domenica 31 agosto 2014

Fiori rosa, fiori di Pesc: cronache di un disastro Di ilsimplicissimus


Fiori di PescE’ proprio nei momenti in cui si vincono le medaglie di cartone che si può misurare lo sprofondo nel quale il Paese è arrivato e capire che l’aria di montagna di cui parlano i media è un inganno. La vittoria della Mogherini, chiamata sullo scranno puramente figurativo di commissario agli esteri di Bruxelles, è infatti un vanaglorioso trompel’oeil che nasconde un palazzo ormai fatiscente, una mano di stucco su un disastro che si fa ogni giorno più evidente.
La nomina della innocua signora che sostituirà la Ashton nel niente dello spazio estero europeo e per di più con ancor meno competenze formali della baronessa inglese, nasce infatti da una ulteriore rinuncia a quella flessibilità che è diventato il feticcio residuo del renzismo e si collega ad opache, rovinose manovre sul piano geopolitico. Proprio mentre volavano le congratulazioni, l’agenzia Interfax – Ucraina batteva con singolare ritardo e letale coincidenza una notizia nella quale si dava conto di un accordo siglato l’8 agosto scorso e rivelato il 12 dal procuratore generale di Kiev, Jurij Bojchenko: Ucraina, Olanda, Australia e Belgio, le nazioni a vario titolo maggiormente coinvolte nell’abbattimento del Boeing malese, hanno deciso di rendere segreti i risultati dell’inchiesta sulla tragedia attribuita tout court ai separatisti russi. Se si pensa che ulteriori sanzioni a Mosca hanno avuto per pretesto proprio la tesi del missile lanciato dai separatisti, si capisce a pieno la valenza di una notizia che di fatto ha un solo significato: l’attribuzione dell’incidente è completamente fasulla e l’escalation che ne è seguita, anche se avesse un senso, è la dimostrazione dell’inesistenza politica dell’Europa e della sua completa subalternità alle politiche di Washington.
Povera Mogherini, vaso del terracottaio di Rignano, investita da questi vasi di ferro fin dal primo minuto. Ma il fatto peggiore è che Renzi ha di fatto barattato questo “successo”  con la chiamata di Pierre Moscovici alla poltrona di commissario all’economia. Come scrivono oggi i giornali tedeschi, la Merkel che sta cercando di mettere in piedi una sua politica estera, si è servita della vanagloria renziana per dare un contentino al Pse facendo passare la Mogherini, nonostante le dure opposizioni, all’unico scopo di sbarrare la strada dell’Economia al candidato  francese fortemente contrario al rigorismo dell’austerità. Così mentre da noi il bullo ciancia di flessibilità, collabora attivamente ad impedirla con l’unico scopo di appuntarsi sul petto la medaglia di cartone della signora Pesc.
Del resto ormai si deve attaccare a questi balletti e contraddizioni perché il suo appeal va calando visibilmente, mentre si susseguono con sempre maggior frequenza gli errori di comunicazione: si ha la sensazione che la stessa classe dirigente che lo aveva pompato e finanziato lo stia lentamente abbandonando in cerca di un cavallo più credibile perché questo dopo il galoppo delle europee, appare sempre più un ronzino.

Serve un cambio radicale nella politica europea

Europa. Dopo le elezioni di giugno, l’Ue va avanti come prima, peggio di prima
Barbara-Spinelli-Brava-nella-teoria-ma-pessima-nella-pratica_h_partbÈ cer­ta­mente un buon segno che la riu­nione infor­male dei mini­stri per gli affari euro­pei, incen­trata sul fun­zio­na­mento dell’Ue dopo le ele­zioni del 25 mag­gio, abbia aperto le porte al Par­la­mento euro­peo, e soprat­tutto alla Com­mis­sione affari costi­tu­zio­nali, giac­ché è pro­prio nell’assenza di una vera costi­tu­zione euro­pea — tut­tora lati­tante, a cin­que anni dall’entrata in vigore del Trat­tato di Lisbona e della Carta dei diritti — che si rias­sume l’essenza della crisi che attraversiamo.
La timida aper­tura all’unione poli­tica, con­te­nuta nel rap­porto sti­lato nel 2012 dai «quat­tro pre­si­denti» – Com­mis­sione, Bce, Con­si­glio euro­peo ed Euro­gruppo (il Par­la­mento fu malau­gu­ra­ta­mente escluso) – pare già eva­po­rata, e i mali dell’Ue con­ti­nuano immu­tati, a comin­ciare dalla teo­ria delle «case nazio­nali» da met­tere in ordine prima di rifon­dare l’Europa nel senso soli­dale chie­sto dai cittadini.
Impres­sio­nante è la sot­to­va­lu­ta­zione del mes­sag­gio venuto dalle ultime ele­zioni euro­pee, mai sot­to­po­sto a una seria ana­lisi auto­cri­tica. Il giu­di­zio fu eva­sivo già nella riso­lu­zione del Con­si­glio euro­peo di giu­gno, quando si parlò di cre­scente «disin­canto», una parola che signi­fica tutto e niente. Appena due mesi son pas­sati, e i disin­can­tati ven­gono oggi bol­lati come popu­li­sti e estre­mi­sti. I due agget­tivi sono abu­si­va­mente pro­po­sti come sino­nimi, refrat­tari a ogni distin­guo fra euro­cri­tici ed euro-ostili, ignari di quel che chiede la mag­gio­ranza dei cit­ta­dini: non meno Europa, ma un’Europa più demo­cra­tica, più soli­dale, più giu­sta socialmente.
Spe­ravo in un seme­stre ita­liano capace di impri­mere una svolta in que­sto campo. Dopo la crisi gover­na­tiva in Fran­cia e le ammis­sioni del mini­stro dell’Economia Pier Carlo Padoan («Abbiamo sba­gliato tutti sulle pre­vi­sioni di cre­scita», ha detto il 17 ago­sto alla Bbc), è neces­sa­rio rico­no­scere che, per quanto riguarda l’austerità, non bastano para­me­tri un po’ più fles­si­bili. Occorre un cam­bio radi­cale di para­digma, se è vero che sono le idee di fondo sull’austerità, fos­si­liz­za­tesi ormai in ideo­lo­gia, ad aver pro­dotto que­sti sbagli.
Chiun­que prenda sul serio il males­sere dila­gante in Europa non può non com­pren­dere che è venuta l’ora di far par­te­ci­pare i cit­ta­dini al governo della crisi (lo pre­scrive, tra l’altro, l’art. 11 del Trat­tato di Lisbona). Non ci si può limi­tare a ren­dere le isti­tu­zioni più celeri, né si può minac­ciare tagli a pro­grammi come Era­smus, sol­le­vando le giu­ste pro­te­ste di tanti gio­vani. Abbiamo di fronte pro­blemi gravi con cui con­fron­tarci, che richie­dono tra­spa­renza e demo­cra­zia, a comin­ciare dalle trat­ta­tive sul par­te­na­riato tran­sa­tlan­tico per il com­mer­cio e gli inve­sti­menti (Ttip). La pre­si­denza ita­liana chiede, giu­sta­mente, che sia declas­si­fi­cato il man­dato nego­ziale della Com­mis­sione, ma non basta: il Par­la­mento euro­peo –i cit­ta­dini, ancora una volta – deve avere accesso a tutti docu­menti nelle varie fasi del nego­ziato. Non può essere messo al cor­rente a trat­tato con­cluso, quando gli verrà chie­sto di dare il cosid­detto parere conforme.
Pre­oc­cupa l’insidioso ritorno dei nazio­na­li­smi e delle intese inter­go­ver­na­tive. Ai mali di una Com­mis­sione pri­gio­niera della ten­sione e dello squi­li­brio crea­tosi fra Stati più o meno potenti dell’Unione, alla sfi­du­cia degli elet­tori, si risponde creando nuove buro­cra­zie, non euro­pee, ma nazio­nali. Pari­menti, si invita a non appro­fon­dire l’integrazione: l’Unione «dovrebbe aste­nersi dall’intervenire quando gli Stati mem­bri pos­sono rag­giun­gere meglio gli obiet­tivi». Come si spiega allora l’invito di Mario Dra­ghi a cedere sovra­nità sulle riforme strut­tu­rali? O si sba­gliava il Con­si­glio, o si sba­glia Dra­ghi, o le parole non signi­fi­cano nulla. In effetti non signi­fi­cano nulla, se non si spiega verso quali poteri sovra­na­zio­nali, e demo­cra­ti­ca­mente legit­ti­mati, si tra­sfe­ri­scono le sovranità.
A giu­gno si par­lava di lotta all’evasione, alla frode fiscale, alla cor­ru­zione, alla vio­la­zione dei dati per­so­nali, al restrin­gi­mento dei diritti: tutti temi assenti nei docu­menti di oggi. Si pro­met­te­vano rispo­ste comuni alla sfida della migra­zione, tra cui «forti poli­ti­che dell’asilo», ma il pro­po­sito sem­bra dimen­ti­cato, men­tre rimane l’ambiguità sui migranti irre­go­lari (i pro­fu­ghi da zone di guerra sono sem­pre e per defi­ni­zione «irre­go­lari»). Non una parola sulla neces­sità di una poli­tica pen­sata a fondo sul Medi­ter­ra­neo e sui rap­porti con la Rus­sia. Resta la pro­messa di un comune piano d’investimenti nell’economia reale, pari a 300 miliardi di euro su 3 anni: una sorta di New Deal che Junc­ker ha espo­sto al Par­la­mento euro­peo, favo­rito in que­sto dai governi di Ita­lia e Fran­cia (è quanto va chie­dendo l’Iniziativa cit­ta­dina che porta lo stesso nome: New Deal for Europe). Con che mezzi lo si voglia attuare non è chiaro — men­tre l’Iniziativa cit­ta­dina chiede una duplice tassa comu­ni­ta­ria sulle tran­sa­zioni finan­zia­rie e sull’emissione di ani­dride car­bo­nica – ma appog­giarlo sarebbe già un primo passo.
BARBARA SPINELLI
da il manifesto

