa è la vera scommessa che abbiamo di fronte, come Prc e come Federazione della Sinistra; qui sta la differenza tra una stentata e precaria esistenza ed un possibile rilancio di entrambi i soggetti. Noi viviamo in una società in crisi certo, ma che mantiene una grande complessità: in questo contesto dobbiamo imparare anche nuovi linguaggi, dobbiamo saperci mettere in discussione, cambiare quello che riteniamo di dover cambiare… esattamente come hanno fatto i migliori e più creativi interpreti del marxismo dello scorso secolo!
L’alternativa di società non può e non deve essere in contraddizione con il socialismo: come si può essere comunisti in Italia nel 2011 senza porsi i temi della nuova classe operaia e di una nuova idea di liberazione del lavoro? Senza porsi sul terreno delle vertenze ambientali e su un modello di sviluppo che svincoli il rispetto dell’ambiente e delle comunità dalle compatibilità economiche? Senza porsi il tema dei nuovi diritti e di come sviluppare un sistema politico e giuridico in grado di allargare (e non restringere) le libertà individuali e collettive rispetto alle “democrazie borghesi” in piena crisi?
Per questo dobbiamo allontanarci da ogni forma o visione autoritaria di socialismo, valorizzando altre pagine della nostra storia: a testa alta, da comunisti, possiamo rivendicare l’incontro del maggio 1968 a Praga tra Dubcek e Longo (non Berlinguer, non Occhetto, ma Longo!), nel corso del quale il Segretario del Pci (unico nel suo genere) si è schierato senza tentennamenti a fianco delle riforme, del nuovo corso, della necessità di coniugare socialismo e libertà individuali e collettive. Così come possiamo fare nostra, in una sintesi alta e reciproca, tanta parte della storia della nuova sinistra, che ha dato un contributo fondamentale per la costruzione di una sinistra moderna in termini di analisi, di contenuti e talvolta anche di forme originali di lotta.
Per questo sono e resto convinto che sia proprio il Prc il soggetto politico che ancora oggi, pur con tutti i limiti e le contraddizioni del caso, possa portare, da tutti questi punti di vista, un contributo essenziale alla Federazione della Sinistra. Di mente e di cuore, di elaborazione e di militanza.
La Federazione ha di fronte, secondo me, una sola, prioritaria “necessità” per uscire dal torpore e dall’ambiguità:
aprirsi all’esterno, costruendo una fitta rete di relazioni con forze sociali ed ambientali, con gli studenti ed i migranti, con tutti coloro che vogliono provare a cambiare questo mondo e le sue sempre più dirompenti ingiustizie e contraddizioni. E lo deve fare cambiando, ascoltando, elaborando, agendo, osando e correggendo, senza perdere la bussola, certo, senza buttare il bambino con l’acqua sporca. Ma non si può non osare di più, superando vecchi e nuovi tatticismi. Il rischio concreto, altrimenti, è che il bambino scompaia improvvisamente e ci rimanga solamente l’acqua sporca. Per questo, per tenere insieme i comunisti, che vogliono essere al fianco dei settori sociali più avanzati, e le forze di sinistra in un grande progetto occorre un gruppo dirigente adeguato, in grado di valicare alcuni steccati, di scrivere un nuovo capitolo della nostra storia, di divenire giorno dopo giorno, con l’umiltà di chi sa di avere un lungo cammino da percorrere, un punto di riferimento per le nuove generazioni.
Il resto sono, pur con tutto il rispetto e le buone intenzioni, chiacchiere; un film già visto che sappiamo dove conduce: tutti vogliono unire ma ci si divide sempre di più, con l’idea che più si è piccoli ed omogenei meglio è. In partitini o correntine, in gruppi e sottogruppi.
Il sottoscritto non si è fatto mancare nulla quanto ad essere schierato in componenti: credo però di aver maturato la consapevolezza di un’autocritica, nella necessità di
aprire una pagina nuova nelle relazioni dentro il Prc. La prima fase della storia del Prc, pur con tutte le sue contraddizioni, ci consegna un piccolo esempio: siamo stati forti anche quando abbiamo provato ad ascoltarci, quando abbiamo aperto o socchiuso delle porte, quando ci siamo posti il problema di ricercare un fondo di verità anche nelle tesi di chi non aveva condiviso lo stesso percorso politico e culturale. Quando lo abbiamo fatto insieme, collettivamente, e non ciascuno a casa propria.

