sabato 30 giugno 2012

Facciamo Syriza, senza diventare un satellite PD

Perché il centrosinistra italiano non riesce a esprimere il livello minimo di alterità rispetto alle politiche di rigore in Europa su cui si sono attestate le sinistre socialdemocratiche e ambientaliste di tutto il continente? E perché, nel nostro Paese, chi si dichiara portatore di un punto di vista alternativo non riesce mai a pensarsi come alternativo al Partito Democratico nella costruzione di una proposta politica di governo? E che cosa è il Pd se non già in se stesso una coalizione di interessi e di culture politiche, spesso in aperta contraddizione tra loro?
Siamo amministratrici e amministratori locali e persone impegnate in diverse esperienze politiche e civiche nelle regioni del Nordest italiano, che guardano con prevalente attenzione a un cambiamento reale che parta dai conflitti e dai movimenti sociali. Sulla base di questo punto di vista, siamo interessati a capire e a interagire con quanto accade sul piano della politica istituzionale, per aprire spazi più ampi a una prospettiva di radicale trasformazione ambientale e sociale. Se guardiamo a come in Italia ci si sta preparando all'appuntamento con le elezioni politiche ci sentiamo insieme sconfortati e arrabbiati. Le manovre adottate dal governo Monti hanno colpito con un rigore a senso unico i redditi medio-bassi, le autonomie locali e quanto resta del welfare. Le cosiddette riforme strutturali si sono allineate ai diktat della Bce e del Cancelliere Merkel nel perseguire un disegno di azzeramento di diritti e tutele sociali universali. Provare a costruire un'alternativa, anche sul terreno politico-istituzionale, non può che significare produrre una drastica inversione di rotta rispetto a queste scelte. Per questo ci chiediamo se chi si dichiara portatore di un punto di vista di cambiamento può continuare a porsi, nei fatti, come un alleato subalterno, una specie di satellite della galassia chiamata Pd, o non dovrebbe piuttosto esplicitare fino in fondo la propria natura di concorrente, pronto a contendere alla "coalizione Pd" la guida futura di una più ampia alleanza, che sia centrata su una proposta di governo capace di rompere con l'attuale governance europea; che sia cioè disponibile anche a stare e ad andare insieme, ma sulla base di rapporti di forza riconquistati e di un esplicito riorientamento della bussola del programma. (...)
Serve un colpo d'ala. Non ci si può accontentare del ripiegamento sulla testimonianza ideologica né della rappresentanza pura e minoritaria. Non si può pensare che basti un rinnovamento metodologico, un approccio formalistico e procedurale alla crisi della democrazia rappresentativa, per cavalcare da un punto di vista civico la diffusa delegittimazione della casta, quando vi è chi, più attrezzato sul piano della suggestione mediatica, già occupa lo spazio di un generico rifiuto che non si traduce in alternativa. E non è neppure sufficiente evocare la primavera dei nuovi sindaci, se a questa stagione non ne seguono altre in cui il ruolo delle autonomie locali sia giocato in chiave non subalterna ma di costruttiva rottura con le politiche del rigore, riducendo invece la novità a ipotesi elettorali troppo personalistiche. Si tratta piuttosto di darsi il coraggio di osare di più, di percorrere sentieri inesplorati, mettendosi in sintonia con milioni di europee ed europei che stanno provando a sottrarsi al ricatto del debito, alla paura della crisi. Non crediamo sia possibile farlo a partire dall'attuale frammentazione del campo a sinistra e oltre il Pd, dalla riproposizione delle proprie identità, delle proprie forme-partito, del proprio piccolo tornaconto. Ci chiediamo allora se sia possibile immaginare e praticare in Italia esperienze che in vari paesi europei e oltre, in questi anni, hanno avuto la capacità di far convergere insieme forze diverse orientate alla trasformazione radicale dell'esistente, ultima solo in ordine di tempo l'esperienza greca di Syriza. Si tratta di decidere di costruire, a partire dalle proprie biografie, dalle proprie storie collettive, senza forzatamente annullarne le differenze, un nuovo patto, una forma politica inedita, coalizionale e federativa, capace di mettere in campo la forza di un'alternativa, di programma e di governo, e di costringere tutti gli altri attori a misurarsi con essa. (...) È con questo spirito e con questa prospettiva che proponiamo di affrontare anche il passaggio delle consultazioni primarie, che altrimenti rischierebbero di risultare un rito d'investitura dagli esiti scontati e dalle nefaste conseguenze.

Luigi Amendola (cons. prov. Treviso), Beatrice Andreose (cons. Parco Colli Euganei), Gianfranco Bettin (ass. com. Venezia), Valter Bonan (ass. com. Feltre), Cinzia Bottene (cons. com. di Vicenza), Beppe Caccia (cons. com. Venezia), Federico Camporese (coord. Sel Mestre), Flavio Dal Corso (pres. Mun. Marghera), Roberto Del Bello (componente coord. prov. Sel Venezia), Roberta Di Salvatore (cons. com. Montagnana), Mattia Donadel (cons. com. Mira), Renata Mannise (componente ass. reg. Sel), Carlo Martin (cons. com. Campolongo Maggiore), Francesco Miazzi (cons. com. Monselice), Alessandro Pieretti (coord. Sel Bassa Padovana) Per aderire: giuseppe.caccia@comune.venezia.it

In Grecia Syriza. E in Italia?

Si può costruire anche da noi, come nello stato ellenico, una forza politica di tipo federativo, incentrata sul rifiuto dell'austerità e il progetto di un'Europa diversa? Abbiamo sollecitato movimenti e sindacati, decisivi nella formulazione di un'offerta politica a sinistra nel nostro paese, a intervenire su questo tema, rispondendo alla domande che segue.

La vicenda greca e lo stesso esito delle elezioni che lì si sono svolte dimostrano che è possibile contrastare il mercatismo liberista, che non è vero che non esistano alternative alle devastanti ricette antisociali imposte come dogmi dal 'finanzcapitalismo' e che può affermarsi una sinistra capace di indicare una strada radicalmente diversa, affrancata dalle catene del pensiero dominante.
Syriza, forte della sua struttura federativa che ha saputo unire gran parte della sinistra ellenica e riscuotere un eccezionale consenso di massa, parla davvero a tutti i popoli europei, formula un'ipotesi di uscita dalla crisi che rovescia il paradigma monetarista per porre al centro delle politiche economiche e finanziarie il lavoro, lo stato sociale, il reddito, la tutela e i diritti dei più deboli, i beni comuni, proponendo che intorno a questi capisaldi si ricostruisca l'intero assetto economico e istituzionale dei poteri e la stessa architettura politica dell'Europa.
Ritenete che quel modello possa ispirare anche in Italia una sinistra, sociale e politica, ancora prigioniera di frammentazioni, divisioni, ambiguità che l'hanno sino ad ora relegata nella marginalità? E quali sono, a vostro avviso, i contenuti di un programma che possa sostenere un progetto di profonda trasformazione del Paese?

Giorgio Cremaschi, No Debito
Il riformismo ha fallito. L'Europa del rigore va rovesciata 

Si festeggiano assieme la vittoria dell'Ìtalia nel calcio e quella del governo nel vertice di Bruxelles. Ma è sbagliato perché Monti vince contro di noi.
La conquista, infatti, di qualche intervento per abbassare lo spread avviene al prezzo dell'accettazione dei piu rigidi meccanismi del fiscal compact. Cioè ancora controriforme, tagli, tasse e privatizzazioni. Si dice che però questo avviene avendo respinto l'intervento diretto dei poteri europei e del fondo monetario, la famigerata troika che ha portato alla fame la grecia.

Sì è vero non siamo stati formalmente invasi, ma ci siamo autoinvasi accettando tutte le condizioni degli invasori. Come la polonia del 1981 ove il generale Jaruselsky prese il potere per evitare l'invasione sovietica. Quindi niente gioia calcistica applicata allo spread, la direzione di marcia continua ad essere quella che ci ha portato alla crisi attuale.

La questione di fondo in Ìtalia e in europa è la necessità della rottura con il pensiero e la politica unica che le comandano. Oggi questa politica ha portato il continente nella più grave crisi economica dal 1929. Del resto la politica economica è la stessa dei governi di allora, austerità, tagli alla spesa pubblica, distruzione dei diritti del lavoro. Il risultato di allora fu il nazismo in Germania.

Oggi non sappiamo dove finirà la crisi sul piano politico, ma sappiamo che non finirà. Il governo Monti è l'espressione diretta di questa politica. Tecnicamente è un governo reazionario, perché al centro del suo operare sta la controriforma sociale. Tutto il sistema dei diritti sociali deve essere completamente smantellato, la crisi deve essere affrontata facendo ricorso agli spiriti animali del mercato e alla competitività selvaggia delle persone. Come ha detto la ministra Fornero il lavoro non è un diritto, ma deve essere conquistato nella dura lotta per la sopravvivenza. Un paese diventato una società low cost potrà tornare ad attirare gli investimenti. Questo è quanto pensa più in grande il presidente della Bce Mario Draghi, che ha recentemente affermato che il sistema sociale europeo è destinato a morire. E lui sta tra coloro che si prodigano per accelerarne la fine.

Questa Europa non è riformabile e va verso la crisi estrema, assieme alle classi dirigenti di centro destra e centro sinistra unite nel condurre al disastro.

