venerdì 29 aprile 2011

Clemente Mastella: «Se vince de Magistris mi suicido»

Il leader dei popolari-udeur al programma 'un giorno da pecora' di radio2: «Io mi sono candidato a Napoli proprio per far sì che non accada»


«Se Luigi De Magistris va al ballottaggio mi suicido, ma non ci arriverà, non si è mai visto un magistrato che arriva a fare il sindaco di una grande città». Parole di Clemente Mastella ai microfoni del programma di Radio2 'Un Giorno da Pecora'. Che cosa farebbe per evitare questa possibilità? «Spero proprio che non accadrà – ha ribadito Mastella -, io mi sono candidato proprio per far si che non accada». I sondaggi la danno tra l'1 e il 2%, non proprio un grande risultato. Ma a quanto pensa di arrivare? «Io sarei di soddisfatto di arrivare tra il 3,5% e il 4%», ha concluso Mastella. 28 aprile 2011 .

Nota:

Controlacrisi.org si complimenta con i compagni della Federazione della Sinistra e dei movimenti napoletani che hanno scelto di sostenere De Magistris. L'autoeliminazione, politica si intende, di Mastella è un obiettivo politico di prima grandezza su cui dovrebbero confluire anche gli elettori del Pd visto che fu proprio Mastella a far cadere nel 2008 il governo Prodi. Dispiace che SEL non abbia scelto di sostenere De Magistris, è stata persa una grande occasione.

mercoledì 27 aprile 2011

Anna & Co. perché lo fate?

Lo scontro sarà pure cieco, come dice il nostro amato presidente, ma l’idiozia ci vede benissimo. Perciò eccoci di nuovo di fronte a una opposizione pronta a sostenere questo ridicolo governo che dopo i molti baciamano a Gheddafi, ora ha deciso di bombardarlo.

Bombarderà per ordine di Obama, per dispetto a Sarkozy, per massima indifferenza tra il sì e il no, il bianco e il nero, la guerra o la pace. Confermandosi un governo senza opinioni, ma con una infinità di interessi che prevalgono a ondate, come nel caso del nucleare, e a ondate si ritirano, come nel caso del nucleare.
Ma l’opposizione perché lo fa? Perché Anna Finocchiaro si sente in dovere di dire chel’opposizione non si tirerà indietro”, anzi che “dall’opposizione non mancherà l’assenso”?
Che magnifici strateghi della politica.
Pronti ad allearsi con chiunque, da Vendola a Fini, per battere B. Ma zelanti a sorreggere il suo governo nel punto di massima caduta, massima confusione, massima debolezza. E a mettere la faccia su una cosa seria (e sanguinosa) come sono i bombardamenti, anche di fronte a un Capo così rintronato dalle minorenni che annuncia: Manderemo razzi di precisione”, come abitasse nei fumetti di Nembo Kid.

Pino Corrias, Il Fatto quotidiano

Pomigliano: centralità operaia - Una recensione di Valerio Evangelisti

Valerio Evangelisti è uno scrittore bolognese di narrativa e non solo che ha pubblicato libri di grande successo, tra cui il ciclo di Eymerich. Ha scritto questa recensione di "Pomigliano non si piega" che volentieri pubblichiamo.

AA.VV., Pomigliano non si piega. Storia di una lotta operaia raccontata dai lavoratori, a cura del circolo Prc Fiat Auto-Avio di Pomigliano, A.C. Editoriale Coop, Milano, 2011, pp. 210, € 8,00

Esiste il rischio che un libro di basilare importanza, per comprendere gli anni che viviamo e le poste in gioco, passi sotto silenzio per la modestia dell’edizione (non quanto a grafica, che anzi è elegante, ma per l’oggettiva marginalità della casa editrice). Invece questa raccolta di testimonianze dirette dovrebbe conoscere la massima diffusione. Farebbe la felicità degli storici futuri, che invece, probabilmente, non ne troveranno traccia nelle biblioteche. Fa già la felicità di chi ha l’opportunità di leggerlo. Potrebbe indirizzare diversamente le ricerche degli studiosi, anche molto rispettabili, convinti che la classe operaia sia tramontata, sostituita in toto dal lavoro intellettuale; o che non abbia più nozione di se stessa; o, ancora, che non sia più avanguardia di nulla, avendo ceduto il proprio ruolo a non meglio precisate “moltitudini”.
Certo, la situazione del proletariato di fabbrica è difficile. Perennemente insidiato dall’invadenza del macchinario e dell’automazione, scomposto dal decentramento e dalla delocalizzazione, sottomesso alla prassi dei servizi “esternalizzati” , corroso dal precariato, schiacciato dal dogma bipartisan della flessibilità, bersagliato dal mantra ossessivo della propria insignificanza, costretto a indossare le vesti carnevalesche di un falso lavoro autonomo. Si direbbe che l’attività manifatturiera si sia estinta, sommersa da strati di mansioni “intellettive” (sic!), e che nel processo di produzione non abbia più alcun ruolo. Peccato che ogni oggetto che tocchiamo, inclusa la tastiera su cui sto scrivendo, abbia all’origine lavoro manuale. La piramide sovrastante di manipolazioni, transazioni, forze di mercato, interventi sull’immagine della merce, regole di finanza, ingerenze del sistema creditizio ecc. può amplificare, moltiplicare o ridurre il valore del prodotto. Sta di fatto che il valore originario nasce dai gesti semplici di un operaio che dà all’oggetto forma concreta.
Mi scuso della digressione, ma era necessaria per capire l’utilità di questo libro. La classe operaia può contrarsi di numero, ma non potrà mai sparire del tutto. La sua centralità è oggettiva, anche se viene continuamente sminuita questa sua prerogativa. Sminuita da chi? Non solo dai nemici, comprensibilmente interessati a spegnerne la soggettività. A “farla sentire” marginale, prima ancora di emarginarla sul serio. Ma anche dagli “amici” presunti, pronti a teorizzare che non conta più nulla, che non incide sui rapporti politici (è vero) o economici (non è vero), che il lavoro manifatturiero non esiste più, che le merci si producono da sole. O, in alternativa, che a produrle sono cinesi, coreani o polacchi. Il che è indubbio: ma non sono anche costoro parte della classe operaia internazionale?
La lotta strenua e parzialmente perdente – ma in certa misura vittoriosa - di Pomigliano ha preso tutti di sorpresa, perché in netta contraddizione con i dogmi correnti. Ecco una bella fetta di classe operaia che comincia a remare contro, a manifestare una dignità negletta e una individualità negata. Posta di fronte a un ricatto – accettare condizioni inique o perdere il lavoro, in un quadro di crisi e di disoccupazione – sceglie di battersi a dispetto di tutto e di tutti. Ha contro il governo, due terzi dell’opposizione cosiddetta (la palma della vergogna assoluta va al solito Ichino, a Chiamparino, all’imbecille che governa Firenze), tutta la grande stampa, tutti o quasi i mezzi televisivi, tutti i sindacati tranne la FIOM – di fatto condannata dalla CGIL – e alcuni di base. Sotto il profilo politico, ha con sé partiti comunisti nemmeno rappresentati in Parlamento.
La sconfitta è inevitabile, e tuttavia di misura. Scontenta molto il padronato, che chiedeva una resa totale. Scontenta i “consociativi” per vocazione. Scontenta l’intero ceto politico parlamentare, che da un cedimento senza condizioni progettava di ricavare norme lavorative che abolissero il conflitto di classe una volta per sempre. Scontenta i media, turbati nello scoprire che chi ha accettato un contratto capestro lo ha fatto perché timoroso del licenziamento, e non per convinzione. Scontenta – è ovvio – i teorici della sparizione completa del lavoro materiale.
Ma raccontata da me, la storia è banale. Bisogna ascoltare protagonisti e testimoni, le loro motivazioni concrete, la loro vita in fabbrica. Speranze, delusioni, idealità. Questo piccolo libro soddisfa la richiesta. Procuratevelo, non ne usciranno altri così.

