domenica 10 dicembre 2017

“Potere al popolo” lancia la sfida. Il manifesto


Abbiamo aspettato troppo… Ora ci candidiamo noi!
Siamo le giovani e i giovani che lavorano a nero, precari, per 800 euro al mese perché ne hanno bisogno, che spesso emigrano per trovare di meglio.
Siamo lavoratori e lavoratrici sottoposte ogni giorno a ricatti sempre più pesanti e offensivi per la nostra dignità.
Siamo disoccupate, cassaintegrate, esodati.
Siamo i pensionati che campano con poco anche se hanno faticato una vita e ora non vedono prospettive per i loro figli.
Siamo le donne che lottano contro la violenza maschile, il patriarcato, le disparità di salario a parità di lavoro.
Siamo le persone LGBT discriminate sul lavoro e dalle istituzioni.
Siamo pendolari, abitanti delle periferie che lottano con il trasporto pubblico inefficiente e la mancanza di servizi. I malati che aspettano mesi per una visita nella sanità pubblica, perché quella privata non possono permettersela. Gli studenti con le scuole a pezzi a cui questo paese nega un futuro. Siamo le lavoratrici e i lavoratori che producono la ricchezza del paese.
Ma siamo anche quelli che non cedono alla disperazione e alla rassegnazione, che non sopportano di vivere in un’Italia sempre più incattivita, triste, impoverita e ingiusta. Ci impegniamo ogni giorno, organizzandoci in comitati, associazioni, centri sociali, partiti e sindacati, nei quartieri, nelle piazze o sui posti di lavoro, per contrastare la disumanità dei nostri tempi, il cinismo del profitto e della rendita, le discriminazioni di ogni tipo, lo svuotamento della democrazia.
Crediamo nella giustizia sociale e nell’autodeterminazione delle donne, degli uomini, dei popoli. Pratichiamo ogni giorno la solidarietà e il mutualismo, il controllo popolare sulle istituzioni che non si curano dei nostri interessi. In questi anni abbiamo lottato contro i licenziamenti, il Jobs Act, la riforma Fornero e quella della Scuola e dell’Università; contro la privatizzazione e i tagli della Sanità e dei servizi pubblici; per la difesa dei beni comuni, del patrimonio pubblico e dell’ambiente da veleni, speculazioni, mafie e corruzione, per i diritti civili; contro le politiche economiche e sociali antipopolari dell’Unione Europea; contro lo stravolgimento della Costituzione nata dalla Resistenza e per la sua attuazione. Per un mondo di pace, in cui le risorse disponibili siano destinate ai bisogni sociali e non alle spese militari. E ogni giorno ci impegniamo a costruire socialità, cultura e servizi accessibili a tutte e tutti.
Abbiamo deciso di candidarci alle elezioni politiche del 2018. Tutte e tutti insieme. Perché questo pezzo di paese escluso è ormai la maggioranza, e deve essere ascoltato. Perché se nessuno ci rappresenta, se nessuno sostiene fino in fondo le nostre battaglie, allora dobbiamo farlo noi. Perché siamo stanchi di aspettare che qualcuno venga a salvarci…
Abbiamo deciso di candidarci per creare un fronte contro la barbarie, che oggi ha mille volti: la disoccupazione, il lavoro che sfrutta e umilia, le guerre, i migranti lasciati annegare in mare, la violenza maschile contro le donne, un modello di sviluppo che distrugge l’ambiente, i nuovi fascismi e razzismi, la retorica della sicurezza che diventa repressione.
Abbiamo deciso di candidarci facendo tutto al contrario. Partendo dal basso, da una rete di assemblee territoriali in cui ci si possa incontrare, conoscere, unire, definire i nostri obiettivi in un programma condiviso. Vogliamo scegliere insieme persone degne, determinate, che siano in grado di far sentire una voce di protesta, che abbiano una storia credibile di lotta e impegno, che rompano quell’intreccio di affari, criminalità, clientele, privilegi, corruzione.
Potere al Popolo significa costruire democrazia reale attraverso le pratiche quotidiane, le esperienze di autogoverno, la socializzazione dei saperi, la partecipazione popolare. Per noi le prossime elezioni non sono un fine bensì un mezzo attraverso il quale uscire dall’isolamento e dalla frammentazione, uno strumento per far sentire la voce di chi resiste, e generare un movimento che metta al centro realmente i nostri bisogni.
Vogliamo unire la sinistra reale, quella invisibile ai media, che vive nei conflitti sociali, nella resistenza sui luoghi di lavoro, nelle lotte, nei movimenti contro il razzismo, per la democrazia, i beni comuni, la giustizia sociale, la solidarietà e la pace.
Affronteremo questa campagna elettorale con gioia, umanità ed entusiasmo. Con la voglia di irrompere sulla scena politica, rivoltando i temi della campagna elettorale. Non abbiamo timore di fallire, perché continueremo a fare – prima, durante e dopo l’appuntamento elettorale – quello che abbiamo sempre fatto: essere attivi sui nostri territori. Perché ogni relazione costruita, ogni vertenza che avrà acquisito visibilità e consenso, ogni persona strappata all’apatia e alla rassegnazione per noi sono già una vittoria. Non stiamo semplicemente costruendo una lista, ma un movimento popolare che lavori per un’alternativa di società ben oltre le elezioni.
Insieme possiamo rimettere il potere nelle mani del popolo, possiamo cominciare a decidere delle nostre vite e delle nostre comunità. Chi accetta la sfida?
#accettolasfida #poterealpopolo
Per sottoscrivere il manifesto scrivi a accettolasfida2018@gmail.com

