sabato 28 febbraio 2015

Mattarella, e gli scribi dissero oooh di Antonio Padellaro, Il Fatto quotidiano

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Il presidente Mattarella decide di recarsi nella natia Palermo con un normale volo Alitalia rinunciando all’aereo di Stato. Oooh, dei grandi giornali stupiti davanti a tanto prodigio. Ma la sera dopo da Fazio, Luciana Litizzetto critica la scelta: bel gesto ma tra scorte e super-controlli, per i comuni passeggeri deve essere stato un bello stress; e dunque presidente la prossima volta, cortesemente, usi il volo blu di sua legittima spettanza.
Passa qualche giorno ed ecco il presidente Mattarella scarrozzato per Firenze a bordo di una vettura tranviaria con autorità al seguito. Doppio oooh dei grandi giornali, ma Franco Bechis di Libero non è d’accordo: calcolando il tram-busto provocato, scrive, se il buon Sergio avesse affittato una limousine avrebbe risparmiato. Come dicono a Roma, chi la vo cruda chi la vo cotta, anche se per sanare gli storici abusi della casta ci vuole altro che un sindaco ciclabile o un ministro appiedato se poi vengono immortalati come atti d’eroismo. Alcuni anni fa, nella foto del premier britannico Gordon Brown seduto nella metro londinese, colpiva l’assoluta naturalezza della situazione.
Anche il Bergoglio argentino usava i mezzi pubblici, cosa che farebbe volentieri anche oggi se gli fosse consentito. La casta che si maschera da “cittadino qualunque” con codazzo di scribi al seguito è fastidiosa come e forse più della casta al naturale che sfreccia lampeggiando. Siamo certi che Mattarella sarebbe felice, per dire, di andarsene a Ostia col trenino dei pendolari. Se non lo facesse sapere a nessuno sarebbe meglio.

Landini: «Sì, voglio fare politica» Ecco la rete oltre il lavoro



«Alcuni mi dicono: ma tu così vuoi fare poli­tica! E io rispondo: sì, voglio fare poli­tica!». Que­sta frase, pro­nun­ciata all’Assemblea dei metal­mec­ca­nici di Cer­via, potrebbe sem­brare quella che tutti cer­cano: l’ammissione di Mau­ri­zio Lan­dini, final­mente. Che dirada le neb­bie della «coa­li­zione sociale», diven­tata quasi il sacro Graal della sini­stra, per but­tarsi in poli­tica. Eppure no, non ci siamo ancora. Per vin­cere le accuse di ambi­guità, il segre­ta­rio Fiom cerca allora di spie­gare l’origine della «coa­li­zione sociale», e anche il suo signi­fi­cato, con esempi di vita quo­ti­diana. Innan­zi­tutto la genesi. Dob­biamo risa­lire agli anni Set­tanta, e poi spo­starci velo­ce­mente al set­tem­bre scorso. «Cosa face­vamo quando negli anni Set­tanta chie­de­vamo che l’1% degli utili di impresa non andasse al nostro sala­rio, ma a costruire ser­vizi sociali? Non chie­de­vamo asili e mense non solo per i lavo­ra­tori, ma per tutti i cit­ta­dini? Non era quello un punto di vista gene­rale? Il pro­blema è che abbiamo smesso di farlo, non che qual­cuno voglia farlo oggi». E ora, sì: «Alcuni mi dicono: ma tu così vuoi fare poli­tica! E io rispondo: sì, voglio fare politica!».
Frase che nel suo con­te­sto si com­prende meglio. Quindi Lan­dini riporta quell’esempio a oggi: «A Pomi­gliano metà lavo­rano e metà no. Allora con Libera abbiamo creato un fondo, che si ali­menta con gli straor­di­nari di chi lavora ma anche con altre dona­zioni, e potrà ser­vire a chi non rie­sce a pagare le bol­lette, a chi rischia lo sfratto».
La «coa­li­zione sociale» esce dai can­celli delle fab­bri­che e va a incon­trare i pro­blemi delle fasce deboli, ovun­que esse siano, che lavo­rino o no. L’esegesi ci porta poi al set­tem­bre scorso: «Nel docu­mento che pro­prio qui, da Cer­via, lan­ciava la mani­fe­sta­zione del 25 otto­bre con la Cgil, scri­ve­vamo che la coa­li­zione sociale ‘uni­fica le lotte per il lavoro e i diritti sociali, ed è fatta di lavo­ra­tori, stu­denti, pre­cari, disoc­cu­pati, migranti’».
Per con­cre­tiz­zare Lan­dini non cita la clas­sica tuta blu. «L’altra sera all’Autogrill la ragazza che ci ha ser­vito il caffè mi ha spie­gato che è un inge­gnere elet­tro­nico, e che lavora per 700 euro, con un con­tratto che scade tra 14 giorni. Se non me lo rin­no­vano, mi ha detto, vado all’estero». Un’assistente per gli anziani, rac­conta poi, «prima ha rifiu­tato lavori per 3,5 euro l’ora, poi per 3. Ma alla fine, quando l’hanno chia­mata per 2,5, non ce l’ha fatta: ‘Devo accet­tare — mi ha detto — ho una figlia pic­cola e il marito in cassa’. Ecco, que­ste per­sone qui, come le rappresento?».
Ci pen­serà, appunto, la coa­li­zione sociale. Che legherà diverse figure, di lavo­ra­tori e non, movi­menti, asso­cia­zioni, lo stesso sin­da­cato. E che un giorno potrebbe avere uno sbocco poli­tico, per­ché no, come Syriza o Pode­mos, ma per ora Lan­dini glissa: «I poli­tici fanno i poli­tici, e magari si con­fron­te­ranno con le mobi­li­ta­zioni che ven­gono dal basso». Lo spa­zio c’è, per­ché «nono­stante il genio di Firenze e Grillo, l’astensionismo aumenta».
Quindi si parte da «cose molto sin­da­cali»: «Il nuovo Sta­tuto dei lavo­ra­tori, un refe­ren­dum per abro­gare il Jobs Act, le rac­colte di firme per gli appalti e per can­cel­lare il pareg­gio di bilan­cio in Costi­tu­zione». Ma poi la lotta si allarga, e allora chissà: «Ci bat­te­remo con altri per la difesa dei diritti, per la casa, la salute, la lega­lità, per rein­ve­stire i beni con­fi­scati alle mafie».
di Antonio Sciotto, Il Manifesto