Marcello Graziosi,

giovedì 24 febbraio 2011

Prc Torgiano sull'Amministrazione: "Non è il più il tempo della propaganda"

Dopo 60 anni Torgiano è governata da una coalizione di centro destra. Le elezioni del 2009 hanno rappresentato una svolta epocale per questo paese a 13 km da Perugia. Qui la sinistra aveva un suo radicamento, famiglie intere che si identificavano nei valori e negli ideali della giustizia sociale e dell’uguaglianza. Il PCI contava circa 300 iscritti, il 40% dei consensi elettorali, pari a circa 1.600 voti. Questa era la base con cui la sinistra puntualmente vinceva le elezioni. Anche quando il Partito Comunista si è dissolto, i DS e il PRC riuscirono a mantenere intatta questa base sociale che, attraverso un forte radicamento nel territorio, esercitavano un’egemonia culturale che si esprimeva attraverso il governo del comune.
Il progetto politico a cui si ispiravano era rappresentato da quel connubio fra arte, vino (prodotto che ha reso Torgiano famoso in tutto il mondo), turismo e cultura e che tanta fortuna ha fatto per la nostra comunità. Su questa idea si era creata una positiva sinergia fra amministrazione comunale, associazioni del territorio e imprenditoria, costituendo così un forte blocco sociale. Manifestazioni come i “vinarelli”, “scultori a Brufa”, “Vaselle d’Autore”, “Gustando il Borgo”, “Calici sotto le stelle” rappresentavano l’iceberg di questo progetto politico.
Oggi la realtà è completamente diversa.
Quel blocco sociale si è disgregato. Le cause di questo sfaldamento sono numerose e complesse, che partono dalla crisi della sinistra, dalla nascita del centro sinistra e dalla declinazione assoluta, da parte del PD, di istanze e valori come il lavoro, i diritti e l’alternativa sociale, principi enunciati ma contraddetti nei fatti dalle varie posizioni assunte (come il caso del referendum alla Fiat); per arrivare ai continui e rapidi cambiamenti sociali, ma anche dalla nascita del PD che ha portato solo diatribe interne e poca progettualità politica.
Compito della sinistra, quindi, è quello di ricostruire un blocco sociale, di essere un punto di riferimento per tanti cittadini che ancora credono nella trasformazione sociale, per quei lavoratori che rischiano il posto di lavoro, per i tanti ambientalisti che sostengono uno sviluppo sostenibile e contrastano fortemente “la cementificazione del territorio”.
Inoltre, quelle iniziative culturali, non hanno più la portata ed il significato che avevano agli inizi, e crediamo che, ora, vadano avanti burocraticamente, senza quella passionalità che serve per far vivere fra i nostri concittadini l’emozione di una festa: sempre più “ospiti e invitati” partecipano a queste manifestazioni mentre assente (o quasi) è la maggioranza dei torgianesi. Senza dubbio devono essere almeno rilanciate e ripensate.
In più Torgiano ha vissuto in questo periodo uno sviluppo edilizio senza precedenti. Non che questo sviluppo abbia deturpato il territorio, anzi, a parte qualche brutta eccezione come in via Assisi, il risultato è soddisfacente, ma il forte aumento demografico (circa 1500 abitanti) ha causato nuove contraddizioni, nuovi bisogni e aspettative. L’ amministrazione, quindi, dovrebbe concentrarsi soprattutto sulle infrastrutture e sui servizi. Sono necessari, infatti, nuovi investimenti in materia di viabilità, di centri di aggregazione, sia nel capoluogo che nelle frazioni, per giovani ed anziani, politiche di sostegno alla famiglia e per le giovani coppie. I giovani in particolare sono la fascia più debole e bisognosa: senza identità, senza punti di riferimento, culturali e ideali, vivono questa nostro tempo in balie delle mode, in cerca di emozioni facili che li porta solo alla solitudine e al degrado. Molti nostri giovani sono in questa condizione. Politiche, quindi, che portano alla prevenzione di certe problematiche sociali, sono necessarie ed indispensabili; che affrontino seriamente i gravi problemi della gioventù moderna: la precarietà, le dipendenze, la paura del domani. E crediamo fortemente che per affrontare in modo serio questo gigantesco problema si debba intervenire sulla famiglia, rivalutando questo istituto che sta alla base di ogni società che vuole essere insieme progressista e democratica, e per famiglia intendiamo anche tutte le coppie di fatto.