Il governo Monti esiste e agisce con il sostegno determinante del Pd. In Grecia per la prima volta è stata la moneta a vincere le elezioni, e ha formato un governo con forze politiche gemelle a quelle che governano in Italia. Sarà ancora presto per dirlo, ma la prima impressione è che il riformismo progressista del governo Hollande sia già in difficoltà di fronte al sistema di comando europeo.
Se vogliamo salvare la democrazia sociale del dopoguerra, anzi farla progredire, questa Europa della Bce, del fiscal compact, dei patti di stabilità va rovesciata, non c'è nulla da salvare in essa. Le ridicole discussioni su come aggiungere crescita al rigore, prive di qualsiasi senso compiuto, lo dimostrano. Oggi una sinistra anticapitalista in Europa si ricostruisce a partire dal no al rigore. Questa è la discriminante costituente dei nuovi schieramenti e non la ridicola distinzione tra un centro destra e un centro sinistra che sostengono la stessa politica.

Deve saltare il banco, deve essere rifiutata la schiavitù del debito e tutto il corollario di austerità per i poveri e speculazione per i ricchi. E non ci si può far ricattare dalla moneta, ultimo spauracchio agitato di fronte alla crescente rabbia sociale, dopo che i ricatti della signora Merkel si sono indeboliti. Questa Europa va distrutta e ricostruita su altre basi realmente democratiche, pubblico, eguaglianza, beni comuni, riconversione delle produzioni e dei consumi.
Questo è il solo progresso che il nostro piccolo continente può portare all'umanità
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Paolo Beni, ARCI
C'è grande spazio per la sinistra se non sceglie scorciatoie leaderistiche 

Non c'è dubbio che la vicenda greca offra indicazioni preziose alla sinistra italiana: sulla possibilità di costruire un'alternativa al paradigma liberista, ma anche sui rischi della frammentazione e sulla necessità di aggregare i diversi sociali attorno ad un progetto di cambiamento.

La crisi greca ci squaderna sotto gli occhi uno spaventoso arretramento dei diritti sociali, civili e politici conquistati in decenni di storia europea. La pretesa di liberare il mercato da ogni vincolo sociale sta cancellando l'universalismo dei diritti che le Costituzioni democratiche del dopoguerra avevano sancito come principio irrinunciabile. E' sempre più chiaro che la vera prospettiva europeista è fuori dal liberismo, in un progetto transnazionale di solidarietà e giustizia sociale, partecipazione e controllo democratico sull’economia e la finanza.

C'è un filo che lega, pur con evidenti diversità, i risultati delle recenti elezioni francesi e tedesche col successo di Syriza in Grecia: in Europa stanno maturando le condizioni per un cambio di rotta. Quando sono chiamati a esprimersi col voto i cittadini europei bocciano le scelte della destra conservatrice e neoliberista di fronte alla crisi; la sinistra raccoglie consensi quando si oppone alle ricette imposte dai tecnocrati del mercato, viene invece punita dagli elettori laddove è subalterna al ricatto dei poteri finanziari.

L'Europa del monetarismo ha fallito e i suoi governi, succubi di fronte all'impunità del mercato, scelgono di scaricare il costo di quel fallimento sui più deboli. Ma le politiche di austerità e rigore a senso unico si dimostrano impotenti ad arginare la crisi e far ripartire la crescita, spingono le economie europee nella recessione, producono il massacro dei diritti sociali e la messa in mora della democrazia. La situazione implode ed è evidente che serve un'alternativa, ma questa non esiste dentro le compatibilità imposte da quegli stessi poteri che della crisi sono i primi responsabili.

Serve una svolta profonda, che parta dalla presa d'atto del fallimento del liberismo e della necessità di rimettere in discussione le basi culturali di quel modello di sviluppo. E’ l'ora di cambiare strada, con scelte nette e rigorose nell’orizzonte di uno sviluppo mirato alla riconversione ecologica dell’economia, alla qualità e alla sostenibilità delle attività produttive, ai beni pubblici e sociali. Non è vero che il risanamento dei conti pubblici sia incompatibile con l’equità, la giustizia sociale, la partecipazione democratica. E’ questione di scelte: rimettere al centro del modello economico e sociale il lavoro, i beni comuni, il welfare pubblico, la sostenibilità ambientale, la cultura e l’istruzione, una vera democrazia al servizio delle persone e delle comunità.

Questa oggi è la vera sfida per la sinistra. Saremo in grado di affrontarla solo se sapremo produrre un grande sforzo culturale. Per alimentare un nuovo progetto serve un pensiero nuovo, che parta dalla critica degli errori compiuti in questi anni in cui l'illusione di mitigare il liberismo e contenerne gli effetti sul piano sociale ha prodotto la più grande sconfitta storica della sinistra. Nella società italiana c’è una domanda di cambiamento che non trova risposte adeguate e solo col rinnovamento della politica potrà avere uno sbocco positivo. In questa situazione c'è un grande spazio per la sinistra, se saprà rappresentare in modo credibile un'altra idea di economia, di società, di democrazia.

La prima condizione è che i partiti non facciano ancora una volta l'errore di confidare nella propria autosufficienza e prendano atto della crisi che li attraversa. Ciò che serve non sono le scorciatoie leaderistiche o le alchimie tattiche, ma ricostruire il rapporto con la società, coinvolgere i soggetti sociali, dare dignità alle diverse forme della rappresentanza. E’ dal basso che può crescere l’alternativa: dai territori e dalle comunità locali, dall’iniziativa civica diffusa che riconquista lo spazio pubblico e ridà senso a un'idea della politica che non è gestione dell'esistente ma processo collettivo di trasformazione.

Nicoletta Dosio, No TAV
Serve l'unità, ma senza cadere nel politicismo 
 

Un programma per il futuro? Dall’abisso nel quale ci hanno portato il dominio del capitale e la compatibilità pressoché totale al sistema, grazie anche ad una sinistra tesa a smorzare le lotte ed a cogestire il modello di sviluppo fondato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla natura, non si potrà uscire se non attraverso un mutamento radicale, un programma che non parli semplicemente di riforme, ma di conflitto e di rivoluzione. Non da ora la politica dei banchieri e delle multinazionali detta legge sulla vita di noi tutti, ma finora l’illusione sviluppistica e consumistica ci ha resi ottusi, elargendoci allegramente le briciole del banchetto assassino imbandito dal Nord del mondo ai danni di un Sud sempre più povero e depredato.

Che cosa mai potremo aspettarci da coloro che sono stati afoni, e alla fine anche conniventi, rispetto alle guerre contro i “popoli di troppo”? La Somalia, l’Iraq, la Yugoslavia, l’Afghanistan sono le tappe insanguinate (e non ultime) delle “guerre umanitarie” che hanno permesso all’imperialismo di consolidare il proprio dominio sul mondo e di ipotecare il futuro di liberazione dei popoli; ma hanno anche corrotto culturalmente e moralmente, oltre che impoverito economicamente, le classi subalterne degli stessi paesi vincitori.

Lo stesso dicasi per il tema lavoro. Un lavoro che inquina e uccide non è accettabile. Quando ci chiederemo finalmente che cosa, come, perché, per chi produrre? I guasti ai danni del Pianeta sono già quasi irreversibili, come lo sono i disastri economici e sociali nei confronti delle popolazioni sottoposte da secoli alle rapine coloniali e imperialistiche di cui costituiscono il triste corollario la desertificazione ambientale e l’emigrazione forzata.

Ora anche nell’Occidente “ricco” i nodi vengono al pettine: l’imperativo categorico del “produci consuma crepa”, con cui il capitalismo industriale e bancario aveva legato ai propri interessi i lavoratori devastando con catene dorate la coscienza di classe, si è ridotto a un semplice e brutale “crepa”, fatto di disoccupazione, precarietà, malattia, distruzione ambientale, incultura , privatizzazione dei servizi, debiti insolvibili, guerra tra poveri, solitudine e disperazione.

Esiste un rimedio possibile a tutto questo?
La Valle di Susa da quasi un trentennio in lotta contro il Tav, la militarizzazione del territorio, i grandi sporchi interessi del partito trasversale degli affari, sta sperimentando che, insieme, si può lottare, difendersi, inceppare gli appetiti di poteri forti che sembravano invincibili. Ha anche capito che non si deve delegare ad altri la difesa della vita e del futuro, né scendere a mediazioni e a compromessi, perché ci sono beni e diritti irrinunciabili ed inalienabili. L’Europa di Maastricht ci vorrebbe condannare a ruolo di corridoio di traffico per merci e capitali, delocalizzazione del lavoro e deportazione di lavoratori: contro tale modello dissennato e irresponsabile abbiamo trovato la solidarietà di persone e popolazioni che, come noi, da tante parti del mondo, si oppongono a questo sistema subdolo e violento. In questi giorni la Valle ha accolto la marcia dei sans papiers e migranti: li sentiamo fratelli e compagni di una lotta contro il nemico comune, il capitale che nega libertà di movimento alle persone, ma lo garantisce al mercato.

Dunque un’unità grande ed autentica sarebbe indispensabile, ma è sul piano delle lotte reali che si possono trovare compagni, chiarezza di obiettivi, forza, prospettive per il futuro, programmi non semplicemente elettorali. Il momento è difficile, il cammino accidentato, ma esistono la ragione e la forza per cambiare. D’altra parte, “… non abbiamo altro da perdere se non le nostre catene, ma abbiamo un mondo intero da guadagnare”.
 
Marco Bersani, Forum Italiano Movimenti per l'Acqua
Syriza in Italia? Proviamoci ma la strada è lunga 

La vicenda greca parla a tutti i popoli d’Europa sotto diversi punti di vista.

Da una parte è la più lampante dimostrazione di come lo “shock” del debito sia stato artatamente costruito per ridisegnare il comando sociale dei grandi capitali finanziari sul mondo del lavoro e sull’intera vita delle persone.

