venerdì 30 settembre 2011

Dobbiamo fermarli. Qui ed ora!

di  Sergio Cararo, www.contropiano.org

Ci sono ottime ragioni per fare in modo che l'assemblea nazionale del 1 Ottobre al teatro Ambra Jovinelli di Roma convocata dall'appello “Dobbiamo Fermarli!” produca risultati importanti e duraturi. Lo richiede la realtà della crisi economica e lo impone la insostenibile prospettiva indicata dalle forze politiche che si oppongono al governo Berlusconi ma accettano i diktat della Banca Centrale Europea.
La pubblicazione della lettera segreta della Bce inviata al governo italiano il 5 agosto scorso, scrive oggi l'editoriale del Corriere della Sera che ieri l'ha resa pubblica, indica un fatto storico: un governo viene commissariato da una istituzione sovranazionale e perde la sua sovranità. Fin qui nulla di nuovo. La decisione delle classi dominanti italiane negli anni '90 di procedere a marce forzate verso l'Unione Monetaria ed Economica europea, si sapeva che avrebbe portato a cessioni di sovranità sempre maggiori, e non solo in termini economici, monetari, fiscali. L'Italia del resto in questo sport era ben allenata. Dal 1949 è un membro subalterno della Nato, il che ne ha determinato non solo la collocazione internazionale e la militarizzazione del proprio territorio ma ha anche permesso “sanguinose ingerenze” nella vita politica interna del nostro paese.
Ma la lettera della Bce si rivela una serissima rogna non solo per il governo Berlusconi che ne esce ridimensionato nella sua credibilità. Anzi, possiamo dire che il diktat della Bce sta diventando un problema molto più serio per gli oppositori di Berlusconi e in primo luogo per il Pd. Non a caso, sempre oggi, il Corriere affonda il dito nella piaga ricordando i peana del Pd ma anche di Sel verso Draghi come “uomo della provvidenza” e l'evidente imbarazzo di oggi quando lo stesso Draghi mette la sua firma ad una lettera che pretende lacrime e sangue dai lavoratori sui loro salari e i loro diritti, sulle pensioni, sui servizi sociali primari.
Ed è curioso che oggi il quotidiano più organico al Pd – l'Unità – ometta in ben quattro pagine di articoli le scandalose dichiarazioni dei suoi dirigenti e pubblichi un commento severissimo contro la lettera della Bce definendola come uno “spartiacque tra destra e sinistra”: a destra chi la condivide, a sinistra chi vi si oppone. Riteniamo che ai redattori dell'Unità non possano essere sfuggite le dichiarazioni del vicepresidente del Pd, Enrico Letta che ha affermato testualmente: I contenuti della lettera di Draghi e Trichet rappresentano la base su cui impostare politiche per far uscire l'Italia dalla crisi, è siderale la distanza tra quelle analisi e ciò che il governo ha concretamente fatto, o meglio non fatto in queste settimane. Qualunque governo succederà al governo Berlusconi, si dovrà ripartire dai contenuti di quella lettera”. Non solo. Enrico Letta in serata ha aggiunto di sposare il «manifesto delle della crescita» con cui la Confindustria di Emma Marcegaglia sta dando il benservito al governo Berlusconi. “Il manifesto è una svolta importante per la situazione di stallo che sta vivendo il paese», dice Letta, pronto insieme al suo partito «a confrontarci e a fare lunga strada insieme agli estensori del manifesto per dare, ognuno nella sua responsabilità, un contributo all'uscita dell'Italia dalla crisi”..
Ora, se le valutazioni di Enrico Letta indicano il percorso e il progetto sul quale il Pd e i suoi alleati (IdV,Sel) intendono sostituire il governo Berlusconi, capiamo bene il significato di opposizione frontale al “governo unico delle banche “ invocato dall'appello “Dobbiamo Fermarli!” che ha convocato l'assemblea del 1 Ottobre a Roma.
E' un appuntamento che mette finalmente al centro di una vasta alleanza politica e sociale cinque punti di programma comuni e lancia una campagna di massa nel paese per interdire gli effetti micidiali dei diktat della Bce. Una sorta di programma minimo di fase, “credibile ma non realista” sul quale marcare uno spazio politico indipendente ed una azione sociale, sindacale, culturale e politica conseguente su contenuti completamente rimossi dallo scenario politico esistente, anche a sinistra. L'appiattimento del Pd sugli obiettivi della lettera della Bce e sullo stesso Manifesto della Confindustria, segna uno spartiacque inesorabile e dirimente.

«Nessun governo con il Pd» Bertinotti, applausi dagli ex


Ferrero, Prc: è tornato il leader del '98. Ma dica sì al fronte antidestre. Il segretario e l'ex guida di Rifondazione uniti dalla legge elettorale. Preparano un confronto pubblico a Milano