venerdì 8 dicembre 2017

Gentilissimo Walter Veltroni,

Gentilissimo Walter Veltroni,
non ho mai avuto la fortuna di conoscerla, e probabilmente lei non ha idea di chi io sia. Sono una persona della sua generazione, un insegnante che da molti anni rivolge attenzione soprattutto ai giovani.
Leggo nell’intervista a “La Repubblica” che Lei è molto preoccupato per l’avanzata della destra e per i pericoli di crescente aggressività fascista. La capisco. Dirò di più, io credo che coloro che (come me, non come lei) hanno partecipato alle lotte sociali e si sono attivate per l’accoglienza degli stranieri e hanno alzato la voce contro il razzismo, debbano preoccuparsi non solo per la democrazia in generale, ma anche per la vita quotidiana.
Diversamente da lei non ho aspettato il dicembre 2017 per vedere l’onda nera. La vedo da quando, nel 1993 la Germania di Kohl e il Vaticano di Wojtila spinsero la Yugoslavia verso la guerra civile e verso il fascismo. Ora, finalmente, la vede anche lei, e di questo mi congratulo. Ma se posso chiederle qualcosa, mi perdoni, le chiederei di starsene zitto, magari di andare in Africa come aveva promesso di fare qualche anno fa.
Il problema è che tra i giovani senza futuro tra i cinquantenni scaraventati fuori dal mondo del lavoro, e i sessantenni costretti a continuare a lavorare fino allo sfinimento, la decisione di votare a destra è anzitutto una vendetta contro quelli come lei.
“Quelli come me?” la vedo chiedermi “Cosa vuol dire quelli come me?”
Glielo spiego subito: quelli come lei sono coloro che ci hanno presentato Sergio Marchionne come un esempio da seguire.
Se c’è qualcuno che ha preparato l’affermazione del fascismo che ora dilaga inarrestabilmente in tutta Europa, è lei, e quelli come lei. Come Tony Blair che ha portato a conclusione l’opera di Thatcher di distruzione del sistema pubblico inglese. Come Gerhardt Schroeder che prima di fare il consulente per Gazprom ha provocato un’ondata di precarietà e miseria tra i lavoratori giovani tedeschi con la legge HarzIV. Come François Hollande che ha promesso di difendere il salario e i diritti dei lavoratori poi una volta eletto ha imposto con la forza la legge El Khomri, che attacca i diritti acquisiti dai lavoratori e punta a imporre condizioni di precarietà.
Gentilissimo Walter Veltroni, se trova il tempo per farlo, le consiglio di ascoltare con attenzione il proclama letto dal giovane nazi skin che è entrato nei locali di Como senza Frontiere. Lo ascolti bene, perché se lo ascolta con attenzione capirà. Capirà che quel povero ragazzo ignorante esprime la frustrazione di milioni di persone che i “democratici” hanno consegnato alla violenza finanziaria, e trasforma la frustrazione in rabbioso razzismo dei perdenti (proprio come accadde in Italia e in Germania circa novant’anni fa).
Capirà che la ragione per cui milioni di giovani odiano lei, la democrazia e la stessa umanità, sta nel fatto che il salario di oggi è la metà di quello che era venti anni fa grazie ai governi di centrosinistra e grazie ai partiti democratici.
Capirà che in Europa come in America quel che i lavoratori e i giovani vogliono oggi è solamente la vendetta: la vendetta contro chi venti, dieci, cinque anni fa è andato al governo con i loro voti, e in cambio gli ha tolto tutto: i soldi per mandare i figli a scuola, la scuola pubblica, la sanità pubblica, la pace, il futuro e la speranza. Questo è quello che avete fatto voi democratici col vostro amico Sergio Marchionne.
La vendetta, purtroppo, non vuole sentire ragioni, e per questo ha già vinto. La vendetta è foriera di disastri, ma di quei disastri dobbiamo fin da ora ringraziare quelli come lei.
E’ quindi inutile fare appelli ragionevoli e continuare le politiche di devastazione sociale. Hanno vinto, io lo capisco ascoltando i discorsi degli studenti, leggendo i messaggi che ricevo in Facebook.
E’ bene sapere che la bestia è riemersa, e prepararsi. Prepararsi come? Inventando una cultura e una comunicazione che siano capaci di comprendere il nazi e di parlargli, e soprattutto battendosi per la redistribuzione del reddito, per il salario di cittadinanza, per la riduzione del tempo di lavoro-vita. A questo scopo occorre chiudere col fiscal compact e riprendersi le risorse che quelli come lei hanno consegnato al sistema bancario. Con quelle risorse potremmo ricostruire una società solidale, e  potremmo sostenere una politica di accoglienza che interrompa l’Olocausto che il suo collega Minniti ha scatenato nel bacino Mediterraneo.
Ecco, caro Veltroni: di lei non c’è bisogno. Lei è oggetto di odio e di disprezzo per la grandissima maggioranza delle persone per bene, e naturalmente anche di tutte le persone per male che sono diventate per male grazie a quelli come lei.
Franco Berardi Bifo

lunedì 4 dicembre 2017

Liberi e uguali, la sinistra di Grasso e quella che non si rassegna, di Francesca Fornario

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Ho seguito l’assemblea fondativa di quella che i giornali hanno definito per mesi la “lista unitaria”, anche se non sarà l’unica. Se non siete fan dei King Crimson faticherete a ricordare l’attuale formazione, poiché nei mesi sono stati sostituti diversi componenti: restano Sinistra italiana e Possibile, escono Rifondazione e i civici del Brancaccio riuniti da Tomaso Montanari e Anna Falcone, entrano Movimento democratico e progressista e Piero Grasso, resta in bilico Giuliano Pisapia, impegnato in un progetto solista, che sembrerebbe orientato a decidere con chi schierarsi dopo le elezioni, dato che prima non si sa chi vince.
In platea c’erano 1500 delegati dai territori a votare le proposte dell’assemblea ma non c’era niente da votare: né un programma – se ne parlerà a gennaio – né un nome, né un leader. Non c’erano mozioni, non ci saranno primarie. Roberto Speranza di Mdp, Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana, Giuseppe Civati di Possibile hanno dato per scontato che il capo politico del “quarto polo alternativo al Pd” sarà Piero Grasso, che fino a ieri era nel Pd.Grasso, intervenuto in quanto capo politico a chiusura dell’assemblea, ha a sua volta dato per scontato e che il nome della lista sarà “Liberi e Uguali”, declinato al maschile, per una lista di quattro maschi: le delegate – immagino lo scoramento – e i delegati devono averlo intuito incrociando le indiscrezioni dei giornali e lo slogan che Grasso ha scandito per tre volte alla fine del suo intervento.
Nessuno dei quattro ha però citato la legge Fornero, il Fiscal compact, il pareggio di bilancio frettolosamente inserito in Costituzione, l’abolizione della Buona Scuola, dello Sblocca Italia, del Jobs act. Nessuno di questi provvedimenti è stato mai evocato, per l’intera mattinata. Gli interventi hanno seguito la traccia del documento unitario di Mdp, Possibile e Sinistra Italiana che Tomaso Montanari aveva rispedito ai mittenti definendolo “inaccettabile”, incompatibile con gli scopi del Brancaccio, che non si dava l’obiettivo di fare il socialismo ma almeno quello di abolire la legge Fornero.
Probabile, ma non sono sicura che evitare l’argomento, come fanno i fidanzati che tornano insieme dopo un tradimento, sia una buona idea. O ci si pente per gli errori del passato e ci si scusa e si spera che gli elettori siano disposti a perdonare, o si rivendicano quelle scelte come fa Matteo Renzi, puntando però a un elettorato diverso da quello che dal Pd si è sentito tradito o mai rappresentato.
Nel racconto dell’Italia impoverita descritta da Grasso, Fratoianni, Speranza e Civati, nessuno dei quattro “Liberi e Uguali” ha indicato i responsabili dello sfruttamento dei lavoratori che andavano evocando. Nessuno si è scagliato contro le politiche neoliberiste che hanno smantellato le tutele dei lavoratori e rafforzato quelle della grande impresa. Nessuno ha promesso battaglia contro chi ha salvato le banche invece delle persone.
L’unica lavoratrice invitata a parlare è stata Laura, operaia Melagatti. Ha raccontato di come i dipendenti della ditta Veronese si siano avvicendati nel laboratorio per tenere vivo il lievito madre e riprendere la produzione nonostante l’azienda sia in concordato e i dipendenti dispensati dal lavoro: “La nostra non è stata una protesta – ha precisato mite – perché a Verona noi non.. beh, non…” e non trovava le parole per dire che a Verona non si usa, non si protesta davanti ai cancelli della fabbrica. Non era un picchetto, il loro era “Diciamo un presidio di resistenza”, ha concluso Laura con gentilezza, ringraziando tutti e ricordando che i lavoratori Melegatti sono ancora a rischio licenziamento.
“C’è un’onda nera che monta nelle periferie delle nostre città”, denuncia correttamente Grasso, ma non sono quattro fascisti che hanno impoverito e vessato milioni di italiani. Quattro fascisti cavalcano strumentalmente la rabbia e la paura come fa Salvini – che non a caso minimizza il gesto violento dei fascisti – ma non sono loro la causa della povertà che in dieci anni è triplicata, dell’esodo di massa dei giovani, della disoccupazione che in dieci anni è raddoppiata, dell’emergenza abitativa, del fatto che più di 11 milioni di italiani rinunciano alle cure mediche perché non hanno i soldi per pagarle.
È per questo che si stanno riunendo a migliaia, in tutta Italia, in risposta all’appello dei giovani dell’Ex Ospedale psichiatrico giudiziario – Je so pazzo. Non si riconoscono nella sinistra che non ha nemici e vogliono dare vita a una lista popolare che metta al centro la lotta alle politiche liberiste che hanno impoverito il 99 per cento a vantaggio dell’uno per cento. Hanno abbozzato un programma e si riuniranno ancora a Roma domenica 17, in un luogo da definire, perché le adesioni sono già migliaia e alla prima assemblea, convocata quando era saltata quella del Brancaccio, avevano riempito il Teatro Italia. Hanno aderito Rifondazione, l’Altra Europa, i consiglieri comunali e gli iscritti che in diverse città si sono autosospesi da Sinistra Italiana in polemica con la decisione del partito interrompere il percorso del Brancaccio. Hanno aderito l’Usb, il Partito comunista italiano, i No Tav, decine di collettivi universitari, i centri sociali, vecchi e giovani che non si erano mai visti e che non sapevano di lottare dalla stessa parte, per le stesse cose. 
“Pensate che sia una cosa fattibile?!” ho chiesto alla vigilia della prima assemblea, poiché avevano l’aria di non essersi posti la domanda. “Pensiamo che sia una cosa che va fatta”, mi hanno risposto, con l’aria di chi si era posto questa domanda qui. Spesso la sinistra fa le cose sbagliate, ho pensato, perché si fa le domande sbagliate: “Come facciamo a rientrare in Parlamento?”
Ho seguito tutte le assemblee di tutte le sinistre e solo lì mi sono sentita nel posto che troppo spesso, nella vita sono due. Quello dove bisogna stare e quello dove si sta bene. A scuola e a ricreazione, al lavoro e in vacanza. Sono una sentimentale? Sicuro, ma ne faccio una questione politica.
Da donna, ragiono spesso sulla fortuna che mi è toccata in sorte rispetto alle mie sorelle che in passato e ancora oggi in gran parte del mondo, vengono obbligate a sposare l’uomo che le famiglie scelgono per loro. Penso a quante poche di noi hanno avuto la fortuna di conoscere l’amore e viverlo.
«E Poi?», le ho chiesto. “Poi, ho sposato Giovanni”.
Sono tanti gli elettori di sinistra rassegnati a sposare Giovanni. Soprattutto i più anziani. Lo fanno in buona fede, per difendere il poco che resta. Alla prima generazione che guadagna meno dei padri, la prima senza il posto fisso, senza le ferie, senza la casa e la pensione, a loro che è rimasto poco da difendere e tutto da riconquistare rispetto ai genitori e nonni, tranne il fondamentale diritto a non sposare Giovanni, viene più naturale partire da qui: stare con chi ti fa battere il cuore. Non è fattibile finché non si fa. Con chi è in buona fede, da una parte e dall’altra, ci si ritroverà, perché non si sta insieme nelle liste, si sta insieme nelle battaglie.