La Repubblica dell’Idea —  Micaela Bongi, Il Manifesto


«Nem­meno il Ber­lu­sconi dei tempi d’oro». E rac­chiuso in que­sta frase, quasi un mes­sag­gio in codice nasco­sto nell’ultimo reso­conto delle gesta di Mat­teo, il dramma dei gior­na­li­sti di Repub­blica. Costretti a ripar­tire da zero: dimen­ti­cate di essere stati zelanti cro­ni­sti, impla­ca­bili cor­si­vi­sti, arguti com­men­ta­tori. Get­tate penne e tac­cuini, met­te­tevi in fila e un due tre, fate la ola.
E cosi la riforma della scuola, ad esem­pio, non e mica quella tri­stezza annun­ciata (male, s’intende) dalla mini­stra Gian­nini, sarà una grande festa con almeno cen­to­mila pre­cari assunti, rive­la­vano i nostri prima che si sco­prisse il grande bluff (ma poi Repub­blica met­teva in chiaro che era stato Renzi a spie­gare a Napo­li­tano che no, pre­si­dente, la scuola adesso pro­prio no, non insita, non met­tiamo troppa carne al fuoco…).
Forse non devono rispon­dere a un ordine del diret­tore, né hanno deciso scien­te­mente di man­dare al mani­co­mio Euge­nio Scal­fari. Sono invece le vit­time di un’ipnosi col­let­tiva, rapiti da quel man­tra sapien­te­mente dif­fuso da palazzo Chigi secondo il quale non e pos­si­bile nutrire sin­ce­ra­mente dubbi rispetto all’operato del gio­vane pre­mier, pos­sono farlo sol­tanto dei pove­racci rosi dall’invidia che pre­fe­ri­scono vedere spro­fon­dare il paese piut­to­sto che rico­no­scere il suc­cesso altrui, o vec­chie caria­tidi incom­pa­ti­bili con la contemporaneità.
A forza di sen­tirlo dire, poi si fini­sce per cre­derci e allora: tutti in coro, viva viva san Matteo.
Ma quella frase, il «Ber­lu­sconi dei tempi d’oro» e sin­tomo anche di una sof­fe­renza, rivela un’ansia di libertà, con­tiene il seme della ribel­lione. Segnala che se il Cava­liere avesse por­tato a palazzo Chigi un car­retto di gelati e pure con il mar­chio — la scritta «Grom» era coperta con un pezzo di carta, cosi da atti­rare ancora di più l’attenzione — sareb­bero state fatte pagi­nate tra­boc­canti ripro­va­zione come per le corna nella photo oppor­tu­nity, il cucù a Angela Mer­kel, il «mister Oba­maaaaa» a squar­cia­gola che aveva dif­fuso tur­ba­mento nell’intero Regno unito.
Ma quello era un cafone, irri­spet­toso delle isti­tu­zioni. Le sue bar­zel­lette — vol­ga­ris­sime, signora mia — ser­vi­vano solo a sviare l’attenzione dai gravi pro­blemi del Paese. Ora invece tocca scri­vere che siamo di fronte al genio, al «gian­bur­ra­sca della poli­tica» che «rompe l’etichetta» con diver­tenti sipa­rietti. Certo, l’antiberlusconismo allora era una merce molto richie­sta, nelle edi­cole. Ora si porta il ren­zi­smo e i gior­nali si stam­pano per ven­derli, mica per incar­tarci il pesce. E poi, se la «rivo­lu­zione» pro­messa si avve­rasse? Per­ché cor­rere il rischio di per­dere l’appuntamento con la sto­ria, di dover ammet­tere «io non c’ero, stavo con i gufi». Pen­sate invece che sod­di­sfa­zione poter dire un giorno al nipo­tino «vedi quello li in mezzo al coro… lì a destra, più a destra. Be’, non mi si rico­no­sce gran­ché, ma sapessi come strillavo…».

sabato 30 agosto 2014

BISOGNEREBBE CREDERCI di Giandiego Marigo


La verità? Quella che non ci raccontiamo è che non ci crede nessuno davvero ed invece bisognerebbe, perché il farlo ci farebbe superare gli ostacoli e le empasse.
I mille egoismi e personalismi, la passione invereconda ed ossessiva per la cura dell'orto, che ci impedisce di fare la cosa più giusta, più logica, più importante e più doverosa: Una Costituente della “Sinistra Unita”, un vero tavolo sempre aperto, realmente rappresentativo e controllato dal basso (sino a conclusione positiva) per farla davvero questa unità di intenti , per stabilire obbiettivi comuni ed un cammino condiviso e condivisibile.
La Volontà, la Passione, la Fede … non sono merce d'uso di questi tempi.
Certo, si potrebbero fare un paio di analisi di prospettiva, parlare delle volontà espresse da Alba, Ross@, da Azione Civile, dalla miriade di gruppuscoli in continua nascita che hanno in premessa l'Unità della Sinistra o la sua modificazione in meglio … in un soggetto ampio e plurale.
Oppure sbilanciarsi su quel che c'è, poco e malmesso, Rifo, SeL, alcune tracce di Verde … qualche movimento qua e là.
Si potrebbero citare i gruppi nuovi Convergenza Socialista, Neft Left, Sinistra Unita-AreA di Progresso e Civiltà. Oppure potremmo lanciarci in dotte analisi da “intellettuali conseguenti” che vanno sempre di moda e che un cadreghino in Europa bene o male lo rimediano sempre.
Potrei, volendo, far scivolare l'occhio sugli Anti Euro di sinistra, sempre molto combattivi e sin troppo urlanti. Potrei farlo e finirei con il ripetere le analisi e le perorazioni di cui la rete è, sinceramente, sin troppo ed inutilmente piena.
Punti di vista da comunista integralista, da neo berlingueriano, da socialista più o meno libertario o da libertario più o meno socialista, sino alle nuove visioni di soggetti non necessariamente connotati ed M5S similari.
Certo potrei e forse direi persino delle cose intelligenti.
Però io sono convinto che sia una questione di volontà e non di chiacchiere.
Sono convinto che l'analisi sia d'una semplicità disarmante: Questo paese, l'Europa intera hanno bisogno spasmodicamente d'una sinistra vera, che sappia interpretare e decifrare i bisogni e le speranze di un'area popolare ed in via d'impoverimento sempre più ampia.
Che sappia rilanciare una visione globale che si contrapponga a quella di un mercato sregolato ed imperante, che impone le sue leggi disumane ad ogni nazione ed in ogni parte del mondo.
È ovvio che ci siano poi mille rivoli, mille implicazioni mille metodologie d'applicazione ed è altrattanto ovvio che dovremo discutere, persino litigare, ma la volontà unitaria, la capacità di interpretare questo bisogno è una premessa, la premessa ed in fondo mi dispiace di dovere fare sempre lo stesso discorso … perché questo significa che non ci sono passi avanti significativi. Ma diciamocelo, finalmente ed una volta per tutte, è esattamente questa volontà quella che manca. Il resto sono chiacchiere , parole, canzoni e stornelli.
I metodi di attuazione sono svariati: Una costituente con tavolo aperto, un federazione che sappia rispettare realmente le particolarità di ogni convenuto, l'assemblea permanente … ma questi sono metodi, ma nulla hanno a che vedere con la volontà.

Ho scritto spesso di questo argomento, nel tempo. Ho fondato gruppi di lavoro, pagine sui social network, ho persino inventato una manifestazione antirazzista a Milano, qualche anno fa … e da sempre credo in questa necessità, ci ho creduto persino nella mia brevissima stagione con M5S … sempre ho pensato che l'unica speranza per questo paese e per l'Europa intera fosse la nascita d'un soggetto che sapesse dare a Progresso e Civiltà il loro vero significato, che sapesse cambiare regole, filosofie, impostazioni e premesse … perché, è ormai chiaro (e a parole lo sappiamo tutti) che solo cambiando filosofie, modi e mode, stili di vita ed organizzazioni sociali abbiamo qualche speranza di salvarci e salvare questo pianeta.
Loro, quelli al potere questa cosa la sanno benissimo … ed a modo loro stanno facendo quel che ritengono opportuno, per loro: Depopolazione, Guerre, Controllo delle Risorse, Appropriazione indebita dei Beni Comuni, Abbattimento del welfare in chiave depopolativa, tutto e di più, mentre giocano con le nostre menti. Comprando e vendendo le nostre stesse anime come fossero figurine … E noi, e l'alternativa?

Noi taciamo ed il nostro silenzio è sempre più pesante, oppure … ed è persino peggio, parliamo ed urliamo da soli o in piccoli gruppi di pazzi e nessuno ci ascolta, ci prendono e ci chiudono in una confezione per poi rivenderci come valvole di sfogo a basso prezzo.
Ed ancora una volta e sempre è una questione di volontà perché essa supererebbe ogni ostacolo, ogni differenza, ogni titubanza, ogni chiacchiericcio molesto, scompiglierebbe i salotti dove si consuma ogni speranza in chiacchiere inutili e lunghissime attese.