«In queste sue ultime scelte ritrovo il Bertinotti del '98 (quello della rottura con Prodi, ndr) del 2001 (quello del Social Forum di Genova, ndr) insomma, per me il Bertinotti migliore». L'ultima «rottura» dell'ex segretario Prc piace molto a Paolo Ferrero, all'attuale segretario di quel partito, nel frattempo però passato per alcune scissioni. L'ultima, nel 2009. Spiega Ferrero: «In quell'occasione il tema di fondo era proprio il tema del governo e il rapporto con il Pd». Vendola e i suoi, che non escludevano una futura collaborazione con il centrosinistra, uscirono dal partito e fondarono Sinistra ecologia libertà. Bertinotti non vi aderì, ma si schierò con loro.
Ora, con l'acuirsi della crisi e il 'golpe' delle manovre d'agosto, neanche avversate dal Pd, Bertinotti ha scritto un saggio (esce in questi giorni su Alternative per il socialismo) che bolla come «ente inutile» la sinistra «che non sa dire di no», e che al pari delle destre «accompagna acriticamente la ristrutturazione capitalistica». Niente accordi, dunque. E indica la strada dell'autonomia dei movimenti «di lotta e di mobilitazione», rivolte e indignados.
La cronaca si incarica di dimostrare almeno il suo primo assunto: di ieri la pubblicazione di una lettera in cui la Bce indica la selvaggia cura economica a cui dovrebbe essere sottoposta l'Italia. Dal Pd nessuna contestazione di merito. «È evidente che il centrosinistra, per com'è oggi, non vuole fuoriuscire dal quadro dei vincoli monetari europei», ragiona Gianni Rinaldini, già segretario Fiom oggi fra i promotori di Uniti per l'alternativa, che prepara la mobilitazione del 15 ottobre. «La riedizione dell'Ulivo è destinata al fallimento, questo è sicuro e già dimostrato, basta guardare a Zapatero e alla Grecia. Il resto è oggetto di discussione».
Ma torniamo al Prc. Ferrero applaude il Fausto ritrovato. «Il punto, che noi avevamo individuato da tempo, è che non ci sono le condizioni per un governo con il centrosinistra. È la lezione di fondo dell'ultimo governo Prodi», di cui Ferrero era ministro e Bertinotti presidente della Camera. Ma stavolta Bertinotti non scavalca perfino la Rifondazione - che non vuole fare il governo con l'Ulivo ma propone comunque un fronte antidestre - e riecheggia l'antico «questo o quello pari sono», riferito agli schieramenti di destra e centrosinistra? Ferrero mette le mani avanti, ha letto il saggio solo negli stralci pubblicati dal manifesto, ma «se così fosse sbaglierebbe. Passerebbe dall'estremismo governista a quello della separazione consensuale del 2008, ai tempi della Sinistra arcobaleno, una delle principali cause della nostra distruzione. Pd e Pdl non sono pari, il governo Bersani garantirebbe un quadro costituzionale e non procederebbe alla demolizione rapida dei diritti e dello stato sociale».
In Rifondazione applausi a scena aperta, dunque. Il padre nobile di Sel sembra sconfessare la linea 'accordista' di Vendola e compagni. E non solo per manifesta incompatibilità con le ricette economiche del Pd. «Bertinotti concorda con noi anche sul fatto che il sistema bipolare maggioritario sia una gabbia che preclude la costruzione del nuovo spazio pubblico; e che, quindi, è un imbroglio il referendum in atto sul ripristino del "Mattarellum". Non a caso la rivendicazione prima degli "indignati" spagnoli è quella del sistema proporzionale», dice Giovanni Russo Spena. Mettendo il dito su un altro punto di contatto del vecchio segretario con l'ultimo Prc: la legge proporzionale. Vendola si è schierato con il referendum pro Mattarellum. E non poteva fare diversamente: il ritorno al proporzionale cancellerebbe le primarie per la premiership, eterno cavallo di battaglia di Vendola. Fu proprio Bertinotti, del resto, il primo a portare la sinistra sinistra alle primarie, quelle dell'Unione nel 2005.
«Siamo di nuovo in sintonia», spiega Augusto Rocchi, punto di riferimento dei bertinottiani non entrati in Sel. A patto che «non ci si chiuda nell'isolazionismo. Oggi Bertinotti dà ragione alla scelta di fondo del Prc: che non si è chiuso nel settarismo identitario, pur sapendo che le condizioni per un governo con il centrosinistra non ci sono». Ma è un riavvicinamento? In questi giorni l'ex presidente della Camera discute con molti suoi ex compagni di partito. La prossima settimana tornerà a Liberazione, il quotidiano del Prc, per un forum con Ferrero. E a novembre i due si sono dati un altro appuntamento pubblico, una tavola rotonda a Milano, assieme a Mario Tronti.

......................INVECE NICHI

«Prodi, riferimento per il futuro»

di Giusi Marcante


Vendola si smarca da Bertinotti: Fausto ha ragione, ma dobbiamo provare a fare l'Ulivo. Il leader di Sel: siamo in una stagione nuova, al via un nuovo centrosinistra

È la presentazione di un libro ma è molto di più. Succede sempre così quando appare il Professore. Succede di più quando accanto a lui siede il leader di Sinistra ecologia e libertà, nonché presidente della Puglia, Nichi Vendola. I due ieri hanno chiacchierato con il presidente dell'Emilia Romagna Vasco Errani e con quello di Unipol Pierluigi Stefanini e con l'autrice de Il Contagio, l'economista Loretta Napoleoni.
Appuntamento gustoso quello organizzato dalla Scuola di Città, l'esperienza politica voluta da Amelia Frascaroli, assessora della giunta cittadina, ma ancora prima protagonista di una corsa alle primarie che per qualche tempo ha impensierito il Pd. Il tratto politico della lista che ha sostenuto Frascaroli è proprio questo: unire il prodismo con l'esperienza di Sel. E che quella di ieri sia stata un'occasione tutta politica lo spiegano anche le parole usate da Vendola quando i giornalisti gli hanno chiesto il significato della sua iniziativa assieme all'ex presidente del Consiglio, eterna 'riserva della Repubblica': «Prodi rappresenta un punto di riferimento per tutti coloro che intendono costruire un centrosinistra capace di guardare al futuro». E ha aggiunto: «Siamo in una stagione nuova, abbiamo bisogno di mettere in campo un centrosinistra nuovo, un nuovo Ulivo, che sia capace di non impiccarsi all'albero delle ideologie, ma di essere in grado di convocare tutte le culture più avanzate per mettere in campo un programma di alternativa».
In controluce, e neanche troppo, si tratta di una risposta al suo padre nobile, quel Fausto Bertinotti che in questi giorni boccia l'alleanza di centrosinistra e straccia la fotografia della festa Idv di Vasto, quella con Bersani, Di Pietro e lo stesso Vendola fondatori di un pricnipio di nuova coalizione. Anche se alla domanda diretta su Bertinotti, il leader di Sel misura le parole: «Fausto Bertinotti conduce un'analisi della situazione del mondo e dell'Europa. Non dice che non serve il nuovo Ulivo - sottolinea Vendola-. È difficile immaginare che si possa rompere la compatibilità che tiene in piedi un'Europa fatta da liberisti e monetaristi. Ma io penso che ci dobbiamo provare. Penso che abbia ragione Bertinotti nell'analisi di un'Europa che si sta squagliando sotto il peso delle politiche liberiste. Ma proprio per questo che dobbiamo provarci, dobbiamo provare a costruire una sinistra di governo». Insomma, non è d'accordo, come del resto buona parte del suo partito. E per sottolinearlo, insiste su Bersani: «Andiamo molto d'accordo sul fatto che ci vuole un'alternativa allo scandalo istituzionale che è il governo Berlusconi. Lui pensa si possa guadagnare da un'esperienza di governo tecnico per raggiungere il voto anticipato, io penso che le elezioni anticipate siano una necessità immediata».
Tutto questo succede all'esterno dell'appuntamento. All'interno, neanche a dirlo, non mancano assonanze tra il professore e il leader di Sel. A partire da quella parola, crescita, invocata da tutti, da Vendola a Prodi. Il leader di Sel dice che, a differenza di quegli amici della sinistra che parlavano di decrescita, ora serve una crescita, sostenibile e per i giovani. E per capire meglio il suo concetto di crescita ricorre alla sua città: «Smettiamola di rincorrere il mito della crescita urbana. La mia città, Bari, ha duecentomila abitanti e il suo piano regolatore è vecchio di decenni e ne prevedeva ottocentomila. Non si deve più costruire, serve invece rimettere a posto le periferie urbane degradate. Ma dove discutiamo di queste cose? Dove discutiamo della politica industriale? La destra pensa che la politica industriale la fa il mercato, e parte della sinistra si è adattata a questa idea».
Prodi, manco a dirlo, non crede minimamente all'ipotesi di un default pilotato contenuta nelle tesi di Loretta Napoleoni e ricorre ad una delle sue immagini azzeccate: «Default pilotato? Se si comincia con il default pilotato vanno tutti in default. Chi lo pilota il default? Non lo pilota neanche Alonso».
Europa e ancora Europa, il filo rosso del Professore è sempre quello. E tutta l'amarezza nel constatare che questa Unione (europea) non c'è è in questa frase: «Gli Stati Uniti d'America sono più indebitati dell'Europa, ma non subiscono attacchi speculativi, perché sono uniti. Sono un cane grosso, e i cani grossi vengono sempre rispettati. L'Europa deve diventare un cane grosso».