Si nota invece una società civile vivace che chiede risposte concrete su bisogni concreti e un’amministrazione lenta e farraginosa che non riesce a trovare soluzioni soddisfacenti per quei cittadini che invece si dimostrano attenti e sensibili a tante problematiche sociali. Pensiamo in particolare all’utilizzo di Palazzo Malizia recuperato brillantemente grazie ai finanziamenti del PUC dalla precedente giunta. Siamo convinti che questa struttura debba essere utilizzata dai cittadini di Torgiano, debba essere perciò vissuta, debba costituire un centro socio culturale di identificazione torgianese. Che senso ha, quindi, occupare quello spazio con una mostra permanente, pur riconoscendo l’importanza culturale ed il valore dell’artista, se non si studia un sistema per poterlo aprire al pubblico? È considerato un tabù istituire lì un centro di aggregazione giovanile. Eppure è il posto ideale, al centro del paese con una piazza bellissima interna al palazzo. Questa amministrazione dimostra poca attenzione al sociale e più ad eventi culturali occasionali privi di progettualità e quindi senza ricaduta sulla collettività, ma con forti ripercussioni sul bilancio comunale. Non si organizzano più i centri estivi per ragazzi, il centro giovanile è decentrato e non ha quella visibilità naturale che porta i giovani ad avvicinarsi ad esso (anche se dobbiamo considerare appieno la difficoltà oggettiva che si ha nel comunicare con i giovani), i trasporti pubblici e scolastici sono stati dimezzati, le politiche per la terza età sono limitate a momenti ricreativi ed è stato fortemente ridimensionato l’aspetto culturale.
Siamo inoltre in piena crisi economica con le sue drammatiche conseguenza: la disoccupazione. Le maggiori realtà produttive del territorio sono colpite seriamente da questa crisi globale e, in alcuni casi, è stata introdotta la cassa integrazione a zero ore minacciando la delocalizzazione della produzione.
Lo sviluppo di Torgiano non può basarsi, come sembra sperare l’attuale maggioranza, sull’attraversamento nel nostro territorio dell’autostrada Civitavecchia - Mestre e sull’insediamento dell’Ikea a San Martino in Campo a ridosso del capoluogo del nostro Comune. Entrambi i progetti trasformerebbero radicalmente, e in peggio, la qualità della nostra vita. Il primo, oltre ad essere completamente inutile, come abbiamo già avuto modo di dichiarare, non porta ad un’occasione di ricchezza con una nuova zona industriale, ma all’isolamento della frazione delle Fornaci
che si vedrebbe chiusa da un lato dal fiume e dall’altro dall’autostrada. Ci vuole poco per capire questa situazione oggettiva. È una critica severa che facciamo a tutto il consiglio comunale, compresa la minoranza, che non riesce a vedere una situazione davvero drammatica. Nel secondo caso invece verrebbe completamente modificata la viabilità in un territorio a vocazione turistica, dove il turismo stesso rappresenta un fattore economico non di secondo piano. L’offerta di lavoro consisterà, come oggi è la norma, in occupazione precaria, a tempo determinato e senza quei diritti che ogni lavoratore ha bisogno, e a farne le spese sono come al solito i più giovani. Si dovrebbe quanto meno contrattare il tipo di occupazione: a tempo indeterminato e con tutte le garanzie comprese nello statuto dei lavoratori.
Su tutto questo l’attuale amministrazione è priva completamente di qualsiasi idea e di un progetto complessivo che possa abbracciare a 360 gradi tutte queste realtà e continua imperterrita a fare opere inutili, come il rifacimento dei
giardini pubblici.
Perciò diciamo con forza che a Torgiano sia necessaria una svolta politica socio-culturale in grado di ridare slancio ad una comunità che invece sta battendo il passo, di riaggregare la società civile oggi visibilmente frazionata. C’è bisogno di unità, il tempo che viviamo è caratterizzato da una cultura edonista che non favorisce l’aggregazione sociale. Questa amministrazione rappresenta egregiamente questa ideologia. Dobbiamo invece favorire la crescita in tutti quegli aspetti, sia nel mondo dell’associazionismo che in quello istituzionale (come la scuola), che costituiscono la spina dorsale di ogni società civile che vuole essere progressista, che anticipa i cambiamenti e che metabolizza le rapide trasformazioni, con la leggerezza tipica di chi considera la pesantezza delle cose come un fatto naturale che deriva dalla storia, ma che, pur partendo da essa, dobbiamo andare oltre per affermare gli stessi principi e gli stessi ideali.