La Grecia è infatti il Paese che più pedissequamente si è sottoposto ai diktat della “Troika” e i risultati sono sotto gli occhi di tutti: drastica caduta delle condizioni di vita, disoccupazione di massa, precarietà generalizzata, espropriazione di beni comuni e servizi pubblici, sottrazione di democrazia.

Dall’altra è l’altrettanto chiara dimostrazione di come la mobilitazione sociale costante e su contenuti chiari sia pagante e possa far uscire un intero popolo dalla frammentazione e dalla disperazione per iniziare a costruire un’alternativa : da questo punto di vista l’esperienza di Syriza è illuminante e densa di indicazioni.

Lo scontro sociale che la crisi ci consegna è - e sempre più sarà - senza quartiere: da una parte l’ossessione delle politiche liberiste chiede continuamente nuovi “assets” su cui riversare i capitali finanziari, dentro un modello capitalistico in condizioni di cronica sovrapproduzione; dall’altra, i movimenti sociali indicano nell’inversione di rotta e nella definanziarizzazione della società la possibilità di un altro modello sociale.

E’ come se, dopo aver per oltre due decenni affermato “privato è bello”, cercando di convincere le persone, oggi i poteri forti finanziari dicano molto più semplicemente - e ferocemente – “privato è obbligatorio e ineluttabile”.

Da questo punto di vista, il nuovo paradigma dei beni comuni che ha attraversato tutte le lotte e le mobilitazioni sociali, in particolare nel nostro Paese, diviene il luogo principale dello scontro in atto, tra la riappropriazione collettiva di ciò che a tutti appartiene e il definitivo esproprio di diritti e democrazia.

Su questo terreno - la straordinaria vittoria referendaria sull’acqua dello scorso anno lo dimostra - è possibile costruire un altro linguaggio e un nuovo protagonismo sociale che sappiano uscire dalla pur generosa minorità per parlare all’intera società.

Un terreno che sposti l’asse dell’azione collettiva dall’intervento “a valle” dei processi all’assalto “a monte” degli stessi: che passi dal “consumo critico” alla critica della produzione, dalla lotta contro le privatizzazioni alla riappropriazione partecipativa di beni e servizi, dal terreno de “i soldi non ci sono” alla risocializzazione del credito, dalla democrazia formale alla democrazia reale.

Da questo punto di vista - e conoscendo tanto i drammatici limiti delle forze politiche in Italia quanto le insufficienze dei movimenti sociali - sarei molto cauto nell’immaginare una deterministica riproduzione italiana dell’esperienza di Syriza.

Innanzitutto perché quell’esperienza nasce dalla mobilitazione sociale reale che in quel paese ha assunto livelli di radicalità - più di 15 scioperi generali - attualmente impensabili in Italia; inoltre la crisi della rappresentanza nel nostro Paese - dopo due decenni in cui il modello Berlusconi ha plasmato trasversalmente la società - ha assunto livelli di drammaticità, difficilmente riscontrabili in altri Paesi europei.

L’Italia è un Paese tutt’altro che pacificato, ma l’insufficienza delle mobilitazioni sociali rispetto allo scontro in atto è purtroppo un dato ancora evidente; l’Italia è un Paese denso di rivendicazioni collettive, ma la frammentazione delle stesse è purtroppo sotto gli occhi di tutti.

Prima di affrontare il delicatissimo tema della rappresentanza, occorre a mio avviso dedicare tutte le possibili energie alla costruzione della precondizione della stessa: una forte, radicale, unitaria e inclusiva mobilitazione sociale su alcuni obiettivi chiari e comunicabili, che sappiano tessere la rete delle relazioni sociali e ribaltare l’agenda politica di un Palazzo ormai “autistico”.

Il rischio è che, in mancanza di un livello adeguato di mobilitazione sociale, la scorciatoia della rappresentanza venga ancora una volta dai più percorsa, nell’illusione di costruire dall’alto ciò che è complicato far emergere dal basso.

Ben venga Syryza, dunque, se serve a camminare. Ma con la consapevolezza dei passi da compiere.
 

Politiche liberiste e austerità, questa la malattia dell'Europa

di Claudio Grassi e Bruno Steri
Dai primi resoconti sul vertice europeo risulta che il nostro Presidente del Consiglio abbia strappato qualche provvidenza anti-spread, fermi restando – ça va sans dire – il mantenimento ed anzi l’intensificazione di “comportamenti virtuosi” da parte dell’Italia. Qual è dunque, dal punto di vista del conflitto tra opposti interessi di classe, il punto saliente della partita che si sta giocando attorno al capezzale dell’Europa? Vediamo. Da mesi è in corso un’offensiva diplomatica nei confronti della riottosa Germania: la sabbia della clessidra europea sta venendo meno e non c’è più molto tempo da perdere. In una prospettiva generale, come già auspicato nel recente incontro del G20 tenutosi a Los Cabos, all’unione monetaria si vorrebbe affiancare un’unione bancaria, un’Unione finanziaria europea. Comprensibilmente, non si ritiene possibile mantenere una situazione in cui i capitali continuino a rifluire dagli istituti creditizi dei Paesi più esposti a quelli tedeschi: occorre pervenire a un sistema unificato di assicurazione dei depositi bancari, concordemente garantito dagli Stati membri dell’Eurozona. Ciò, in particolare, servirebbe a convincere i cosiddetti “mercati” circa l’intenzione di difendere e consolidare la moneta unica.
Evidentemente, una tale impresa dovrebbe anche comportare la parallela costituzione di una struttura comunitaria di vigilanza sul sistema finanziario stesso. E qui, dal nostro punto di vista (dal punto di vista di una sinistra di classe) si profila un primo rilevante problema: ammesso che questa possa costituire una risoluzione delle contraddizioni intra-europee, che ad oggi differenziano gli interessi dei diversi capitali nazionali, essa di per sé non tutela le classi subalterne rispetto ad un’equa ripartizione sociale dei costi della crisi. In proposito, annotiamo che il capitale finanziario europeo nel suo complesso, come anche quello statunitense, non è affatto uscito indebolito dal disastro che ha provocato in questi quattro anni di crisi dell’economia planetaria. Anzi, è stato gratuitamente sostenuto dagli establishments politici, con immensi travasi di risorse finanziarie (a carico dei contribuenti). Inoltre le annunciate regolamentazioni del sistema bancario (divieto di agire sul mercato finanziario ombra, divieto o anche solo limiti precisi alla compra-vendita di prodotti derivati, divieto di vendite allo scoperto ecc) sono rimaste allo stato di chiacchiera (in Europa) o al massimo lettera scritta ma non applicata (negli Stati Uniti); e le dimensioni too big to fail dei colossi finanziari, troppo grandi per poter esser lasciati fallire, sono rimaste tali. Del resto, come è ben illustrato dalla composizione dei governi italiano e greco, la distinzione tra finanza e politica è assai problematica e, in un contesto di orientamenti liberisti egemoni, è assai difficile immaginare un sistema finanziario che ponga drastici limiti a se stesso.
Si potrebbe in ogni caso dire: ben venga comunque un passo in avanti nella formazione di un governo finanziario a livello continentale che sbarri la strada alle incursioni speculative sui titoli e riequilibri il differenziale tra gli interessi sui medesimi. Purtroppo la faccenda è irta di insidie più di quanto non possa apparire a un primo volonteroso sguardo. La proposta di un’unificazione finanziaria europea comporta infatti l’attivazione di un’intera gamma di misure. Si tratterebbe ad esempio di modificare lo statuto dell’Esm, il “Fondo salva-stati” (dotazione: 500 miliardi di euro), autorizzandolo a prestare soldi alle banche, a cominciare da quelle spagnole, e ad acquistare sul mercato secondario titoli degli Stati in difficoltà, così da placare la speculazione e restringere la forbice del famoso spread, il differenziale rispetto ai titoli di stato tedeschi. Si tratterebbe ancora di attuare l’“ipotesi Visco” di un’europeizzazione dei debiti pubblici degli Stati membri per la parte che eccede il 60% del debito stesso: in ogni Stato andrebbe costituito un contenitore finanziario, un fondo in cui far confluire risorse corrispondenti alla parte eccedente del proprio debito e un pezzo consistente delle entrate dell’erario per il pagamento dei relativi interessi annuali. Ciò rappresenterebbe un argine eretto dinanzi alla speculazione, che si confronterebbe con le garanzie assicurate non più dal singolo Stato ma dalla compagine europea come tale. Evidentemente, misure siffatte presupporrebbero un restringimento sostanziale delle sovranità nazionali: in Costituzione non andrebbe solo il pareggio di bilancio, con lo stravolgimento di principio che già esso comporta, ma l’abdicazione alla gestione dell’intero apparato di controllo sul sistema finanziario e sui bilanci statali, a favore di un controllo europeo. Siamo giunti, dunque, al punto saliente evocato all’inizio di queste considerazioni. L’economista Nicola Rossi ha recentemente affermato: ha ragione il presidente della Bundesbank, se si vuole che si allentino i cordoni della borsa europea bisogna cedere sovranità statuale; i soldi si danno, ma devono esservi controlli stringenti. E’ una dichiarazione impegnativa e in toto discutibile: si tratta di capire cosa pensino su questo le forze del socialismo europeo. Questo è un punto dirimente. Lo stesso Vincenzo Visco ha onestamente riconosciuto che la sua proposta, quella sopra citata, non è in contraddizione con la costituzionalizzazione del pareggio di bilancio: detto schematicamente, ciò significa che il processo di europeizzazione delle politiche economiche e fiscali non è in contrasto con le politiche del rigore e dell’austerità. La strada – magari un po’ “temperata” – è la stessa. L’attuale presidente francese François Hollande ha dichiarato in campagna elettorale di voler ridiscutere il “patto fiscale” europeo, considerando necessaria una sua “integrazione” con elementi che promuovano la crescita. Noi, in accordo su questo con quanto ha ad esempio sostenuto a più riprese Joseph Halevi su il manifesto, riteniamo che le due cose non siano compatibili: le politiche liberiste e di austerità alimentano la spirale deflattiva. O ci si adegua o si cambia radicalmente strada: tertium non datur. Non a caso, in questi giorni Mario Monti continua a ripetere che l’Italia ce la fa da sola, che non ha bisogno di “aiuti” da parte della troika (Bce, Fmi, Commissione europea): lui, che ha già fatto pagare pesantemente agli italiani la bolletta europea, sa bene (più di lui lo sa il popolo greco) cosa costano i cosiddetti “aiuti”. La domanda di fondo, infatti, resta sempre la stessa: chi paga? E quanto? Noi diciamo: paghi chi ha di più e non ha mai pagato. Ciò vale per l’Italia e vale per l’Europa.