di Daniela Preziosi

FONTE: il manifesto,30/09/2011

giovedì 29 settembre 2011

TODI: Nasce il comitato CAPRINI SINDACO.


capriniComunicato stampa Comitato Todi 2.0

Le primarie del centrosinistra rappresentano un fatto nuovo e di grande importanza per la città di Todi. Per la prima volta, infatti, tutti noi saremo chiamati a scegliere quale sarà il candidato sindaco del centro sinistra alle elezioni comunali del 2012.
Pur apprezzando la strada intrapresa dalle forze politiche, che rispecchia i valori in cui ci riconosciamo di partecipazione, trasparenza e soprattutto amore per la nostra città, vogliamo essere partecipi e attivi per contribuire a rendere la nostra città migliore di come l’abbiamo lasciata.
Proprio per questo lanciamo un appello per la candidatura di Andrea Caprini alle primarie. Siamo cittadini non iscritti a partiti ma che si riconoscono nella storia, nei valori e nelle idee del centro sinistra. La storia personale, l’impegno, le capacità e la disponibilità al dialogo dimostrate ci inducono a ritenere Andrea Caprini la persona giusta per rappresentare le istanze di tutti i tuderti e per competere con il centro destra nella campagna elettorale della prossima primavera.
Sulla spinta entusiastica delle richieste avanzate da tante persone che auspicano una sua candidatura, abbiamo deciso di impegnarci personalmente affinché Andrea contribuisca, al pari degli altri candidati, a rendere le primarie una competizione leale e vera allo stesso tempo, per assicurare quel rinnovamento sbandierato dal centro destra ma mai veramente perseguito. In Andrea Caprini riconosciamo il sindaco che ci traghetterà verso una Todi 2.0. Una Todi rinnovata in una moderna “versione” della nostra antica città.
Ci faremo pertanto portavoce di questa volontà espressa da molti, raccogliendo in questi giorni che ci separano dalle scadenze previste per la presentazione delle candidature, quante più adesioni possibili per allargare il nostro comitato e rendere ancora più forte la candidatura di Andrea Caprini alle primarie del centro sinistra tuderte.

Il 15 a Roma contro il Colpo di Stato Monetario - Paolo Ferrero

In Europa, è in corso un colpo di stato monetario. 
I potentati economici, impongono agli stati misure che portano alla distruzione dei diritti sociali e della democrazia conquistate dopo la seconda guerra mondiale. La lettera di Trichet e Draghi pubblicata ieri sul Corriere della sera ne è la dimostrazione. Ci troviamo infatti di fronte al Presidente della Banca Centrale Europea e al suo delfino che  prescrivono meticolosamente al governo italiano la distruzione dei diritti sociali. La forma della lettera è quella del consiglio, così come fanno i mafiosi quando consigliano a qualcuno che per il suo bene deve pagare il pizzo. Come i mafiosi non mettono nero su bianco la minaccia. Essa è implicita: se non fate cosa diciamo noi, la BCE non compra più i titoli di stato italiani sul mercato secondario. La lettera dei due banchieri è quindi un ricatto ad uno stato sovrano, fatto da due dirigenti di una banca privata che svolge una funzione pubblica. La BCE infatti è legittimata a stampare moneta dai trattati europei, ma risponde solamente ai suoi azionisti, cioè alle altre banche centrali, che sono private anch’esse. In altre parole, gli stati europei hanno ceduto la sovranità monetaria alle banche private e adesso queste ricattano gli stati. Nel merito la lettera di Draghi e Trichet è un distillato dell’ideologia neoliberista. La lettera prescrive al governo italiano di adottare una serie di misure draconiane, dal taglio del welfare al taglio delle pensioni, al taglio degli stipendi pubblici, alla demolizione dei contratti nazionali di lavoro, alla privatizzazione di tutto il patrimonio pubblico. I banchieri, di fronte alla crisi, impongono di applicare, alla massima potenza, quelle stesse politiche neoliberiste che alla crisi ci hanno portato. Come un autista ubriaco che, andando a sbattere contro un muro, invece di frenare o di sterzare schiacci a fondo il pedale dell’acceleratore. 
Questi signori, dopo aver verificato che il neoliberismo non funziona, pur di non cambiare il neoliberismo e di mettere in discussione i privilegi di classe che ha prodotto, sono disponibili a distruggere la società. La BCE e l’Unione Europea sta facendo le stesse politiche restrittive che dopo la crisi del ’29 hanno portato i nazisti al potere in Germania. Il disprezzo per la vita delle persone che mostrano questi banchieri è pari solo al tasso di cattiva ideologia che gli avvelena il sangue. Quando è crollato il muro di Berlino e con esso il socialismo reale, i dirigenti dell’Est hanno giustamente accettato il loro fallimento. Draghi e Trichet, se si fossero trovati al posto di Honecker, avrebbero mitragliato la folla senza pietà.
Di fronte a questa folle determinazione, la risposta deve essere molto ferma e molto lucida. Non possiamo fare affidamento all’opposizione parlamentare. I commenti del PD alla lettera dei banchieri vanno dall’utilizzare la lettera per la polemica con Berlusconi all’indicare nella lettera la strada maestra da seguire. L’Italia dei Valori, due giorni fa, ha votato in sede di parlamento europeo – con la lodevole eccezione di Vattimo – i provvedimenti contenuti nel SIX PACK, che della lettera di Draghi e Trichet sono la traduzione in direttive comunitarie. Occorre quindi costruire consapevolmente un movimento di massa antiliberista, con una direzione politica alternativa a chi persegue questo piano inclinato che ci porta alla barbarie.
Per questo è necessario avere obiettivi chiari.
In primo luogo il debito estero italiano non deve essere pagato. La BCE deve essere messa con le spalle al muro. Dobbiamo fare arrivare chiaro e forte il messaggio che o L’unione Europea cambia politica oppure le banche tedesche, olandesi, francesi ci rimetteranno un migliaio di miliardi di euro. A partire da questa posizione va aperta la trattativa con l’Europa, altrimenti ci riducono come la Grecia in pochi mesi. 
La BCE deve essere obbligata ad acquistare direttamente i titoli di stato, senza passare dal mercato, altrimenti è impossibile fermare la speculazione. Noi siamo convintamente europeisti, ma per cambiare le politiche europee sono necessari scossoni pesantissimi da parte dei popoli e noi dobbiamo organizzarli. 
Parallelamente va proseguita la mobilitazione per la giustizia sociale in Italia, di cui la rivendicazione della patrimoniale è l’emblema e si deve saldare con la lotta – anche con il referendum – all’articolo 8 della manovra. Il messaggio deve essere chiaro: per uscire dalla crisi devono pagare i ricchi e non il popolo.
Per questo è necessario costruire un movimento antiliberista di massa. La mobilitazione del 15 ottobre è il primo appuntamento, che si posiziona chiaramente contro Berlusconi, Marcegaglia e Draghi. 
Occorre dare continuità al 15 strutturando nel paese il movimento che sappia combattere ilneoliberismo in tutte le sue forme: da quello pornografico di Berlusconi a quello austero di Draghi e Trchet, a quello padronale di Marcegaglia e Montezemolo, a quello carolingio di Merkel e Sarkozy.
La mobilitazione popolare a Parma ha portato alle dimissioni del sindaco. Dobbiamo fare come Parma, in tutta Europa. Il 15 ottobre è il primo appuntamento.