venerdì 27 febbraio 2015

In difesa della sanità pubblica italiana. Un’indagine sui Paesi OCSE, di Gaetano Perone, www.economiaepolitica.it

Da sempre il sistema sanitario italiano viene bistrattato e criticato per le sue (presunte e non)  copiose sacche di inefficienza e per gli sprechi che albergano nella gestione delle amministrazioni ospedaliere pubbliche [1]. Diversi scandali hanno nel tempo minato la credibilità di tutta l’architettura assistenziale statale [2], finendo per infondere un sentimento generale di forte sfiducia e pregiudizio e giustificando i duri attacchi politici e istituzionali, che auspicherebbero una veloce privatizzazione delle relative partecipazioni pubbliche [3].
Per questo motivo, abbiamo deciso di indagare sul fenomeno, provando a delineare un quadro complessivo e di massima dell’efficacia e dell’efficienza della nostra sanità (con riferimento all’ultimo quindicennio) comparando tali parametri con quelli dei Paesi afferenti all’OCSE (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), che ricomprende 34 fra le economie più industrializzate e avanzate del pianeta.

1. Qualità generale  dei sistemi sanitari
Per la valutazione del primo parametro, l’efficacia, consideriamo le medie di due variabili specifiche: l’aspettativa di vita alla nascita e il tasso di mortalità al di sotto dei 5 anni di vita, per il periodo 2000-2015.
Successivamente, ai fini dell’elaborazione di un indice sintetico dell’efficacia dei sistemi sanitari, procediamo alla standardizzazione degli scarti dalla media [4] delle variabili suindicate e al calcolo della loro media aritmetica semplice (a valori più elevati corrisponde una maggiore qualità del sistema ospedaliero), riportata nella tabella 1.
 