Vendola-Di Pietro, tira e molla col Pd. Ferrero: «Facciamo Syriza anche in Italia» di Romina Velchi

Non è un ultimatum, è un appello; e come tale lascia, per ora, le cose come stanno. Di Pietro e Vendola, insieme, ieri in conferenza stampa hanno usato tutte le armi a disposizione per sganciare il Pd da Casini (o meglio per impedire che l'alleanza sia a due, con al più qualche comprimario, o addirittura che sia «amputato»), ma stando ben attenti a non chiudersi tutte le porte alle spalle. Anzi, Di Pietro (pesantemente criticato per le esternazioni contro il presidente della Repubblica nella vicenda delle intercettazioni) ne ha persino approfittato per fare gli auguri di compleanno a Napolitano, per dimostrare che lui rispetta «tutte le istituzioni», che lui ha «sempre servito», ma che questo non deve significare che lui debba «condividere tutto ciò che fanno».
Premesso che, esordisce Vendola, «mettere in campo un centrosinistra è una necessità per il paese» vista la drammatica condizione economica che sta stritolando il paese a causa delle politiche liberiste della destra, quello che i due leader propongono è «aprire un cantiere», costruire «luoghi» per «tessere la tela programmatica» e «allargare l'interlocuzione» con tutti i partiti interessati (anche con Casini, dunque, perché «non è impedito il compromesso o il dialogo con i moderati»), ma non solo. Sullo sfondo c'è, infatti, il lavorio che soprattutto l'Idv sta portando avanti in giro per l'Italia, che se non è un "partito dei sindaci" poco ci manca. Che si sarebbe potuto materializzare proprio ieri se gli assestamenti di bilancio che tengono occupati i sindaci in questi giorni non avesse impedito a Pisapia, Doria, De Magistris e Orlando di essere presenti alla conferenza stampa (i primi due hanno inviato un messaggio). E certo avrebbe dato tutto un altro peso "all'appello" lanciato al Pd. Mentre oggi sempre l'Idv riunisce a Bari i primi cittadini delle quattro più grandi città del Mezzogiorno.
Eh sì, perché, come dice Vendola, il centrosinistra «c'è dappertutto, ma non c'è in Italia», a causa, sostanzialmente, delle scelte del Pd. E se il partito di Bersani pensa ad «un'alleanza preferenziale» con l'Udc, la risposta è: «Non mi interessa». Perché, concorda Di Pietro, «noi proponiamo un modello di governo» e non vogliamo fare una «sommatoria numerica»: «Se essere moderati vuol dire abolire l'articolo 18 - taglia corto l'ex magistrato - con i moderati non possiamo stare». In altre parole, «il Pd deve chiarire la sua posizione sul piano del programma», visto che il partito di Bersani continua a votare fiducie su leggi che dice di voler cambiare se andrà al governo.
Il punto è proprio questo: l'indeterminatezza dei comportamenti politici, perché il rimescolamento delle carte non è ancora concluso. Sono pochi, per esempio, quelli che metterebbero la mano sul fuoco su Casini: ha davvero deciso di scegliere il campo del centrosinistra o sta solo tentando di alzare il prezzo con il Pdl? Per non dire del Pd, all'interno del quale ci sono almeno tre linee, quelle che Vendola sintetizza in «quella contro Monti, quella Monti per il dopo Monti e quella dell'oltre Monti». Tanto da pregiudicare pure le primarie. Se le primarie sono «un congresso tra Bersani e Renzi io non ci sto» mette in chiaro Vendola; «Non è che se vince B invece di A cambia il programma» gli fa eco Di Pietro. Insomma, o le primarie sono di coalizione o non sono (ma vallo a dire a Casini, che non ci pensa proprio).
Certo, Bersani risponde a stretto giro e sembra già aver trovato le soluzioni: le primarie, assicura, saranno di coalizione e il Pd presenterà una carta d'intenti; Vendola, in fondo, non è contrario ad allargare la coalizione; Di Pietro è il benvenuto se si impegna a rispettare gli impegni di governo (Vendola dice chiaramente: «Mi siedo a discutere con il Pd solo se c'è anche Antonio Di Pietro»). Ma, appunto, il tutto è di là da venire. E sul tappeto resta l'interrogativo: si potrà mai realizzare una coalizione da Casini a Vendola che si basi sui cinque punti citati dal leader di Sel a mo' di esempio: patrimoniale, reddito minimo, welfare ambientale, parità di genere, coppie di fatto? Difficile crederlo, se lo stesso Vendola insiste che o c'è un avanzamento sul piano dei diritti sociali e civili o «non lo fate il centrosinistra, togliete la parola sinistra dopo il trattino»: «In una coalizione che non riconosce le coppie di fatto, io non mi accomodo nemmeno per prendere un caffè». E se Di Pietro nell'intervista a “Left” di oggi attacca: «Nessuna alleanza con Casini: è il carnefice del centrosinistra».
Intanto, però, il tempo passa e il rischio di questo «tira e molla» (come lo definisce Paolo Ferrero, segretario del Prc) tra Vendola e Di Pietro da una parte e Bersani dall'altra rischia solo di portare acqua al mulino di Grillo. «Propongo a Vendola e Di Pietro di smetterla - dice Ferrero - e di costruire insieme una aggregazione di sinistra da costruirsi con comitati e movimenti sociali, che si candidi al governo del paese su una piattaforma chiaramente antiliberista e di alternativa, come ha fatto Syriza in Grecia». Che poi è esattamente ciò su cui ha insistito Di Pietro, citando il lavoro sui territori e nella società civile, ma soprattutto dicendo che «non possiamo partecipare ad una coalizione che fa pagare i conti ai più deboli e ai più onesti».
Si potrebbe partire già a settembre «con una manifestazione nazionale contro il governo Monti e le sue politiche - propone ancora Ferrero - Perché l'alternativa va costruita da subito e il popolo italiano non ne può più di queste politiche neoliberiste». Una Syriza in Italia: e chissà che a quel punto non sarebbe il Pd a venire con il cappello in mano.

venerdì 29 giugno 2012

Ventisei militanti e dirigenti escono dal PdCI

Il documento inviatoci dai ventisei militanti e dirigenti toscani che hanno deciso di uscire dal PdCI: Le loro motivazioni.
Al Partito dei Comunisti Italiani - Federazione di Firenze
E p.c.
Comitato Politico Regionale
Direzione Nazionale

Cari compagni,


vi sono momenti inderogabili per un comunista nei quali è giusto e necessario verificare lo stato dei rapporti con il partito, il ruolo ed i caratteri della sua militanza.

Per un comunista, per ogni comunista, infatti, il rapporto con il proprio partito non può e non potrà mai esaurirsi semplicemente in un generico senso di appartenenza, né in una per quanto vissuta cultura identitaria.
Appartenere ad un partito comunista significa prima di tutto condividere la responsabilità politica di un progetto strategico per il rovesciamento ed il superamento del capitalismo, della liberazione dal lavoro salariato e dalla
società divisa in classi.
Solo a partire da tutto questo è legittimo parlare di identità comunista come capacità e volontà di riappropriazione totale, rigorosa e coerente degli strumenti di analisi, della teoria e della prassi marxista e di orgogliosa rivendicazione di una propria concezione del mondo e delle proprie prospettive storiche.
Mai come in questo momento si è mostrata a scala globale tutta la potenza e la violenza dell’avversario di classe nei confronti del proletariato internazionale, un proletariato che nel nostro terzo millennio si presenta in forme e composizioni tecniche estremamente complesse, non più riconducibile solo all’operaio di linea, ma a settori sempre più estesi di lavoratori del terziario, del pubblico impiego, della scuola e della università.
Così come si è confermata l’evoluzione del sistema nella sua fase estrema e cioè quella dell’imperialismo del capitalismo finanziario.
E la crisi che stiamo vivendo e pagando è la crisi strutturale di questo sistema, che per salvare la sua armatura economico-statale è disposta a distruggere e a decimare i suoi stessi fattori produttivi, così come avvenne,
anche se in una fase e con caratteristiche diverse, nella guerra dichiarata dalla borghesia di allora nella Parigi della Comune, dove essa arrivò ad uccidere 30.000 operai, pur di confermare il proprio dominio.
La decimazione di oggi si chiama precarizzazione, impoverimento, distruzione delle forme della rappresentanza, della sicurezza sul lavoro, annientamento progressivo dello stato sociale per arrivare a mettere in discussione ed affondare, come borghesia, le stesse leggi della sua democrazia formale e sostanziale.