sabato 25 novembre 2017

«Sinistra italiana ripete gli errori del passato, mi dimetto» di Giovanni Caporale

Pubblichiamo la lettera con la quale Giovanni Caporale si dimette da segretario provinciale di Sinistra italiana di Cosenza. Il testo è indirizzato al segretario regionale della Calabria di Sinistra Italiana, Angelo Broccolo, al presidente dell’assemblea regionale della Calabria di Sinistra Italiana, Domenico Panetta, al presidente dell’assemblea provinciale di Cosenza Mario Caferro e ai componenti della segreteria provinciale di Cosenza Antonio Astorino, Emma Caferro, Francesco Capano, Antonio Cofone, Nicola Corbino, Raffaella Fortunato, Francesco Imbrogno, Franca Maritato e Alessandro Mazzotta.
Carissimi compagni,
ho condiviso profondamente la strada fin qui percorsa dal partito di Sinistra Italiana: costruire un progetto di società visto da sinistra, alternativo alle politiche di centro sinistra praticate in passato con scarso costrutto in alleanza con il partito democratico.
Mi avrete sentito dire molte volte, e lo ripeto anche oggi, che la necessità di un partito della sinistra nasce dall'osservazione che dal punto di vista dei dati economici nell'ultimo quarto di secolo il divario poveri - ricchi è  aumentato sia che governasse il centro sinistra, sia che governasse la destra. L'altro obiettivo che c'eravamo posti era l'unità delle forze della sinistra, anch'esso condiviso pienamente. Grande entusiasmo aveva destato in me l'energia profusa dal partito nel sostegno al NO alla riforma Costituzionale, così come la partecipazione all'esperienza del teatro Brancaccio, sembrava davvero la strada giusta per coinvolgere tutto quel mondo che è sostanzialmente di sinistra ma che non si riconosce nei partiti, non senza buone ragioni.
Il passaggio del Brancaccio è cruciale. Infatti, attraverso un meccanismo democratico e partecipato si potevano integrare tutte le forze della sinistra, sempre che fossero disponibili a mettersi realmente in gioco, senza percentuali di seggi garantite e senza accordi spartitori e ferma restando la totale alternatività del progetto rispetto a quello del Partito Democratico. Per essere chiari, all'interno di questo percorso e a queste condizioni la presenza di Mdp era, a mio avviso, non solo gradita ma addirittura necessaria: l'unità della sinistra significa che tutte le culture di sinistra devono ritrovarsi. E' del tutto evidente che chi avesse contribuito agli errori del passato in maniera determinante, non doveva essere escluso ma, mostrando di aver scelto un'altra strada, avrebbe potuto dare il suo contributo come “padre nobile”.
Mi sembra che, dopo molti passi fatti nella direzione giusta, si sia abbandonato il percorso intrapreso, percorrendo la strada dell'accordo di vertice e dell'abbandono del progetto inclusivo costruito dal basso. La posizione di Mdp sulla quale convergiamo non mi pare sia dotata della chiarezza necessaria. È ragionevolmente certo che non alle prossime elezioni non saremo alleati del Pd. Però quello che succede dopo non è sufficientemente chiaro: non è escluso che il nostro progetto politico, alternativo al Pd, serva a portare in parlamento una forza politica che poi costituirà un'alleanza con il Pd. Insomma, aldilà dei proclami, di fatto rafforzeremmo un governo di cui ci dichiariamo fieri oppositori.
Peggio è il percorso delle assemblee in corso, non prendiamoci in giro: non sono assemblee aperte ma sono la sanzione di accordi con percentuali prestabilite fra l'altro non a nostro vantaggio. Siamo i soci di minoranza.
Si è passati da un progetto che ci vedeva leader di una sinistra autonoma e autorevole, all'essere gregari di un progetto complementare all'azione del governo. Non si può dubitare che parte rilevante dei nostri alleati limiti la propria ragion d'essere all'influenza che potrebbero avere sulle vicende interne del Pd e sulle politiche del Pd.
Chi scrive ha abbandonato il Pd anni fa perché non ne condivideva più il progetto fondamentale, sia perché con i governi sostenuti da spezzoni del centro destra o dall'intero centro destra, il progetto fondamentale era radicalmente cambiato, sia perché ci si è resi conto che la visione fin dal principio proposta era inefficace a mutare gli assetti fondamentali economici internazionali: non si proponeva una visione diversa di economia e di società ma ci si limitava a cercare di arginare il capitalismo finanziario dilagante senza combatterlo apertamente. Non ci si deve stupire che il capitalismo finanziario e il liberismo abbiano stravinto negli ultimi decenni.
Sinistra Italiana deve rappresentare un'alternativa a questo disegno politico, stiamo invece supportando un progetto politico che è parte di questo quadro, proponendo sostanzialmente un “ritorno al passato”, cioè alle politiche fallimentari del centrosinistra. La soluzione agli errori del passato non è ripeterli ma cambiare. L'unità della sinistra deve essere attuata sulla linea del cambiamento. Le classi dirigenti responsabili delle politiche del centrosinistra possono partecipare, costituendo comunque un'esperienza storica di sinistra, ma cambiando politica.
Pare invece che il cambiamento lo pretendano da noi e noi non abbiamo la forza di imporci nei numeri e nelle idee. Mi pare evidente che ci sia il terrore di non arrivare in Parlamento, ma chi pensa che basti arrivare in Parlamento per salvare il progetto, non si rende conto che questo significa “tagliare il ramo su cui si è seduti”: rimarrà un seggio ma il progetto non avrà più la credibilità necessaria per convincere la società civile e soprattutto i moltissimi che non votano.
A livello regionale la situazione è anche più grave.
Già da tempo il nostro partito ha formulato un giudizio nettamente negativo sul Governo Regionale in Calabria con il quale non intendiamo collaborare, una scelta che fra l’altro ci ha privato di rappresentanza in consiglio regionale, un prezzo pagato senza battere ciglio perché un partito che nasce deve dimostrare la sua credibilità.
Non si è credibili se, il giorno stesso in cui si partecipa a una protesta contro il governo regionale,  si subisce passivamente l’ingresso nella compagine che andrà a costituire il partito unitario della sinistra di consiglieri sostenitori di Oliverio e ex assessori regionali, di cui ci sfugge la presa di distanza rispetto alla inettitudine politica dimostrata dal governo regionale.
Qui in Calabria celebriamo in questi giorni un matrimonio con Mdp, così come in tutta Italia, ci sembra il minimo che il nostro consenso debba passare da una richiesta di chiarezza sul loro punto di vista sulla giunta Oliviero. Non è possibile celebrare matrimoni a scatola chiusa, poco importa che oggi si parli di questioni nazionali, qui in Calabria agli elettori dobbiamo mostrarci con delle prese di posizione chiare o la nostra credibilità, unico patrimonio in assenza di pacchetti di voti e notabili, ne verrà irrimediabilmente lesa.
Chi scrive, non si riconosce nel percorso intrapreso nell'ultimo mese dal partito. Chiede con forza la riapertura del percorso del Brancaccio, abbandonando pratiche antiche di accordi a tavolino che cadono dall'alto, ma accettando i rischi di rivolgersi a platee più ampie anche se incerte. Ci vuole coraggio.
Poiché è del tutto evidente che il percorso politico attuale non va in questa direzione, mi dimetto da segretario provinciale per Cosenza di Sinistra Italiana, non ritenendomi idoneo a rappresentarne la linea politica. Confidando in un cambio di rotta, continuerò a rimanere all'interno del partito esprimendo le mie posizioni in autonomia, certo che non sarò il solo.
Rimane immutata la mia stima per tutti i compagni di viaggio incontrati nel percorso di costruzione dei partito, non farò mancare il mio impegno pur mantenendo le posizioni che ho sopra indicato. 
Giovanni Caporale