INTERVISTA A STEFANO VINTI: “È L’ORA DEL POLO DELLA SINISTRA DI

D. Il Governo ha deciso di bombardare la Libia
R. Decisione scellerata di un governo incapace di tenere una linea di condotta decente. Decidere il 25 aprile di violare così palesemente l’art. 11 della Costituzione è un insulto all’intelligenza del paese. Ma il sostegno del PD a questo ulteriore coinvolgimento dell’Italia nella “guerra del petrolio” è sconcertante.
D. Che si fa?
R. Occorre rilanciare con forza la mobilitazione contro questa guerra e contro tutte le guerre, per il rispetto della nostra Costituzione repubblicana, per la richiesta di una soluzione pacifica del conflitto.
D. Perché Tripoli è bombardata e Damasco no?
R. Perché la guerra in Libia è per il controllo dei pozzi petroliferi mentre in Siria non ce ne sono. Per le potenze imperialiste e neo – colonialiste le istanze e le lotte per la democrazia dei popoli africani e asiatici sono una scusa per intervenire e non pagare ulteriori tangenti ai dittatori e alle oligarchie locali che hanno assicurato stabilità e certezza dell’approvvigionamento del petrolio
D. Mentre l’esercito israeliano in Palestina si è concesso di tutto?
R. Esattamente. La drammatica situazione palestinese non è da tempo una priorità della politica internazionale. L’orribile assassinio del compagno Vittorio Arrigoni è la dimostrazione lampante di una situazione insostenibile. Ma altrettanto impressionante è stata l’assenza delle autorità istituzionali al funerale di Vittorio. Evidentemente a questi signori non interessa “restare umani”.
D. Che occorre fare per contrastare questa deriva?
R. Innanzitutto non rassegnarsi, non arrendersi e resistere. Come? Costruendo una soggettività politica plurale, un polo della sinistra di alternativa che, seppur tra diversi, definisca un programma politico culturale e sociale, contro la destra populista e neoautoritaria, autonomo dalla sinistra moderata. Un polo della sinistra di alternativa, definito da due grandi discriminanti: rifiuto della guerra e lotta al neoliberismo.
D. Chi potrebbe partecipare a questo polo della sinistra di alternativa?
R. Immagino le forze organizzate: quelle che compongono la FdS (Prc – PDCI, socialismo 2000 ecc…), Sel, Sinistra Critica, associazioni e movimenti. Tutti uguali, senza pretese di egemonia, riconoscendosi l’un l’altro, diversi ma unitari.
D. E in Umbria?
R. Anche in Umbria c’è la necessità di costruire la “Sinistra di Alternativa”. Nella nostra regione esiste un potenziale elettorale, confermato anche dalle ultime elezioni regionali, che si aggira intorno al 20% degli elettori. Sono tre tornare elettorali regionali che a sinistra del Pd/PdS/DS,
esiste un elettorato che oscilla tra il 17 e il 20% . Penso che le forze che lo rappresentano dovrebbero costruire forme permanenti di coordinamento, relazioni politiche stabili, sia a livello istituzionale che politico per incidere realmente sulle scelte che si andranno a compiere e soprattutto per reinsediarsi nella società regionale a partire dai luoghi di lavoro e di studio.
D. Su quali punti programmatici?
R. Le forze della FdS, Sel, Sinistra Critica, IdV e tanti movimenti e associazioni umbre hanno un ventaglio veramente grande di punti unitari. Pensiamo solamente alla campagna referendaria, indipendentemente se sarà perpetrato o meno lo scippo del governo. Il rifiuto della scelta nucleare e il sostegno alle fonti rinnovabili evoca un nuovo modello di produzione di energia, un nuovo rapporto produzione, ambiente, uomo. L’opposizione ai processi di privatizzazione del ciclo delle acque ci parla dei “beni comuni”, di come sottrarre l’acqua, la formazione, l’istruzione, i servizi essenziali a partire dalla sanità, alla logica del mercato e alla dittatura del profitto, di come progettare il passaggio dal pubblico al bene comune, programmato e controllato dagli utenti, dai cittadini, dalle comunità locali, dai lavoratori. L’opposizione al legittimo impedimento, invece, ci dice che tutti concordiamo col principio che “la legge deve essere uguale per tutti”, contro lo svilimento dello “Stato di diritto” e le leggi ad personam. Questo è già un programma politico unitario ma che deve essere articolato a livello regionale.
D. Altri temi? Questioni?
R. Tutti quelli che si stanno opponendo alla logica di Marchionne, non hanno un’idea simile del ruolo del lavoratore e del ciclo produttivo, dei limiti dell’imperio dell’impresa, dei diritti inalienabili del lavoro subordinato? Non è una idea di società diversa dalla quale partire tutti assieme e costruire una reale controtendenza culturale e sociale alla egemonia dei paradigmi del liberismo imposti da Confindustria e dalle sue rappresentanze politiche dirette e indirette? A me pare proprio di si.
D. Quali questioni in Umbria si possono affrontare unitariamente?
R. Ad esempio la politica dei rifiuti. Se siamo tutti concordi che non c’è niente di più vecchio, dannoso ed antieconomico per gli interessi generali della collettività umbra della costruzione di un mega inceneritore, occorre costruire massa critica nella società, sviluppare una battaglia culturale e di informazione unitaria per definire una proposta alternativa a quella prevalente prevista per la chiusura del ciclo in Umbria. Inoltre ritengo che la sinistra dovrebbe sviluppare un’analisi condivisa sugli effetti in Umbria della riforma federalista dello Stato. Pensare e proporre soluzioni e progetti per una riconversione ecologica della apparato produttivo regionale e dello sviluppo della “Green Economy” in Umbria, così come per la riforma endoregionale e il superamento delle Comunità montane. Ma la sinistra umbra, a fronte dei tagli e della ristrutturazione dell’università attuata dal governo, è normale che non si interroghi, non agisca, non prenda posizione e non avvii iniziative sul ruolo dell’università? E come può la sinistra umbra ripensare la partecipazione dei cittadini attraverso una nuova “democrazia partecipata”? Oppure, se in Umbria i salari, gli stipendi e le pensioni sono le più basse del centro – nord, perché tutti assieme non poniamo, come priorità regionale la “questione salariale”? E perché non poniamo il ruolo delle multinazionali in Umbria e la questione delle delocalizzazioni produttive?
D. Insomma il lavoro come cemento unitario della sinistra di alternativa?
R. Certo il lavoro e pure il reddito. La precarietà è dilagante, assieme alle esternalizzazioni delle funzioni pubbliche e l’aumento del costo dei servizi pubblici. Lavoro meno retribuito, servizi a rischio e più cari, precarietà, una tenaglia che mette a rischio la coesione sociale regionale; se non è la sinistra che prende di petto questi temi chi lo deve fare? Dal mio punto di vista è necessario lanciare una campagna per il reddito sociale contro la precarietà del lavoro e della vita, per riformare lo stato sociale, per aprire nuovi orizzonti di libertà e dei diritti individuali e collettivi. Difesa del lavoro che c’è, reddito sociale e lotta alla precarietà: sembra poco? Per la lotta alla precarietà partiamo dalle dieci proposte avanzate da “Sbilanciamoci” e costruiamo un movimento che articoli le proposte a livello umbro. Si può fare, basta volerlo.
D. Ma ora i rapporti a sinistra come sono?
R. Saltuari e le nostre forze sono in competizione tra loro, impegnate a difender il loro piccolo recinto. Una posizione miope, minoritaria e senza respiro. Occorre pensare in grande e lanciare la sfida dell’unità, dell’unità possibile a sinistra. Unità tra diversi, unità per essere efficaci e determinanti, oltre i piccoli egoismi dei gruppi dirigenti, oltre le legittime ma ormai paralizzanti battaglie identitarie.
D. E il rapporto con la sinistra moderata, e il PD in particolare?
R. Ci serve un polo della sinistra autonomo, politicamente e culturalmente, tanto forte da non temere una sana politica delle alleanze ad iniziare dal PD. Per aiutare le tante energie del PD prigioniere di una logica di potere, di salvaguardia delle posizioni acquisite, disponibili invece ad una politica di rinnovamento e di salvaguardia delle conquiste sociali e di potenziamento dei
diritti del lavoro. Lo scontro in atto nel PD umbro è questione che riguarda tutti e la sinistra non può essere una mera spettatrice, ma deve assumere un ruolo attivo e propositivo. Il rischio reale oggi è che le singole forze della sinistra vengano utilizzate ora da una parte ora dall’altra parte del PD come forze di complemento a fini esclusivamente interni al partito di maggioranza
relativa. Quindi forze subordinate, dal respiro politico corto, con scarsa capacità di incidere sui processi economici, sociali e culturali a livello regionale. Occorre una svolta per modificare questo stato di cose. Lo può fare solo un forte polo della sinistra di alternativa radicato nella società e nelle istituzioni.
D. Quali previsioni per questa tornata elettorale amministrativa in Umbria?
R. Il centrosinistra sconta delle evidenti difficoltà anche se la partecipazione massiccia alle primarie di Assisi, Città di castello e Gubbio segnano una controtendenza positiva. Comunque il centro – sinistra può affermarsi in molte realtà, anche se temo che le divisioni potranno
avvantaggiare la destra. Una destra, ben inteso, senza idee e senza proposte realmente alternative.
D. La sinistra come si presenta all’appuntamento?
R. Purtroppo non bene. Divisa e con le diverse formazioni in concorrenza tra loro a spartirsi quel 20% circa di elettorato. Una scelta autolesionista che con la riduzione per legge dei consiglieri comunali, nei comuni più grandi da 30 a 24, impedirà a diverse liste di arrivare al quorum necessario per leggere un consigliere. Purtroppo è stata rifiutata la nostra proposta di andare alle elezioni comunali con liste unitarie della sinistra, per settarismo e voglia di
contarsi di chi pensa di avere il vento in poppa. Ma sbagliamo. Passata questa campagna elettorale rilanceremo il processo unitario della sinistra.
D. Il 6 maggio è sciopero generale indetto dalla CGIL
R. Lo sciopero deve riuscire, vuotare le fabbriche e portare tutti a Terni alla manifestazione. Anche in questa occasione la sinistra può promuovere iniziative unitarie e caratterizzare lo sciopero generale, nato male e parziale, in termini politici e sociali. Per l’Italia e per l’Umbria.
D. Per concludere Segretario?
R. Cerchiamo compagni di strada, ancora con più determinazione di ieri…