Questo insieme di condizioni oggettive va mostrando tutta l’attualità di un progetto comunista: della ricostruzione di un blocco sociale antagonista, della necessità di ricomposizione dei conflitti e dei tragitti politici intorno ad un nuovo soggetto in grado di rappresentarsi come vettore di questa ricomposizione e di questo processo.
In questo quadro generale si pongono le urgenze, da una parte della ricostruzione di una dimensione strategica, una forma partito ed una classe dirigente adeguata agli scenari del presente, rimettendo in moto tutta l’organizzazione, federale per federale, sezione per sezione, compagno per compagno, puntando soprattutto sulle nuove generazioni coinvolgendole direttamente in questa ricerca, cercando di produrre insieme formazione, prassi e nuovi strumenti dell’azione politica all’interno dei conflitti diffusi e, dall’altra, dell’avvio di un processo costituente per la costruzione di un fronte politico unitario della sinistra comunista ed anticapitalista.
Tutto questo era e sarebbe ancora materia e sviluppo coerente delle tesi che erano alla base del nostro penultimo congresso, il quinto del 2008, ma che poi hanno finito col rimanere sullo sfondo, una sorta di quinta teatrale, mentre tutta la sostanza del dibattito e del contendere si è declinata ed inaridita intorno alla necessità di un nostro ritorno in Parlamento e quindi ai meccanismi convulsi ed intricati delle possibili alleanze.
Il nostro partito, a partire dal suo gruppo dirigente, ha così rinunciato ad ogni forma di volontà di leggere lo scenario delle trasformazioni in atto nella società attuale, di farsi soggetto propositivo di mettersi in gioco in un
progetto reale di ricomposizione di una sinistra di classe.
Certo, è indiscutibile che in uno scenario drammatico come quello attuale, nell’agenda politica si ponga il problema delle alleanze, sia sul piano strategico che tattico, certo che per abbattere lo Zar ed il suo sistema feudale ci si può alleare con le forze antizariste della democrazia liberale, ma il fatto è che il nostro Zar non è più Berlusconi, ma la BCE, che le forze con cui noi dovremmo cercare alleanze non dovrebbero limitarsi semplicemente a quelle che nuotano nel mare magnum dell’antiliberismo, ma soprattutto in quello più cogente dell’opposizione al dominio della finanza internazionale ed ai capisaldi politici che la governano.
E nella compagine di quelle forze cui noi, secondo il nostro gruppo dirigente dovremmo far riferimento nella politica delle alleanze quanto è presente questa posizione? Certamente non il PD che non solo ha avallato e sottoscritto quell’atto dichiaratamente eversivo dell’introduzione della norma sull’obbligo della parità di bilancio nella nostra carta costituzionale, distruggendo per sempre ogni forma ed ogni prospettiva di consolidamento e rilancio dello stato sociale nel nostro paese, ma si è di fatto eletto al più zelante sostenitore del governo Monti.
I comunisti hanno sempre posto sul piatto della politica la questione del potere, anche nelle forme specifiche dell’essere o riconoscersi come forza di governo all’interno della dialettica parlamentare, ma questa dialettica deve avere un senso ed una sua coerenza in un rapporto non contraddittorio tra ruoli istituzionali e natura ed obbiettivi strategici del partito.
Se il prezzo che dobbiamo pagare oggi per riottenere, costi quel che costi, le briciole di una nostra presenza in Parlamento è vedere il nostro partito privo di qualsiasi autonomia politica strangolato negli irreversibili terreni del pragmatismo organizzativo, dell’opportunismo e della subalternità culturale, deciso a sacrificare e negare sull’altare di questo unico fine, ogni forma di dialettica interna, considerando qualsiasi voce critica, inaccettabile, intollerabile e quindi da “espellere”, allora noi non ci stiamo.
Di fronte a questa prospettiva non riusciamo più a trovare il senso di una appartenenza e la concretezza di un utile apporto militante. Per noi si è rotto definitivamente il rapporto fiduciario e quindi ci troviamo costretti, dopo tanti anni di militanza, di lotte e di lavoro comune, ad uscire dal Partito dei Comunisti Italiani.

Laura Bartoli – FGCI Firenze

Fabrizio Borchi - FGCI Firenze
Guido Calosi – CPF; Coordinamento FGCI Firenze
Guido Del Re – CPF; PdCI Firenze
Sara Eisa - FGCI Firenze
Simone Faini – FGCI Firenze
Niccolò Fontanelli – CPF; Coordinamento FGCI Firenze
Lisa Gabellini – PdCI Mugello Valdisieve
Luciana Gherardini – PdCI Firenze
Lidia Giannelli – Segretario Sez. PdCI Mugello Valdisieve; Consigliere
comunale FdS Dicomano
Lisa Goffi – CPF; Coordinamento FGCI Firenze
Massimo Grandi – CPF; Esecutivo FdS Firenze e Fiesole
Alessio Marangi – FGCI Firenze
Giampaolo Marangi – PdCI Mugello Valdisieve
Desirèe Parenti – FGCI Firenze
Costanza Parigi - FGCI Firenze
Lorenzo Piattelli – CPF; Coordinamento FGCI Firenze
Maria Pintucchi – CPF PdCI Firenze
Gianfranco Polvani – PdCI Firenze
Michele Quadernucci – CPF; Coordinamento FGCI Firenze
Ambra Roncucci – CPR; Coordinatore FGCI Firenze
Augusto Scaglioso – CPR; Segretario Sez. Centro PdCI Firenze
Cinzia Taccini – CPF; Coordinamento FGCI Firenze
Marco Tangocci – CPR; Segretario Sez. Stalingrado PdCI Firenze
Alberto Topini - FGCI Firenze
Mieke Verbert – PdCI Firenze

VERTICE EUROPEO: MOLTO FUMO POCO ARROSTO di Moreno Pasquinelli,

Monti non tira le cuoia (per adesso) ma l'euro resta in bilico

Scriviamo a caldo, mentre i lavori del vertice europeo si sono appena conclusi. Le edizioni web dei principali quotidiani italiani gridano al "grande successo" visto che "l'accordo è stato raggiunto". Ma quale accordo è stato raggiunto? E riusciranno le misure adottate a sventare il rischio di un crack combinato di banche e debiti sovrani?
Contrariamente ai media italiani, spagnoli e francesi, Financial times e Wall street journal sono molto più prudenti e i loro giudizi sono improntati al pessimismo. A ragione.
Cosa infatti contempla l'Accordo della notte scorsa? Oltre alla scontata conferma dell'aiuto di 100 Mld alla Spagna, esso contempla l'istituzione di un meccanismo di vigilanza, gestito dalla Bce, sulla banche dell'eurozona. Una volta istituito, e solo dopo, il MES potrà utilizzare i suoi fondi  per ricapitalizzare e soccorrere le banche in difficoltà —in difficoltà, non dimentichiamolo per avere in pancia un' enorme quantità di titoli pubblici ormai prossimi ad essere "titoli spazzatura" (acquistati con la liquidità offerta loro dalla Bce (Ltro), e per avere in bilancio una massa di crediti considerati inesigibili.
Molto fumo, poco arrosto. 
Primo: sono in molti a ritenere che le risorse effettivamente erogabili (circa 500 Mld a disposizione del MES, 200 Mld teoricamente disponibili del fondo Efsf), sono del tutto insufficienti in caso di nuova tempesta finanziaria. 
Secondo: come si sa, questi fondi vengono elargiti dagli stessi stati membri, tra cui gli stessi che dovranno ricorrere agli aiuti. Un meccanismo quantomeno singolare per cui, Spagna e Italia, potranno sì attingere alle risorse del MSE e del Efsf, ma solo dopo che avranno sborsato le loro quote (solo l'Italia  ha un onere di 139 miliardi). In altre parole per calmierare lo spread questi paesi dovranno indebitarsi ulteriormente, col che non solo crescita del debito ma addio al pareggio di bilancio. 
Terzo: come la Merkel e lo stesso Draghi hanno precisato questa mattina, chi attingerà a questi fondi di salvataggio dovrà subire la supervisione della troika Bce-Ue-Fmi quindi rispettare condizioni rigorose. In buona sostanza la medesima procedura a cui è sottoposta la Grecia, le stesse cure da cavallo come contropartita.
Hanno una bella faccia tosta, i giornali italiani, a definire questa operazione un "solido scudo" contro il rischio di fallimenti bancari e di default dei debiti sovrani. Si tratta di uno scudo di cartapesta. In sintesi questo Accordo è ben più modesto di quanto noi stessi ritenevamo possibile [Verso il vertice del 28 giugno]. Ben lontano, com'è evidente, dal risultato che si attendevano i mercati finanziari. E' doveroso ricordare quali erano le misure considerate salvifiche e inderogabili: (1) Eurobond, (2) permettere alla Bce di acquistare i titoli pubblici e (3) spingere la Bce ad avviare una politica monetaria di Quantitative easing come la Fed americana.
In estrema sintesi e al di la delle chacchiere, la "linea dura" della Merkel ha avuto la meglio. E ciò si vedrà nelle prossime ore, con gli spread che saliranno. Si vedrà con la reazione delle borse sin dalle riaperture di lunedì prossimo.
Mario Monti spaccia il tutto per vittoria. Ha imparato da Berlusconi il mestiere di piazzista. Ottiene in effetti luce verde all'eventualità di salvataggio delle banche spagnole e italiane in caso di tempesta finanziaria, ma a condizioni ben peggiori di quelle che si aspettava. Per di più non è affatto scontato che, una volta salvate le banche sull'orlo della bancarotta, si riesca a fermare la speculazione ribassista sui titoli pubblici e il contagio sui debiti sovrani.
La grande stampa italiana, il Pd, Casini e quella parte del Pdl che vogliono tenerlo in sella per il tempo che serve loro a riprendere fiato, sono obbligati a tenergli il moccolo. Se in effetti Monti fosse tornato a casa con in mano il fallimento conclamato del vertice, egli molto probabilmente, avrebbe dovuto fare le valigie. 
Ma il mezzo fallimento non è una mezza vittoria. E questo lo vedremo molto presto, nelle prossime settimane, forse nei prossimi giorni.