I DUE "DRAGHI": il pensionato e il banchiere

 
Oggi il Corriere della Sera ha reso pucclica la lettera con la quale la  BCE, per mezzo di Mario Draghi e Jean Claude Trichet, ha commissariato il nostro paese. 
Il diktat della BCE prevede: 
- La privatizzazione su larga scala dei servizi locali (trasporti, acqua....);
- L'esigenza di rinnovare la contrattazione collettiva in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro secondo le condizioni specifiche delle varie aziende;
-La revisione delle norme che regolano l'assunzione e il licenziamento dei dipendenti (l'art. 18 dello Statuto dei lavoratori);
- Introduzione di norme costituzionali che prevedano il pareggio di bilancio;
- Riduzione del numero dei lavoratori pubblici e dei loro stipendi;
- Innalzamento dell'anzianità lavorativa per la pensione. 
Questo è indubbiamente il Draghi "banchiere" che tutti ci invidiano. 
Ma come Giano bifronte esiste un altro Draghi, il Draghi pensionato, che non ce lo invidia nessuno. 
Leggere per credere.....

Nel giugno del 2006, l'Inpdap gli consegnava l'assegno mensile della sua pensione da dirigente della pubblica amministrazione: 14.843,56 mensili lordi, per un importo netto e pulito di 8.614,68. Draghi aveva 59 annni

da Dagospia
Tratto da "Altre sanguisughe" di Salvatore Cannavò (Aliberti)

L'Italia è orgogliosa della nomina di Mario Draghi alla presidenza della Banca centrale europea. Incarico di prestigio, ottenuto con una complessa trattativa, appoggiato dal governo Berlusconi e amplificato da tutte le altre istituzioni. Tra l'altro il governatore della Banca d'Italia ci ha anche rimesso a cambiare incarico, perché dai 757.714 euro percepiti dall'Istituto di via Nazionale è dovuto scendere a una cifra inferiore alla metà, circa 350 mila euro, che costituisce il compenso del presidente della Bce uscente, Jean-Claude Trichet.
Del resto Draghi è una figura autorevole, espressione del civil servant, di colui che si prodiga nel servire il proprio Paese e che proprio per questo non ha mai lesinato le raccomandazioni a ridurre la spesa pensionistica, innalzando l'età necessaria per lasciare il lavoro, riducendo gli sprechi e i privilegi.
«Ridurre il debito pubblico e garantire la sostenibilità del sistema previdenziale devono essere il primo investimento dello Stato a favore dei giovani e delle generazioni future» diceva nel corso di una sua audizione presso la Commission bilancio del Senato, nel luglio del 2007.
Draghi invitava l'allora governo Prodi ad agire con decisione per completare il risanamento dei conti pubblici e per varare la riforma delle pensioni, partendo dall'innalzamento «graduale dell'età media effettiva di pensionamento. Se non si intervenisse, la spesa diventerebbe insostenibile: bisogna chiedersi quante tasse dovranno pagare i giovani di oggi nei prossimi 10-15 anni per sostenere il sistema pensionistico».
Ben detto. Draghi, del resto, interveniva in quella sede avendo piena contezza del problema. Solo l'anno precedente, nel giugno del 2006, l'Inpdap gli consegnava l'assegno mensile della sua pensione da dirigente della pubblica amministrazione: 14.843,56 mensili lordi, per un importo netto e pulito di 8.614,68. E glielo elargiva alla veneranda età di cinquantanove anni, visto che Mario Draghi è nato nel 1947.
 
Se con una mano il neopresidente della Banca centrale europea firmava documenti e relazioni tecniche tutte all'insegna dell'emergenza pensioni, con l'altra si faceva recapitare una somma mensile che la nostra Maria non riesce a vedere nemmeno nell'arco di un anno. Anche qui, si tratta di un diritto acquisito, che non si può eliminare. Draghi quell'assegno se l'è guadagnato. Giusto.
Ma possibile che non si capisca che il cumulo di indennità pagate dalla stessa cassa, quella dello Stato, quindi con denaro pubblico, di tutti noi, costituisce un'ingiustizia palese? Soprattutto quando riguarda incarichi pubblici, e in particolare le figure preposte a tenere sotto controllo la spesa e il buon andamento gestionale della finanza pubblica? Davvero, Mario Draghi non è consapevole di questo scempio?