Farebbe giustizia dei mille leader che fanno di sé stessi e delle proprie convenienze e rendite di posizione la chiave di volta di ogni possibile avvicinamento...getterebbe alle ortiche ogni titubanza, ogni dotta citazione ed eccezione. Per far questo però occorrerebbe una massa critica di gente che condividesse la medesima volontà, realmente e non a chiacchiere … ci sono in questo marasma? E se sì dove sono, visto che il tempo della pazienza e dell'attesa è ampiamente trascorso ed il ritardo accumulato potrebbe essere fatale.

Londra: “invieremo truppe a Kiev”. Mosca: “non provocate una potenza nucleare” di Marco Santopadre, Contropiano.org

Londra: “invieremo truppe a Kiev”. Mosca: “non provocate una potenza nucleare”
“La Gran Bretagna e altri sei Paesi creeranno una forza multilaterale di 10mila uomini per rafforzare la risposta Nato all'aggressione russa in Ucraina”. A diffondere la notizia è stato oggi il quotidiano Financial Times, spiegando che l'annuncio è atteso per la prossima settimana al vertice del'Alleanza Atlantica in programma nel Galles. La 'joint expeditionary force' includerà unità navali e truppe di terra e sarà guidata dagli inglesi, ma con il coinvolgimento anche di Danimarca, Lettonia, Estonia, Lituania, Norvegia e Olanda. Anche il Canada avrebbe espresso interesse per l'iniziativa.
Si tratta di un annuncio gravissimo, foriero di un ulteriore innalzamento dello scontro iniziato con Mosca quando nell’autunno scorso Unione Europea e Stati Uniti hanno cominciato a sostenere un regime change a Kiev sfociato poi a febbraio in un colpo di stato e dopo qualche settimana in una guerra civile che ha visto il coinvolgimento – per la maggior parte indiretto – della Russia.
L’annuncio del Financial Times segue una escalation di dichiarazioni sempre più bellicose da parte dei paesi che compongono l’Alleanza Atlantica. La tesi che giustificherebbe l’intervento diretto della Nato in territorio ucraino è che Mosca ha violato l’integrità territoriale del paese inviando truppe e armi, anche se per ora i comandi militari occidentali non sono riusciti a fornire alcuna prova di quanto affermano, se non foto satellitari tutt’altro che chiare presto sbugiardate da Mosca. Ma dopo che il regime Poroshenko-Yatseniuk ha più volte gridato alla ‘invasione’ affermando che convogli di carri armati erano penetrati in suolo ucraino e truppe russe avevano addirittura occupato alcune località nei dintorni di Mariupol – in realtà si tratta della controffensiva lanciata dalle milizie popolari, supportate dal sostegno logistico russo – anche Washington e Londra hanno rilanciato l’accusa.
"La Russia - ha intimato l'Alto rappresentante per la politica estera Ue Catherine Ashton a Milano nella conferenza stampa al termine della riunione informale dei ministri degli Esteri dei 28-  deve porre un freno alle ostilità, porre un freno al passaggio di equipaggiamenti nella zona di conflitto e ritirare le sue forze armate" dall'Ucraina. Dopo che la Nato aveva parlato della presenza in territorio ucraino di “almeno 1000 soldati russi” oggi Londra ha rilanciato, affermando che le truppe di Mosca che hanno sconfinato sono in realtà ben 5000, anche in questo caso senza fornire alcuna pezza d’appoggio. Eppure 5000 soldati con al seguito camion, carri armati, lancia missili e quant’altro non dovrebbero essere difficili da vedere e documentare per paesi che spiano da anni miliardi di persone, governi e vertici militari dei paesi alleati compresi.
"Siamo di fronte a una situazione gravissima e una crisi drammatica: potremmo arrivare a un punto di non ritorno se non si ferma l'escalation", afferma con incredibile faccia tosta il presidente della Commissione Europea Josè Manuel Barroso, dopo il faccia a faccia con il presidente ucraino Petro Poroshenko, che oggi partecipa ai lavori del Consiglio Europeo straordinario.
Di fronte ai continui rovesci delle sue truppe e alla prospettiva che il conflitto continui anche nel prossimo autunno-inverno – il che darebbe un ulteriore vantaggio alle milizie indipendentiste già più motivate di un esercito ucraino sempre più sbandato – l’establishment di Kiev accelera il processo di adesione alla Nato, che finora Poroshenko aveva affermato di non voler affrettare per non andare al muro contro muro con Mosca. Oggi il premier nazionalista Arseni Iatseniuk ha informato di voler proporre "un progetto di legge per annullare lo status di neutralità dai blocchi militari dell'Ucraina e tornare sulla via dell'adesione alla Nato". Una soluzione che il segretario generale uscente, Anders Fogh Rasmussen, sembra accogliere con entusiasmo: "Ogni Paese ha diritto di decidere da solo le alleanze".
E' intanto giallo sull'arresto di due funzionari dell'ambasciata russa a Kiev. Il terzo segretario Andrei Golovanov e l'addetto diplomatico Mikhail Shorin sarebbero stati arrestati nella capitale ucraina nonostante avessero dei passaporti diplomatici, e Mosca li ha dichiarati "dispersi". Anche se tre giorni fa il ministero degli Esteri ucraino ha ammesso l'arresto nei pressi di un bar di due persone in possesso di "bombe a mano" e di documenti "somiglianti" a passaporti diplomatici russi, il ministero dell'Interno ucraino ha negato che Golovanov e Shorin siano stati arrestati. Ora il ministero degli Esteri di Mosca accusa Kiev di avere arrestato Golovanov e Shorin "con un pretesto completamente falso" e chiede "l'immediato rilascio" dei diplomatici e il rispetto "delle convenzioni internazionali sull'immunità diplomatica".
Naturalmente Vladimir Putin e il governo di Mosca reagiscono a muso duro alle continue minacce da parte dell’occidente paragonando il comportamento delle truppe di Kiev nell'est dell'Ucraina a quello dei nazisti che bombardavano le città e massacravano gli abitanti e avverte l'Alleanza Atlantica che non è il caso di "scherzare" con "una potenza nucleare" come la Russia. Putin precisa che l'obiettivo della Russia "non è minacciare qualcuno, bensì sentirsi sicura", ma il tono dell’intervento del capo del Cremlino è durissimo: Mosca è una delle maggiori potenze nucleari e "non si tratta di parole, ma della realtà": quindi, "non é il caso di scherzare con noi".
In attesa di una escalation militare che potrebbe avere conseguenze disastrose il braccio di ferro tra occidente e Mosca continua a salire di tono anche in campo economico ed energetico. Oggi il ministro dell'Energia russo, Aleksandr Novak, ha ribadito al commissario Ue per l'Energia Gunther Oettinger che esistono "forti rischi" per le forniture di gas all'Europa in inverno perché Kiev - a cui Mosca ha chiuso i rubinetti dell'oro blu a giugno per una disputa sul prezzo del metano e sul debito miliardario mai pagato alla Russia - potrebbe sottrarre illegalmente parte del gas diretto in Europa attraverso i metanodotti ucraini in vista della stagione fredda. Ieri la Gazprom si era comunque detta disponibile a offrire all'Ucraina uno «sconto» di 100 dollari ogni mille metri cubi sul prezzo del gas, rispetto ai 486 dollari fissati dopo il golpe filoccidentale del febbraio scorso.
Nel frattempo - mentre l'Fmi dà via libera al versamento di 1,4 miliardi di dollari a favore dell'Ucraina - il braccio di ferro delle sanzioni tra Russia e Occidente fa crollare il rublo: che oggi ha toccato quota 37,02 per un dollaro.

