martedì 16 agosto 2016

Desiderio di filosofia. Metafisica della felicità reale di Alain Badiou

WCreek HopperCome molti lettori sanno, Rimbaud utilizza una strana espressione, «le rivolte logiche», che fu anche titolo di una bella rivista fondata da Jacques Rancière e altri amici. La filosofia è qualcosa dello stesso ordine: una rivolta logica. È la combinazione tra un desiderio di rivoluzione – la felicità reale impone che ci si sollevi contro il mondo per com’è e la dittatura delle opinioni prefissate – e un’esigenza di razionalità – la pulsione in rivolta da sola non basta a raggiungere gli obiettivi che si prefigge.

Il desiderio di filosofia è appunto, in un modo estremamente generale, il desiderio di una rivoluzione nel pensiero e nella vita, tanto collettiva che personale, e ciò in vista di una felicità reale distinta dalla parvenza di felicità qual è la soddisfazione. La vera filosofia non è un esercizio astratto. Da sempre, fin da Platone, essa si erige contro l’ingiustizia del mondo. Contro lo Stato miserabile del mondo e della vita umana. Ma lo fa in un movimento che sempre protegge i diritti dell’argomentazione e che in ultima istanza propone una nuova logica all’interno dello stesso movimento con il quale essa libera il reale della felicità dal suo sembiante.
Mallarmé, dal canto suo, ci propone questo aforisma: «Ogni pensiero emette un lancio di dadi».
Credo che questa formula enigmatica indichi anche la filosofia. Il desiderio fondamentale della filosofia è quello di pensare e realizzare l’universale, tra l’altro perché una felicità che non sia universale, che escluda la possibilità di essere condivisa da qualunque altro animale umano capace di diventarne il soggetto, non è una felicità reale. Ma tale desiderio non è il risultato di una necessità. Esso esiste all’interno di un movimento che è sempre una scommessa, un investimento arrischiato. E in questo investimento del pensiero la parte del caso non è cancellabile.
È dunque dalla poesia che ricaviamo l’idea che vi sono quattro dimensioni fondamentali del desiderio che caratterizzano la filosofia, in quanto singolarmente orientata verso l’universalità della felicità: la dimensione della rivolta, quella della logica, quella dell’universalità e quella del rischio.
Non si tratta forse della formula basilare di un desiderio di rivoluzione? Il rivoluzionario desidera che il popolo si sollevi; che lo faccia in modo efficace e razionale e non nella barbarie e la furia; che la sua sollevazione abbia un valore internazionale, universale e non sia richiusa su una identità nazionale, razziale o religiosa; infine il rivoluzionario assume il rischio, il caso, la circostanza favorevole che spesso si dà solo una volta. Rivolta, logica, universalità, rischio: sono le componenti del desiderio di rivoluzione, sono le componenti del desiderio di filosofia.
Ebbene, io penso che il mondo contemporaneo, il nostro mondo, talvolta chiamato il mondo «occidentale», eserciti una forte pressione negativa sulle quattro dimensioni di un tale desiderio.
Anzitutto il nostro mondo è un mondo in parte inappropriato alla rivolta, o da essa non appropriabile. Non che non ve ne siano di rivolte, ma perché ciò che esso insegna o ha la pretesa di insegnare, è di essere nella sua forma realizzata già un mondo libero, un mondo nel quale la libertà è il valore organizzatore o un mondo tale per cui non occorre volerne o auspicarne uno migliore (in un senso radicale). Dunque, questo mondo dichiara di essere giunto, con delle imperfezioni (cosa che ci si sforzerà di correggere), alla soglia della propria liberazione interna, intima. E che insomma, in materia di felicità, è il mondo dal quale potersi aspettare le migliori proposte e le migliori garanzie.
Ma poiché questo mondo nello stesso tempo standardizza e commercializza le poste in gioco di tale libertà, la libertà che esso propone è una libertà di cattività, catturata da ciò cui è destinata nella rete della circolazione delle merci. Cosicché, in fondo, esso non è appropriato né all’idea di una rivolta che lo renda libero (vecchio tema, antiquato, della significazione stessa di ogni rivolta), poiché in un certo modo la libertà viene proposta dal mondo stesso, né è più appropriato a ciò che potremmo chiamare un uso libero di questa libertà, poiché la libertà è codificata o precodificata dall’infinito bagliore della produzione di merci e da ciò che a partire da essa l’astrazione monetaria istituisce. Ecco perché questo mondo ha nei confronti delle rivolte o della possibilità della rivolta una disposizione che potremmo definire insidiosamente oppressiva. In virtù della quale ciò che propone in merito alla felicità è già sospetto di corruzione latente.