Il documento segreto della Bce: ridurre gli stipendi pubblici


Ecco, finalmente, la famosa lettera con cui la BCE ha commissariato lo scorso agosto l'Italia

Caro Primo Ministro,
Il Consiglio direttivo della Banca centrale europea il 4 Agosto ha discusso la situazione nei mercati dei titoli di Stato italiani. Il Consiglio direttivo ritiene che sia necessaria un'azione pressante da parte delle autorità italiane per ristabilire la fiducia degli investitori.
Il vertice dei capi di Stato e di governo dell'area-euro del 21 luglio 2011 ha concluso che «tutti i Paesi dell'euro riaffermano solennemente la loro determinazione inflessibile a onorare in pieno la loro individuale firma sovrana e tutti i loro impegni per condizioni di bilancio sostenibili e per le riforme strutturali». Il Consiglio direttivo ritiene che l'Italia debba con urgenza rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità di bilancio e alle riforme strutturali.
Il Governo italiano ha deciso di mirare al pareggio di bilancio nel 2014 e, a questo scopo, ha di recente introdotto un pacchetto di misure. Sono passi importanti, ma non sufficienti.
Nell'attuale situazione, riteniamo essenziali le seguenti misure:
1.Vediamo l'esigenza di misure significative per accrescere il potenziale di crescita. Alcune decisioni recenti prese dal Governo si muovono in questa direzione; altre misure sono in discussione con le parti sociali. Tuttavia, occorre fare di più ed è cruciale muovere in questa direzione con decisione. Le sfide principali sono l'aumento della concorrenza, particolarmente nei servizi, il miglioramento della qualità dei servizi pubblici e il ridisegno di sistemi regolatori e fiscali che siano più adatti a sostenere la competitività delle imprese e l'efficienza del mercato del lavoro.
a) È necessaria una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala.
b) C'è anche l'esigenza di riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d'impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione. L'accordo del 28 Giugno tra le principali sigle sindacali e le associazioni industriali si muove in questa direzione.
c) Dovrebbe essere adottata una accurata revisione delle norme che regolano l'assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi.
2.Il Governo ha l'esigenza di assumere misure immediate e decise per assicurare la sostenibilità delle finanze pubbliche.
a) Ulteriori misure di correzione del bilancio sono necessarie. Riteniamo essenziale per le autorità italiane di anticipare di almeno un anno il calendario di entrata in vigore delle misure adottate nel pacchetto del luglio 2011. L'obiettivo dovrebbe essere un deficit migliore di quanto previsto fin qui nel 2011, un fabbisogno netto dell'1% nel 2012 e un bilancio in pareggio nel 2013, principalmente attraverso tagli di spesa. È possibile intervenire ulteriormente nel sistema pensionistico, rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità e riportando l'età del ritiro delle donne nel settore privato rapidamente in linea con quella stabilita per il settore pubblico, così ottenendo dei risparmi già nel 2012. Inoltre, il Governo dovrebbe valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover (il ricambio, ndr) e, se necessario, riducendo gli stipendi.
b) Andrebbe introdotta una clausola di riduzione automatica del deficit che specifichi che qualunque scostamento dagli obiettivi di deficit sarà compensato automaticamente con tagli orizzontali sulle spese discrezionali.
c) Andrebbero messi sotto stretto controllo l'assunzione di indebitamento, anche commerciale, e le spese delle autorità regionali e locali, in linea con i principi della riforma in corso delle relazioni fiscali fra i vari livelli di governo.
Vista la gravità dell'attuale situazione sui mercati finanziari, consideriamo cruciale che tutte le azioni elencate nelle suddette sezioni 1 e 2 siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro la fine di Settembre 2011. Sarebbe appropriata anche una riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio.
3. Incoraggiamo inoltre il Governo a prendere immediatamente misure per garantire una revisione dell'amministrazione pubblica allo scopo di migliorare l'efficienza amministrativa e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese. Negli organismi pubblici dovrebbe diventare sistematico l'uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell'istruzione). C'è l'esigenza di un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province). Andrebbero rafforzate le azioni mirate a sfruttare le economie di scala nei servizi pubblici locali.
Confidiamo che il Governo assumerà le azioni appropriate.
Con la migliore considerazione,
Mario Draghi, Jean-Claude Trichet

 

fonte: Il Corriere della Sera

Sinistra inutile, l'ultima rottura di Fausto


Bertinotti scettico sull'Ulivo: «Serve accompagnare i movimenti che respirano l'aria della rivolta». Doccia fredda su Sel. Perplessità fra i suoi. Giordano: «Non sono d'accordo ma il dibattito serve. Poi Vendola deciderà»

Contrordine compagni, gli accordi con il Nuovo Ulivo non vanno bene. Naturalmente Fausto Bertinotti non la scrive così, nell'editoriale in uscita nei prossimi giorni sulla rivista Alternative per il Socialismo, ma più o meno è questa la traduzione dal bertinottese che ne danno i suoi esegeti. Il padre nobile di Sinistra ecologia e libertà, alla quale non ha aderito, preferendo la ricerca teorica all'impegno pratico, indica una nuova svolta. Anzi una rottura, come ai vecchi tempi.
L'articolo, in realtà anticipato per stralci dal manifesto del 23 settembre, è la risposta dell'ex presidente della Camera al dibattito aperto da Rossana Rossanda sul tema della crisi. Domani però il settimanale Gli Altri diretto da Piero Sansonetti ne pubblica altri stralci. Che picchiano a sinistra. La sinistra, scrive, «non ha saputo dire di no alla manovra del governo». «Aver accettato di discuterne i contenuti, quand'anche per criticarli, all'interno della sua cornice (che è poi la sua filosofia, cioè la sua ispirazione di fondo) e dei tempi di approvazione dettati dall'oligarchia di comando ha fatto della sinistra un desaparecido, un ente pressoché inutile». Oggetto della critica sembrerebbe il Partito democratico. «È il recinto il fondamento della nuova politica. Dentro o fuori. Se stai dentro è omologazione, se stai fuori è protesta». Il compito della sinistra, quella vera, è dunque «rompere il recinto» altrimenti «lo stato di necessità oggi rivendicato in nome dell'eccezione (la crisi) diventerebbe la regola di un modello economico e sociale regressivo, quello dell'Occidente del XXI secolo». «La politica (della sinistra) potrebbe rinascere solo come l'araba fenice, cioè solo dalle sue ceneri», «alimentare quella rottura da cui possa rinascere un pensiero critico radicato nell'esperienza sociale, un processo di trasformazione e la resurrezione della sinistra».
Ma se questa è l'analisi, «è possibile accettare di essere coinvolti in una impresa di governo? O non succede invece che la stessa accettazione di partecipare a un governo diventa una rinuncia alla lotta politica e dunque una sconfitta storica, una resa?», si chiede Sansonetti. Insomma, attutita dal fascino dialettico, in questo scritto potrebbe esserci una sconfessione della linea di Vendola, e della famosa «foto di Vasto» con Bersani e Di Pietro, ovvero l'incontro di metà settembre in cui si è messa la prima pietra di un'alleanza fra Sel, Pd e Idv?
Anche perché, per inciso, qualche distanza fra Bertinotti e Vendola si è già segnalata. Sulla legge elettorale. L'ex segretario Prc ha firmato fra i primissimi il referendum Passigli per la proporzionale, gradito a D'Alema e poi ritirato dal suo estensore. Vendola ha fatto una raccolta all'ultima firma sul referendum Parisi per il ritorno al Mattarellum, che invece piace a Veltroni. Di base, due idee diverse per andare al voto: correre soli o in coalizione.
Vendola, affaccendato nelle vicende della sua Puglia, per ora non commenta. Ma oggi è atteso a Bologna in un dibattito con Romano Prodi, padre dell'Ulivo e nonno del Nuovo Ulivo. Il suo «cerchio magico», tutti ex bertinottiani, stempera. «La discussione è il lievito della politica, ma forse siamo abituati a far prevalere i personalismi e i rancori. Invece l'analisi di Fausto è limpida», dice Franco Giordano, l'ultimo segretario Prc prima della scissione da Paolo Ferrero. «E io la condivido. Sono solo più ottimista sulla possibilità di un intervento attivo, l'unico che può rendere possibile un big bang per far rinascere la sinistra. In coerenza con le scelte fatte finora, non investirei solo nella rivolta: stiamo nei movimenti per avere la forza necessaria per costruire un grande soggetto di sinistra. Per questo vogliamo le primarie: perché tanto più prospetti una piattaforma politica ed economica alternativa, tanto più si aprono le contraddizioni. Nello stesso Pd. È bastato un incontro a Vasto e si è scatenato di tutto». Rottura, stavolta con Fausto? «Neanche per idea. Con lui c'è sempre da imparare. E comunque, il nostro tentativo potrebbe non riuscire, ma non riesco a pensare che non sia necessario». Così Gennaro Migliore, già capogruppo alla Camera con l'ultimo Prodi: «Stare nei movimenti e in mezzo al tuo popolo è essenziale per essere poi lo strumento della sua battaglia. Bertinotti ha fatto un'analisi sulla quale riflettiamo. Spetterà al leader del partito fare le scelte operative. Le ceneri da cui la sinistra deve risorgere ci sono già: quelle del 2008». Più scettico di tutti invece Claudio Fava, che proviene dalla sinistra Ds: «È il tempo della chiarezza. È vero che in nome dell'emergenza e della crisi un centrosinistra miope costruisce accordi su rischiosi governi tecnici. E per noi il perimetro dell'alternativa non serve a mettere bandierine, ma a rendere fattiva una proposta politica alternativa al berlusconismo e al linguaggio che ci ha lasciato. Quello che mi interessa è verificare se è possibile lavorare ad una concreta ed efficace agenda di governo fra le forze politiche. E non inseguire la profezia di una fine e di un inizio. Un vizio politicista, e un po' vecchiotto».