Dalla Casta al lavoro sociale, (forse) c'è vita per i partiti

 Partendo dalla degenerazione attuale, un libro di Fulvio Lorefice ragiona sull'utilità della forma partito che nel Novecento ha rappresentato l'organizzazione più efficace per le lotte popolari. Ed oggi? I partiti si possono salvare soltanto se riscoprono le pratiche di mutualismo e ricostruiscono un tessuto sociale col Paese. La vecchia Syriza e Podemos sono due modelli interessanti da seguire.

di Giacomo Russo Spena

Della lotta alla Casta il M5S ci ha fatto una ragion d'essere. Già prima, i radicali di Marco Pannella si sono battuti contro la "partitocrazia italiana". Un Sistema di potere. Ad oggi, perché mai un giovane dovrebbe iscriversi ad un partito politico? La loro crisi è tangibile, la degenerazione è lampante. Sono passati, col tempo, dall'essere organizzazioni di massa sancite dalla Costituzione (art 49) a ceti di nominati, persino collusi con establishment e poteri forti. Pensiamo all'inchiesta di Mafia Capitale, a Roma, che ha certificato la connivenza dei partiti, in maniera bipartisan, con "il mondo di sotto" per utilizzare il termine dell'ex Nar Massimo Carminati, ora agli arresti.

Ma – qui bisogna interrogarsi – ha senso riformare i partiti o il problema risiede nella stessa forma partito? Se lo chiede il ricercatore Fulvio Lorefice che recentemente ha scritto per Bordeaux edizioni "Ribellarsi non basta": un libro che ha il coraggio di andare controcorrente e analizzare il rapporto tra organizzazione e risultati concreti di avanzamento delle classi sociali più deboli, dando un taglio storico alla discussione.

"Il tema della strutturazione della società, della connessione delle sue articolazioni deboli e della forma della loro coscienza, è oggi più che mai cruciale" sostiene l'autore che sviluppa la sua ricerca da un preciso punto di vista: nel Novecento il partito è stato lo strumento più efficace di emancipazione per le classi subalterne. Lo stesso Antonio Gramsci scriveva che la spontaneità deve essere incanalata ed integrata in una direzione consapevole: "Questo è il compito del partito politico che lotta per l'egemonia".

Nella prima parte del libro l'autore conduce un'analisi storico/politica sulla crisi dei partiti e, più in generale, della rappresentanza. Qui risalta l'egemonia totalizzante dell'ideologia neoliberale. Fin dall'Unità d'Italia, i ceti dominanti avrebbero identificato la propria rappresentanza con le forme del potere, mentre gli sfruttati hanno avuto bisogno dell'organizzazione del partito. In passato – argomenta Lorefice – le elite avrebbero aspramente lottato contro la nascita dei partiti, ritenuti veicolo di sovversivismo "in quanto organizzatori delle istanze proletarie". Non a caso, il Pci di Palmiro Togliatti, nel secondo dopoguerra, denunciava la lotta dei padroni "contro la partitocrazia" che logorava lo spirito democratico e "apriva la strada ad avventure reazionarie". Ora è tutto diverso. Un'altra fase.

Nel libro si traccia la degenerazione degli attuali partiti. Ai vertici una classe dirigenziale screditata agli occhi dei cittadini i quali associano – lasciandosi ad andare a facili demagogie – il "partito" ad ogni forma di ruberia possibile, ai privilegi dei politici e ai loro vitalizi. Sono gli anni della post democrazia e della crisi della rappresentanza. I partiti di massa, come li abbiamo conosciuti nel Novecento, sono un lontano ricordo, così come le sezioni e il radicamento territoriale. Viviamo l'epoca dei "partiti liquidi" dove lo scontro tra diverse posizioni si focalizza sul terreno mediatico. "Meglio un tweet che visitare le periferie disagiate" è il pensiero che va per la maggiore.

Il vertiginoso calo degli iscritti, a sinistra come a destra, dimostra come la disaffezione della gente sia totale. E l'astensionismo esprime una precisa connotazione (per intenderci) di classe. Sono i settori popolari a scivolare verso il disimpegno e quelli più sfiduciati nei confronti della politica e dei corpi intermedi.

Delineato lo status quo, il secondo capitolo del libro si intitola, significativamente, "Gramsci nel Mediterraneo" soffermandosi sulle due esperienze, nel campo della sinistra, più interessanti in Europa: Syriza e Podemos.

Il partito di Tsipras, mentre era all'opposizione e al potere c'era ancora la destra di Neo Demokratia, ha rappresentato un'alternativa valida al disastro dei memorandum imposti dall'Europa: ha contribuito a far nascere nel Paese mense del mutuo soccorso, ambulatori e farmacie popolari, riallaccio di utenze, cooperative socio-lavorative per disoccupati, fabbriche recuperate e altre esperienze di autogestione. "Mutualismo" era la parola magica per contrapporsi al disastro umanitario causato dall'austerity. In quella fase Syriza creava un sistema nato dal basso che si sostituiva alle manchevolezze dello Stato: dove non arrivava il welfare, arrivavano le forme di autorganizzazione dei cittadini ellenici.