“I bambini col cancro portino la croce”: le bestemmie della Binetti By ilsimplicissimus



Credo che se la senatrice Binetti fosse vissuta in Palestina ai tempi di Ponzio Pilato, i vangeli sarebbero diversi: avrebbe strappato bestemmie pure a Cristo. 
Invece di andare da un buon terapeuta, questa seguace della massoneria cattolica, insiste nel voler essere un ennesimo cilicio per questo Paese.

Oggi ha superato se stessa  dichiarandosi contraria alla terapia del dolore per i bambini pazienti oncologici, “perché è giusto che anche loro portino la croce di Gesù”. Non è nemmeno commentabile, queste posizioni non hanno nulla a che fare con la religione, persino con quella simulazione rappresentata in pompa magna dalla casta cardinalizia, ma solo con la poca salute mentale della senatrice chiaramente affetta da schizofrenia di tipo paranoide, come ampiamente illustrata nel DSM IV. Anzi proprio la pietas cristiana imporrebbe di ricoverarla al più presto.
D’accordo che siamo di fronte a una sindrome diffusa nella casta , visto che anche la Fornero soffre dei medesimi sintomi e pretende che i lavoratori portino la croce prima di ottenere il lavoro. Ma francamente quando è troppo è troppo e dobbiamo chiederci a chi si debba l’elezione di questo avanzo di manicomio. Probabilmente  allo stesso che ha candidato Calearo. Il quale è ormai, a sua volta, un avanzo tout court.
Per fortuna a tutto questo c’è un sicuro rimedio farmacologico: calcinculina in dosi massicce per via intramuscolo. Una volta lontani dal potere che aggrava straordinariamente i sintomi, i pazienti migliorano e tornano quasi umani, perdono quel senso di onnipotenza che li induce alla pornolalia sociale e umana. Anche per i cittadini è un ristoro non dover pagare profumatamente per il loro mantenimento:  essere solidali con chi soffre di malattie mentali invalidanti in Parlamento è un dovere, a patto però di tenerli con la camicia di forza per impedire che aggrediscano la società italiana.
 
 
P.S: Per VENDOLA: COME CAZ..O FAI AD ALLEARTI CON CERTI PERSONAGGI?

«Indisciplina interna», l'altra Cgil si organizza di Riccardo Chiari, Il Manifesto

«Ma ci rendiamo conto o no che si vuole licenziare per motivi economici in un paese che ha depenalizzato il falso in bilancio?». All'osservazione di Giancarlo Rosini della Rsu Galileo, gli applausi nel Salone Di Vittorio sono forti. Tanto da arrivare al piano terra della Camera del Lavoro, che ha aperto le porte a una iniziativa organizzata da numerosi delegati Cgil dell'area fiorentina. Succede nel giorno dello sciopero pomeridiano di quattro ore contro l'approvazione del disegno Fornero di riforma del mercato del lavoro. Ma qui già al mattino si analizza la controriforma e si discute di come il sindacato debba contrastarla. Fino allo sciopero generale, così come chiede il documento finale approvato all'unanimità dall'affollata assemblea di autoconvocati.
Fra i partecipanti ci sono il segretario confederale Nicola Nicolosi e Gianni Rinaldini coordinatore de «La Cgil che vogliamo»: i portavoce di quella parte del sindacato, attorno al 30%, che più sta spingendo perché ci siano risposte commisurate all'attacco alzo zero del governo Monti al mondo del lavoro. «Oggi in Cgil - segnala sul punto Nicolosi - la maggioranza dei tesserati sta con chi chiede che le riforme Monti-Fornero, da quella sulle pensioni a quella sul lavoro, siano cancellate». A spiegare con semplicità i pericoli c'è il giuslavorista Giovanni Orlandini dell'ateneo di Siena. Una spiegazione in sintonia con quanto scritto da Piergiovanni Alleva sul manifesto. Impreziosita da una analisi comparata del Centro studi Diritti&Lavoro sulle varie discipline di licenziamento nei paesi Ue. «Fra i paesi analizzati - tira le somme Orlandini - l'indice Ocse sulla rigidità in uscita segnala che in Italia il livello di compressione del potere di licenziare è già oggi fra i più bassi d'Europa». Già prima della controriforma Fornero.
Le voci dei delegati accolgono l'invito di Nicolosi all'«indisciplina interna»: «Con informazioni, sensibilizzazioni e mobilitazioni, per costruire un movimento referendario che raccolga un milione di firme». Netto anche Gianni Rinaldini, che chiede all'assemblea di essere un punto di partenza: «Non mi interessa il passato. Mi interessa che, a partire dai delegati, si apra una nuova fase. Anche sul futuro della nostra organizzazione. Sul sindacato di domani. Perché rischiamo di fare la fine dei partiti politici, se accettiamo quelle pratiche verticistiche che hanno portato a dare l'ok al mutamento dell'articolo 18 prima ancora della riunione del direttivo Cgil».
Dagli interventi dei delegati anche alcune nitide fotografie della realtà. Ecco Mariangela Delogu della Rsu La Rinascente: «Ci porteranno a lavorare tutte le domeniche. Eppure danno sempre l'impressione che i lavoratori siano una zavorra di cui doversi liberare». E ancora Gianluca Lacoppola della Rsa Operosa: «Già oggi i lavoratori ci dicono: 'se mi iscrivo al sindacato il padrone si incazza'. Ora torneremo agli anni '50, quando le aziende licenziavano individualmente e la Cgil si opponeva caso per caso. Qui in archivio c'è una documentazione enorme».

«Ormai siamo maggioritari. Facciamo Syriza anche qua» Intervista a Paolo Ferrero. di Daniela Preziosi, Il Manifesto

Intervista al Segretario di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero 
 
«Ha ragione Marco Revelli quando scrive sul manifesto: bisogna collocarsi fuori dalle compatibilità dell’attuale Europa in nome di una rifondazione, di una ricontrattazione dell’Unione. Chi ha fatto l’Europa così e chi ora la sta ridefinendo, popolari e socialisti, sta riconfermando la distruzione della civiltà europea, del welfare, dell’art.18».
Segretario Ferrero, però in Francia il Front de gauche ha sostenuto il socialista Hollande. Lei dice che anche i socialisti distruggono la civiltà europea?
Non dico che socialisti e popolari sono uguali: sono però varianti dello stesso indirizzo politico, quello che non mette in discussione l’impianto neoliberista. Prendiamo il fiscal compact: in campagna elettorale Hollande lo aveva contestato. Oggi già non è più in discussione. Il Front ha fatto bene ad appoggiarlo per sconfiggere Sarkozy, ma non è un caso che poi non è voluto entrare nel governo. Ha ancora ragione Revelli quando dice che serve una Syriza (la coalizione della sinistra greca, ndr) anche da noi: dobbiamo interpretare un sentimento che inizia ad essere maggioritario nella società.
Crede che in Italia una ‘Syriza’ sarebbe maggioritaria?
Sì. Le forze liberiste perdono egemonia perché ormai è chiaro che non funzionano. Se non ci diamo un’alternativa di sinistra, resterà solo il populismo di destra. O qualsiasi tipo di populismo.
Chiamarsi così nettamente fuori dalle compatibilità europee non spaventa l’elettorato, anche quello progressista, e i governi europei, anche di marca socialista, com’è successo a Syriza?
Syriza ha preso il 26 per cento, fino a tre mesi prima stava al 6: un risultato incredibile. Quanto ai governi europei, è vero che tifano per ‘gli amici’. Ma poi, come hanno fatto con la Grecia, non li trattano meglio. Per noi, come per Syriza, il punto non è uscire dall’euro, ma ricontrattare l’Europa. Ma implica uno scontro politico. Non c’è una via tranquilla alla ricontrattazione, si tratta di interessi imponenti. Prendiamo Monti che minaccia di non votare la Tobin tax: sarebbe solo un favore agli speculatori. Dovrebbe invece minacciare di non votare il fiscal compact. Dicendo: cari signori, noi non ci stiamo a farci uccidere. La Grecia è piccola. L’Italia è grande e lo sanno tutti che non può fallire. Loro ti tengono in vita per poterti succhiare il sangue. E Monti e Merkel giocano nella stessa squadra.
Pd e Udc pensano ad un’alleanza. Sel dice no alle alchimie senza programmi e Bersani apprezza. La rottura con Sel non sembra all’orizzonte.
A Nichi dico: il punto dirimente non è che il Pd si allei con l’Udc, ma che il Pd stia facendo le attuali politiche economiche: pensioni, art.18, tasse, e ora fiscal compact, che per l’Italia è un disastro.
Vendola ha già detto che non potrebbe allearsi con un Pd neoliberista, sotto l’eventuale leadership di Renzi.
Renzi o no, il Pd appoggia Monti. Anche nel Pasok non sono tutti liberisti. Ma hanno appoggiato quelle politiche. Finoccchiaro non è Renzi, ma ha elogiato la riforma del lavoro. Insomma, come in Grecia, da noi devono decidere se fare un’alternativa di governo o una forza di complemento.
Perché ce l’avete sempre con Vendola e non chiedete lo stesso rigore di analisi a Di Pietro?
Non è vero, faccio a entrambi lo stesso appello: costruire un polo della sinistra che intrecci Alba, i comitati, le associazioni, la sinistra sindacale, la sinistra oggi in larga parte fuori dai partiti. Con un programma di governo: perché mai i nostri punti – patrimoniale, tetto alle pensioni, abbattere le spese militari – non dovrebbero essere un programma per governare?
Lei e il suo partito, in diverse stagioni politiche avete invocato modelli esteri. ‘Fare come la Linke tedesca’, poi come il ‘Front de gauche’, ora come Syriza. La Linke non gode di ottima tenuta interna, il Front ha deluso alle legislative. Lunga vita a Syriza, ma non è provinciale invocare modelli vincenti ma evidentemente non perfetti?
Ho sempre proposto a casa nostra lo schema federativo, il cui vero modello sono le esperienze latinoamericane. Fronti, alleanze, come lo sono Izquierda unita spagnola, Syriza e il Front. Il discorso sulla Linke è complesso: resta un riferimento, ma oggi sconta l’egemonia di un discorso di Merkel che all’operaio suona circa così: ci salviamo solo con i nostri padroni. Comunque la vogliamo chiamare, il punto è costruire una sinistra antiliberista con modalità di partecipazione e allargamento oltre quelle dei partiti. Nessun partito può pensare di crescere su se stesso. In Italia ci sono milioni di persone di sinistra, ma non c’è una forma politica che riesca a convincerli.
Anche Di Pietro aspetta le scelte di Bersani. Voi aspettate Di Pietro?
Proponiamo un polo della sinistra e di organizzare a metà settembre una manifestazione contro il governo Monti e le politiche europee. Ma in un processo unitario, l’ultima cosa da fare è rivendicare primazie e mettere cappelli. Abbiamo ancora un po’ di tempo davanti. Luglio e agosto saranno i mesi di questa costruzione. Ma se serve una settimana in più per fare un passo avanti, aspetteremo.
Se invece tutto resta come oggi, parteciperete alle primarie?
No, noi siamo per mandare a casa il governo Monti. Se manca questo, mancano i presupposti della nostra partecipazione. Ed è ormai chiaro a tutti che l’alternativa non nascerebbe lì.