LE (CONTRO)RIFORME? DA QUI ALL’ETERNITA’ C’E’ TEMPO Di Ciuenlai

LE (CONTRO)RIFORME? DA QUI ALL’ETERNITA’ C’E’ TEMPO

Di Ciuenlai

“Il countdown vero parte dal 1 settembre”. Also Sprach (così disse), non Zarathustra, ma  Renzi. Cioè tutti gli annunci con le slide, secondo i quali le (contro)riforme sarebbero state fatte in un baleno, erano uno scherzo, una roba da primo aprile. Da 100, si è passati a mille giorni e il tempo continua ad allungarsi.  I dì, son diventati settimane, le settimane mesi, i mesi anni e, se va avanti così, gli anni diventeranno lustri, i lustri decenni e i decenni  secoli. E’ un film già visto “Da qui all’eternità”. Vuoi vedere che i Gufi avevano Ragione? (Ah ieri se n’è aggiunto un altro. E’ Napolitano intossicato da tutta quella “fuffa” che saliva da Palazzo Chigi al Colle e che oscurava il cielo del Quirinale). Del giochino delle smentite del premier si è accorto persino il suo giornale, “Repubblica” , che ha elencato dettagliatamente gli annunci e le correzioni d’estate. Leggetele, sono un botto.  Insomma il nostro premier è un inesauribile “ripartente” e un inguaribile “ripetente”. Ogni 7/10 giorni fa pubblicare dai giornali e mandare in onda dai tg , elenchi infiniti di presunte riforme, conditi con l’immancabile “da oggi si riparte”  (lo ha fatto anche ieri in conferenza stampa e si prepara a rifarlo domani con un elenco infinito di incontri coi giornalisti per "chiacchierare" praticamente su tutto. Ieri anche sul gelato).. Elenchi che hanno una precisa caratteristica; ogni volta si aggiunge qualcosa, perché la propaganda di Renzi deve sempre comunicare cose nuove.  Solo che a forza di aggiungere ha fatto una fila lunga fino al cielo. E’ toccato a Napolitano sfoltirla. Scuola e Beni Culturali vanno “a babo morto”. Il Financial Times lo ha disegnato, insieme a Merkel, Hollande e Draghi, in una barca che affonda, con un gelato in mano e l’aria spensierata di uno che non si rende minimamente conto di quello che sta succedendo. Il ritratto dell’irresponsabilità. E allora forse noi italiani, dovremmo iniziare a dare meno retta a questi venditori di pentole e appoggiare una sola ripartenza : quella per la via di casa (non ce ne vogliano i fiorentini) .“Il countdown vero parte dal 1 settembre”. Also Sprach (così disse), non Zarathustra, ma Renzi. Cioè tutti gli annunci con le slide, secondo i quali le (contro)riforme sarebbero state fatte in un baleno, erano uno scherzo, una roba da primo aprile. Da 100, si è passati a mille giorni e il tempo continua ad allungarsi. I dì, son diventati settimane, le settimane mesi, i mesi anni e, se va avanti così, gli anni diventeranno lustri, i lustri decenni e i decenni secoli. E’ un film già visto “Da qui all’eternità”. Vuoi vedere che i Gufi avevano Ragione? (Ah ieri se n’è aggiunto un altro. E’ Napolitano intossicato da tutta quella “fuffa” che saliva da Palazzo Chigi al Colle e che oscurava il cielo del Quirinale). Del giochino delle smentite del premier si è accorto persino il suo giornale, “Repubblica” , che ha elencato dettagliatamente gli annunci e le correzioni d’estate. Leggetele, sono un botto. 
 Insomma il nostro premier è un inesauribile “ripartente” e un inguaribile “ripetente”. Ogni 7/10 giorni fa pubblicare dai giornali e mandare in onda dai tg , elenchi infiniti di presunte riforme, conditi con l’immancabile “da oggi si riparte” (lo ha fatto anche ieri in conferenza stampa e si prepara a rifarlo domani con un elenco infinito di incontri coi giornalisti per "chiacchierare" praticamente su tutto. Ieri anche sul gelato).. Elenchi che hanno una precisa caratteristica; ogni volta si aggiunge qualcosa, perché la propaganda di Renzi deve sempre comunicare cose nuove. Solo che a forza di aggiungere ha fatto una fila lunga fino al cielo. E’ toccato a Napolitano sfoltirla. Scuola e Beni Culturali vanno “a babo morto”. Il Financial Times lo ha disegnato, insieme a Merkel, Hollande e Draghi, in una barca che affonda, con un gelato in mano e l’aria spensierata di uno che non si rende minimamente conto di quello che sta succedendo. Il ritratto dell’irresponsabilità. E allora forse noi italiani, dovremmo iniziare a dare meno retta a questi venditori di pentole e appoggiare una sola ripartenza : quella per la via di casa (non ce ne vogliano i fiorentini) .

Attenti alla deflazione. E a come la si vuole fermare di Guglielmo Forges Davanzati


L’eurozona sta sperimentando recessione e deflazione. I due fenomeni sono strettamente connessi: la caduta dei prezzi è, al tempo stesso, sintomo e concausa della recessione. In più, essa esercita effetti redistributivi a danno dei debitori (imprese e lavoratori) e a vantaggio dei creditori (sistema bancario, in primo luogo). L’adozione di politiche monetarie espansive da parte della BCE può risultare del tutto inefficace per far fronte al problema, mentre le "riforme strutturali" possono addirittura amplificarlo.

Sono stati piuttosto rari, nella storia recente delle economie industrializzate, i casi di deflazione, ovvero di riduzione del livello dei prezzi. In prima approssimazione, potrebbe trattarsi di un fenomeno positivo – in quanto si associa a un aumento delle retribuzioni in termini reali – e, come alcuni economisti ritengono, esistono casi di deflazioni “buone”, ovvero casi nei quali la caduta dei prezzi stimola la crescita della produzione[1]. Si tratta di una tesi che non trova riscontri empirici e che, sul piano teorico, è stata a più riprese smentita, a ragione del fatto che si basa su ipotesi estremamente stringenti[2]. A ben vedere, la deflazione è, per contro, il principale sintomo di una intensa recessione e, al tempo stesso, una causa rilevante che può accentuarla.

Le ultime rilevazioni Istat segnalano che, a luglio, nelle più grandi dieci città italiane i prezzi sono calati rispetto all’anno precedente. Per l’area euro, nel corso del 2013, l’indice dei prezzi al consumo è aumentato solo dello 0,85%. Nel periodo compreso fra maggio 2013 e maggio 2014, si è registrato un aumento pari a circa 0,50%, a fronte di un aumento del 2,2% del decennio pre-crisi 2000-2009
[3]. La figura 1 mostra l’andamento del tasso di inflazione nell’attuale zona euro a partire dal 1990.


Figura 1: tasso di inflazione eurozona (fonte: Eurostat, 2014)
Sebbene la questione sia ampiamente dibattuta, sembra esserci un ampio consenso sul fatto che la causa del fenomeno è da ricercarsi nella caduta della domanda aggregata e, in particolare, nella riduzione della domanda di beni di consumo. La quale, a sua volta, dipende essenzialmente dalla consistente riduzione della quota dei salari sul Pil e dall’aumento del tasso di disoccupazione. In tal senso, la caduta dei prezzi è innanzitutto la conseguenza della significativa riduzione del tasso di crescita che ha interessato pressoché tutti i Paesi dell’eurozona: -0.2% in Italia, una variazione nulla nel caso della Francia ed estremamente bassa anche per la Germania.

La deflazione accentua la recessione per i seguenti motivi.

1) La riduzione della domanda di beni di consumo spinge le imprese o a ridurne la produzione o a ridurne i prezzi. E, per farlo, occorre ridurre l’occupazione – nel primo caso – o ridurre i salari – nel secondo caso. Si attiva una spirale perversa di ulteriore contrazione dei consumi, della domanda aggregata e del tasso di crescita. La riduzione dei salari e dell’occupazione rende difficile l’accesso al credito bancario da parte delle famiglie (oppure, nel caso siano già indebitate, ne riduce la capacità di rimborso del debito), implicando restrizione del credito al consumo da parte del settore bancario.

2) La riduzione dei prezzi può essere sostenibile per le imprese (soprattutto per quelle che operano su mercati interni) fino a quando essa non erode del tutto i margini di profitto. Quando ciò accade, la deflazione si associa all’aumento del numero di fallimenti e/o al crescente indebitamento delle imprese nei confronti delle banche e alla loro crescente insolvenza. La contrazione dei margini di profitto, quando anche non conduce al fallimento, rende sempre più difficile la realizzazione di investimenti, anche in considerazione del fatto che riducendo la solvibilità delle imprese riduce la convenienza, da parte delle banche, a erogare finanziamenti per nuovi investimenti. Anche per questa via, la deflazione riduce la domanda aggregata e il tasso di crescita. In più, poiché la dinamica della produttività del lavoro dipende essenzialmente dal tasso di accumulazione del capitale, la contrazione degli investimenti ha anche effetti di segno negativo dal lato dell’offerta.

3) Poiché le decisioni di investimento delle imprese dipendono essenzialmente dalle loro aspettative, la riduzione corrente del tasso di inflazione tende ad associarsi all’aspettativa di ulteriore calo dei prezzi, inducendo le imprese a posticipare gli investimenti, anche se hanno fondi disponibili per effettuarli oggi.

4) Non essendo affatto scontato che la riduzione dei prezzi spinga i consumatori ad accrescere la propria domanda di beni e servizi, può verificarsi il caso in cui la riduzione dei prezzi oggi determini aspettative di
ulteriori riduzioni dei prezzi, avendo come effetto la posticipazione dei consumi e, dunque, la caduta della domanda [4]. Fermi restando altri fattori, l’andamento del mercato immobiliare nell’ultimo triennio in Italia rappresenta un evidente esempio di questo fenomeno.

5) La deflazione aumenta l’onere reale del debito pubblico. In altri termini, per i titoli di Stato già emessi per i quali i tassi di interesse sono fissi, la riduzione dei prezzi ne accresce il valore in termini reali. Ciò significa che l’onere reale del debito pubblico aumenta e, dato l’obiettivo del rispetto dei vincoli di finanza pubblica, da ciò segue un aumento della tassazione. Peraltro, poiché la riduzione del livello dei prezzi riduce il Pil nominale, si riduce, per conseguenza, la base imponibile, rendendo necessarie ulteriori misure di inasprimento fiscale. La caduta dei redditi disponibili al netto delle tasse, dei consumi e della domanda costituisce un esito pressoché inevitabile.

La caduta della domanda potrebbe essere attenuata dalle spese effettuate dai debitori, in considerazione del fatto che la deflazione
accresce i loro redditi reali. E tuttavia, si può argomentare che i) i creditori possono evidentemente spendere se i loro debitori sono solvibili, il che, di norma, non accade in fasi deflazionistiche; ii) appare poco ragionevole ritenere che, anche nel caso in cui i creditori vedano interamente rimborsato il loro capitale, lo destinino interamente all’acquisto di beni di consumo e/o di beni di investimento.