Così Podemos, in Spagna, è figlio del movimento degli Indignados che è riuscito a rompere lo storico bipartismo spagnolo Psoe/PP attaccando la "Casta", intesa non soltanto come ceto politico – come nel caso italiano - ma anche come oligarchia formata da banchieri ed imprenditori (corrotti). Tutti i dirigenti, a partire dal leader Pablo Iglesias, provengono dalle proteste No War e alterglobaliste o dalle recenti piazze indignate del 2011. "Podemos è un partito, ma pensato con una logica di movimento" afferma il responabile culturale Jorge Lago. Rompe culturalmente col Novecento, rifiutando ogni collocazione a sinistra dello scacchiere politico. Una posizione - dettata dagli studi del post marxista Ernesto Laclau - abilmente riassunta dall'espressione, ripetuta da Iglesias, "il potere non ha paura della sinistra, ma piuttosto del popolo". Il segreto starebbe nel costruire la sinistra, senza nominarla. E il partito avrebbe senso soltanto se in relazione coi movimenti e le realtà sociali.

La domanda fondativa, infatti, è quella che l'autore trae dal professor Alfio Mastropaolo, esperto della cosiddetta antipolitica: "Come può in una società così complessa operare una democrazia senza partiti, evitando che si trasformi in una democrazia plebiscitaria?". Il tema vero non è il "se", ma il "come" organizzarsi. Lorefice ci chiama a riflettere, rifuggendo da dogmatismi, a due esperienze della "periferia" della politica italiana: i "Luoghi Idea(li)", cioè la sperimentazione tracciata da Fabrizio Barca nel Pd, con un coinvolgimento molto marginale del partito. E il "partito sociale", nato all'interno di Rifondazione Comunista, sperimentato in alcune federazioni e oggetto di riflessioni congressuali. Può un partito centralizzato, con una propensione totalizzante, riunificare ciò che il neoliberismo ha diviso?

I partiti vanno separati dallo Stato, riportati nella società: evitano la deriva oligarchica, e la degenerazione odierna, solo se si socializzano nelle pratiche. Lorefice parla dei circoli come nuovi "sindacati territoriali". Altrimenti la politica muore. E trascina con sé la crisi della democrazia costituzionale. Il rischio è che nell'assenza delle organizzazioni e dei corpi intermedi si generino pulsioni vandeane, populiste e razziste. Va, allora, accettata secondo l'autore la sfida della "complessità", contro il "monoteismo" economicista e politicista.

Il sociologo Luciano Gallino, nel suo ultimo testo, scrive di "cattura cognitiva", perché dinanzi ai grandi, radicali problemi del nostro tempo la destra e la sinistra hanno programmi simili. E' questa la base del pensiero, anzi della "ragione unica". Di fronte ad un popolo che non esiste più in quanto tale, muto e atomizzato, il primo compito è ricostruire perfino le componenti rituali, i luoghi dello "stare insieme": nuove case del popolo, camere dei lavori territoriali, pratiche dell'autogestione, mutualismo, spazi della coalizione sociale. Sperimentare nuove forme di partecipazione e servizi dove lo Stato non riesce più a giungere.

Un partito, in definitiva, funzionerebbe soltanto se coniuga due stringenti questioni d'attualità: il conflitto sociale e la solidarietà. "Il nesso che sembra volersi  ricostruire – si legge nel libro – è quello relativo all'efficacia dell'azione politica: la capacità cioè di produrre cambiamenti materiali, concreti, tangibili e quindi identità, legittimità e senso". Lorefice ci ricorda l'importanza del basso e il grande tema della connessione tra vertenzialità e mutualismo. Il partito o intercetta i bisogni delle persone riacquisendo una parvenza di utilità o non è. E non sarà. 

mercoledì 22 novembre 2017

Lettera aperta alle compagne e ai compagni di Sinistra Italiana di Maurizio Acerbo

Lettera aperta alle compagne e ai compagni di Sinistra Italiana 
Care/i compagne/i,
Rifondazione Comunista non ha mai rinunciato a un approccio unitario a sinistra.
Non a caso – come ha sottolineato Tomaso Montanari – siamo stati l’unico partito che è rimasto dentro il percorso partecipato del Brancaccio.
Lo abbiamo fatto con la consapevolezza che solo attraverso una forte discontinuità e rottura col passato sarebbe stato possibile costruire una lista di sinistra unitaria e credibile.
Le questioni che abbiamo posto sono quelle echeggiate in decine di assemblee in tutta Italia.
Ne riepiloghiamo alcune perché non ci stancheremo mai di ripeterle.
-         Programma radicale e di rottura con le politiche neoliberiste degli ultimi 25 anni.
-         Profilo politico chiaro: impossibile qualsiasi alleanza con il PD prima e dopo le elezioni, perché va  ricostruita la sinistra, non riproposto il centrosinistra.
-         Percorso partecipato e criteri per le liste che garantiscano rinnovamento profondo e un profilo non inchiodato ai governi di centrosinistra responsabili delle politiche neoliberiste.
Nessuno di questi aspetti è presente nella proposta di lista che sarà ufficializzata il 3.
Non c’è radicalità programmatica, non c’è profilo chiaro e infatti Bersani dà appuntamento nel prossimo parlamento al PD, saranno candidati  gli uomini di governo del passato.
Mancano persino l’abolizione della legge Fornero, del Fiscal Compact, del pareggio di bilancio inserito ai tempi di Bersani nella Costituzione minandone le fondamenta.
Il risultato non è la «sinistra nuova e radicale» invocata dal Brancaccio ma semplicemente il vecchio centrosinistra – quello che sostenne il governo Monti e/o la successiva coalizione Italia Bene Comune – che si contrappone al Pd renziano.
In queste condizioni come si può pensare che Rifondazione possa sostenere liste bloccate che per gran parte rappresenterebbero un centrosinistra con cui abbiamo rotto da lunghissimo tempo?
Come si può pensare che la sinistra radicale o antiliberista possa far votare liste bloccate con candidati che nel prossimo parlamento potrebbero ritrovarsi col PD o in un «governo del presidente » a votare altre misure antipopolari come hanno fatto fino a pochi giorni fa?
Come si può pensare che le persone che per anni si sono battute contro il neoliberismo, la guerra e per i beni comuni possano farsi rappresentare da quei leader che nel passato sono stati gli alfieri del blairismo?
Noi non abbiamo posto veti pregiudiziali coscienti che nel paese è forte la domanda di unità in quel poco di popolo di sinistra che residua da 25 anni di delusioni.
Però abbiamo posto – come ha fatto lo stesso Brancaccio – l’esigenza di un’indispensabile discontinuità.
Il risultato di aver negato persino la legittimità di queste questioni è che il 3 dicembre darà vita a una lista che rappresenta uno scontro dentro ai gruppi dirigenti del centrosinistra – e giornalisticamente viene rappresentata come la rivincita di Bersani e D’Alema – e che viene vista più come espressione di una lotta di potere che come strumento di riscossa per i ceti popolari. Tutto il contrario di quel che accade nel resto d’Europa dove ovunque è cresciuta raccogliendo grandi consensi e attivando partecipazione e entusiasmo una sinistra radicale che ha forti caratteristiche anti-establishment e di rottura con le classi dirigenti responsabili delle politiche antiliberiste.
Questo esito è stato determinato innanzitutto dalla scelta di SI di non investire sull’unità con le formazioni della Sinistra Europea come Rifondazione Comunista e Altra Europa nè sul Brancaccio. 
Anche l’ultima assemblea nazionale di SI ha visto la bocciatura delle pur timide proposte dei settori che cercavano di riaprire il dialogo con chi ha partecipato al Brancaccio.
Ci rivolgiamo ai dirigenti e ai militanti di SI chiedendo il coraggio di una svolta nel segno della ricerca dell’unità con chi le politiche neoliberiste le ha contrastate, con chi in Europa sta dalla parte delle forze che si battono contro i trattati nel GUE e nel partito della Sinistra Europea. E concretamente chiediamo di affrontare le questioni ineludibili poste da Rifondazione Comunista e dallo stesso Montanari.
Noi stiamo lavorando a partire dall’assemblea del Teatro Italia affinché una lista di sinistra nuova e radicale sia presente alle prossime elezioni e proprio per questo riproponiamo il tema dell’unità: serve una sinistra antiliberista nettamente alternativa al PD e al centrosinistra e vi invitiamo a costruirla insieme.

lunedì 20 novembre 2017

Francesca Fornario a Je so’ pazzo: «Grazie compagni belli!»