giovedì 28 giugno 2012

La Costituzione esce dalle fabbriche di Giorgio Cremaschi, Micromega

Il 20 maggio 1970 veniva approvato lo statuto dei lavoratori. Allora si disse, usando una frase di Di Vittorio, che la Costituzione varcava finalmente i cancelli dei luoghi di lavoro. Oggi ne esce, con la controriforma del lavoro suggellata dalle dichiarazioni tecnicamente reazionarie della ministra Fornero. Il lavoro non ha più diritti e non è più un diritto, può solo essere il premio di chi vince la competizione selvaggia nel mercato e nella vita.
Di fronte a questa drammatica sconfitta sento prima di tutto il bisogno di scusarmi per la parte che ho in essa. Tempo fa avevo scritto e detto che di fronte all’ attacco all’articolo 18 avremmo fatto le barricate. Pensavo ancora alla Cgil guidata da Cofferati dieci anni fa e alle rivolte dei sindacati e del popolo greco oggi. Non è stato così, mi sono sbagliato sono stato troppo ottimista. E ora subiamo la più dura sconfitta sindacale dal dopoguerra senza aver combattuto in maniera adeguata.
Colpa dei lavoratori impauriti e ricattati dalla disoccupazione e dalla precarietà? No, colpa dei dirigenti di quello che una volta definivamo movimento operaio ed in particolare di quelli della Cgil. Non è vero infatti che su questo tema non ci fossero spinte alla mobilitazione. È vero anzi il contrario. A primavera era cresciuto un movimento diffuso nelle fabbriche con adesioni agli scioperi anche di iscritti a Cisl e Uil. C’era stata la manifestazione Fiom del 9 marzo a Roma e quella promossa dal NoDebito a Milano. La Cgil aveva proclamato 16 ore di sciopero. Certo erano ancora avanguardie di massa quelle che si mobilitavano, ma il loro consenso era diffuso e trasversale, maggioritario nel paese.
Uno sciopero generale della portata delle lotte del 2002 era alla portata ed avrebbe aperto un fronte complessivo con il governo, mettendo in gravi difficoltà Cisl e Uil e ancor di più il partito democratico. Ed è per questo che non si è fatto. La squallida mediazione definita tra i partiti di governo si è trasferita sul progetto di legge, Cisl e Uil hanno accettato e la Cgil ha finito di opporsi. E, fatto ancor più grave, ha accettato la mediazione che cancellava l’articolo 18 facendo finta di aver vinto. A quel punto la prospettiva di una unificazione delle lotte è saltata e anche la Fiom ha drasticamente ridimensionato la propria iniziativa. Il movimento si é quindi ridotto a singole azioni di lotta, da ammirare ringraziare, ma insufficienti a pesare sul quadro politico. Tante fabbriche metalmeccaniche, prime la Same e la Piaggio han continuato eroicamente a scioperare. I sindacati di base hanno generosamente scioperato il 22 scorso. Ma non poteva bastare, tenendo conto anche del terribile regime informativo che censura ogni dissenso mentre ossessivamente grida: viva Monti, viva l’euro, viva il rigore.
La giornata del voto ha così rappresentato la sconfitta. Con poche centinaia di persone davanti Montecitorio divise a metà, e con gli organizzatori della Cgil che mettevano la musica rock ad alto volume per coprire le voci dell’assemblea spontanea che si stava svolgendo in una parte della piazza.
Sì io sento il bisogno di scusarmi per questa sconfitta e per come è maturata, anche se credo di aver fatto tutto quello di cui sono capace per impedire che le cose andassero così.
Ora abbiamo il modello Marchionne esteso a tutto il mondo del lavoro e dobbiamo ricostruire potere e forza. Non sarà facile ma ci dobbiamo provare, ancor di più noi che siamo consapevoli della portata di questa sconfitta. Senza fare sconti a chi ne è più responsabile nel sindacato, e senza dimenticare mai più la colpa di Monti e del Pd che lo sostiene. Dei quali dovremo essere solo intransigenti avversari.

Una Syriza italiana contro l’illusionismo Pd di Giacomo Russo Spena, Micromega

Sconcerto. Non c’è altra parola per descrivere la sortita quotidiana del ministro Elsa Fornero: “Il lavoro non è un diritto”. L’opposizione – dalla Lega all’Idv passando per la Sinistra (Sel e Federazione) – attacca quest’aberrante e incostituzionale affermazione, il Pd in evidente imbarazzo parla di frase controproducente. Ma la questione è un’altra. Si sapeva fin dall’inizio chi fosse la Fornero e più in generale che interessi rappresentassero i “tecnici”: la riforma delle pensioni, la legge Fornero votata oggi, il ritocco all’articolo 18, l’imposizione della Tav in Val Susa, la privatizzazione dei servizi locali, le finte liberalizzazioni, il ritorno della discussione del nucleare in Italia, l’Imu etc… Senza considerare tutte quelle leggi che non sono state fatte: come sulla corruzione o sul conflitto d’interessi. Allora di chi è la colpa? Forse di una cosiddetta sinistra che ha creduto in Monti. Nel Dio Monti dopo la caduta di Berlusconi.
Con la crisi incombente e lo spread che impazzava quasi a quota 600 il Pd aveva due possibilità davanti: o andare subito al voto (anche i primi gennaio) confermando la coalizione di Vasto allargata a società civile e Fiom nel più classico centrosinistra, stravincere le elezioni, dare la mazzata finale a Berlusconi, uscire dal berlusconismo iniziando ad abrogare una serie di leggi porcata e cercare di tamponare la crisi finanziaria con politiche espansive e di difesa del welfare State. Di fronte a un tale scenario, il Pd – e più in generale il pensiero liberal in Italia – ha deciso tafazzianamente un’altra strada.
Ma siamo matti che andiamo a governare e facciamo qualcosa di sinistra? Figuriamoci. Meglio i professori, anche perché – la vera bufala raccontata è questa – non c’è altra soluzione per fermare la corsa dello spread! E qui scende in campo la martellante campagna disinformativa -  guidata dall’alto dal migliorista Napolitano – che ha fatto credere che non ci fosse alternativa a Monti, il Salvatore, chiunque provava ad obiettare era accusato di “alto tradimento”.
Tutti con i tecnici, all’inizio persino Vendola – che prima o poi dovrà risolvere questo problema ancestrale col Pd – aveva una linea attendista e possibilista. Ci salveranno dalla crisi. “Noi siamo un partito responsabile e pensa all’Italia non a vincere le elezioni” esclamava un entusiasta Bersani. Contento lui.

Passano i mesi: lo spread è ancora sopra i 400, in Italia si stanno smantellando diritti e soprattutto è in atto una macelleria sociale. Chi sostiene Monti in Parlamento è in forte difficoltà, sentire esponenti di Pdl e Pd fa ridere: attaccano le leggi, per poi votarle sistematicamente. Bah. Schizzofrenia o paraculismo acuto? Forse la seconda.
Resta il fatto che il Pd ha una grave responsabilità perché insieme all’ex Terzo Polo è il più forte sostenitore del governo Monti-Passera-Napolitano. Alle prossime elezioni – probabilmente a novembre perché se Berlusconi è furbo (come penso), staccherà lui la spina ripresentandosi al voto come oppositore dei tecnici, dell’Europa dei banchieri e dell’euro – c’è la possibilità che possa rinascere un centrodestra e che Grillo – in questo squallore generale – faccia il boom vero da farlo sentire anche al Quirinale.
A questo punto la speranza è che il Pd faccia il salto del Rubicone, vada pure con l’Udc. Facciano anche un governo insieme con il sostegno dei “giornaloni”. Se così fosse a sinistra ci sarebbe uno spazio politico e il modello Syriza in Grecia non sarebbe più troppo lontano. Una sinistra alternativa unita: Idv, Sel, Federazione della Sinistra aperta a Fiom, società civile, movimenti per l’acqua pubblica, No-Tav. Una coalizione che rilancerebbe diritti manomessi e difenderebbe il welfare smantellato. Un cartello che vada oltre i partiti – che fosse per me si potrebbero anche sciogliere – con a capo una personalità della società civile, un volto nuovo (Landini?), unico modo per arrestare l’avanzata dei grillini.
Altro che primarie… il Pd ha gravi colpe sulla fase attuale e sulle sortite dell’attuale ministro del Lavoro Elsa Fornero. Sgombrasse il campo. Non c’è più tempo per l’indecisione bersaniana e il suo progetto utopico e politicista di formare una coalizione dalla Fiom all’Udc (ma senza Di Pietro). C’è invece un vuoto da colmare a sinistra, quella vera.