Ciò a ragione del fatto che i creditori, in quanto percettori di rendite finanziarie, tendono ad allocare i loro profitti in attività speculative e/o nell’acquisto di beni di lusso, che non necessariamente si traducono in un aumento della domanda interna. Si può rilevare, a riguardo, che l’“unity marketing’s measure of affluent consumer confidence” – che misura le aspettative dei consumatori di beni di lusso – è aumentato di quasi 10 punti nel terzo trimestre 2014 rispetto al trimestre precedente.

Quando ciò si verifica, la deflazione può considerarsi un fenomeno che semmai accentua i processi di finanziarizzazione e di allocazione di risorse per usi “improduttivi”
[5], i quali, a loro volta, contribuiscono a ridurre gli investimenti e il tasso di crescita[6]. E’ opportuno, tuttavia, osservare che il principale effetto generato dalla caduta dei prezzi consiste nel ridistribuire reddito a beneficio dei percettori di rendite finanziarie (in quanto creditori) e di imprese esportatrici, dal momento che queste possono avvantaggiarsi della deflazione per recuperare quote di mercato nel commercio internazionale.

Il fatto che la caduta dei prezzi rafforza il potere contrattuale dei creditori (con particolare riferimenti ai rapporti fra banche e imprese) ha un’implicazione rilevante sul piano della politica economica. La spirale deflazionistica potrebbe essere, infatti, fermata o attenuata dall’attuazione di politiche fiscali espansive. Le quali, ampliando i mercati di sbocco, accrescono i ricavi delle imprese rendendole meno dipendenti dal sistema bancario
[7], ridistribuendo, dunque, risorse ai debitori e, simmetricamente, sottraendo potere ai creditori. Ma poiché i creditori – ci si riferisce, in particolare, al sistema bancario – sono tali non solo nei confronti delle imprese ma anche nei confronti dello Stato (in quanto, almeno nel caso italiano, sono acquirenti di titoli del debito pubblico), il loro accresciuto potere contrattuale nella sfera politica può far sì che i governi incontrino rilevanti resistenze laddove intendano accrescere la spesa pubblica, anche nel caso in cui non sussistano vincoli normativi per la loro realizzazione.

In termini più generali, ciò presuppone l’ovvio argomento secondo il quale nessun Governo può attuare misure di politica fiscale che, in via diretta o indiretta, danneggino i suoi creditori; e in una condizione nella quale il potere dei creditori aumenta in virtù dell’aumento dei loro redditi reali, queste misure diventano sempre meno praticabili
[8].

Per quanto è dato sapere, le Istituzioni europee si apprestano a fronteggiare i rischi di una spirale deflazionistica attraverso nuove immissioni di moneta. Ma l’esperienza degli ultimi anni mostra la sostanziale inefficacia della politica monetaria per far fronte alla recessione. Ciò dipende fondamentalmente dal fatto che la BCE (come tutte le banche centrali) non è in grado di controllare la quantità di moneta effettivamente circolante, fondamentalmente a ragione del fatto che gli impulsi monetari si traducono in maggiore moneta circolante solo a condizione che gli Istituti di credito siano disponibili a erogare maggiori prestiti a imprese e famiglie. Peraltro, la BCE ha, per statuto, l’obiettivo della stabilizzazione dei prezzi a un target del 2% – statuto pensato per contrastare l’inflazione – e, in tal senso,
non è tecnicamente attrezzata (se non attraverso misure definite non convenzionali) a far fronte a rischi deflazionistici.

La reiterazione delle “riforme strutturali” (precarizzazione ulteriore del lavoro in primis) e dei tagli di spesa (spending review) è esattamente ciò che non andrebbe fatto per contrastare il problema, dal momento che maggiore flessibilità del lavoro e minore spesa pubblica sono la via maestra per ridurre ulteriormente i redditi e, per questa via, accentuare la spirale deflazionistica.


NOTE
[1] Si è espresso, di recente e fra gli altri, a favore di questa tesi Jaime Caruana, direttore generale della Banca dei Regolamenti Internazionali di Basilea. Si tratta della riproposizione del c.d. effetto Pigou, secondo il quale la riduzione dei prezzi accresce le scorte liquide in termini reali dei consumatori, ne accresce conseguentemente i consumi fino a portare il sistema economico in una condizione di equilibrio di pieno impiego. [2] In particolare, si assume che, anche in regime deflazionistico, le aspettative sono adattive o razionali, che la propensione al consumo dei creditori è uguale alla propensione al consumo dei debitori (di norma, la propensione al consumo di questi ultimi è di fatto maggiore di quella dei primi), che non esiste incertezza e detenzione di liquidità per usi precauzionali. [3] Per il caso italiano, l’ISTAT riferisce che il calo dei prezzi è soprattutto imputabile a quelli di alimentari e bevande, a quelli relativi alle abitazioni e alle comunicazioni. [4] Come messo in rilievo, in particolare, da Gunnar Myrdal, questi comportamenti dipendono dal fatto che “it is possibile that people are so conditioned by the theory or earlier experience that they will expect that after a rise in prices there will follow a fall” (G. Myrdal, Rich lands and poor. New York, Harper & Brother Publisher, 1957, p.37). [5] V., fra gli altri, G. Forges Davanzati and A.Pacella, The profits-investment puzzle: A postKeynesian-Institutional interpretation, “Structural Change and Economic Dynamics”, 2013, 26, pp.1-13. [6] La letteratura sulla finanziarizzazione è estremamente ampia. Può essere sufficiente, in questa sede, rinviare a E.Stockhammer, Financialization and the slowdown of accumulation, “The Cambridge Journal of Economics”, 28 (5), 2004 e a G.A. Epstein, Financialization and the world economy, Elgar, 2004. [7] Ciò a ragione del fatto che la spesa pubblica accresce i profitti monetari aggregati e le aspettative di profitto. Sul tema si rinvia a A.Parguez, A monetary theory of public finance, “International Journal of Political Economy”, 2002, vol.32, n.3, Fall, pp.80-97. [8] Sulle relazioni fra relazioni di potere nell’arena politica e nella sfera economica, cfr., fra gli altri, W.Korpi, Power resources theory vs. action and conflict, in J.S. O’Connor and G.M.Olson, Power resources theory and the Welfare State, Toronto, University of Toronto Press, 1988.

Figure da gelataio di Il Simplicissimus

imageChi conosce Berlusconi sa quanto ami il gelato e quanto il poverino abbia sofferto di non poterne mangiare più di tanto per non ingrassare. Dunque niente di strano che il premier non ci abbia voluto far mancare (naturalmente a spese nostre) la deprimente sceneggiata del carretto del gelataio e del cono: più che una risposta alla copertina dell’Economist (qui) che lo sfotte, è un’ lapsus freudiano, un intima adesione al modo di pensare vuoto e furbesco del suo maestro venditore. Il risultato del consiglio dei ministri tenuto per miracol mostrare non è altro che uno squallido plagio della miscela di furbate, trucchetti e bugie che sono un format depositato dei governi di Silvio.
Investimenti per i quali i soldi sono tutti da trovare, ammesso che i privati vogliano investire, passando dai 43 miliardi favoleggiati fino a qualche giorno fa, ai 3,8 di ieri, la speranza che la deregulation ottenuta con la conservazione della legislazione di emergenza, sblocchi le cose (e le tangenti), niente banda larga, ma solo sgravi di entità ancora misteriosa per alcune zone. Il pensiero dominante è quello Mediaset e cioè che sfoltendo la burocrazia, saltando controlli e iter negli appalti, facendo sconti fiscali per chi investe in opere ” strategiche” (comprese le trivellazioni petrolifere), naturalmente gestendole poi in proprio, tutto si rimetta in moto. E infatti il clou del consiglio dei ministri su questo versante è quello che consente di dare inizio alle ristrutturazioni edilizie solo dandone notizia ai Comuni.
Tutte cose con le quali siamo alle prese, in una forma o nell’altra, ormai da 15 anni, ma che non hanno prodotto effetti sostanziali, se non quello di arricchire qualche individuo e magari pure qualche cosca. Il fatto è che bisognerebbe mettere in campo veri investimenti e anche in grande stile da parte dello stato, cosa che noi non possiamo fare essendoci legati mani e piedi ai trattati dell’austerità. Così alla fine rimane tutto un bla bla bla per cercare di mettere una pezza a colore ideologico sui guasti prodotti da un’ideologia. Le uniche cose certe sono il via libera alla Tap, cioè il gasdotto transadriatico che devasterà il Salento, non porterà nessun beneficio alla zona e nemmeno all’Italia che è solo luogo di passaggio, ma che ci è imposto dagli Usa perché permette di bypassare il territorio russo passando dall’Azerbjgian attraverso la Turchia.
E il sistema di ricatto nei confronti della magistratura con la messa a punto della più bizzarra e ambigua forma di responsabilità civile dei giudici che esista al mondo. Dovunque è lo stato che paga quando venga accertato un errore giudiziario, cosa più che ovvia visto che è lo stato ad amministrare la giustizia, ma non direttamente i singoli magistrati come nel caso Italia ( a meno che non ci sia dolo o frode, ovviamente) dal momento che altrimenti essi sarebbero sempre influenzati nelle sentenze dai “soggetti forti” che possono permettersi di sopportare le spese di una ulteriore causa o che magari abbiano una particolare influenza, come politici, tycoon, multinazionali e via dicendo. Sia che abbiano ragione, sia che intendano solo guadagnare tempo. Sì perché la cosa principale è che viene eliminato il filtro a queste richieste di risarcimento, il cui principale effetto sarà quello di accumulare ulteriori ritardi e di mettere in palese stato di inferiorità i “cittadini semplici”.
Ma anche considerando marginale questo segnale esso fa integralmente parte del berlusconismo, così come lo è l’idea di sveltire la giustizia, semplicemente negandola e costringendo in molti casi le persone a rivolgersi a tribunali privati speciali, quello delle aziende e della famiglia, il cui sentenziare costerà fior di quattrini, costringendo molti a rinunciare a qualsiasi tipo di giudizio. Ma chi si accontenta di trattare questi problemi alla luce del semplice e vago “chi sbaglia paga”, chi ama la semplificazione grossolana, ha quel che si merita.
Insomma un quadro desolante rispetto al dramma del Paese, poco più che una commediola con oro di scena e con un gelato rivelatore dell’inconsistenza e del malgusto del figlio di papà solo al comando. Tanto più che “il bomba” come lo chiamavano a scuola ha già rinunciato anche all’amata flessibilità dichiarando di accontentarsi di quella che c’è già, dimostrando di usare polverine e coloranti, mai ingredienti genuini. Invece di sbattere i pugni ora offrirà gelati: che forse è davvero il suo mestiere.