COMUNICATO STAMPA

COMITATO REFERENDARIO A TORGIANO


Il Referendum per ribadire la contrarietà alla privatizzazione dell’acqua e al legittimo impedimento è alle porte. Il 12 e il 13 Giugno prossimi infatti i cittadini italiani saranno chiamati alle urne per decidere su questioni strategiche nel futuro del Paese.

Una battaglia di civiltà che dura da anni e che avrà bisogno delle energie e delle risorse di tutti per garantire il raggiungimento del quorum richiesto, al fine di far valere la volontà della popolazione nei confronti di un Governo sempre più
autoreferenziale e sordo ai bisogni reali del Paese.
Anche a Torgiano si è costituito un Comitato referendario che promuoverà il SI a tutti i quesiti posti in esame. Sulla scia del successo ottenuto dal movimento che ha raccolto le firme necessarie a promuovere il referendum infatti, l’opinione pubblica ha aderito alla mobilitazione, fino ad allargarsi ad un vero e proprio Comitato trasversale che mira a coinvolgere quanti più cittadini possibile, e a far capire che il Comitato non è espressione del sistema dei partiti.
Per il Comitato la scelta da adottare al Referendum è chiara: due SI per l’acqua pubblica e contro la privatizzazione forzata e un SI per eliminare subdoli strumenti di impunità come il legittimo impedimento.
Per quanto riguarda l’acqua pubblica, due sono i quesiti in questione: con il primo quesito, si propone di abrogare l’art. 23Bis della legge 133/2008 che impone di cedere la gestione del servizio idrico ai privati. Con il secondo invece si propone l’abrogazione dell’art.154/2006, che garantisce alle Spa la possibilità di incrementare le tariffe del 7% per la retribuzione del capitale investito.
Una volta abrogate queste leggi, ci sarà la possibilità di avviare anche in Italia il processo di ripubblicizzazione del servizio idrico integrato e di tutelare i comuni in cui l’acqua è tuttora gestita da enti di diritto pubblico.
A dimostrazione della fondatezza delle questioni prese in esame, il Comitato ha, insieme a tutti i comitati che si sono costituiti in questi giorni nel territorio italiano, già ottenuto un enorme quanto indiscussa vittoria. Preso atto della mobilitazione cittadina infatti, il Governo ha soddisfatto le richieste del referendum ancor prima che questo si realizzasse, abrogando le normative che reintroducevano il nucleare in Italia e sconfessando così un punto fondamentale del proprio programma elettorale.
Ottenuto questo fondamentale traguardo, il Comitato torgianese intende dar seguito al lavoro di mobilitazione e, attraverso una serie di manifestazioni ed iniziative, continuerà a sensibilizzare i cittadini di Torgiano sull’importanza degli altri tre quesiti referendari.

Comitato referendario Torgiano

domenica 24 aprile 2011

La fabbrica delle alleanze

Da “LEFT”

di Manuele Bonaccorsi e Rocco Vazzana
La “bella politica” di Sinistra e libertà? Poca poesia e molto commercio. «Per valorizzare il nostro ruolo all’interno della coalizione il candidato sindaco ha garantito un coinvolgimento di Sel nel futuro assetto delle società partecipate», sostengono i dirigenti vendoliani. Traduzione: voti ai candidati Pd in cambio di posti di sottogoverno. Accade a Torino, dove il partito di Nichi Vendola appoggia Piero Fassino, l’uomo che “se fosse stato operaio” a Mirafiori avrebbe votato per Marchionne.