Francesca Fornario ringrazia Je so’ Pazzo: Mi sentivo monca a sostenere politicamente i compagni che inseguivano chi abbiamo combattuto insieme

di Francesca Fornario
“Compagni belli, voglio ringraziarvi e dirvi che mi sono sentita nel posto che nella vita, troppo spesso, sono due: quello dove bisogna stare e quello dove si sta bene. In classe e a ricreazione, a scuola e al lavoro.
Da essere umano spesso rifletto sulla fortuna che ho. La contemplo per poterla rimettere in circolo.
Da donna, medito ogni giorno sulla fortuna che ho pensando alle mie sorelle che quasi sempre, nella storia e nel mondo, sono sono costrette a sposare l’uomo che le famiglie scelgono per loro. Rifletto su quante poche hanno potuto conoscere l’amore e viverlo:
«Sono stata innamorata di un solo uomo», ci raccontava durante un’intervista una mondina che aveva sognato di fare la sarta ed era sposata da sessant’anni: «Avevo quindici anni, lui mi faceva battere il cuore!» «E Poi?» «Poi ho sposato Giovanni».
Sono tanti gli elettori rassegnati a sposare Giovanni.
Ieri, al Teatro Italia, ci è battuto forte il cuore. Confido sia stato così per quelli che sono accorsi e per i molti che arriveranno.
Voi siete stati meravigliosi: Viola, Manuela, Saso. Avete tutti trasmesso il senso di urgenza e di responsablità, dato voce alla protesta e alla visione. Lo avete fatto con passione e non con rabbia, con intelligenza e non con sarcasmo, con fermezza e (senza perdere la) tenerezza. Avete rovesciato la retorica velenosa di Renzi, Grillo, Salvini, Berlusconi, D’Alema: il sarcasmo, la supponenza, l’allusione maligna, il distacco, il disprezzo per chi non ce la fa e per chi viene sconfitto.
È già questa una vittoria: il popolo non si comanda e non si combatte, non si ignora e non si sfotte. Del popolo, delle persone, bisogna avere cura. Avere considerazione e compassione. Nel senso etimologico del patire insieme, del farsi carico del dolore e del disagio gli uni degli altri come vi ho visto fare ogni giorno in questi anni. Per questo vi viene facile il comunismo: sortire soli dal bisogno è avarizia, sortirne insieme è politica, diceva Don Milani.
Ho ascoltato con attenzione tutti gli interventi. Un censimento dei bisogni e dei desideri, delle lotte e degli slanci. Ora bisogna mettere i presidi a sistema, collegarsi agli altri, avanzare proposte di cambiamento, spiegare come intendiamo rimuovere gli ostacoli che impediscono alle persone di essere ugualmente libere e felici.
Parlando semplice, come ha raccomandato Viola. E’ semplice spiegare che la scuola pubblica è motore di uguaglianza. A scuola si entra uguali e si esce diversi, disse Renzi: chi è più bravo passa avanti, la scuola premia il merito. Noi sappiamo che è il contrario: a scuola si entra diversi, chi con i libri già sfogliati e chi no, chi con i verbi coniugati già in bocca e chi no e, dalla scuola, grazie alla scuola, si deve uscire uguali. È semplice, perché è vero.
E allora deve essere gratuita e libera la scuola di ogni ordine e grado, gratuita l’università, gratuiti i libri di testo. Si può fare, servono meno soldi dei 18 miliardi regalati alle imprese attraverso gli sgravi per le assunzioni.
È semplice spiegare che il lavoro, meno e per tutti, è la battaglia da recuperare ma quella contro il lavoro gratuito e sottopagato la prima lotta da ingaggiare: la Costituzione stabilisce che il lavoratore ha diritto in ogni caso a una retribuzione che assicuri un’esistenza libera e dignitosa per sé e per propria famiglia. Le riforme che hanno reso legale il lavoro sottopagato sono quindi incostituzionali e incostutuzionale è la condotta delle pubbliche amministrazioni che bandiscono gare al massimo ribasso – è il cuore della vertenza Almaviva che abbiamo raccontato ieri – e che sfruttano gli stagisti, gli studenti in alternanza, i finti volontari pagati con gli scontrini, i richiedenti asilo che svolgono lavori socialmente utili.
«Quando c’era Berlusconi il sindacato ci chiedeva di non far rivendicazioni perché non eravamo in una fase acquisitiva – raccontava ieri Stefania, lavoratrice Almaviva. Poi è arrivato il governo amico di Renzi ed è stato anche peggio». Oggi un giudice ha dato ragione a quei lavoratori che nonostante la fase, nonostante fossero pochi, soli, descritti come irresponsabili e velleitari, hanno avuto la forza di lottare per il loro diritto, che poi è il nostro. Quei lavoratori ci indicano il metodo e la strada da seguire. Ci diranno che siamo pazzi, noi diremo una cosa semplice: i pazzi sono quelli che per risolvere lo squilibrio tra i lavoratori tutelati e quelli che no hanno tolto le tutele a chi le aveva. Ci capiranno, perché è vero.
È semplice e spiegare il diritto e il dovere alle ferie, alla maternità alla malattia, alla pensione per tutte le categorie di lavoratori anche per le (sempre più spesso false) partite iva sfruttate, come gli ordinisti, grazie alla riforma Fornero che non solo va abolita come il Jobs Act ma come il il Jobs Act sostituita con una riforma equa. È semplice perché quei lavoratori sono affaticati e hanno bisogno e voglia di andare in vacanza, di stare con i propri figli la domenica e con i propri compagni la notte invece di essere costretti agli straordinari e al lavoro notturno.
L’elenco è lungo, non lo faccio adesso, sono tutti temi che abbiamo tante volte affrontato e studiato nelle nostre assemblee, nelle università nelle piazze dove siamo andati insieme a batterci contro le riforme costituzionali di Matteo Renzi. Spiegavamo allora che non era il bicameralismo perfetto a starci a cuore ma lo spazio della democrazia che i partigiani hanno liberato e la Costituzione difeso perché quello è lo spazio dove da allora si lotta per affermare la giustizia e non la legalità. Quello spazio è stato aggredito dentro e fuori dalle istituzioni e ci è stato sottratto con le riforme che limitano la rappresentanza, i decreti Minniti-Orlando che imbavagliano le piazze e il dissenso, con le limitazioni alla libertà sindacale, gli sgomberi, i licenziamenti disciplinari, la scuola che addestra all’obbedienza e le leggi elettorali che premiano chi si piega e non chi lotta.