Come si evince chiaramente dalla tabella, l’Italia occupa la quarta posizione assoluta in graduatoria (e seconda nell’UE), sopravanzata solo da Giappone, Islanda e Svezia; mentre in fondo alla classifica troviamo Ungheria, Messico e Turchia, che si contraddistinguono per output assai poco virtuosi. Significativo anche il dato USA, abbastanza modesto; infatti, la potenza americana si piazza solo in 27esima posizione.
Quindi, con riferimento alla capacità di raggiungere gli obiettivi (massimizzazione dell’aspettativa di vita e minimizzazione del tasso di mortalità infantile), il Bel Paese mostra un valore largamente sopra la media (che è chiaramente pari a 0 [5]) e in controtendenza con diverse ricerche internazionali; tra le tante citiamo l’Euro health consumer index presentato annualmente a Bruxelles dalla società svedese Health Consumer Powerhouse. L’indice – che rappresenta un vero e proprio standard per la misurazione della sanità europea – nel 2013 relegava il nostro sistema sanitario appena al 20esimo posto su 35 Paesi europei analizzati [6].

2. La capacità di minimizzare gli sprechi
Tuttavia l’efficacia da sola non basta, bisogna anche essere efficienti; in altre parole è necessario raggiungere gli output prefissati minimizzando il dispendio di risorse. A tal proposito, introduciamo un indicatore elementare di efficienza rappresentato dalla spesa media sanitaria pro-capite (periodo 2000-2013) a parità di potere d’acquisto. Il primo passo consta nel mettere in relazione il livello medio di spesa con il livello medio di efficacia, al fine di verificare se tendenzialmente una spesa superiore permette di ottenere degli standard sanitari migliori. Il grafico 1 evidenzia che le variabili crescono effettivamente insieme. In particolare, il quadrante sinistro mostra che tutti i Paesi con una spesa media pro-capite inferiore a 1500 dollari (eccetto la Korea), hanno fatto registrare output molto modesti. Simmetricamente, la parte destra fornisce, invece, un’indicazione di massima sui Paesi che riescono meglio a gestire le proprie risorse; infatti, muovendo la nostra attenzione verso le nazioni allocate nel quadrante in basso a destra (maggiore efficacia e minore spesa), possiamo accertare l’ottima posizione dell’Italia, il cui sistema sanitario può essere annoverato fra quelli più virtuosi. Tra i Paesi più “generosi” in termini di spesa, invece, ritroviamo Svizzera (4.465,95), Norvegia (4.481,59) e gli USA, i quali comandano la classifica con ben 6.668,39 dollari di spesa pro-capite (esclusi dal grafico – insieme alla Turchia –  per evitare effetti “distorsivi), quasi il triplo della media OCSE (2.648,86) [7].

Tuttavia, la nostra disamina si propone di pervenire all’elaborazione di un numero indice di posizionamento relativo; quindi, nella tabella 2 abbiamo incrociato la spesa pro-capite con il grado di efficacia, calcolandone il rapporto (spesa/efficacia). La logica dell’operazione risiede in questo semplice ragionamento: un indice minore evidenzia un consumo di risorse inferiore in funzione dell’obiettivo. Infatti, se l’efficacia aumenta e la spesa diminuisce, l’indice tenderà a diventare sempre più piccolo [8]. Nella tabella seguente abbiamo riportato gli indicatori di efficienza per i 25 Paesi OCSE con efficacia sopra la media (valori positivi).

L’Italia si colloca in seconda posizione assoluta (e prima dell’UE), dietro al solo Giappone e davanti a Israele e Islanda. Nelle retrovie ritroviamo, invece, Slovenia, Portogallo e  la Danimarca che chiude mestamente la classifica.  Ma non è tutto.
L’output italiano risulta ancor più significativo se consideriamo un altro importante dato demografico che abbiamo fin ora ignorato: l’incidenza media della popolazione anziana sulla popolazione totale, calcolata per il periodo 2000-2013 (grafico 2). Infatti, è ragionevole attendersi che la spesa sanitaria sia – seppur parzialmente – funzione diretta del peso relativo della popolazione senile. Ebbene, l’Italia fa registrare una quota relativa particolarmente elevata (19,75%), che la pone al secondo posto della graduatoria, seconda – ancora una volta –  al solo Giappone (20,83%). In fondo alla classifica, invece, troviamo Cile (8,45%), Turchia (6,70%) e Messico (5,57%). A ulteriore dimostrazione del fatto che il nostro paese spende tutto sommato bene e relativamente poco.