Qualcosa del genere succede anche a Napoli, dove Sel ha spaccato il partito pur di non appoggiare Luigi De Magistris, con la sua posizione di rottura col potere bassoliniano; e ancora a Reggio, dove la forza politica nata per farla finita coi partiti del ’900 appoggia un ex esponente dell’Mpa del governatore siciliano indagato per mafia Raffaele Lombardo. A Cosenza, dove i voti della sinistra andranno al presidente dell’associazione imprenditoriale della sanità privata, quello che rappresenta, per intenderci, gli Angelucci e i Don Verzè. O a Salerno, dove Sel sostiene Vincenzo De Luca. Uno che oltre a un processo per truffa e falso, era solito rivolgersi con questo tono ai migranti: «Io smonto i campi dei rom e me ne frego di dove quella gente va a finire. Io li prendo a calci nei denti».

La politica che fa della diversità una ricchezza? Se ne parla nelle Fabbriche di Nichi, nelle convention che acclamano il candidato destinato a cambiare la sinistra e magari anche il mondo. Ma visto da vicino il partito di Vendola è molto più dozzinale. Notabilati locali, fatti da maestri della contrattazione politica. E tanti patti sottobanco. Specialmente, accordi a ogni costo col Pd. Anche coi suoi esponenti più lontani dalla sinistra.

La linea, calata dall’alto, è stata pedissequamente seguita in periferia. Anche a costo di spaccare il partito e l’elettorato. A Napoli i giovani di Sel, esponenti dei movimenti, ambientalisti, precari, hanno scelto De Magistris, rompendo col partito di Vendola. Così Sel rischia una batosta memorabile in Campania. A sentire le voci di corridoio Luigi De Magistris s’è giocato l’appoggio di Sel ancor prima di candidarsi. Quando, nel giugno del 2010, in un dibattito pubblico con Vendola, l’ex magistrato pensa bene di mettere il dito nella piaga: «Bagnoli è una pagina vergognosa di commistione tra politica e crimine intorno al denaro pubblico», secondo il pm di “Why Not” e “Poseidon” Apriti cielo. Il giorno dopo le agenzie vengono inondate da smentite. Il presidente di Bagnolifutura, la società che dovrebbe garantire il recupero dell’ex zona industriale ubicata su una della più belle coste di Napoli, annuncia una querela. Ma anche Peppe De Cristofaro, coordinatore di Sel e componente del cda dell’Arin, l’azienda che gestisce la rete idrica partenopea, prende subito carta e penna: «Crediamo che le dichiarazioni di De Magistris su Bagnoli siano sbagliate, gli consigliamo di approfondire quanto è avvenuto in questi anni». A quell’incontro Vendola definisce De Magistris «una risorsa per la sinistra». Ma nei rapporti coi dirigenti locali la strada per l’ex pm è ormai sbarrata.

Quando, dopo le primarie caratterizzate dalle accuse di brogli sul candidato bassoliniano Cozzolino, l’ex pm annuncia la sua candidatura, Sel è glaciale. Il partito indice un referendum tra gli iscritti per scegliere chi sostenere: su 2.300 tesserati votano in meno di 600. Vince la linea sostenuta da Gennaro Migliore (tra i più fidati uomini di Vendola), Arturo Scotto (ex Sinistra democratica) e Riccardo Di Palma (ex presidente della Provincia, Verde): il partito appoggerà il prefetto Mario Morcone, sconosciuto candidato del Pd. Una parte di Sel non ci sta. «Per chi come me aveva votato contro Morcone, nel partito non c’è stata più agibilità. Così io e altri compagni abbiamo deciso di candidarci con De Magistris, anche se per ora manteniamo la tessera di Sel», spiega Arnaldo Maurino, componente della direzione campana del partito. Maurino, 32 anni, è uno dei leader del movimento giovanile napoletano. Uno della generazione di Genova. «Il bassolinismo a Napoli è finito ma Sel non se n’è accorta. Ha preferito non rompere i rapporti con una classe dirigente locale che ha visto la politica solo come gestione dell’esistente, mai come trasformazione. Noi volevamo una forza che rompesse gli schemi del ’900 e ci siamo trovati imbrigliati in un’organizzazione che ha tutte le caratteristiche più negative dei partiti. A Napoli Vendola ha fatto un grave errore», attacca Maurino. Il suo non è un caso isolato. Con De Magistris si sono schierati pezzi importanti del potenziale elettorato di Sel: i centri sociali, convinti, come dice Antonio Musella di Insurgenzia «che la candidatura di Luigi è un’opportunità, forse unica per far diventare le lotte sociali una pratica di buon governo». Con l’ex pm si è schierato anche l’economista Riccardo Realfonzo, docente universitario, ex assessore al bilancio della Iervolino. Nominato in qualità di tecnico su indicazione di Sel, Realfonzo si dimise dopo pochi mesi, denunciando come alcune pratiche di cattiva politica a palazzo San Giacomo fossero più dure del granito: «Non comprendo la scelta di Sel. In tante battaglie il partito era stato a mio fianco. Temo che siano prevalsi i legami profondi intessuti in questi anni, in cui dirigenti del partito hanno sempre sostenuto Bassolino prima e Iervolino poi. Le scelte elettorali di Sel sono in contraddizione con la sua linea politica. Da qui la gravissima frattura tra dirigenti e base».

Sullo sfondo la questione di Bagnoli. Zona che, da anni, attende una vera riqualificazione ambientale. Mai avvenuta, secondo il pm Stefano Buda, che sulla vicenda ha aperto un’inchiesta ancora secretata ma che rischia di far saltare il tappo. Sui giornali si parla già di «bonifica farsa». La messa in sicurezza della zona, costata montagne di denaro, pare non abbia dato alcun risultato. Perché la colmata, una terrazza sul mare fatta di detriti tossici dell’ex Italsider, sta ancora lì, a versare in mare idrocarburi policiclici aromatici, altamente cancerogeni. Una bomba ecologica. Eppure Bagnolifutura ha annunciato, dopo una variante al piano urbanistico votata in extremis dalla Iervolino, di aver aumentato i metri cubi destinati a nuove case: 600 in più, rispetto alle 1.200 previste. Sulla questione De Magistris ha deciso di entrare a gamba tesa, com’è suo stile, denunciando sprechi, affari, interessi privati. Il Pd ha risposto col cartellino rosso. E Sel ha scelto da che parte stare. Quella sbagliata.

«Quando ho sentito quelle dichiarazioni di Fassino, non sai la bile…». Nei giorni convulsi di Mirafiori, quando gli operai dovevano scegliere se votare sì o no all’accordo diktat imposto da Sergio Marchionne, Mina Leone era in prima fila, con la Fiom, a organizzare il comitato per il no. E Piero Fassino, candidato del centrosinistra per succedere a Sergio Chiamparino, decise di schierarsi: «Se fossi stato un operaio avrei votato sì», afferma l’ultimo segretario dei Ds. Ora Mina Leone, 47 anni, operaia delle Carrozzerie dal 1988, è l’unica tuta blu candidata nelle liste che appoggiano Fassino, con Sinistra e libertà. «È vero, la politica ci ha abbandonato. Il Pd non solo non è venuto ai cancelli ma ci si è messo contro». Inizialmente Sel non appoggia Fassino alle primarie, sperando in una discesa in campo di Giorgio Airaudo, lo storico segretario della Fiom torinese. Ma saltata la candidatura forte, Sel rinuncia a presentare un suo esponente e lascia libertà di voto. Sapendo che ormai Fassino era imbattibile. «Alle primarie ho votato un altro candidato, certo non Fassino. Però ora non posso far altro che contrastare la destra, turandomi il naso», spiega l’operaia.