Non è più il tempo della propaganda, come quest’amministrazione continua a fare (i marciapiedi, il parco fluviale, la viabilità erano tutti progetti approvati e finanziati dal passato esecutivo). Oggi è il tempo dell’agire, ed è tempo che il centro sinistra abbandoni definitivamente le vecchie diatribe, ridicole ed anacronistiche, e si apra alle nuove sfide, dia credibilità e fiducia al nuovo gruppo dirigente, c’è bisogno di aria fresca, deve convincersi che il cambiamento è necessario per ridare credibilità ad una compagine politica che tanto ha fatto per il progresso culturale, sociale ed economico del nostro amato paese.
Direttivo Circolo PRC "P. Ranieri" Torgiano

lunedì 21 febbraio 2011

Salvate il maiale!

- Continuiamo a smerdare l'unità d'Italia? - Chiede il caporedattore.
Il vicedirettore annuisce.- Sì, la Lega ci tiene. Domani in prima pagina accusiamo gli irredentisti anti austriaci d'essere stati fiancheggiatori del terrorista Cesare Battisti.
- Ma era un altro...
- Non ha nessuna importanza se ha cambiato vita da trent'anni, resta sempre un terrorista.
Il caporedattore accenna a controbattere. Poi rinuncia. - Come vuoi, prima pagina. Li chiamiamo ''I bisnonni delle Brigate Rosse''.
Il direttore responsabile arriva trafelato, il cranio lucido, gli occhi infossati.- Smontate tutto - crolla sulla poltrona, persino più pallido del solito - il capo m'ha appena avvertito, lo hanno beccato di nuovo. Nelle prossime ore la notizia dilagherà. Domani dobbiamo assolutamente partire con una nuova campagna giustificazionista.
Il caporedattore sbuffa.- Stiamo ancora finendo quella per le orgie con le puttane minorenni, che altro ha combinato? Di che cosa lo dobbiamo giustificare stavolta?
- Cannibalismo.
- Cristo...
Il direttore annuisce.- Ecco, Cristo è un buon argomento: ''anche i cattolici mangiano il corpo di Cristo, perciò non facciano tanto gli scandalizzati.''
- Ma non è la stessa cosa - obietta il caporedattore, perplesso - cioè, la trans...la transistorizz...
- Bell'idea! - Lo interrompe il direttore, serio - Spostiamo il dibattito sulla transustanziazione, così nessuno ci capisce più un cazzo. Bella manovra, ubriacante. Ma non basta.- Aggiungiamo la solita litania benaltrista: ''che si occupino dei veri problemi del paese, invece che della dieta del premier...''-
E la difesa della privacy: ''a casa propria ognuno mangia quello che gli pare''.- Andiamo sul classico - propone il vicedirettore - ''i comunisti hanno mangiato milioni di bambini''.
- Perfetto! - Il direttore annuisce - Ordiniamo una vignetta coi venti semileader dell'opposizione che sbranano neonati, e titoliamo: ''ecco i veri cannibali''. - ''Che adesso vogliono mangiarsi il premier''.
Tutti prendono appunti.- Chiamiamoli i ''cannibal chic'', che si abbuffano delle classiche salamelle affumicate nei loro salotti.
- Affumicate nei salotti?...
- Certo.
- Ma le salamelle classiche sono di maiale - obietta il caporedattore.
- Questo è peggio del cannibalismo - precisa il direttore - Falsi ecologisti che macellano poveri maialini indifesi. Invece il pasto del premier era adulto e consenziente.
- Lo era?
Il direttore si aggiusta sulla poltrona.- Diciamo di sì.
- Ci serve una foto molto carina di Babe Maialino Coraggioso - suggerisce il vicedirettore - La pubblichiamo accanto a quella di un essere umano orrendo, col titolo: ''chi preferireste macellare?''
- Geniale! - Il direttore esulta - Ci vuole un tizio ampiamente riconosciuto da tutti come un mostro...
- Cesare Battisti.
- Perfetto. Da una parte Babe, col suo dolce musetto, dall'altra il pluriterrorista Battisti. E il titolo: ''chi vorreste macellare?''
- Gesù o Barabba?... - Dice il caporedattore, tra se.
- Eh?
- Niente, pensavo a un vecchio sondaggio. Creo il file della nuova campagna, come lo chiamo?
- ''Salviamo il maiale'' - ridacchia il vicedirettore.- E' il nostro lavoro.
di Alessandra Daniele,

su Carmilla on line

domenica 20 febbraio 2011

Potrebbe succedere

Ore d’angoscia e momenti di terrore, ieri a Roma, quando un uomo armato si è barricato all’interno di un ufficio postale, minacciando di uccidere tutti gli ostaggi, una settantina secondo le prime ricostruzioni. Nella tarda mattinata è stato diffuso l’identikit del misterioso malvivente: elegante, apparente età di settantatré anni, basso di statura, capigliatura probabilmente posticcia, orecchie enormi, accento del nord. La polizia, allertata la Procura, ha avviato le prime trattative.
Numerose le reazioni del mondo politico: ecco le principali dichiarazioni battute dalle agenzie.
Fabrizio Cicchitto: Stupisce l’accanimento delle forze dell’ordine che sono arrivate al punto di circondare l’ufficio postale con uno spiegamento di forze spropositato.
Daniela Santanché: E Marrazzo, allora? E Vallanzasca?
Emilio Fede: Una normale bolletta da pagare. E poi, in un ufficio postale uno è libero di fare quel che vuole, no?
Monsignor Bagnasco: Limitare gli eccessi e le contrapposizioni. E’ doveroso un richiamo alla moralità, ma anche le forze dell’ordine diano l’esempio, ritirandosi ed evitando l’accanimento.
Daniela Santanché: E Fini, allora? E Pietro Pacciani? La sinistra li ha sempre difesi. Ma lo sa quanti ostaggi ha preso Stalin? Milioni!
Alessandro Sallusti: Sinistra con doppia morale: prima assolve gli espropri proletari, poi si accanisce su un cittadino che pretende un miglior funzionamento delle Poste, rovinate dai sindacati.
Luigi Amicone: Andiamo, siamo uomini di mondo. Chi di noi non ha mai preso settanta ostaggi in un ufficio postale?
Giuseppe Cruciani: Tenere sotto tiro settanta ostaggi. Embé? Vi scandalizzate voi? Io no, non capisco questo clamore.
Gaetano Quagliariello: Un vero linciaggio mediatico. Cosa ci facevano settanta persone in un ufficio postale? Qualcuno le ha pagate per andarci?
Carlo Rossella: Ostaggi! Che esagerazione! Diciamo clienti delle Poste momentaneamente trattenuti da un altro cliente.
Maurizio Belpietro: Ma scusate, quali prove abbiamo che quel signore minacci gli ostaggi? Siete stati là dentro, voi? No. E allora sono solo illazioni.