venerdì 29 agosto 2014

Matteo Renzi, né Scuola né "effetto 80 euro": il percorso accidentato verso il Cdm del big bang

THE ECONOMIST


La giornata era iniziata male, ed è finita peggio. Al mattino sulla scrivania di Matteo Renzi erano piombati indicatori economici disastrosi. Nonostante i primi 80 euro siano già arrivati nelle tasche degli italiani, le vendite al dettaglio sono rimaste inchiodate ai livelli precedenti all’elargizione del bonus renziano. Il calo della fiducia delle imprese (dopo quella dei consumatori) e il più basso tasso di crescita dei salari dal 1982 completavano un quadro a tinte fosche.
Dati che, per il momento, smontano l’efficacia del bonus elargito a 11 milioni di italiani che nella narrazione di Palazzo Chigi sono stati descritti come panacea di molti mali. E che, simbolicamente, arrivano sulla scrivania del premier mentre è intento a stirare insieme a Pier Carlo Padoan e Maurizio Lupi la risicata coperta da stendere sullo Sblocca Italia, il primo provvedimento economico di un certo peso varato dal suo esecutivo.
A sera, le nubi addensate sopra piazza Colonna deflagrano in un temporale. “Sulla riforma della scuola vi stupirò”, aveva annunciato il premier al settimanale ciellino Tempi non più di qualche giorno fa. E la sorpresa c’è stata. Prima la notizia che nessun decreto, ma solo le linee guida sarebbero approdate in Consiglio dei ministri. Poi la giravolta: “La riforma della scuola slitta ad un Prossimo consiglio dei ministri – scrive all’ora di cena l’agenzia di stampa Tmnews - È quanto si apprende da fonti di Palazzo Chigi che assicurano: ‘È solo un rinvio per evitare di mettere troppa carne al fuoco, la riforma non salta’”.
Impossibile non notare la consequenzialità del rinvio con l’incontro tra Renzi e Giorgio Napolitano, conclusosi appena un’ora prima. Un colloquio lungo, protrattosi per un’ora e mezza, al termine del quale dal Quirinale si faceva sapere che il presidente era stato informato “sia sulla fase finale della preparazione dei provvedimenti sulla giustizia, sia sullo sblocco di procedure attuative delle misure per l'economia”. Nemmeno un accenno alla scuola e a quella “sorpresa” da tempo annunciata dall’ex rottamatore. Anzi, il rischio di “mettere troppa carne al fuoco” sottolineato dall’entourage del premier, è una preoccupazione che si attaglia assai più al vestito che si è cucito addosso l’inquilino del Colle che non a quello indossato abitualmente dal presidente del Consiglio.
Quest’ultimo poi, chiusa (o quasi) al ribasso la partita sullo Sblocca Italia - privato di tutte quelle norme che avrebbero richiesto l’impiego di ulteriori esborsi di denaro – si trova a dover gestire una complicata trattativa sulla giustizia. Il Nuovo centrodestra è in fibrillazione: al partito di Angelino Alfano non è andato giù lo stralcio di alcuni punti del “pacchetto penale”, e ha alzato l’asticella per rilasciare il disco verde. “O passano interamente sia la riforma del penale, sia la riforma del civile, o non ci stiamo”. Un segnale di guerra a poche ore del varo, che ha costretto il premier a doversi intestare la mediazione finale. La bomba sarà disinnescata facendo rientrare tutto in disegni di legge semplici, i cui tempi di approvazione e la cui emendabilità durante l’iter parlamentare concedono ampi margini di tempo per trovare un punto di caduta.
Quello che era stato descritto come un “big bang”, il gran colpo per riaprire la stagione politica dopo la pausa estiva, per Renzi rischia così di trasformarsi in un mezzo flop. Il premier sta lavorando contemporaneamente al dossier europeo: una vittoria sulla candidatura di Federica Mogherini sabato, unita alla conferenza stampa di avvio formale dei 1000 giorni prevista in calendario per lunedì, sono le contromisure previste per disinnescare quelle attese che sono in procinto di essere seccamente deluse.