Dietro l’appoggio di Sel a Fassino c’è però dell’altro: i posti di sottogoverno nelle municipalizzate, come i quattro esponenti del comitato che gestisce il partito a Torino (Carutti, Disalvo, Lavagno e Robotti) ammettono senza peli sulla lingua: nelle candidature alla municipalità Sel mantiene solo una presidenza, quella della circoscrizione 10. In cambio ottiene posti nei cda delle società dei servizi pubblici. Sulle quali Fassino, dicono le voci, è pronto a rimettere in campo una proposta a suo tempo avanzata da Chiamparino: la cessione della quota di maggioranza della Amiat (rifiuti) e Smat (acqua) finora interamente pubbliche, per ripianare il mega debito, 3miliardi di euro, del Comune. Sel, a livello nazionale, sostiene invece il referendum sull’acqua pubblica che si svolgerà il 12 e 13 giugno, dopo le amministrative. A contrastare Fassino a Torino restano solo Prc e Sinistra critica, con un loro candidato di bandiera.

In Calabria, col Pd commissariato, le alleanze si costruiscono con la fantasia. A Reggio, poi, tutto è possibile, ogni accordo immaginabile. E anche Sel si è dimostrata capace di disegnare trame politiche complicatissime. In riva allo Stretto si vota sia per il rinnovo del Consiglio comunale e provinciale. E con abilità, i vendoliani si sono mossi sui due tavoli.Nel feudo del governatore Giuseppe Scopelliti la sinistra si sente vinta in partenza. Meglio dunque dichiarare subito la resa. Per la poltrona di primo cittadino Vendola sostiene Aldo De Caridi, dell’Idv Un uomo che viene da lontano, con trascorsi nel Movimento per autonomie di Raffaele Lombardo, all’epoca in cui l’Mpa correva insieme alla Destra di Storace per le europee. Da qualche tempo è salito sull’autobus del partito di Di Pietro. Sel ha optato per lui, chiudendo la porta in faccia a Massimo Canale, ex Pdci, adesso candidato da Rifondazione e Pd, il rappresentante “naturale” di una coalizione di sinistra. Ma nulla si fa per niente. In cambio del sostegno a De Caridi, Giovanni Nucera, coordinatore provinciale di Sel, è riuscito a imporre la sua candidatura alla presidenza del Consiglio provinciale. Ovviamente nessuno dei due ha alcuna possibilità di vincere, anzi, sarà già complicato superare lo sbarramento al 4 per cento. Bene che vada, i due partiti avranno un consigliere in Comune e uno alla Provincia. Ma poteva andare anche peggio. Negli ambienti della politica reggina è nota la disinvoltura che Sel ha mostrato nella preparazione di queste amministrative. Secondo fonti interne al partito di Vendola, che preferiscono rimanere nell’anonimato, prima dell’alleanza con l’Idv Sinistra e libertà aveva già chiuso un accordo addirittura con Pietro Fuda, esponente del Terzo polo. Un politico navigato con esperienze sia a destra che a sinistra. Presidente della Provincia di Reggio per Forza Italia dal 2002 al 2005, senatore durante il secondo governo Prodi nelle liste del Partito democratico meridionale. Il suo nome sale agli onori delle cronache nazionali nel 2006, quando figura come primo firmatario di un emendamento alla finanziaria, ribattezzato “comma Fuda”, che avrebbe ridotto i termini di prescrizione dei reati contabili. Sel, in accordo con alcuni fuoriusciti dal Partito democratico, avrebbe dovuto sostenere la candidatura di Fuda in cambio di un assessorato. Regista dell’operazione sarebbe stato Ferdinando Aiello, coordinatore regionale del partito. Un altro personaggio che in passato ha avuto i suoi 15 minuti di notorietà: nei primi anni Duemila finisce nello scandalo del “concorsone”, risultando tra i vincitori di un bando pubblico truccato riservato a funzionari di partito. Intervistato da Riccardo Iacona per “Presa diretta”, Aiello dichiara di aver pagato con «mesi di depressione totale» quell’errore. Evidentemente il lupo perde il pelo ma non il vizio, visto che il coordinatore regionale era pronto a sbagliare ancora. Per stroncare l’operazione “Terzo polo” sarebbe stato necessario l’intervento di un dirigente nazionale, giunto in Calabria per convincere i reggini a desistere. Ma la dirigenza in cambio ha preteso di avere mano libera nell’alleanza con l’Idv sia al Comune che alla Provincia.

A Cosenza Sei ha deciso sostenere come sindaco il re della sanità privata calabrese: Enzo Paolini. Avvocato, presidente dell’Aiop (Associazione italiana ospedalità privata), che rappresenta 496 strutture sanitarie operanti su tutto il territorio nazionale, Paolini è uno che qualche conflitto di interessi potrebbe averlo. Ma evidentemente Sel ha altre priorità. E a Cosenza, l’unica cosa che conta è stare dalla parte di chi comanda. E qui comanda una vecchia classe politica di estrazione socialista, erede di Giacomo Mancini. Il candidato Enzo Paolini rivendica sempre la sua appartenenza alla famiglia politica manciniana. Come fa anche Eva Catizone, già sindaco di Cosenza, oggi esponente di Sel, che da subito ha sposato la candidatura di Paolini. Stessa scelta era stata presa dal Pd locale, poi smentito dall’intervento diretto di Bersani, che ha imposto come candidato il sindaco uscente Salvatore Perugini. Sel è andata dritta per la sua strada. Nonostante in coalizione siano presenti anche esponenti di “Noi Sud”, costola fuoriuscita dall’Mpa in polemica con la scelta di Lombardo di allargare il governo siciliano al centrosinistra.