Verso sera, la situazione si è felicemente risolta, gli ostaggi sono usciti sani e salvi, soltanto un po’ provati dall’esperienza e depressi dalle barzellette raccontate dal rapitore. Il malvivente si è detto sereno e fiducioso che il polverone sollevato dalla sinistra si risolverà in un boomerang e non gli bloccherà la strada per il Quirinale.

Alessandro Robecchi,
Il Fatto quotidiano

sabato 19 febbraio 2011

Caro Vendola, fino a Fini non ti seguo

La proposta lanciata da Nichi Vendola di una coalizione di emergenza democratica, dalla sinistra di Sel alla nuova destra di Fini, ha indubbiamente il merito di smuovere le acque di un dibattito che si era fatto ormai stantio sul tema primarie sì, primarie no. Il guaio è che quella proposta rischia di incontrare più ostacoli di quanti non ne voglia sormontare
Non si tratta della riproposizione, che sarebbe fuori tempo massimo, benché ragionevole, di un governo di "decantazione" per condurre il paese a elezioni sulla base di una nuova legge elettorale. Qui è esplicitamente previsto un passaggio elettorale auspicato come immediato sulla base della legge vigente. Mi pare però difficile andare a chiedere un voto ai cittadini con l'esplicita previsione di farli tornare a votare di lì a pochi mesi.
La coalizione proposta da Vendola dovrebbe reggersi su tre punti programmatici: una nuova legge elettorale, nuove norme in materia di conflitto di interessi e sul sistema informativo. E' chiaro che è il primo punto a definire la natura del governo e la sua durata, poiché, fatta la nuova legge, sarebbe naturale fare conseguire l'immediato scioglimento delle camere. Per fare questo - e questo valeva anche nel caso di un governo nato dall'attuale parlamento - bisognerebbe che tra le forze della coalizione ci fosse una credibile unità di intenti sulla legge da fare, che compete al futuro parlamento non certo a un decreto legge del governo. Di questa condizione non vi è traccia. Limitandoci al campo del centrosinistra vi è chi propone il modello tedesco, chi quello francese, chi un pasticcio degno delle gag televisive di Corrado Guzzanti. Se ci allarghiamo a destra la confusione aumenta. Comprendo bene che la proposta di Vendola - che è legata anche al nome di Rosi Bindi, talmente degno che vorrei più ancora diventasse la prima Presidente donna della Repubblica - vuole restringere il campo d'azione del futuro governo a questioni di risanamento democratico e nel contempo tamponare le inopinate aperture di credito ai leghisti fatte da Bersani. Ho paura si tratti di una illusione. Qualunque governo non può fare a meno di affrontare temi economici, nella più grande crisi da ottanta anni a questa parte, se non altro per l'incombenza della legge finanziaria. Il fatto che questi siano largamente sovra determinati dal nuovo patto di stabilità definito in sede Ue, non assolve le responsabilità politiche dei governi nazionali in carica. Come sappiamo è già difficile trovare una quadra su questi temi nel centrosinistra, figuriamoci con i seguaci di Fini e di Casini, tra i quali abbondano i protagonisti diretti e i sostenitori attivi dei tagli alla spesa sociale, dalla privatizzazione dell'acqua allo scempio della scuola pubblica.
C'è poi da dubitare che l'antiberlusconismo in quanto tale, seppure in versione virtuosa, risulti vincente in una competizione elettorale con le norme attuali, visto che molto si gioca sugli indecisi e sugli astensionisti. Questi ultimi, a destra quanto forse soprattutto a sinistra, cercano per rimotivarsi ben altri stimoli che non soluzioni presentate come puramente transitorie. Un passaggio elettorale mette sempre in gioco il profilo identitario delle forze in esso impegnate e guai a nasconderlo. Per questo continuo a pensare che non esistono scorciatoie né alternative al centrosinistra , di cui dobbiamo discutere non solo modalità delle primarie, ma soprattutto punti qualificanti di un programma credibile, e che la condizione migliore per sconfiggere Berlusconi sia la presenza elettoralmente autonoma di un terzo polo della destra moderata. Conosco bene i rischi di una simile competizione, ma chi vuole coltivare pensieri lunghi sulla società italiana, sulla sua necessaria rinascita dal degrado civile e economico nel quale è piombata - come ci hanno detto le straordinarie manifestazioni delle donne e non solo dello scorso sabato - non può limitarsi a improbabili tattiche. Oltretutto con l'effetto collaterale di spiazzare se stessi anziché gli avversari.
Alfonso Gianni,
da il Riformista