Secondariamente, questo mondo è inappropriato alla logica e questo principalmente perché è sottomesso alla dimensione illogica della comunicazione. La comunicazione e la sua organizzazione materiale trasmettono immagini, enunciati, parole e commenti il cui principio assunto è l’incoerenza. La comunicazione, fissata dal regno della sua circolazione, giorno dopo giorno disfa qualunque legame e qualunque principio, in una specie di giustapposizione inaccettabile e sconnessa di tutti gli elementi che trascina con sé. Possiamo dire, inoltre, che la comunicazione ci propone in forma istantanea uno spettacolo senza memoria e che da questo punto di vista ciò che sostanzialmente disfa è una logica del tempo. Ecco perché sostengo che il nostro mondo è un mondo che esercita una forte pressione sul pensiero nel suo principio di consistenza e in un certo senso essa propone al pensiero una specie di dispersione immaginaria. Ma si può mostrare – e lo farò anche se in realtà lo sanno tutti – che una felicità reale è dell’ordine della concentrazione, dell’intensificazione, e non può tollerare ciò che Mallarmé chiamava «quei paraggi del vago in cui ogni realtà si dissolve».
In terzo luogo, questo mondo è inappropriato all’universale per due ragioni correlate. Anzitutto la vera forma materiale del suo universalismo è l’astrazione monetaria o l’equivalente generale. Nel denaro risiede l’unico segno effettivo di ciò che circola e universalmente si scambia. Poi, come sappiamo, perché questo mondo è allo stesso tempo un mondo specializzato e frammentario, organizzato da una logica generale delle specializzazioni produttive e da una tale enciclopedia dei saperi da poterne padroneggiare solo un esile frammento. Proponendoci simultaneamente una forma astratta e monetaria dell’universale e seppellendo sotto questa forma una realtà specializzata e frammentaria, questo mondo esercita una forte pressione sul tema stesso dell’universale nel senso in cui lo intende la filosofia. Tanto vale dire che la sua «felicità» è riservata a gruppi definiti e a individui concorrenti, i quali non mancheranno di difenderla come un privilegio ereditato contro la massa di coloro che non ne godono in alcun modo.
Infine, questo mondo è inappropriato alla scommessa, alla decisione azzardata, perché è un mondo nel quale nessuno ha più modo di lasciare la propria esistenza al caso. Il mondo, qual è ora, è un mondo dove regna la necessità di un calcolo di sicurezza. Niente è più sorprendente a questo proposito del fatto che l’insegnamento, ad esempio, sia organizzato in modo tale che risalga sempre più in alto la necessità del suo ordinamento al calcolo della sicurezza professionale e del suo adeguamento alle disposizione del mercato del lavoro. E che venga insegnato quanto prima che la decisione azzardata è figura da revocare e sospendere a vantaggio di un calcolo sempre più prematuro di una sicurezza che nel reale peraltro si rivela piuttosto incerta. Il nostro mondo consegna la vita al calcolo minuzioso e obbligato di questa dubbia sicurezza e ordina le successive sequenze esistenziali a partire da questo calcolo. C’è qualcuno che non sa che la felicità reale non è calcolabile? […]
Pongo dunque la seguente domanda: quale sarebbe il senso di scommettere l’esistenza, sottraendola all’imperativo di un calcolo di sicurezza personale, di gettare i dadi contro la routine, di esporsi a un azzardo qualunque, se non nel nome minimo di un punto fisso, di una verità, di un’idea, di un valore capace di prescriverci questo rischio? E senza questo punto di sostegno, come immaginare la forma generica della felicità di un Soggetto quale che sia? Confrontato alla scommessa e al frangente del caso attraverso il quale l’esistenza si investe nella propria novità, è allora necessario e ineludibile avere un punto fisso per riparo e appoggio.
Per preservare le quattro dimensioni del desiderio filosofico (rivolta, logica, universalità e scommessa) contro i quattro ostacoli che il mondo contemporaneo gli oppone (merce, comunicazione, astrazione monetaria e ossessione securitaria), occorre superare le tre dimensioni filosofiche dominanti: l’analitica, l’ermeneutica, la postmoderna. Vi è in effetti in queste tre opzioni qualcosa di troppo appropriato al mondo qual è, qualcosa che riflette esageratamente la fisionomia del mondo stesso. E, investita in queste opzioni, da esse organizzata, la filosofia finirà per sopportare, accettare la legge di questo mondo senza rendersi conto che negli ultimi tempi questa legge impone la scomparsa del suo desiderio.
Propongo allora di rompere queste cornici di pensiero per ritrovare o costituire all’interno di configurazioni rinnovate uno stile o una via filosofica che non sia né quella dell’interpretazione, né quella dell’analisi grammaticale, né quella dei bordi, degli equivoci e della decostruzione. Si tratta di ritrovare uno stile filosofico fondatore, deciso, alla scuola di quello che è stato lo stile filosofico e classico fondatore, di un Cartesio per esempio. Beninteso non è questione di fornire in questa introduzione anche solo un primo scorcio di quello che potrebbe essere il dispiegamento di una filosofia capace di sostenere la sfida del mondo preservando la radicalità del proprio desiderio.



da Alain Badiou, Metafisica della felicità reale, collana OPERAVIVA

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