E poi, a Salerno, c’è Vincenzo De Luca. Lo sceriffo campano, l’imbattibile ex comunista che prende i voti dalla destra. Il leghista del Sud, che dopo aver fallito il salto alla presidenza della Regione, si candida nella sua città per il quarto mandato (con un intermezzo parlamentare). Sel lo appoggia, assieme al Pd, mentre Prc e Idv voteranno Rosa Masullo. Come mai l’Idv non sostiene l’iperlegalista De Luca? Perché lo sceriffo è molto ligio nel rispetto della legge quando si tratta di immigrati, senzatetto, prostitute, ma ha un’idea della legalità molto meno stringente se l’argomento è l’attività amministrativa. Specie la sua. Il sistema De Luca, secondo gli inquirenti, si basa sul rapporto con imprenditori a cui il sindaco salernitano ha garantito norme leggere e varianti urbanistiche. De Luca, è sotto processo per la vicenda della trasformazione della fabbrica Ideal Standard in un parco giochi (inchiesta “Sea park”) e sulla questione dell’Mcm, dove il sindaco è inquisito per falso insieme a Gianni Lettieri, candidato imprenditore del Pdl alle comunali di Napoli. A lui il sindaco avrebbe garantito la trasformazione di un’area da industriale a commerciale. Su De Luca non è stata molto gentile neppure la Corte dei conti: nel 2010 viene condannato a risarcire 23mila euro per consulenze assegnate a peso d’oro. De Luca non ha preso le inchieste che lo riguardano con molta sportività: «L’Italia è paralizzata per la paura della magistratura. E questa situazione va spezzata. Io sono perché la magistratura non mi rompa le scatole quando decido di fare una variante urbanistica nel Consiglio comunale. Berlusconi in campagna elettorale non si è mimetizzato, ha detto che i magistrati andavano ricoverati al manicomio. Ha vinto col 10 per cento di distacco avendo detto quelle cose prima, non dopo. Come si fa a non capire che il rapporto tra pubblica amministrazione e magistratura è diventato decisivo per non paralizzare l’Italia?». Berlusconi ci metterebbe una firma. Sel, purtroppo, ha già deciso di metterla

giovedì 21 aprile 2011

Acqua pubblica, ancora più di prima: tutti al voto

Sfidando ogni senso del ridicolo, il governo Berlusconi ha dichiarato la propria guerra senza quartiere ai referendum dei prossimi 12/13 giugno. Il tentativo, piuttosto maldestro, di "congelare" il rilancio del nucleare in Italia dimostra una verità inequivocabile: la maggioranza del Paese continua, ventiquattro anni dopo, ad essere profondamente antinucleare e vuole un'altra politica energetica per un'altra società.

Stupefacente la "nemesi" che sottende a questo gioco a rimpiattino: proprio il governo che, ad ogni difficoltà del premier, tenta di legittimarne gli atti e le dichiarazioni richiamandosi alla volontà popolare, quando quest'ultima può finalmente esprimersi la teme come il peggiore degli incubi. Non sappiamo come si pronuncerà la Corte di Cassazione in merito, ma da subito va rivendicato il diritto delle donne e degli uomini di tutto il paese a poter decidere sulla politica energetica, tema essenziale per la presente e per le future generazioni.

E con ancor più decisione va intensificata la campagna referendaria per i 2 Sì ai quesiti per la ripubblicizzazione dell'acqua. Perché è una battaglia portata avanti da uno straordinario movimento che in questi anni, attraverso la reticolarità e la diffusione in ogni territorio, ha costruito una nuova consapevolezza sull'acqua come bene comune e diritto umano universale e sulla necessità di sottrarne la gestione al mercato e al profitto dei privati.

Un movimento che ha costruito la più grande coalizione sociale degli ultimi decenni e che nella campagna di raccolta firme della scorsa primavera ha raccolto oltre 1,4 milioni di firme, senza grandi finanziamenti, senza forti sponsorizzazioni politiche e nel più totale silenzio dei mass media.

Un movimento che ha già ottenuto due vittorie: è riuscito ad imporre il tema dell'acqua e dei beni comuni nell'agenda politica del Paese, rompendo l'autistica separatezza con cui il Palazzo si è autoescluso dalla società, ed è riuscito a creare un precedente costituente, ovvero il fatto che, su ciò che a tutti appartiene, tutte e tutti devono poter decidere.

Ora si tratta di passare dall'indubitabile vittoria culturale ad un'altrettanto sonora vittoria politica: con la vittoria dei Sì ai due referendum sull'acqua, per la prima volta dopo decenni, le politiche liberiste possono essere sconfitte attraverso un voto democratico e popolare, invertendo la rotta e modificando, ben aldilà del tema specifico, i rapporti di forza politici e culturali in questo Paese.

E' una battaglia decisiva, che il movimento per l'acqua e il comitato referendario possono vincere ricorrendo alla propria ricchezza più preziosa: la diffusione territoriale e la capacità di aver coinvolto in questa vera e propria battaglia di civiltà moltissime donne e uomini alla loro prima esperienza di attivismo, costruendo un grande anticorpo sociale per un'uscita dalla crisi alternativa alla consegna dell'intera vita delle persone alle leggi del mercato. Aprendo la strada alla ripubblicizzazione dell'acqua, ma anche alla ridefinizione di un nuovo modello di pubblico, fondato sulla partecipazione sociale.

Se il governo e i poteri forti trasversali, con la mossa sul nucleare (cui ci aspettiamo ne seguiranno altre sull'acqua) pensa di poter ancora una volta contare sulla passivizzazione e sull'assuefazione delle persone, è il momento di dimostrare l'esatto contrario con una partecipazione di massa al voto referendario. Perché si scrive acqua, ma si legge democrazia. E perché solo la partecipazione è libertà.
Marco Bersani, Liberazione

Il comitato umbro “Vota si per fermare il nucleare” non smobilita

Vogliamo un no definitivo al nucleare“Il comitato Umbro vota si per fermare il nucleare non smobilita” è la dichiarazione di Alessandra Paciotto, di Cristina Rosetti e Valentina Galluzzi, le portavoce del comitato regionale e dei due comitati provinciali che si sono costituiti per organizzare la campagna referendaria contro il nucleare e invitare i cittadini dell'Umbria a votare al referendum del 12 e 13 giugno.

“Il Governo con l'emendamento al Decreto Legislativo Omnibus vuole cancellare dalla convocazione del 12 e 13 giugno il quesito sull’energia atomica e mettere a rischio la consultazione sull'acqua pubblica - continuano le referenti del comitato umbro – perchè ha capito che avrebbero perso il referendum, prova provata che le probabilità di raggiungere il quorum sono molto alte. Un atto fatto per assoluta convenienza e non certo perchè le posizioni del Governo sul nucleare siano cambiate”.

“Ora occorre vedere se e come il testo passa in parlamento, come il decreto verrà convertito e poi sarà la Corte di Cassazione a dover dire se il referendum è superato – concludono la Paciotto, la Rosetti e la Galluzzi – nel frattempo non abbiamo nessuna intenzione di smobilitare il comitato regionale e quelli locali. Continueremo ad essere presenti sui territori, ad informare i cittadini perchè vogliamo definitivamente cancellare il nucleare dall'Italia”.

mercoledì 20 aprile 2011

"L'asta". Spot referendum acqua pubblica.

Il 12 e 13 giugno vota due si contro la privatizzazione dell'acqua. Spot prodotto dal comitato acqua pubblica di Velletri.Regia e montaggio Luca D'AnnibaleIdeazione e script Astrid LimaOrganizzazione generale Annalisa MarroniCon la partecipazione di Guido Riunno, Attilio Fabiani, Bianca De Santis, Corrado Bisini, Fernando Mariani, Marisa Liberati, Matteo D'Annibale .






I sindaci berlusconiani del Partito democratico

Le reazioni degli enti locali di Terni alla sentenza ThyssenKrupp servono a capire perché Berlusconi si senta autorizzato a dire quel che dice contro i giudici e la magistratura.