venerdì 18 febbraio 2011

La svolta politicista di Vendola

Nell’impazzimento della politique politicienne che caratterizza il centro sinistra, l’ultima uscita di Vendola, che propone di andare alle elezioni con Fini, è quella sino ad ora più incredibile.
La proposta, motivata per fare
un governo di scopo che dia vita ad una nuova legge elettorale e alla cancellazione delle leggi vergogna, è in realtà del tutto indeterminata proprio sulle questioni che vengono messe al centro della proposta.
Qualche giorno fa D’Alema - il primo che ha proposto l’accrocchio elettorale con Fini – ha detto chiaramente che una coalizione di tal fatta dovrebbe dar vita ad una legislatura costituente, cioè che abbia al centro la modifica della Costituzione repubblicana, il federalismo e alcune riforme economiche.
E’ questo il profilo che deve avere la coalizione con Fini? Per modificare la Costituzione? E per fare che legge elettorale visto che Fini si è sempre pronunciato per il bipolarismo e per il presidenzialismo alla francese? Per fare che politica economica e sociale visto che Fini ha votato tutte le leggi di Berlusconi e si proclama super liberista?
A me pare evidente che una coalizione di questo tipo lungi dal rappresentare un passaggio necessario per uscire dal berlusconismo rappresenterebbe
l’ennesimo episodio di trasformismo con l’effetto di accentuare ulteriormente la crisi della politica. E non si dica che questo schieramento rappresenterebbe il nuovo CLN.
Il CLN non venne costruito con i gerarchi fascisti che avevano messo in minoranza Mussolini nella seduta del gran Consiglio del fascismo del 25 luglio 1943. Il CLN venne formato dai partiti antifascisti e aveva una ispirazione in equivoca sul piano della costruzione di una Italia democratica.
La proposta è assurda sul piano elettorale. Come si possa pensare di sommare i voti degli elettori ex missini che sostengono Fini con quelli della sinistra è mistero assai consistente. Per dirla tutta, per come è messa FLI, la scelta di allearsi con Fini e di rompere con la sinistra,
non porterebbe alcun vantaggio elettorale per battere Berlusconi. Anzi, rischia di dar luogo ad una coalizione che prenda meno voti di quella di centrosinistra più la sinistra. Si tratta quindi di una scelta puramente politica frutto di un modo di ragionare tutto interno dalle dinamiche di Palazzo. Il punto vero è che Berlusconi non è per nulla intenzionato ad andarsene a casa e che quindi le chiacchiere stanno a zero.
In questo contesto la nostra proposta è la seguente:
Proponiamo a PD, SEL e IDV di fare una
manifestazione nazionale il 17 marzo contro il governo e come atto fondativo di una coalizione democratica che vada unita alle prossime elezioni. Per andare alle elezioni è necessario cacciare Berlusconi. Per cacciare Berlusconi gli inciuci di palazzo si sono dimostrati del tutto inefficaci.
Occorre costruire una vasta ed unitaria mobilitazione sociale. Per questo proponiamo la manifestazione nazionale, appoggiamo lo sciopero messo in campo dal sindacalismo di base e chiediamo alla Cgil di dichiarare lo sciopero generale. Occorre dare corpo alla disponibilità alla lotta che le mobilitazioni, a partire da quella delle donne di domenica scorsa, hanno segnalato.
Proponiamo
un rapporto unitario a SEL e IDV per fissare una piattaforma comune a partire dalla totale indisponibilità ad un accrocchio con Fini. Basterebbe questo per obbligare il PD a cambiare linea e a costruire l’alleanza democratica con la sinistra. Nel caso in cui il PD persistesse nella sua linea centrista proponiamo quindi di andare alle elezioni con un polo della sinistra.
Chiediamo troppo? No, basta essere consapevoli che Berlusconi lo si sconfigge nel paese e non nel palazzo e che il problema è costruire la sinistra, non di inseguire il PD pensando di dirigerlo.
Paolo Ferrero,
segretario nazionale PRC

"Alleanze insopportabili'