Daniela Preziosi, Il Manifesto,

La Rifondazione comunista per uscire dal berlusconismo


prc

Due giorni dopo il Cpn che ha definito tempi e modalità della fase congressuale, Paolo Ferrero interviene, proponendo un ragionamento che tiene insieme il tema della crisi con le proposte di Rifondazione comunista.

Parli spesso di "crisi costituente". Cosa intendi?
E' una crisi che cambierà tutto, che "costituirà" una nuova realtà delle cose. Non ci troviamo dinnanzi ad una crisi ciclica, ma del capitalismo in quanto tale. Questo vuol dire che per uscire dalla crisi occorre cambiare radicalmente politiche economiche e quindi demolire privilegi ed equilibri di potere costruiti in 25 anni di neo liberismo. Occorre discontinuità perché sono proprio le politiche neoliberiste che hanno portato alla crisi.
Le classi dominanti, che non sono disponibili a cedere potere e privilegi, stanno al contrario reagendo con la demolizione delle conquiste di civiltà di questi 60 anni di dopo guerra. Non sono solo sotto attacco i diritti sociali, ma anche la democrazia. In questo senso dico "costituente", perché non se ne può uscire come ne siamo entrati. Ne usciremo da destra con una nuova "barbarie" o da sinistra, con maggior giustizia sociale e l'allargamento della democrazia, a partire da quella partecipata.
Come spiegheresti ad una delle tante persone stremate dalla crisi, magari ad un giovane o ad una giovane di 20 anni l'attualità e l'utilità del comunismo?
Si ripropone l'attualità del comunismo in quanto il capitalismo non è in grado di garantire lo sviluppo sociale e civile. Aver messo al centro il profitto, l'accaparramento privato delle risorse, il mercato, la finanza, ha generato la crisi e tende a produrre guerre e distruzione ambientale. Questo capitalismo non sa usare razionalmente le risorse sociali e materiali, non traduce in progresso sociale il progresso scientifico, anzi produce regressione. Occorre quindi uscire dal capitalismo per costruire una gestione democratica ed egualitaria dell'economia, una sua riconversione ambientale e sociale. Comunismo come gestione democratica delle potenzialità che già oggi ci sono per costruire una società senza classi sociali che veda il libero sviluppo i ogni essere umano. Nel documento congressuale abbiamo sottolineato come l'ideogramma cinese che esprime la parola crisi sia composto da due segni. Uno che significa pericolo e l'altro opportunità. Il pericolo è la prosecuzione delle politiche neoliberiste, l'opportunità è il comunismo.
Si deve essere rivolti a quanto accade fuori e contemporaneamente lavorare al congresso.
Abbiamo davanti due obiettivi. Il primo è la cacciata di Berlusconi, evitando qualsiasi governo tecnico che sarebbe socialmente irresponsabile e applicherebbe semplicemente i diktat dell'Ue, cioè delle banche e del padronato. Per questo proponiamo a tutte le forze del centro sinistra una mobilitazione per andare subito ad elezioni. Il secondo è la costruzione di un movimento di massa antiliberista, capace di battersi contro questo governo, ma anche contro le proposte della Marcegaglia e della Bce. Per questo il 15 ottobre saremo in piazza e consideriamo quella una manifestazione importantissima. Perché ha una dimensione europea ed è stata lanciata dagli indignados spagnoli su una chiara piattaforma antiliberista che ci fa uscire da una discussione provincialistica sui processi del premier. Questi sono un problema, ma certo non il principale. In questo quadro proponiamo di dar vita ad una "costituente dei beni comuni e del lavoro". Occorre collegare, in una rete di relazioni stabili, il complesso di forze piccole e grandi che danno vita al movimento e che pongono l'obiettivo di uscire dal neo liberismo. Manca oggi un punto di vista unitario di tutte le esperienze, dal movimento dell'acqua, al No-Tav, al sindacato conflittuale, alle associazioni, ai comitati: dobbiamo costruirlo per dare continuità al movimento. Gli avversari sono gli stessi per tutti i movimenti, dobbiamo costruire un'azione comune.
Nel documento emerge il quadro di una crisi globale in cui stanno crescendo, in gran parte del mondo risposte alternative e di massa che faticano a divenire opzione politica.
Questo problema c'è, anche perché predomina ancora la mistificazione sulla crisi, le fandonie di cui ci hanno riempito la testa. Non c'è ancora una comprensione di massa del fatto che i problemi si chiamano neoliberismo e capitalismo. L'ideologia dominante continua ad essere quella del pensiero unico anche se le sue realizzazioni sono fallite. Occorre quindi spiegare il fallimento del neo liberismo, produrre una critica di massa dell'economia politica. Per dare risposte giuste occorre capire bene il problema e su questo costruire la forza necessaria per battere i capitalisti che difendono i loro privilegi.
Nel documento si propone l'idea del Fronte democratico e del polo alternativo della sinistra. Come rendere effettivi questi percorsi?
Sono proposte che agiscono su due piani diversi. Il fronte lo proponiamo nella situazione attuale, con questa legge elettorale bipolare, per battere le destre e cacciarle all'opposizione. Una necessità inderogabile per potersi porre l'obiettivo di difendere la democrazia, le conquiste sociali e superare il bipolarismo. Sia chiaro, non sto dicendo che la sconfitta delle destre, di per sè, determini l'alternativa - non a caso non riteniamo possibile la partecipazione al governo - ma che può creare condizioni più favorevoli per lavorarci.