Pensavano che ci saremmo accontentati di protestare e resistere fuori dal Palazzo, come sempre abbiamo fatto e continueremo a fare, con i cortei e il mutualismo, i picchetti e le occupazioni. Si sbagliavano: non vogliamo più limitarci a disobbedire e contestare chi governa negli interessi di pochi ma vogliamo governare nell’interesse dei molti.
Ho sempre fatto, nel mio piccolo, con tanti altri piccoli, tutte e due le cose. Votando e sostenendo chi prometteva di battersi nelle istituzioni – e spesso lo ha fatto, con convinzione e capacità – e impegnandomi tra le persone e con le persone nell’accoglienza, la difesa dei diritti, il racconto delle lotte.
Negli ultimi mesi mi sono sentita monca, in tutti e due i contesti. Monca a sostenere politicamente i compagni che inseguivano chi abbiamo combattuto insieme: a inseguire invece di combattere chi ha fatto la guerra, allungato l’età pensionabile, inserito il pareggio di bilancio in costituzione, regalato i soldi alle imprese e alle banche togliendoli ai poveri e impoverendo i lavoratori. Conosco e stimo la loro buona fede ma non ho condiviso la loro strategia e l’ho detto e scritto in ogni sede, tipo qui.
Sarà che faccio ragionamenti poco tattici e troppo semplici: come possiamo difendere i lavoratori e farci votare dai lavoratori con chi ha abolito l’articolo 18?! Come possiamo difendere i pensionati e farci votare dai pensionati con chi ha votato a favore dell’allungamento dell’età pensionabile?! Come possiamo unificare la sinistra che ha votato No alle riforme di Renzi con chi incorona leader chi ha votato Sì alle riforme di Renzi?! Con chi, solo quando Pisapia si tira indietro, incorona leader del quarto polo alternativo al Pd Piero Grasso, che fino al giorno prima stava nel Pd?! Come facciamo a fare la sinistra con chi ancora oggi invoca il centrosinistra?! Come facciamo a spiegarlo agli elettori, se non ci credono nemmeno i militanti?!
Mi spiegavano che non c’era lo spazio politico perché lo aveva ocupato Grillo, che non c’era tempo, che bisognava mettere insieme le forze. Rispondevo che così si mettevano insieme le debolezze, che Melanchon e Corbyn hanno raddoppiato i consensi in poche settimane con una proposta radicale e grazie alla credibilità delle loro storie, che i voti non si sommano ma si conquistano, come abbiamo lasciato fare in solitudine a Grillo e Salvini.
So che questi ragionamenti semplici non appartengono solo a me ma a moltissimi di quelli che non vanno a votare e a molti – dunque pochi – di quelli che si disponevano a sposare Giovanni: a votare per la lista unica a sinistra, destinata per come si è posta a dar vita una lista unica di sinistra e a una o due di centrosinistra.
Mi sono sentita monca, in questi mesi, anche sul fronte che più frequento: non quello elettorale ma quello quel dell’impegno diretto nelle lotte e del loro racconto. La denuncia degli sgomberi di Piazza Indipendenza, dei licenziamenti all’Hitachi, dello sfruttamento degli studenti in alternanza o dei lavoratori a nero. Monca, perché mentre scrivevo e sfilavo in corteo vedevo lo spazio della lotta e della denuncia restringersi per volontà di chi è al potere. Quel potere che ieri abbiamo deciso di restituire al popolo.
Dopo esserci convocati e impegnati a farlo bisognerà da subito entrare nel merito non solo delle riforme da abolire, più volte evocate ieri, dal pacchetto Treu al Jobs act, la buona scuola, lo sblocca Italia… ma anche dei rimedi e delle cure: come disobbedire ai trattati europei, fermare il consumo di suolo, tagliare le spese militari, modificare a monte il modello di produzione e non solo mitigare a valle le ingiustizie che produce.
Tornando a casa ho pensato che sarebbe utile un comitato scientifico, anche informale, per fornire a tutti i compagni gli strumenti per capire come uscire dalla crisi, come ribaltare il tavolo. Costituzionalisti, economisti, sociologi che spieghino le soluzioni da adottare. Farne dei video, delle brevi dispense: i libri ci sono già, non tutti hanno il tempo di leggerli e i soldi per comprarli, nessuno quello di leggerli tutti, ma molti di quelli che li hanno scritti sono compagni generosi e competenti che certamente si presterebbero a insegnare: mi ha colpito quel che ha detto Marina Boscaino, insegnante in lotta contro la Buona Scuola: «Mi dispiace non essere stata insegnante di nessuno di questi ragazzi, perché io intendo l’insegnamento come militanza politica».
Vi guardava ammirata pensando, certo, ai vostri insegnanti, che sono stati i suoi.
Abbiamo tanti buoni maestri, e non mi è mai piaciuto il detto “Se uno ha fame insegnagli a pescare” perché non si impara a stomaco vuoto. Se uno ha fame sfamalo, come voi fate a Napoli, nutrendo chi ha bisogno di cibo e cure, e poi insegnagli a sfamare gli altri affamati. Insegnagli a lottare.
Perdonatemi se procedo alla rinfusa, se cito la scuola e non le migrazioni – chiudere gli hostspot, aprire i corridoi umanitari… – ogni tema è urgente, ogni urgenza è un tema che merita approfondimento: i diritti civili, la tutela dell’ambiente, il diritto alla salute, la disobbedienza dei tratti europei.
Qui mi premeva soltanto dirvi che di questo – e solo di questo – ho avvertito la mancanza. No, anzi, l’assenza: mancare non mi è mancato nulla, che l’assemblea serviva a trovarsi, accogliersi, partire.
Ho ricevuto decine di messaggi da parte di compagni che sarebbero andati al Brancaccio e che volevano sapere come era andata oggi, che impressione avevo avuto. Sono incuriositi, speranzosi, entusiasti, dubbiosi, critici, avviliti dalle divisioni, incazzati con noi.
Tra loro una compagna che mi ha detto più volte che l’alleanza con Mdp era necessaria e che non c’era bisogno di persuadere Rifondazione, che tanto Rifondazione avrebbe aderito comunque alla lista con Mdp, pur con Bersani e D’Alema, poiché realisticamente non aveva altra possibilità: «Non c’è né lo spazio né il tempo per una lista della sola sinistra radicale», dicevano in tanti.
Avevano ragione. C’è infatti lo spazio per una sola lista della sinistra radicale.
Le ho risposto così:
«Poiché siete convinti che una lista di sinistra radicale sia irrealizzabile andate avanti a farne una moderata, senza ostacolare chi una lista radicale la sta realizzando».
Così è la vita, con chi è in buona fede ci ritroveremo pur militando in progetti diversi, perché non si sta insieme nelle liste, si sta insieme nelle lotte. Teniamoci stretti.
#poterealpopolo