Mi si dirà che il linguaggio e i toni dei rappresentanti delle istituzioni umbre non sono gli stessi del Presidente del Consiglio. E' assolutamente vero, nessuno nega la gravità estrema del linguaggio e delle scelte di Berlusconi. E, tuttavia, dobbiamo chiederci perché dopo una sentenza che per la prima volta inchioda alle sue responsabilità il gruppo dirigente e l'azienda dove è avvenuta una strage, vi siano state a sinistra, nel fronte che tutti i giorni accusa Berlusconi di voler sovvertire la Costituzione, reazioni come quelle del Sindaco e del Presidente della provincia di Terni. Costoro hanno subito paventato la possibilità che la ThyssenKrupp, troppo condannata, abbandoni l'Italia.
Nessuno, tranne qualche pazzo milanese, attacca la magistratura in quanto tale. Se i giudici si limitano al minimo sindacale ed esercitano la loro funzione soprattutto senza invadere il campo della politica o del mercato, non c'è niente da dire.
I contrasti sorgono quando il potere giudiziario pone dei limiti veri all'arbitrio dei potenti. Siano essi quelli eletti dai cittadini, siano essi quelli che guidano il mercato. Si vorrebbe una magistratura di tipo ottocentesco, che non tocchi i notabili e gli affari ma che si limiti a perseguire i reati di coloro che possono essere condannati senza danneggiare alcun potere. E c'è ancora una parte della magistratura che a queste regole non scritte si attiene.

Se seguiamo lo sviluppo di altri processi per strage sul lavoro, la Saras di Cagliari o l'Umbria Olii ancora nell'Umbria, troviamo una giustizia molto più cauta, sia nella estensione, sia nella qualità, sia nella forza delle indagini e delle incriminazioni.

La battaglia di Berlusconi contro la magistratura non è quindi solo un atto di follia senile. Essa nasce nei poteri profondi del paese. La Fiat e Craxi negli anni Ottanta si lanciarono in campagne contro i “pretori del lavoro” che, si diceva, con le loro sentenze toglievano potere alle imprese e ai sindacati. Oggi, in una condizione sociale e democratica molto più degenerata, è chiaro che un intervento rigoroso della giustizia per affermare i principi contenuti nella Costituzione sconvolge gli equilibri sociali e politici consolidati. Questo perché il paese sta scivolando verso un regime aziendalistico padronale nel quale i diritti scompaiono sotto il peso degli interessi e dei poteri.

Sono convinto che gli amministratori locali umbri considerino un'offesa essere anche lontanamente paragonati a Berlusconi. Eppure le loro affermazioni stanno dentro quel corso politico e culturale. Quello di chi pensa che a un certo punto la giustizia si deve fermare, se mette in discussione troppe cose nell'assetto costituito.

D'altra parte il sindaco di Terni è in buona compagnia. Il suo collega di Torino era parte civile contro la ThyssenKrupp, che in quella città conta ormai poco, Ma quando Marchionne ha minacciato lo stesso ricatto che oggi lancia la multinazionale tedesca, si è piegato in due secondi. Il sindaco democratico di Torino, il suo collega di Pomigliano del Pdl, hanno fatto proprie le minacce dell'azienda e hanno spiegato ai lavoratori che le rinunce ai diritti e ai contratti sono poca cosa di fronte al rischio che il padrone se ne vada.

Il degrado della nostra democrazia è prima di tutto dovuto al fatto che c'è sempre un contesto, c'è sempre un territorio, c'è sempre un'istituzione o un'azienda ove le regole e i principi devono essere adattate agli interessi concreti in campo. I diritti, la salute e la sicurezza, la democrazia e la legalità, o sono esigibili sempre, o non lo sono mai. E se non fermiamo questa subalternità crescente dei poteri politici ai diktat del mercato e delle multinazionali, noi non avremo più in Italia un posto ove si possa dire: qui è ancora in vigore la Costituzione della Repubblica.

Giorgio Cremaschi, Liberazione

domenica 17 aprile 2011

PORTA 2.0

Un partito è un partito. Cioè?

Da gran tempo ci dibattiamo dinanzi a un dilemma. Per un verso vediamo la desolante inconsistenza dell'opposizione parlamentare, un dato acquisito anche nella stampa estera, per la quale (parliamo di Le Monde, dell'International Herald Tribune, della Süddeutsche Zeitung) l'inefficacia del centrosinistra è un ormai un presupposto. Per l'altro verso ragioniamo in base al postulato, a prima vista ovvio, secondo cui l'opposizione (a cominciare dal Pd) non può non mirare al governo del Paese e quindi impegnarsi per spodestare la destra.