Il polo della sinistra di alternativa invece è la proposta strategica di fondo, perché l'assenza di una sinistra alternativa larga e plurale è il vero problema che abbiamo. La nostra proposta, che avanziamo sia all'interno della Federazione, sia alle altre forze politiche sociali e di movimento, è quella della realizzazione di un polo autonomo dal centro sinistra, fuori dal nuovo Ulivo.
Tu poni spesso il tema della centralità delle primarie di programma
E' inaccettabile che chi si è riconosciuto in questi anni nelle lotte per i beni comuni, che ha promosso vertenze locali e nazionali, quando arrivano le elezioni non conta più nulla: può solo votare. Noi proponiamo al contrario che lo schieramento che si oppone a Berlusconi organizzi le primarie sul programma: pochi punti qualificanti (la guerra, la patrimoniale, la legge 30 ecc...) con quesiti secchi, un sì o un no, con decisioni vincolanti. Per far sì che il popolo dell'opposizione possa decidere cosa si deve fare incrinando la separatezza folle della politica. Il profilo dello schieramento contro le destre deve diventare oggetto di battaglia politica di massa.
Ritieni che non basti la scelta del candidato premier?
La scelta del leader non risolve questi problemi. Neanche Obama, che ha un potere infinitamente superiore al nostro presidente del consiglio, ha mantenuto le promesse, perché i parlamentari pesano e molto. Il problema non è solo il profilo del presidente ma cosa si impegna a fare la maggioranza. Se i parlamentari fossero vincolati da un mandato di massa ad alcuni punti fondamentali, almeno su questi non potrebbero tornare indietro. Non accadrebbe quanto avvenuto con il governo Prodi, dove bastavano quattro assenze e le parti positive del programma non passavano.
Uno dei temi molto discussi è quello della Federazione. Come poter far compiere il salto in avanti necessario?
La Fds è un primo passo che abbiamo fatto verso l'unità delle forze della sinistra. Dobbiamo farla funzionare molto meglio di come è stato finora migliorando democrazia interna e capacità di iniziativa politica. Quindi avanziamo dentro e fuori la Federazione l'esigenza di un salto di qualità nella costruzione della sinistra di alternativa. Non dobbiamo chiudere la Federazione fra i quattro soggetti che l'hanno fatta partire, ma dobbiamo saperla allargare.
Quale è a tuo avviso lo stato del partito che va a congresso?
Da un lato un partito molto provato: la scissione, anni molto duri in trincea, oscuramento mediatico totale. Adesso, nella crisi, si inizia a vedere una situazione in movimento, realtà locali che hanno cominciato a far politica molto bene, accanto a realtà molto deboli e gracili. Occorre quindi dare una mano ai più deboli e a sviluppare le realtà dinamiche. Penso alla realtà Napoletana, che è in grandissimo movimento anche grazie alla vittoria elettorale, oppure al Nordest dove c'è un bel lavoro di massa operaio e sindacale. Radicamento sociale, costruzione del partito sociale e lotta all'oscuramento mediatico sono i punti su cui articolare il progetto politico che abbiamo messo alla base del congresso.
Prova ad indicare, in due parole, qual è il senso di fondo della Rifondazione comunista
La ricostruzione di un partito comunista e di una sinistra di alternativa che abbiano al centro il protagonismo dei lavoratori e dei movimenti; la ricostruzione sociale, dal basso, di una alternativa di società. La passivizzazione di massa non la si rompe con il leaderismo, ma con la capacità di mettere a valore l'esperienza e l'impegno degli uomini e delle donne.
Stefano Galieni, Liberazione 28/09/2011

mercoledì 28 settembre 2011

700 FIRME CONTRO PIAZZA CRAXI:

 
700 FIRME CONTRO PIAZZA CRAXI:
OBBIETTIVO RAGGIUNTO !
Il 26 settembre 2010 si è prodotto a Deruta un evento a suo modo storico. Molti cittadini, senza che nessun partito li avesse mobilitati e, spinti solo da uno spontaneo moto di repulsione, si sono ritrovati presso il quartiere dell’Arte per protestare contro l’intitolazione di una piazza a Bettino Craxi, un dirigente politico della prima repubblica, le cui scarse capacità di amministratore della cosa pubblica, sono state oscurate dalle ben più gravi responsabilità penali.
Quegli uomini e quelle donne, che si sono ritrovati in piazza “armati di fischietto” hanno deciso di sedimentare e coltivare quel sentimento di comune indignazione riunendosi in un comitato civico, il COMITATO DERUTA 26 SETTEMBRE “NO PIAZZA CRAXI” che, nel corso di questi mesi, ha progettato una petizione popolare per rinominare la piazza del quartiere dell’Arte a SANDRO PERTINI, una figura limpida, che per la sua storia di antifascista, padre costituente e Capo dello Stato, rappresenta ancora oggi quei valori di integrità morale, di giustizia sociale e di legalità cardini di una società civile
Ad un anno esatto dall’intitolazione della piazza a Bettino Craxi possiamo dire di avere raggiunto un risultato straordinario, ben al di là delle nostre aspettative: circa 700 cittadini derutesi, oltre il 10% dell’elettorato, ha sottoscritto la nostra petizione per rinominare la piazza a SANDRO PERTINI.
Nel corso della prossima settimana, le firme, regolarmente vidimate, saranno consegnate al segretario comunale.
Per festeggiare l’avvenimento il Comitato Deruta 26 Settembre “No Piazza Craxi” invita tutta la cittadinanza ad una 


manifestazione pubblica
presso la futura piazza Sandro Pertini
sabato 1 ottobre ore 16