domenica 19 novembre 2017

Ex OPG Occupato: Avevamo detto: "bisogna sognare!", e ieri il sogno è cominciato


Anche se i media, pure quelli di sinistra, non sembrano essersene accorti, ieri è successo qualcosa di straordinario. E non solo perché un centro sociale ha dichiarato di voler partecipare alle elezioni, o perché un'assemblea chiamata 3 giorni prima ha riempito un teatro di 800 posti senza sponsor mediatici, senza "grandi nomi", senza bisogno di truppe cammellate...
Ma per l'entusiasmo, la passione, l'emotività che ieri si sentiva nell'assemblea e che ha attraversato in questi giorni l'Italia come una scarica.
Tanti gli interventi, circa 40, di vertenze lavorative, lotte territoriali, associazioni e comitati, realtà politiche, singoli cittadini. Tantissimi i giovani e le donne che hanno preso parola sul palco, come mai se ne vedono in eventi simili. Tutti animati dagli stessi problemi, dalle stesse paure, ma anche dalla stessa voglia di fare, di costruire una lista popolare che riesca a intercettare il bisogno di riscossa che cova nel nostro paese.
Oltre cinquecento persone in media collegate da tutta Italia per seguire la diretta, decine di migliaia quelle che l'hanno vista in seguito, oltre 90.000 che hanno visto il video di lancio.
Due, tre generazioni che si sono riunite e finalmente hanno dialogato, mondi delle organizzazioni della sinistra che si sono ritrovati insieme ai movimenti sociali in nome di comuni ideali.
Uno spirito nuovo, bello, fresco, sincero: senza tatticismi e politicismi, perché la politica è innanzitutto questo, migliorare la vita collettiva, trovare insieme soluzioni ai problemi, mettere in pratica le cose di cui abbiamo bisogno.
Ieri sera abbiamo brindato, felici perché in tanti hanno accettato la sfida che avevamo lanciato, felici perché la politica è anche gioia, e per noi rompere un muro di rassegnazione e depressione, creare scompiglio, è già una vittoria.
Oggi si ricomincia a lavorare. Non possiamo perdere tempo. Perché non ne abbiamo. Perché chi ci segue e chi dobbiamo ancora coinvolgere aspetta un messaggio chiaro, deciso, che gli permetta di mobilitarsi, di partecipare, di salire anche lui sul palco delle elezioni a raccontare al paese la sua storia, le sue lotte, i suoi bisogni, i mezzi per soddisfarli.
Perché siamo sicuri che ci sono ancora tanti compagni di strada da coinvolgere, altri centri sociali, altri comitati di lotta, altri pezzi sindacali, altre reti studentesche, altri gruppi politici, e tanti altri singoli insoddisfatti di quello che hanno. Possiamo e dobbiamo farlo. Questa deve essere la casa di tutti quelli che lottano, di tutti quelli che ci credono sinceramente e senza tornaconti.
Oggi mettiamo su la mailing list. Faremo uscire il resoconto di tutti gli interventi. A partire da quelli, prepareremo una bozza di programma, che sottoponiamo a tutte le assemblee territoriali, a quelle già esistenti e alle nuove che saranno chiamate in questi giorni. Fra due/tre settimane ci rivediamo, e cerchiamo di chiudere il tutto.
Non sarà facile raccogliere centinaia di migliaia di firme in tutta Italia, non sarà facile arrivare a bucare i media, non sarà facile guadagnare il diritto all'esistenza per i soggetti non rappresentati dalle classi dominanti.
Ma ognuno di noi ha un potere che nemmeno immagina, che se messo in relazione con quello degli altri, può produrre una mezza rivoluzione!
Grazie ancora a tutte e tutti. Potere al popolo!
Ex OPG Occupato - Je so' pazzo

sabato 18 novembre 2017

Pazza idea a sinistra, l’assemblea di Roma per una lista alternativa

In corso a Roma l’assemblea popolare per la costruzione di una lista alternativa al Pd e al centrosinistra per le prossime elezioni politiche

di Checchino Antonini
Appunti in dretta.
La diretta facebook è disponibile sulla pagina dell’ex Opg. Alle 10 ci sono già alcune decine di persone al Teatro Italia per un’assemblea convocata solo un’ora dopo. E’ l’appuntamento lanciato dal centro sociale napoletano Je so’ pazzo dopo l’eutanasia del Brancaccio da parte degli autonominati garanti, Falcone e Montanari. Punto unico all’ordine del giorno, la nascita di una lista davvero alternativa al Pd e al centrosinistra, senza le ambiguità di un percorso guidato dagli stessi settori politici che hanno smantellato le conquiste dei lavoratori imponendo tutti i dictat del liberismo: austerità, privatizzazioni, trappola del debito, guerra globale, repressione e un sistema elettorale maggioritario.
«Alla fine un teatro ce lo siamo dovuto affittare per poter intervenire!», esordisce Viola dell’ex Opg alludendo a quando lei stessa contestò Gotor, l’emissario di D’Alema sul palco del Brancaccio. «Del Brancaccio – continua – non ci piacevano certi compagni di viaggio». Viola parla della barbarie che avanza, dello spostamento a destra ormai conclamato, di Minniti che si presenta ai funerali di 26 donne migranti uccise dalle sue leggi. C’è una Costituzione da applicare soprattutto quando dice che vanno rimossi gli impedimenti sociali che sono alla base di disuguaglianze crescenti. Ha un linguaggio semplice e diretto, Viola, e più volte viene interrotta dagli applausi: «Facciamo le cose al rovescio», dice spesso esortando il teatro a superare i politicismi, i tatticismi, “le addizioni”, le chiama lei. «Dov’era il No facciamo il Sì!»: l’Internazionale di Fortini, evoca il mutualismo, il controllo popolare, l’esperienza del suo centro sociale nell’ascolto degli esclusi per «riprederci quel popolo che ci hanno levato». I passaggi che suggerisce il suo intervento prevedono una serie di assemblee popolari nei territorio prima di tornare a Roma fra due-tre settimane con poche parole d’ordine, un «programma minimo» capace di far breccia nel popolo.
Cosa sia il “popolo” lo spiegherà, dopo di lei, Manuela, 24 anni, accento campano e pelle nera, nata a Santa Maria Capua Vetere nel ’93 ma senza diritti di cittadinanza. Martedì, per l’ennesima volta, varcherà la soglia di una questura per farsi prendere le impronte digitali e richiedere il permesso di soggiornare nel paese in cui è nata. Bene, è lei a ripulire la parola popolo da ogni ambiguità populista e interclassista: «Sono le persone escluse, violate, sfruttate». Ossia, spiega Eleonora Forenza, eurodeputata Prc-Altra Europa, è la maggioranza della popolazione che il capitalismo divide in minoranze, mette in competizione, condanna alla solitudine. Forenza, una delle prime a essere contagiata dalla “pazza idea”, coglie la suggestione di una esperienza che parte proprio dalla riappropriazione di un luogo, un manicomio, in cui il capitalismo segrega persone condannate da esso stesso a un destino di patologia e devianza. Forenza chiede una campagna elettorale di cui non ci si debba vergognare, che sia chiaro che chi sta col Pse è un avversario di classe e non un possibile alleato.
No Muos, No Tap, No Tav (anche se l’intervento di Nicoletta Dosio, dalla ValSusa salta per motivi tecnici), Almaviva di Roma, autoconvocati della scuola, rete alternativa al G7, rete per l’autorganizzazione popolare, Bsa, Osservatorio Repressione, Napoli direzione opposta, un operaio dell’Ast di Terni (certamente mi sto dimenticando qualcuno): la lista degli interventi è soprattutto la fotografia delle movimentazioni sociali e delle vertenze nei posti di lavoro.
A fare da filo conduttore sembra essere l’idea di una riappropriazione collettiva della politica, della rappresentanza, delle pratiche sociali. La fine dell’equivoco, il «paradosso clamoroso», lo definisce Franco Turigliatto di Sinistra Anticapitalista, che chi ha guidato «vent’anni di neoliberismo che hanno cambiato tutto», chi ha bombardato, gestito l’austerità e distrutto l’unità di classe e tra le generazioni, oggi voglia guidare la ricostruzione della sinistra. Turigliatto riprende l’osservazione che già aveva fatto nell’intervista a Popoff, che saranno decisive le lotte, e da lì bisogna ripartire.
«Se ci sarà una lista di sinistra, sarà quella che esce da questa sala!», mette in chiaro Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione in fondo a un intervento in cui ha provato a spiegare che il suo partito, più che mettere il cappello, è interessato a partecipare alla ricostruzione di una sinistra popolare e di massa «che non sia quella confiscata da quelli del governo Renzi, del governo Monti, del governo Gentiloni.
«Basta con il meno peggio e con l’illusione di tirare per la giacchetta governi amici», dice anche Sergio Cararo di Eurostop annunciando che una decisione potrà arrivare dalla loro assemblea del 2 dicembre.
Molti interventi restano (colpevolmente) fuori da questi appunti per cui si consiglia di riguardare la diretta per rendersi conto della qualità dell’interlocuzione in corso e del clima realmente inedito che si respira in sala.