Governo, un vecchio film lungo mille giorni di Giorgio Airaudo, Il Manifesto




Men­tre il nostro pre­si­dente del con­si­glio pensa alle slide dei pros­simi mille giorni ci sono ita­liane e ita­liani che aspet­tano di capire dove siano finite le slide dei primi cento. Aspet­tano rispo­ste, a dire il vero, da almeno tre Governi: quello di Monti, quello di Letta, e quello di Renzi, dopo i gua­sti che agli ita­liani e all’Italia hanno gene­rato le poli­ti­che neo libe­ri­ste degli ese­cu­tivi di cen­tro­de­stra di Ber­lu­sconi (e dei suoi ministri).
I primi che atten­dono di essere nomi­nati — magari anche solo in un tweet del nostro pre­mier — sono gli eso­dati, nuova figura sociale gene­rata dalla mano­vra For­nero che non aveva pre­vi­sto tran­si­zioni, com­pen­sa­zioni o tutele per chi lasciava in mezzo a un guado. Il governo Monti ha usato le pen­sioni come un ban­co­mat per sedare i mer­cati e ras­si­cu­rare la tec­no­cra­zia Euro­pea. E ci ha con­se­gnato, con rara lun­gi­mi­ranza, la più alta età pen­sio­na­bile d’Europa in con­tem­po­ra­nea alla più alta disoc­cu­pa­zione gio­va­nile della sto­ria del nostro paese. In mille giorni non ci sono state parole per gli eso­dati — che si gene­re­ranno almeno sino al 2022 — fino ad oggi sono stati spesi quasi 12 miliardi per sei sal­va­guar­die che non hanno risolto il patto di cit­ta­di­nanza vio­lato con que­ste cit­ta­dine e cit­ta­dini. Tutto ciò a fronte di quasi 90 miliardi di risparmi, cer­ti­fi­cati dall’Istituto sta­ti­stico dell’Inps, che la mano­vra For­nero garan­tirà in dieci anni rispetto ai 22 miliardi pre­vi­sti al varo della riforma. Que­sti ultra-risparmi devono tor­nare alle pen­sioni e ai pen­sio­nati. Come mai nes­sun mini­stro ne parla? Mistero. Solo una nuova riforma che can­celli le abnor­mità della mano­vra For­nero, abbas­sando l’età pen­sio­na­bile e distin­guen­dola in base ai lavori svolti nel arco della vita lavo­ra­tiva (e al loro impatto psi­co­fi­sico sulle per­sone) potrà riscri­vere un nuovo patto sociale che can­celli la ferita degli eso­dati, risolva l’ingiustizia delle pen­sioni d’oro e fac­cia ripar­tire un turn-over bloc­cato che per ora pena­lizza innan­zi­tutto i giovani.
A dire il vero di que­sto aveva par­lato la mini­stra Madia, annun­ciando solen­ne­mente la crea­zione di quat­tro­mila posti per i più gio­vani: si è riman­giata tutto, e pre­ci­pi­to­sa­mente, quando si è sco­perto che non c’era nes­suna coper­tura e che la riforma della Pub­blica Ammi­ni­stra­zione la devono pagare i lavo­ra­tori. A fianco degli eso­dati — infatti — ci sono gli “errori” rico­no­sciuti e irri­solti del per­so­nale della scuola di quota96 bloc­cato al lavoro da una riforma che si è scor­data di quando fini­sce l’anno sco­la­stico e l’insensatezza, in con­flitto con le norme di sicu­rezza, di fer­ro­vieri che dovreb­bero stare alla guida di treni anche ad alta velo­cità fino a 67 anni. Si tratta di solu­zioni di errori a basso costo: meri­te­reb­bero decreti d’urgenza che il governo Renzi pro­mette e rin­via dalla sua nascita come i suoi predecessori.
Il governo Renzi ha toc­cato il tema delle pen­sioni, di recente, non per pro­porre più equità, ma per ven­ti­lare mal­de­stra­mente tra son­daggi e asti­celle (intorno a fer­ra­go­sto, con un con­certo di dichia­ra­zioni cal­co­late e irre­spon­sa­bili) addi­rit­tura l’ipotesi di un pre­lievo su tutte le pen­sioni sopra i due­mila euro lordi. Di fronte a un pre­an­nun­cio semi insur­re­zio­nale che teneva insieme un fronte del No che andava dalla Cgil a Forza Ita­lia le asti­celle sono state (per ora) ripo­ste. Intanto — in mille giorni — non ho sen­tito parole né visto tweet, e nem­meno assi­stito a gavet­toni ghiac­ciati in favore dei lavo­ra­tori dell’Alcoa che dal 31 dicem­bre fini­scono in mezzo a una strada, con la loro fab­brica defi­ni­ti­va­mente chiusa, e che da giorni se ne stanno in tenda davanti ai can­celli, ma non certo per fare cam­peggi estivi. E nulla ho sen­tito, dai loquaci mini­stri, anche su quello spa­ven­toso buco nero che è diven­tato — per noi — l’impianto side­rur­gico più grande d’Europa, quello di Taranto e la side­rur­gia Ita­liana da Terni a Piom­bino. Aspet­tano solu­zioni indu­striali da tempo oltre 150 crisi crisi azien­dali al mini­stero dello svi­luppo eco­no­mico a par­tire da Ter­mini Ime­rese a cui ser­vi­rebbe la cer­tezza di un nuovo pro­dut­tore di auto oltre la dia­spora dal Ita­lia della Fiat-Chrysler e molte di più sono in attesa sui tavoli delle regioni.
Tutto que­sto avrebbe biso­gno di poli­ti­che che favo­ri­scano il rein­se­dia­mento indu­striale, fer­mino la sven­dita e la fuga delle atti­vità mani­fat­tu­riere dall’Italia e sem­bra innan­zi­tutto man­care su que­sto ter­reno una visione che vada oltre i 140 carat­teri delle bat­tute da Social media. Man­cano soprat­tutto inter­lo­cu­tori cre­di­bili: die­tro e oltre il pre­mier nulla si muove. Ogni tanto, nel governo dei “carini” qual­cuno azzarda una dichia­ra­zione su que­sti temi aperti, suscita un vespaio, e subito viene com­mis­sa­riato dal solito Mat­teo che dice: “Mi occupo di tutto io!”. Però poi, anche per limiti umani, non ci riesce.
Durante tutta l’estate, in regioni già disa­giate — cito ad esem­pio la Sar­de­gna e la Basi­li­cata — si dif­fon­dono le anti­ci­pa­zioni dei tagli con cui dovreb­bero essere chiusi decine di “pic­coli tri­bu­nali” che poi tanto pic­coli non sono, se per rag­giun­gere quelli nuovi devi viag­giare quat­tro ore. Non ci sono soldi per nulla, non si pro­getta nulla, sotto la ver­ni­cia­tura del nuovo i mille giorni rischiano di rega­larci la rie­di­zione del già visto.
Infine aspet­tano i disoc­cu­pati, gli sco­rag­giati e i sot­to­pa­gati oltre 7 milioni di sfrut­tati e ricat­tati dalla (e nella) crisi a cui si pro­pone un altra volta la stan­tia ricetta della sva­lu­ta­zione della pro­prio lavoro attra­verso l’aumento della pre­ca­rietà. I gior­nali del coro hanno ini­ziato a decan­tare come un pic­colo Eden il modello spa­gnolo. L’ultima ver­sione del decreto Poletti, l’attacco ai con­tratti di lavoro e l’immancabile uso pro­pa­gan­di­stico della can­cel­la­zione dell’18, già muti­lato dal governo Monti, viene ora masche­rato attra­verso l’idea — a dir poco biz­zarra — che la can­cel­la­zione dello Sta­tuto dei lavo­ra­tori sarebbe un grande salto di pro­gresso (per chi?). Quando i mini­stri delle grandi riforme sono più pru­denti, invece, dicono che lo Sta­tuto deve essere riscritto: però non ci dicono come, non ci spie­gano, quali diritti si deb­bano rico­struire e quali nuovi affer­mare, come si può ridurre una pre­ca­rietà che è ora­mai distru­zione di lavoro e ric­chezza. Ser­vono meno di mille giorni per can­cel­lare le qua­ranta forme di di con­tratto più o meno pre­ca­rie e per varare un piano per il lavoro che sia il nostro New Deal : e non c’è trac­cia del’annunciato “con­tratto unico” che avrebbe dovuto sosti­tuirle. Si vuole invece aggiun­gerne una nuova, l’assunzione con pos­si­bi­lità di licen­ziare per tre anni, che (per ora) lan­gue al Senato. Ma non si doveva cam­biare verso? L’autunno se sarà caldo o freddo lo deci­de­ranno molti di que­sti sog­getti e sog­get­ti­vità oggi spesso rimossi. Sono tanti,non con­tano nulla,ma guai a sot­to­va­lu­tarli ammo­niva Luciano Gal­lino pochi giorni fa noi non li lasce­remo soli.

giovedì 28 agosto 2014

Il trapasso dell’egemonia mondiale di Alfonso Gianni, Il Manifesto

«La transizione egemonica mondiale e la resistenza ad essa degli Usa rendono più instabili le condizioni dei paesi di confine fra Est e Ovest: in Europa, un tempo i Balcani, oggi l’Ucraina; nel Medio Oriente tutti i paesi, nessuno escluso».



Non c’è che dire: papa Borgoglio gode di un lungo momento di grazia nell’opinione pubblica mondiale. Ogni cosa che dice diventa di riferimento anche in ambito non confessionale. Ne sia esempio la sua recente dichiarazione sull’esistenza nel mondo contemporaneo di una terza guerra mondiale “a pezzetti”. Il Papa non è un analista politico e quindi non si può pretendere da lui l’esattezza della definizione, ma è un fatto che essa ha sfondato anche nel campo della sinistra che pensa di interpretare così le varie guerre guerreggiate sanguinosamente in corso, dall’Ucraina al MedioOriente. D’altro canto, vista la mancanza di profondità nella ricerca analitica e di pensieri lunghi nel campo della sinistra non deve stupire né infastidire questa supplenza pontificia.

Resta da domandarsi se le cose stanno proprio così. Se il papa ci ha preso oppure no. Propenderei, con tutto il rispetto e - perché no - anche ammirazione, per il no. Per quanto molteplici siano i conflitti in corso, non credo che si possa parlare di una terza guerra mondiale seppure a macchia di leopardo e a bassa intensità. Siamo piuttosto di fronte – ma ogni definizione è per necessità, come diceva il grande filosofo, una limitazione – ad una guerra civile prolungata senza frontiere, ove entrano in gioco una molteplicità di soggetti dai contorni imprecisi.

Per spiegarmi devo riprendere per sommi capi un punto che ritengo cruciale nell’analisi della crisi economica tutt’ora in corso – per l’Europa molto peggiore di quella degli anni Trenta – e che viene però o sottaciuto o negato. La crisi è trasformazione, non crollo. Anzi una grande trasformazione, per parafrasare Polanyi. Questa crisi si colloca e rimarca l’avvento di una grande transizione egemonica mondiale, ove il baricentro del potere, economico in primo luogo, si sposta da ovet ad est, dall’Atlantico al Pacifico. Non è la prima volta che nella storia dell’umanità avvengono passaggi così cruciali, come ci ha insegnato Fernand Braudel e la sua scuola. Questo è uno di quelli.

In questa crisi è maturato il sorpasso nel primato mondiale delle nazioni tra la Cina e gli Stati Uniti d’America. Qualche dato snocciolato in breve aiuta a valutare la portata del fenomeno. Tra il 2000 e il 2008, il commercio internazionale della Cina è quadruplicato. Le esportazioni sono aumentate del 474 per cento e del 403 per cento delle sue importazioni. Al contrario gli Stati Uniti hanno perso la loro posizione di prima potenza commerciale del mondo, una leadership che detenevano da un secolo. Prima della crisi finanziaria globale del 2008, gli Stati Uniti erano il principale partner commerciale di 127 paesi nel mondo, la Cina lo era solo per un po’ meno di 70 paesi. Oggi, Pechino è diventata il principale partner commerciale di 124 stati, mentre Washington lo è solo di circa 70 paesi. Su questa base la Cina pensa di potere imporre prima o poi la propria moneta quale riferimento per le transazioni internazionali scalzando definitivamente il primato del dollaro.

D’altro canto non vi è dubbio che la Cina ha saputo reagire prima e meglio agli effetti della crisi mondiale. Lo ha fatto in virtù di un sistema fortemente centralizzato che attua un fermo controllo sui movimenti dei capitali. Non mancano, anzi sono in crescita, le tensioni e i conflitti sociali nell’universo cinese, ma anche le imminenti celebrazioni di Deng Hsiao Ping - con una megaproduzione televisiva tale da fare impallidire i tormentoni americani – sembrano configurare l’era comunista come una parentesi fruttuosa tra una società ancora largamente precapitalista ed una a capitalismo sviluppato proiettata nella globalizzazione con e grazie ad un forte intervento e controllo statali. In più la Cina ha saputo muoversi sullo scacchiere mondiale con un’attenzione particolare ai grandi fattori economici che possono cambiare d’un colpo solo la geoeconomia e la geopolitica del globo terrestre. Non mi riferisco soltanto alla preveggente penetrazione cinese in Africa, ma anche al recente accordo con la Russia sulle forniture di gas e al progetto con gli altri Brics di dare vita ad una sorta di banca mondiale alternativa a quella attuale.

Il ruolo migliore che la presidenza Obama poteva assumersi di fronte alla storia per non lasciare un cattivo ricordo di sé, era quello di fare in modo che questo inevitabile trapasso di primato avvenisse nel modo più pacifico possibile. Naturalmente era una speranza assai fragile e gli avvenimenti successivi l’hanno facilmente contraddetta.