Guerra al lavoro! I contenuti della controriforma

In azienda dovete tremare
Francesco Piccioni, Il Manifesto

Quel che c'è nella controriforma del mercato del lavoro è ormai abbastanza noto. E i mal di pancia delle parti sociali vengono plasticamente rappresentati dai partiti che sostengono faticosamente il governo Monti. Il Pdl - con Confindustria e le altre associazioni minori delle imprese - pretende con molta durezza che siano allargate ancora di più le maglie della precarietà contrattuale, eufemisticamente chiamata «flessibilità in entrata». Lamentando - oltre il livello della vergogna - che in fondo sulla «flessibilità in uscita» (la libertà di licenziare, smantellando l'articolo 18)) il governo si è limitato a «una modifica pro forma».
È falso, naturalmente, come hanno ben spiegato Piergiovanni Alleva e molti altri su questo giornale; ma non fa niente. «Mentite, mentite, qualcosa resterà», raccomandava a suo tempo Goebbels. Ora il gioco è più raffinato e coinvolge media meno dozzinali. Perciò il relatore del Pdl alla legge, Giuliano Cazzola, già annuncia «interventi correttivi concordati col governo» sulla detassazione dei premi di produttività, l'eliminazione del vincolo di 36 mesi oltre il quale il contratto a termine deve obbligatoriamente diventare a tempo indeterminato, e varie altre cosette che mirano a rendere il «giovane lavoratore» pura plastilina nelle mani dell'azienda.
Sul «fronte opposto», si fa per dire, il Pd prova sommessamente a ricavare qualche provvedimento per gli «esodati». Ma senza estremismi: «noi non facciamo numeri, individuiamo criteri per un rapida soluzione». Stesso discorso anche «per i giovani», destinatari di una mini-Aspi (indennità di disoccupazione) quasi impossibile da ottenere.
Tra le poche novità, l'indicazione vaga di un minimo contrattuale per i collaboratori a progetto («il corrispettivo non deve essere inferiore ai minimi stabiliti per ciascun settore di attività e in ogni caso sulla base dei minimi salariali». Ma non è chiaro in qual modo i singoli lavoratori co.co.pro. - notoriamente poco rappresentati sindacalmente - possano far valere questo loro diritto nascente; almeno senza subire ritorsioni da parte del datore di lavoro.
L'«equità» e le «pari opportunità» erano due parole spesso pronunciate dal ministro del lavoro, Elsa Fornero. E in effetti il ddl ora legge prevede che gravidanza, infortunio e malattia non siano più cause di risoluzione del rapporto di lavoro precario. Con una piccola ma importante postilla: il «posto» deve essere conservato, ma di salario - per tutto il periodo della malattia o della maternità - non è «naturalmente» neppure il caso di parlare...
Seppellito l'art. 18 con la sola opposizione dei sindacati «conflittuali» (la Fiom e quelli di base), il punto su cui probabilmente si dovrà reintervenire è quello degli ammortizzatori sociali. Il testo uscito dalla Camera pesa come una mannaia su quanti perderanno il posto di lavoro nei prossimi mesi. Per i licenziati dal 1 gennaio prossimo fino alla fine del 2015, infatti, c'è solo «l'indennità di disoccupazione non agricola» prevista dal «regio decreto» del '39; con durata tra gli 8 e i 16 mesi a seconda dell'anno in cui avviene il licenziamento e dell'età del lavoratore.
Dal 1 gennaio 2016 scompare definitivamente anche la cassa integrazione straordinaria per le aziende che fallliscono o vanno in liquidazione coatta amministrativa (come il manifesto, insomma). Per quanto riguarda la «transizione» al nuovo regime (fino al 2016), invece, restano le cig «in deroga», ma della durata massima di 12 mesi (prorogabili), su decisione del governo ed «entro i limiti delle disponibilità del Fondo sociale per occupazione e formazione (1 miliardo per ciascuno dei prossimi due anni, poi 700 e 400 milioni). Ogni proroga, comunque, comporterà una riduzione crescente dell'assegno di cig. Degli 850 euro di massimale attuale, insomma, si perderebbe il 10% alla prima proroga, il 30% alla seconda e il 40 alla terza. In pratica, al terzo anno ci si ritrova con circa 500 euro mensili; come la pensione minima, ma per un anno solo. Poi basta.
L'enfasi sulla frequenza obbligatoria di «specifici programmi di reimpiego», infatti, non ci sembra in grado di risolvere alcun problema effettivo. Lavoratori che le imprese considerano «troppo vecchi» (diciamo dai 50 anni in su, senza voler esagerare) per restare in azienda, molto difficilmente potranno essere riassunti altrove solo perché nel frattempo hanno frequentato qualche lezione «di aggiornamento perenne».
La «struttura» che sembra tenere insieme le varie norme contenute nella «controriforma» è, a conti fatti, più ideologica che reale. Persino Confindustria, in una delle poche critiche sensate rivolte al decreto, ha dovuto constatare la completa assenza di «politiche attive» per il reimpiego dei licenziati. E non basta davvero un pistolotto sulla «scommessa per far cambiare mentalità agli italiani» per riempire un vuoto così vistoso. È sufficiente parlare con un francese qualsiasi, per accorgersi della differenza vitale esistente con i nostri «concorrenti europei».

Vendola, sempre a metà del guado, comincia ad annegare

Non passa giorno che non ci siano slittamenti a destra da parte di questo ex giovane prodiglio della sinistra. Passata la stagione delle primarie da usare come un blitz contro una leadership democratica anemica, ora è costretto a ingurgitare dosi crescenti di realismo governante. Q quindi anche Casini rientra nel novero delle alleanze possibili e necessarie. Cerca solo di differenziarsi nel "modo".
Sentite un po' come deve riassumere il suo pensiero l'Ansa.
«Non abbiamo mai posto obiezioni alla prospettiva di un allargamento della coalizione di centrosinistra o di un punto di compromesso con i cosiddetti moderati. Ma la prima cosa che è indispensabile fare è ricostruire il centrosinistra, altrimenti l'idea è che la sinistra si arrende al centro». A dirlo, in un'intervista all'Unità, il leader di Sel Nichi Vendola, secondo cui «finora è prevalente la dimensione dell'alleanzismo di palazzo». «Il campo dei progressisti è nebuloso, mentre quello dei moderati è ben visibile. Serve un discorso di chiarezzà, afferma Vendola. »Il centrosinistra esiste se nella sua agenda di governo si prospetta un avanzamento sul piano sociale e dei diritti civili. Mi pare invece che non sia neanche cominciata su questo l'interlocuzione. Con Buttiglione che, per esempio, preannuncia il fronte dei nemici delle unioni civili - chiede - quale sarà il compromesso possibile?«. Parlando delle primarie, »se sono il congresso del Pd tra Bersani e Renzi, sono curioso di attenderne l'esito«, dichiara Vendola. »Se l'opzione è tra un Pd socialdemocratico e un Pd liberista, sono interessato a un'alleanza con la prima ipotesi e mi sento alternativo alla seconda«. Nell'intervista Vendola critica il governo »tutto chiacchiere e distintivo«. »Pur con le lodevolissime eccezioni come Barca, l'esecutivo si sta avvitando su se stesso«, dice. La dimostrazione è la fiducia sul ddl lavoro »per sfregiare l'articolo 18«. I ministri, aggiunge, »stanno turbando la vita di milioni di persone. Passera è il ministro delle incompiute e la Fornero sta battendo tutti i record di gaffe, alle quali seguono scelte politiche che considero disastrose«.

Cancellato l'articolo 18 - Ferrero e Di Pietro: "Faremo il referendum"


PERUGIA - Commenti a caldo di Paolo Ferrero e di Antonio di Pietro:
Il ddl lavoro è legge: la peggiore delle leggi possibili, il governo Monti è arrivato là dove nemmeno Berlusconi era arrivato, a cancellare l’articolo 18 e i diritti dei lavoratori. Pd e Pdl, complici del governo, hanno compiuto una vera e propria nefandezza contro i lavoratori e le lavoratrici . Noi ci faremo promotori di un referendum abrogativo della riforma sul lavoro e dell’articolo 8 della manovra estiva del governo Berlusconi perché siamo convinti che la maggioranza del popolo italiano non è d’accordo con la distruzione dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Paolo Ferrero

La riforma del lavoro del ministro Fornero è diventata legge. Ad ottobre promuoveremo un referendum abrogativo. Ci rivolgeremo ai cittadini e ai lavoratori per vedere chi ha ragione: noi o il governo Monti e la sua anomala maggioranza. Perché questa pseudo-riforma danneggia i giovani, le imprese e i lavoratori, smantella i loro diritti e non dà futuro. Antonio di Pietro