giovedì 20 dicembre 2012

E’ possibile costruire una lista di alternativa all’attuale quadro politico di Alfonso Gianni

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Bersani pensava di avere sistemato tutto e di avere il pallino in mano. In effetti si era mosso con abilità. La mossa di fine luglio gli aveva fruttato un notevole vantaggio. Dicendo a Casini: tu organizza i moderati che io penso ai progressisti, aveva tacitato d’un botto destra e sinistra, quella interna e quella esterna. Il clamore e la netta vittoria alle primarie avevano fatto il resto. Il Pd risultava al centro di tutto. Vendola non era andato al di là del risultato che aveva avuto Bertinotti nelle prime primarie con Prodi, l’insidioso attacco di Renzi era stato rintuzzato e comunque aveva trasformato le primarie di coalizione in una competizione interna al Pd. Con il risultato collaterale, ma non trascurabile, soprattutto per il dopo, di rafforzare l’osservanza alla carta di intenti, più volte ribadita dallo stesso Vendola in polemica con Renzi. Ovvero Bersani aveva saputo usare i due suoi competitors, per farli configgere tra loro e trarne il massimo vantaggio.
Ma c’è sempre un imprevisto in politica. Questo si è presentato con il volto grigio di Monti. Mossa imprevista e che ha spiazzato lo stesso leader del Pd. In molti si sono chiesti: chi glielo fa fare a Monti che tutto sommato ha più di una ragione per potere puntare all’alto colle? Si è sottovalutata la pressione del Vaticano, che certamente non può vedere di buon occhio l’alleanza Bersani-Vendola, per quanto la carta di intenti sia moderatissima persino sui diritti e nulla dica sui matrimoni gay. Nello stesso tempo il famoso “centro” non riesce a coagularsi se non ha un punto di riferimento fuori dal pollaio. Infine non si dimentichi che Monti è uomo della Trilateral Commission, nonché di altri think thank del capitalismo mondiale, i quali vogliono andare sul sicuro per quanto riguarda l’Italia. Ovvero preferiscono che Bersani sia fortemente condizionato e spinto ad un’alleanza postelettorale con il centro, anziché restare unico padrone del campo.
L’esito di tutto ciò è ancora oscuro, ma è già evidente che il mare calmo del centrosinistra (che tra l’altro non si chiama neppure così, visto che il termine sinistra ingenera tremore di per sé) si è notevolmente increspato. Di fronte a questa situazione il Pd avrebbe di fronte due possibili strade: o quella della contrapposizione con Monti o la competizione sul suo stesso terreno. La prima strada comporterebbe una virata a sinistra. Ma questa non pare proprio nelle corde del gruppo dirigente del Pd. Del resto la notevole affermazione dei renziani qualche cosa vorrà pur dire. Resta perciò la seconda che implica un ulteriore scivolamento su posizioni moderate della coalizione presumibilmente vincente.
In questo quadro, in parte nuovo e comunque in movimento, l’ipotesi della costruzione di una lista alternativa e di sinistra non solo diventa più necessaria, ma anche possibile. Certo non si può pretendere quello che comunque non potrebbe essere. In pochi giorni non si fa né un nuovo partito né una solida coalizione. Porsi obiettivi di questa natura significa ingannare se stessi oppure prepararsi a bypassare completamente l’appuntamento elettorale lavorando nella prospettiva di tempi più lunghi. In questo modo però si lascerebbe una prateria ai grillini e si alimenterebbe l’area dell’astensione.
Conviene perciò fare di tutto per tentare la strada della costruzione di questa lista. Da quando se ne parla sono già emerse due ipotesi: quella di una lista dai contenuti nettamente antiliberisti, la cui collocazione più naturale sarà all’opposizione e quella di una lista più incentrata su temi concernenti diritti e legalità in posizione dialogante con i futuri vincitori. A me pare che solo la prima delle due ipotesi è in grado di avere successo, anche perché l’unica delle due ad avere la potenzialità di contenere anche l’altra.
In altre parole non si può partire dai dieci punti di Ingroia che neppure nominano l’Europa, ma dagli elementi programmatici di Cambiare si può che, per quanto ampliabili e articolabili, segnano una netta discriminante proprio sul tema europeo e del fiscal compact. In secondo luogo bisogna che tanto i partiti esistenti (parliamoci chiaro, mi riferisco alla Fds, segnatamente al Prc, e all’Idv) non pretendano di mettere il cappello sull’operazione, così come i movimenti non possono trascurare l’apporto concreto e determinate che queste forze possono e devono avere per raggiungere un risultato elettoralmente concreto, ovvero superare il quorum del 4%. Il modo per farlo c’è. Bisogna che le candidature tengano conto della necessità di essere rappresentative della sinistra diffusa, dei movimenti, delle nuove esperienze, di settori della società civile in lotta. Non si tratta di vagheggiare primarie che non si avrebbe il tempo né la forza per organizzare in modo serio, ma di unire determinazione, umiltà e buon senso, ovvero senso della realtà. Non si può sperare di organizzare e rappresentare movimenti sociali attraverso una tornata elettorale, per giunta dai tempi convulsi, ma di eleggere figure rappresentative degli stessi sì. Altrove in Europa si è cominciato così e si è poi saputo proseguire con buoni esiti. Diamoci da fare. Cambiare si può, a sinistra.

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