Sul piano geoeconomico e geopolitico gli Usa si muovono con decisione tentando di contenere la Cina e i Brics attraverso accordi capestro economico commerciali, fra cui il famigerato TTIP, che riguarda direttamente l’Europa; il TPA (trans pacific agreement) che però il Giappone mostra di non gradire; il meno noto TISA (trade in services agreement). Gli ultimi due sono in diretta funzione anticinese e antiBrics, il primo cerca di togliere sul nascere all’Europa ogni illusione di potere giocare un ruolo autonomo in questo processo di transizione egemonica mondiale.

Gli Usa hanno perso il primato economico, ma non certo quello militare. Sono teoricamente in grado di vincere qualunque guerra, ma non più di sostenerla economicamente. E di guerre lampo non se ne sono viste, tranne che nella sceneggiata di Granada. La differenza con il passato non è piccola. Anche con quello recente della guerra preventiva e infinita dei Bush e dei Clinton, quella semplificata con l’esempio dell’uccisione preventiva dell’orso – che ricorda quello che vorrebbe fare la Lega Nord nei confronti dell’orsa “anomala” di Pinzolo – raccomandata da Robert Kagan. Ecco allora che gli strateghi statunitensi rovistano nel passato. Nell’autorevole Foreign Affairs di luglio/agosto 2014, Jack Divine – 32 anni nella Cia – annota che: “ L'esperienza degli USA in Cile nei primi anni '70 ha offerto una serie di lezioni su come portare avanti buone azioni segrete e su come evitarne di cattive. Alcune di queste lezioni sono state imparate, ma troppe di queste no” quindi, continua Divine, gli Usa si lasciano alle spalle le grandi azioni militari in Afghanistan e Iraq ed entrano in un nuovo periodo “nel quale le azioni segrete diventeranno davvero cruciali in luoghi come Iran, Pakistan, Syria e Ucraina.” Appunto.
La transizione egemonica mondiale e la resistenza ad essa degli Usa rendono quindi più instabili le condizioni dei paesi di confine fra Est e Ovest: in Europa, un tempo i Balcani, oggi l’Ucraina; nel Medio Oriente tutti i paesi, nessuno escluso. Gli altri non stanno a guardare. Non la Russia di Putin, né tantomeno le forze che hanno fatto del fanatismo religioso islamico la loro forza egemonica. Ognuno cerca di riposizionarsi in questo trapasso mondiale, ridisegnando i confini geografici di intere zone del mondo, ove è più funzionale la guerra civile potenziata e foraggiata che non la classica invasione militare. Le contraddizioni interimperialistiche – si sarebbe detto un tempo – si risvegliano in nuove forme. Il Califfato oggi è questo: non solo terrorismo diffuso ma soffocamento delle istanze libertarie, progressiste e anche laiche che erano presenti nelle primavere arabe, in particolare tra le donne ed i giovani, come nella resistenza palestinese, per la costruzione di un nuovo stato nel nome della reazione più pura e brutale

La Penisola della Filibusta

downloadAnna Lombroso per il Simplicissimus
Una volta c’erano le grandi famiglie, le banche, le aziende pubbliche e – dietro, ma molto presente, lo Stato. Oggi a farla da padrone ci sono le multinazionali, i colossi industriali e la finanza industriale, all’arrembaggio, come si addice a pirati a caccia di bottini facili e di prede ben disposte a farsi conquistare. Come siamo noi e il nostro sistema economico e sociale con la superiore consacrazione del premier, che in una intervista recente a uno dei suoi giornaloni amici, ha magnificato le svendite del patrimonio industriale del Paese: si tratta di “operazioni fantastiche”, che lui favorisce ricevendo la clientela a Palazzo Chigi, in modo che non sussistano dubbi sul suo appoggio incondizionato.
“ Non si attraggono gli investimenti esteri riscoprendo una visione autarchica e superata del mondo” , si entusiasma l’ardito tycoon coi soldi nostri. “Noi vogliamo portare aziende da tutto il mondo a Taranto come a Termini Imerese. Il punto non è il passaporto ma il piano industriale. Gli imprenditori stranieri sono i benvenuti in Italia se hanno quattrini e idee”.
È un modo nuovo e molto smart di intendere la competitività. Da trent’anni la politica di “sviluppo” di gran parte dei paesi industrializzati è stata investita da processi sconvolgenti di ristrutturazione e delocalizzazione di impianti e attività indirizzati a ammassare profitti nelle geografie nelle quali le condizioni originarie di povertà dei lavoratori, quadri normativi propizi e assenza di difese e garanzie, sistemi fiscali locali lo permettevano. Così investimenti di capitale in quello che ci ostiniamo a chiamare Terzo Mondo hanno trasportato segmenti rilevanti di processi e produzioni dove la classe operaia non aveva alle spalle la forza delle sue rappresentanze, acquisendo al tempo stesso nuovi mercati e nuovi “consumatori”. Intanto un nuovo “esercito industriale di riserva” è stato organizzato in forme nuove e sempre più spregiudicate, quello del precariato, promosso in forma bipartisan attraverso forme di lavoro a tempo determinato, permanentemente ricattabili e licenziabili.
Esulta il premier che non ha mai conosciuto il lavoro, per l’azione di trasformazione accelerata dell’Italia in quel Terzo Mondo, in modo da attrarre sempre di più investitori interessati a “operazioni fantastiche”: saccheggiare le nostre esigue finanze e le nostre risorse, muovere i capitali da una parte all’altra come tira il vento, promuovendo continue ristrutturazioni, decentramenti, subappalti, grazie alla benevolenza di un governo impegnato in intense attività filo imprenditoriali, dalla diminuzione del carico fiscale alle liberalizzazioni, dalla riduzione del potere dei sindacati, perfino con squallidi “taglia-permessi”, alla cosiddetta mobilità, alla limitazione delle varie forme di assistenza ai lavoratori, alla vendita di imprese e servizi pubblici ai privati.
Adesso il Cottarelli, cui viene dato credito a intermittenza, a seconda che la sua spending review corrisponda o meno agli ordini impartiti a Renzi Mani di Forbice da ben più alte autorità, prepara il terreno più fausto per la messa in liquidazione delle aziende pubbliche. Per carità sono tante – ma come al solito in questo Paese l’aritmetica è un’opinione affidata a istituti che non sanno e non vogliono usare nemmeno il pallottoliere: chi dice ottomila, che diecimila aziende, chi molte di più, in tutto o in parte di proprietà di Regioni, Comuni, Province variamente dedicate all’offerta di servizi, i più disparati, trasporti, allevamento, gioco d’azzardo, formazione professionale, commercio all’ingrosso e al dettaglio, spettacoli, turismo, accoglienza alberghiera. Tra queste, una su quattro (il 25%) registra un bilancio strutturalmente in perdita, il 20% il bilancio lo tiene ben nascosto. E poi ci sono quelle – quante? centinaia? – con un patrimonio negativo, debiti superiori al valore dell’azienda stessa. Per non parlare di quelle che offrono sì i servizi dovuti ma a costi superiori a quelli di mercato così che la Corte dei Conti ha emesso la sua sentenza: ammonta a 35 miliardi annui il loro peso economico, metà del quale, circa 17 miliardi, dissipato, sprecato, dilapidato.
Ma nei loro consigli d’amministrazione, tra i loro addetti c’è di tutto: amici degli amici, supporter, beneficati, grandi elettori, popolano bacini di consenso e laboratori instancabili di clientelismo e corruzione. Quindi inviolabili, intoccabili, così che la soluzione non è estirpare il male, bonificare il sistema, bensì svendere a quei privati che hanno dato dimostrazione delle loro capacità all’Ilva, come all’Indesit, alla Fiat, come all’Alitalia, a Telecom, che hanno a cuore profitti personali piuttosto che interessi generali, qualità delle prestazioni, efficienza dei servizi.
Le premesse ci sono tutte per completare il saccheggio operato da un capitalismo che non è più in grado di garantire margini di profitto e soddisfazione dell’azionariato sempre più rapace, con l’investimento nelle produzioni. La forma giuridica della società per azioni (Spa), sia interamente pubblica che mista, cioè pubblico-privata, che ha caratterizzato negli ultimi venti anni quasi tutti i servizi pubblici locali, costituisce il primo livello della privatizzazione. Così come gli affidamenti diretti, l’in house senza gara che non soltanto rappresentano una soluzione incostituzionale, ma che per di più facilitano collocazioni extra bilancio di ricavi e perdite e danno luogo al germinare di altre SpA incaricate, come in un perverso gioco di scatole cinesi irrintracciabili.
Ora il processo si completa: saranno i privati con speculazioni e aumenti delle tariffe a recuperare i costi del servizio, guadagnandoci. Mentre come al solito (basta ricordare il record di privatizzazioni che l’Italia ha segnato negli anni ’90, dal quale gli unici a trarne vantaggio furono quei gruppi di interesse nazionali ed esteri che beneficiarono dello shopping di scampoli di apparato pubblico a prezzi di saldo) saremo noi a perdere in prezzi e qualità. E in diritti di cittadinanza, dei quali fanno parte posta che viene recapitata puntualmente, bus in orario, acqua “pulita” e accessibile, uso “uguale” delle risorse: beni comuni si chiamano, nostri e inalienabili, come i diritti. Ed è per questo, per disarmarci, che ce li stanno rubando, contando su tanti complici, tanti beneficiari, anche quelli piccoli piccoli che sono tra noi.