La competizione al massimo livello continua ad apparirci la ragion d'essere dell'opposizione, perciò restiamo disorientati di fronte a quella «resa senza condizioni alle ragioni dell'avversario» di cui parlava Piero Bevilacqua sul manifesto del 2 aprile, e stentiamo a trarre conclusioni coerenti dall'osservazione della scena politica. Forse è il momento di chiedersi se nelle premesse dei nostri ragionamenti non si annidi un baco. L'impressione è che essi muovano da una concezione sbagliata del partito politico, del suo odierno modo di essere e di operare. Un partito di grandi dimensioni si rappresenta sulla scena mediatica come candidato al governo del Paese. In realtà non è soltanto questo. Venuto meno (con l'eccezione della Lega Nord) il radicamento sociale dei partiti di massa, permane un'altra forma di radicamento delle forze politiche (sia di governo che di opposizione). I partiti sono strutture organizzate, apparati, collettori di un ceto politico e amministrativo ben radicato nei luoghi del potere diffuso e del sottogoverno: enti locali e aziende di servizio; ordini professionali e sistema dell'informazione; cda di banche, fondazioni, imprese partecipate, assicurazioni e, d'ora in avanti, anche grandi università. Di questo complesso mondo retrostante si tende a non parlare. Esso rimane, di norma, invisibile ai più. Ma se lo si tiene nel debito conto, si profila uno scenario politico molto diverso dal consueto. La rappresentazione vulgata della lotta politica (soprattutto al tempo del bipolarismo) evoca una competizione tra blocchi coesi e contrapposti, tra loro alternativi: lo scenario manicheo di quello che Gramsci definirebbe uno scontro «totalitario». Tale rappresentazione è anacronistica. Oggi (da un quarto di secolo a questa parte) la lotta politica non concerne tanto idee, valori e progetti. Coinvolge in primo luogo i terreni sensibili dell'amministrazione e della governance. Nella realtà il confronto tra le forze politiche verte perlopiù sulla distribuzione capillare di poteri, posti, prerogative e privilegi: una funzione che comporta conflitti a bassa intensità, contenuti - questo è il punto - entro una cornice di cooperazione. Ne consegue una metamorfosi dei partiti (a cominciare dai più grandi): una trasformazione delle funzioni che retroagisce in profondità sulle culture politiche e sulle opzioni ideologiche. Complice il maggioritario, i partiti operano sul territorio come corporazioni di potentati locali (Marx parlerebbe di «comitati d'affari») e non assolvono più (se non in minima parte) la funzione di organizzazione, civilizzazione e rappresentanza del dibattito politico diffuso affidata loro dalla Costituzione. In tale contesto il cuore della dinamica istituzionale è costituito, di fatto, dalla dialettica tra gli interessi rappresentati e tutelati: interessi forti, fatti valere da soggetti a loro volta dotati di influenza e di grandi capitali. Anche per questa ragione strutturale il Parlamento si è ridotto a un museo delle cere o a un distributore di prebende. Questo processo di amministrativizzazione e di degenerazione corporativa della politica è il telaio materiale (lo hardware) di un nuovo americanismo: alla «gente» si offre lo spettacolo della rissa politica, mentre il sistema funziona in modo efficace al riparo da sguardi indiscreti. C'è poi il telaio culturale o ideologico (il software), anch'esso radicato nel corposo mondo degli interessi. Si litiga, certo, a beneficio degli spettatori. Anzi si litiga in forme brutali, canagliesche, a suon di insulti e dossieraggi. Ma di che cosa si discute? Di cognati e di escort, di bilanci falsi e di tangenti; quando va bene, di bioetica e di diritti civili. E su che cosa si litiga? In buona sostanza, su chi deve comandare: sono conflitti sui «nomi propri», non sulle cose. Nel frattempo la politica "vera" - quella degli accordi, degli scambi, dei compromessi, dei sistemi informali di relazione e coalizione - opera indisturbata, perché il dibattito pubblico non coinvolge più (da una buona ventina d'anni) i temi scabrosi del modello sociale, del comando sulla produzione, delle alleanze internazionali e, per dir così, della filosofia della storia: tutti temi sui quali vige ormai un collaudato accordo bipartisan, cementato dal comune ripudio dell'ispirazione «bolscevica» della Costituzione del '48. È il paradosso del bipolarismo : alla polarizzazione della scena corrisponde la convergenza della politica, il che spiega la continuità delle scelte assunte dai diversi governi su terreni cruciali: le riforme istituzionali (da ultimo, l'università e il federalismo fiscale), la politica economica ed estera (tagli alla spesa sociale e «guerre democratiche»), le relazioni industriali (la precarietà del lavoro), il controllo dell'immigrazione ecc. L'opposto di quanto accadeva nella vituperata Prima repubblica, al tempo del famigerato consociativismo, quando il confronto politico si conteneva entro forme civili ma verteva su questioni fondamentali e mobilitava culture e progetti effettivamente alternativi. Che cosa discende da tutto ciò? In estrema sintesi, due conseguenze. La prima, sul piano analitico: la competizione per il governo del Paese non è affatto prioritaria. Conquistare Palazzo Chigi farebbe piacere, ma essenziale è la conservazione di un quadro generale di cooperazione politica e amministrativa, che assicura concreti benefici a tutte le forze rappresentate. Il che rende compiutamente ragione della misteriosa inefficacia dell'opposizione, nei desiderata della quale non rientra in alcun modo lo sconvolgimento dell'attuale stato di cose. La seconda implicazione è politica e riguarda la sinistra. Se siamo d'accordo che battere la destra sia un fine in sé e non vogliamo ripetere il disastro del 2008 (frutto di un'analisi errata dei rapporti di forza), la sinistra (nella migliore delle ipotesi, il 10-13%) deve mirare a stringere col centrosinistra (30-32%) accordi parziali, limitati a pochi ambiti (l'equità fiscale, la politica dei redditi, il welfare, forse i beni comuni), rinunciando ai temi (primo fra tutti la guerra, come dimostra la Libia) sui quali i principi non sono negoziabili e le distanze restano incolmabili. Inutile dire che in questa situazione la frammentazione della sinistra è solo un impedimento alla sua autonomia e un regalo alla controparte. Ci pensi bene Nichi Vendola, se non vuol relegare Sel in una gabbia dorata ma opprimente. Tale da rendere sempre più arduo distinguersi su materie (prima fra tutte proprio la guerra) che vedono il centrosinistra assumere posizioni irricevibili.

Alberto Burgio

domenica 10 aprile 2011

Condannati alla crescita

Dopo la tragedia di Fukushima sono state avanzate le soluzioni più svariate: centrali nucleari “sicure” di terza o quarta generazione, rafforzamento del già consistente apparato idroelettrico e, naturalmente, valorizzazione delle cosiddette fonti di energia “alternative” o “pulite”, fotovoltaico, solare termico, eolico.

Non esistono fonti di energia che, usate in modo massivo, non siano inquinanti, in un modo o nell’altro. Alcuni anni fa in una piattissima regione fra Olanda e Belgio, battuta dal vento, furono impiantate trecento enormi torri eoliche. Gli abitanti ne uscirono quasi pazzi. Per il rumore delle pale e perché erano abituati ad avere davanti agli occhi una pianura sconfinata che ora trovavano sbarrata da queste torri. Un foglio di carta in una casa è un innocente foglio di carta, centomila fogli ci soffocano. Non c’è niente da fare.

Nessuno ha osato proporre la soluzione più ovvia: ridurre la produzione. Questo è il tabù dei tabù. Perché il nostro modello di sviluppo è basato sulla crescita. A qualunque costo. Il lettore avrà sentito dire mille volte, e non solo in questi tempi di crisi, da politici, di destra e di sinistra, da economisti, da sindacalisti: Bisogna stimolare i consumi per aumentare la produzione”. Se la guardate bene, a fondo, questa frase è folle. Perché vuol dire che noi non produciamo più per consumare, ma consumiamo per produrre. Che non è il meccanismo economico al nostro servizio, ma noi al suo.

La crescita non è un bene in sé. Anche il tumore è una crescita: di cellule impazzite. Il tumore dell’iperproduttività finirà per distruggere il corpo su cui è cresciuto. Non perché verranno a mancare le fonti di energia e le materie prime come nel 1972 ipotizzavano che sarebbe avvenuto entro il Duemila quelli del Club di Roma nel loro libro-documento I limiti dello sviluppo (magari ci avessero azzeccato, saremmo stati costretti ad autoridurci per tempo): la tecnologia è probabilmente in grado di risolvere questo problema.

Ma per la ragione opposta. Un modello che si basa sulle crescite esponenziali, che esistono in matematica ma non in natura, quando non potrà più crescere, perché non troverà più mercati dove collocare i propri prodotti, imploderà su se stesso. Sarà uno tsunami economico planetario.

Questo il futuro prevedibile. Ma basta il presente. La spietata competizione economica fra Stati – questa è, in estrema sintesi, la globalizzazione – passa attraverso il massacro delle popolazioni del Terzo e ora anche del Primo mondo. In termini di più lavoro, di più fatica, di stress, di angoscia, di un perenne pendolo fra nevrosi e depressione in una mancanza di equilibrio e di armonia che ha finito per coinvolgerci tutti. E gli stessi autori de I limiti dello sviluppo, che non erano dei talebani, ma degli scienziati per di più americani, del mitico Mit, quindi dei positivisti, non ponevano la questione solo in termini tecnici, ma umanistici e concludendo il loro documento scrivevano: È necessario che l’uomo analizzi dentro di sé gli scopi della propria attività e i valori che la ispirano, oltre che al mondo che si accinge a modificare, incessantemente, giacché il problema non è solo di stabilire se la specie umana potrà sopravvivere, ma anche, e soprattutto, se potrà farlo senza ridursi a un’esistenza indegna di essere vissuta”.Ma non sono stati ascoltati.

Corre, corre la “società del benessere”, col suo sole in fronte e le sue inattaccabili certezze, e, come un toro infuriato, non si rende nemmeno conto, mentre già gronda sangue, che, in ogni caso, al fondo non più tanto lontano dalla strada delle crescite esponenziali, l’aspetta la spada del matador.

Massimo Fini, Il Fatto Quotidiano