Una domanda che arriva da lontano. Che ha radici profonde ma che ha un punto di caduta nelle giornate di Genova di 10 anni fa e che si conferma in legislazioni speciali contro immigrati, lavoratori, contro chi utilizza liberamente sostanze non lecite, contro prostitute, lavavetri.
Parlo di un uomo e di suoi sodali che, nonostante giacca e cravatta e quel tocco di bon ton e di pacatezza tipico dei potenti, ha firmato impunemente le leggi peggiori partorite in quest’ultimo decennio, colui che mentre Genova somigliò per alcune notti alla Santiago del Cile, degli anni Settanta, era nella cabina di comando, laddove lo stato di diritto era sospeso, Gianfranco Fini.
Lo scorso anno, fra gli applausi imbarazzati alla festa nazionale dell’Unità, Fini ha rivendicato la scelta repressiva di Genova, per quanto riguarda le leggi prodotte, molte le dichiarazioni da conservatore liberale ma nessun atto di modifica sostanziale. La Bossi-Fini, la Fini-Giovanardi, gli infiniti pacchetti sicurezza, non solo restano in vigore ma continuano a macinare vite, vite rinchiuse in galera per pochi grammi di hashish, vite rinchiuse ed espulse o rese invisibili, per la mancanza di un documento di soggiorno, vite triturate in guerre, come tutte le guerre, senza senso se non lo sfruttamento e la volontà di dominio.
Un uomo di destra, magari “per bene” ma sempre di destra, considera ineccepibili queste scelte, sono la struttura portante del proprio agire politico, del proprio essere, rimandano ad una idea di ordine prestabilito e immutabile che non ammette l’esistenza di un conflitto di classe. Il volto presentabile dei padroni nell’atto sostanziale dello sfruttamento, il luogo del lavoro, ma anche nella gestione delle città, delle relazioni sociali, nella definizione netta del confine fra lecito e illecito, buono e cattivo, incluso escluso. Un uomo che senza cadere nel volgare machismo berlusconiano, esalta il ruolo dell’esercito come entità etica al di sopra di tutto. L’esercito che della concezione machista del potere è forse la sintesi più estrema.
Il leader di questa “destra moderna” incarna le richieste del mercato, di Confindustria, del grande capitale il manganello è momentaneamente nel cassetto. Basta che qualche studente “esageri”, che le immolate e gli immolati in nome dell’uscita dalla crisi, dimostrino troppa determinazione, basta che qualcuno provi a materializzare in termini concreti (casa, lavoro, welfare, cittadinanza) la tanto abusata parola “diritti”, che quei manganelli tornino a farsi sentire.
Del resto, da politico consumato di scuola almirantiana, non si può negare a Fini la capacità di spiazzare gli avversari aprendo su quell’esigua parte di diritti civili che già trova consenso nell’opinione pubblica, dichiarazioni misurate e alternate, ora innovatrici, ora strutturalmente reazionarie. Nei fatti, negli atti pratici che sono quelli che producono mutamento le affermazioni cariche di buon senso, sovente vengono smentite. Sparisce il buon senso, restano le “cariche”. Le cariche e le torture genovesi e non solo, l’indisponibilità ad accettare una ricostruzione storica di quei giorni che stabilisca responsabilità politiche e materiali, come a veder messi in discussione gli infiniti casi di violenza dello Stato che continua imperterrita.
A Genova eravamo in tante e tanti, abbiamo continuato e continuiamo a chiedere giustizia per un omicidio di Stato, per le torture collettive, per una brutalità che chi c’era non può e non deve dimenticare. Eppure, anche a sinistra c’è chi in nome del realismo politico, in nome della sacrosanta volontà di non aver più Silvio Berlusconi come presidente del consiglio, è disposto a dimenticare quei giorni, a metterci una pietra sopra, ad allearsi anche con chi di quella macelleria è stato fra i principali responsabili. Accettare questa condizione significa rinunciare ad una parte di se e della propria storia, assoggettarsi alla subalternità delle logiche di potere.
Si potrà rispondere che è una alleanza temporanea, che sparito l’incubo rappresentato dal piduista, ognuno tornerà ai suoi ruoli in una leale competizione fra gentiluomini. O, anche, che porre una simile questione dimostra una visione statica e residuale delle vicende politiche, che Fini e i suoi, folgorati sulla fra Damasco e Arcore, non sono più gli stessi di 10 anni fa, di 5 anni fa, di un anno fa
.
Ma c’è anche un testo dimenticato che si vuole stravolgere, che anche Fini vuole stravolgere, in nome del presidenzialismo, della libertà di impresa e di profitto, della logica maggioritaria. Quel testo si chiama Costituzione, quel testo è stato violato a Genova e lo si continua a violare materialmente giorno dopo giorno. Si continuerà a tentare di farlo, con o senza Berlusconi. Se non altro in nome di quel testo, delle ragioni ancora attualissime per cui è stato scritto, non c’è spazio per una alleanza con Gianfranco Fini e le ragioni che rappresenta. C’è chi non condivide? Cosa ne pensano i tanti e le tante che a Genova, 10 anni fa, hanno respirato l’odore lurido del fascismo?
Stefano Galieni,