Giovani coppie, dalla Regione fino a 30 mila euro per la prima casa. Ecco il bando e i requisiti

Occorre avere meno di 35 anni e un Isee inferiore a 23 mila euro

Giovani coppie, dalla Regione fino a 30 mila euro per la prima casa. Ecco il bando e i requisiti
Quattro milioni e 500 mila euro saranno resi disponibili dalla Regione dell’Umbria per aiutare le giovani coppie nell’acquisto della prima casa. La giunta regionale ha infatti approvato, su proposta dell’assessore alle Politiche per la casa Stefano Vinti, la delibera che dà il via ad una rapida procedura che permetterà in pochi mesi la formazione di una graduatoria e dunque l’erogazione del contributo a fondo perduto.
Il sostegno «Abbiamo voluto sostenere le giovani coppie – ha spiegato martedì mattina Vinti nel corso di una conferenza stampa  -, con età inferiore ai 35 anni, che intendono acquistare la loro prima abitazione rendendosi così autonomi dalle loro famiglie originarie. Al fine di rispondere in maniera efficace ai bisogni di queste persone sarà data preferenza alle coppie che presentano maggiore debolezza sociale (lavoro precario, presenza di figli minori, portatori di handicap, ecc.)»
I requisiti Il contributo da assegnare a favore di ciascuna coppia ammonterà al 30 per cento del costo dell’alloggio e fino ad un massimo di 30 mila euro. Beneficiari del contributo saranno le coppie formate da componenti di età inferiore a 35 anni o che compiano il 35 anno di età nell’anno 2011 che, da non più di due anni alla data di pubblicazione del bando, sono coniugate o conviventi. Il richiedente dovrà essere cittadino italiano o di un paese che aderisce all’Unione Europea o di un Paese che non aderisce all’Unione Europea purché in regola con le vigenti norme sull’immigrazione ed avere la residenza o la propria attività lavorativa nella Regione Umbria da almeno 5 anni consecutivi. Per accedere ai benefici occorre un reddito Isee inferiore ai 23.500 euro, mentre il nucleo familiare non può essere proprietario di nessun altro immobile e non può aver già usufruito di altri contributi pubblici.
Le maggiorazioni Maggiorazioni nel punteggio saranno assegnate alle coppie in particolari situazioni di disagio o che decidono di acquistare case (comunque non più grandi di 95 metri quadrati) nei centri storici.  Il bando verrà pubblicato sul Bollettino Ufficiale della Regione il prossimo 7 ottobre e prevederà novanta giorni per l’invio delle domande da parte della coppie interessate. Contestualmente sarà attivato un numero telefonico (075-5042622) al quale chiedere tutti i chiarimenti.
Vinti: Gepafin in campo «Ci auguriamo però – ha aggiunto Vinti – che, accanto a questo sostegno regionale, che attiverà complessivamente almeno venti milioni di euro di investimenti nel settore immobiliare, anche altri soggetti, in primo luogo gli istituti di credito, facciano la loro parte mettendo a disposizione mutui a tassi agevolati. Abbiamo attivato anche la nostra Gepafin che fornirà le garanzie necessarie per la concessione dei mutui e potrà sollecitare unitarietà, flessibilità e disponibilità da parte della banche interessate».

fonte: www.umbria24.it

lunedì 26 settembre 2011

I 5 punti del Manifesto della Marcegallia: una opposizione da destra al governo Berlusconi.

La presidente di Confindustria, indicata nei sondaggi come la leader preferita dagli italiani, sta portando le bordate più pesanti al governo Berlusconi. Assieme a ciò ha presentato il “Manifesto” degli industriali italiani contro il governo e per salvare l’Italia. Un programma in cinque punti che ci chiarisce che l’opposizione della Marcegallia è una opposzione di destra al governo:
1.   Riforma delle pensioni che «non deve penalizzare i giovani»
2.   Vendere il patrimonio pubblico per ridurre la spesa pubblica
3.   Abbassare il debito e ridurre l’ingerenza del pubblico nell'economia
4.   Piano di privatizzazioni e di liberalizzazioni serio
5.   Infrastrutture, cioè "levare i vincoli burocratici e di testa che impediscono a investimenti magari già finanziati da pubblico e privato".
Si tratta con tutta evidenza di proposte che mirano a soddisfare i bisogni specifici dei grandi industriali e a impoverire di più il paese e i lavoratori. Con la vendita del patrimonio pubblico, che in genere significa "svendita", si tratta di mettere le mani su qualche gioiellino ancora succulento; lo stesso dicasi per le liberalizzazioni e privatizzazioni cioè le mani su acqua pubblica, energia, trasporti redditizi etc, per non parlare della proposta di “ridurre l’ingerenza del pubblico nell’economia”, quando ci vorrebbe proprio il contrario, a partire dal controllo e la direzione pubblica sulla politica industriale e sul sistema bancario e finanziario.
Quando si parla di infrastrutture non si pensa certo ad un sistema trasportistico decente (ferrovie e aereoporti) per il Mezzogiorno per rilanciare lo sviluppo e il turismo nelle aree più belle del paese e fra le più belle d’Europa, ma significa opere inutili come la Tav dall'impatto ambientale devastante ma dalla redditività certa per i costruttori e i tangentari.

Mentre riforma delle pensioni tutti sanno cosa voglia dire: eliminazione delle pensioni di anzianità (cioè di chi ha cominciato a lavorare a 15 anni), allungamento dell'età pensionabile, riduzione degli assegni con buona pace "dei giovani" che si troverebbero la strada tappata dai lavoratori più anziani cui non è permesso uscire dal mercato del lavoro. Un programma micidiale, dunque. Una opposizione da destra al governo Berlusconi.
Come intende portarlo avanti Marcegaglia? Facendo direttamente politica? La sensazione è che, nonostante i toni, si cercherà di strappare tutto quello che è possibile all'attuale governo, debole, ricattato, diviso e che, quindi, è più disponibile a sottostare ai diktat, e contemporaneamente si cerca di spostare ancora di più l’opposizione già moderata del Pd su un terreno ancora più liberista e confindustriale. Ma più in profondità, Confindustria detta l'agenda per il governo che verrà così come hanno già fatto Bce e Commissione europea e, in parte, lo stesso Presidente della Repubblica. E' una morsa costante per creare le condizioni più favorevoli a mandare via Berlusconi per far fare così con molta più facilità (perché Berlusconi non è più credibile e spacca il paese) i grandissimi sacrifici ai lavoratori e al popolo italiano, possibilmente con un nuovo governo di grandi intese e con la concertazione sindacale.

Leonardo Masella