Come volevasi dimostrare: Nichi rottama il vendolismo

Non fraintendetemi, a Nichi Vendola, al quale mi permisi di inviare una severa «Lettera aperta», va la mia più sincera solidarietà per la porcheria compiuta da Sallusti che su Il Giornale di ieri ha sbattuto in prima pagina una vecchia foto del Presidente pugliese in un campo di nudisti. Un atto miserabile che non qualifica soltanto il repellente direttore al soldo del "Puttaniere di Arcore", ma l’intera turpe vicenda politica italiana. Se la “Prima” cadde su tangenti e mazzette, la “Seconda” va letteralmente a puttane.
L’ennesima mossa del Giornale di famiglia non sembri una mera volgare vendetta. In questo atto c’è la cifra della strategia del Puttaniere: trascinare nel fango, con sé medesimo, tutto il carrozzone politico e istituzionale. Berlusconi non toglierà il disturbo, non andrà in esilio come Craxi. Ha deciso che resisterà fino alla fine e sceglie non solo il campo di battaglia, ma avverte che sarà una lotta senza esclusione di colpi, con tanto di armi di distruzione di massa. Uno scontro in cui non ci saranno prigionieri.
Siamo davanti ad uno di quei casi in cui la lotta in seno alla classe dominante, tra frazioni opposte del capitalismo, pur non essendo antagonistica, rischia di diventare durissima, cruenta, con esiti imprevedibili.
Questa premessa era necessaria per giustificare il titolo. Se Sallusti ha mostrato il corpo di Vendola come madre natura l’ha fatto, La Repubblica del 16 febbraio ha fatto di peggio, ha messo a nudo il corpo politico del vendolismo, lasciando scoprire, in una botta sola, di che inquietante sostanza esso sia fatto.
Colpisce l’analogia tra l’istantanea del Vendola giovane e l’intervista da egli concessa a La repubblica. Se nella prima egli esibisce il suo corpo nudo ad uno scatto amico, nella seconda ostenta senza pudore alcuno la sua idea che occorra «una coalizione d’emergenza» che comprenda, oltre al Pd, Casini, Fini, e i rottami della destra, e che a capo debba esservi Rosy Bindi.
Il manifesto di ieri esprime stupore e stizza per quella che chiama, con eufemismo, “mossa del cavallo” di Vendola, e non si esime dal criticare la sua proposta come… d’alemiana. Conoscendo un poco come vadano le cose dalla parti de il manifesto, si capisce che si è data voce ai malumori di quell’area vasta di sinistrati che negli ultimi mesi aveva considerato Vendola il proprio ultimo Messia.
Un’area che si era esaltata con americanate del tipo «Obama bianco», «Primarie sempre» e altre amenità. Gente che adesso si scopre essere stata infinocchiata, abbindolata, tradita; che aveva creduto non solo al feticcio vendoliano sulle «primarie» —questo mezzo d’importazione scambiato per fine in sé, come massima tecnologia democratica—; che aveva creduto che Vendola facesse sul serio quando contrastava, chiedendo elezioni anticipate, la tendenza del Pd all’inciucio con Casini e Fini.
A nessuno infatti è sfuggito che con la sua intervista, in poche righe, Vendola ha rottamato il vendolismo. Egli ha infatti, in un colpo solo, cancellato la sua opposizione alle “larghe intese”, ritirato la richiesta di elezioni anticipate ed infine, candidando Rosy Bindi alla guida del grande inciucio, seppellito le «primarie».
Ad essere sinceri non ci viene alcun sentimento di pietà verso gli infinocchiati. Più che altro ci pare inutile. Come è inutile spiegare la musica ai sordi e i colori ai ciechi. Vendola non è infatti l’ultimo arrivato della politica italiana. Ha sfidato il PD e, non senza sfrontata presunzione, si è candidato a premier di un centro-sinistra che più padronale non si può, dopo aver voluto l’operazione Arcobaleno che ha affossato la sinistra. Dopo aver deliberatamente spaccato e quindi distrutto ciò che restava del Prc. Dopo essere stato, ed è ancora, Presidente presidenzialista di una Regione come la Puglia, ammorbata dalla corruzione, infiltrata di concussori e ladruncoli ed egli stesso patrocinatore di affari loschi, non solo con la Marcegaglia. Solo degli stolti potevano aver scambiato Vendola per il Messia della nuova sinistra. Solo dei disperati potevano scambiare la sua retorica forbita per una linea politica, per quanto neanche lontanamente antagonistica, sinceramente democratica.
Adesso essi scoprono che Vendola bluffava, che era un demagogo, che è un uomo senza principi, che non diceva la verità. Essi sono orfani per l’ultima volta.
Moreno Pasquinelli,

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